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SUMMIT DI CHICAGO La svolta nella crisi: una Nato «intelligente»

Manlio Dinucci Tommaso Di Francesco

Si tiene il 20-21 maggio a Chicago il Summit dei capi di stato e di governo della Nato. Tra le diverse questioni all’ordine del giorno, dall’Afghanistan allo «scudo anti-missili», ce n’è una nodale: la capacità dell’Alleanza di mantenere, in una fase di profonda crisi economica, una «spesa per la difesa» che continui ad assicurarle una netta superiorità militare.

Con incosciente ottimismo, il socialista del Pasok Yiannis Ragoussis, che fa le veci di ministro greco della difesa, ha scritto sulla Nato Review, alla vigilia del Summit, che la partecipazione all’Alleanza ha dato alla Grecia «la necessaria stabilità e sicurezza per lo sviluppo nel settore politico, finanziario e civile». Se ne vedono i risultati. Non nasconde invece la sua preoccupazione sull’impatto della crisi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Rasmussen. In preparazione del Summit, ha avvertito che, se i membri europei della Nato taglieranno troppo le spese militari, «non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie».

Quanto spende la Nato? Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontano a 1.038 miliardi di dollari annui. Una cifra equivalente a circa il 60% della spesa militare mondiale. Aggiungendo altre voci di carattere militare, essa sale a circa i due terzi della spesa militare mondiale. Il tutto pagato con denaro pubblico, sottratto alle spese sociali.
C’è però un crescente squilibrio, all’interno della Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è proporzionalmente calata. Rasmussen preme quindi perché gli alleati europei si impegnino di più: se il divario di capacità militari tra le due sponde dell’Atlantico continuerà a crescere, «rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa».

Tace però sul fatto che sulle spalle dei paesi europei gravano altre spese, derivanti dalla partecipazione alla Nato. C’è il «Budget civile della Nato» per il mantenimento del quartier generale di Bruxelles e dello staff civile: ammonta a circa mezzo miliardo di dollari annui, di cui l’80% pagato dagli alleati europei. C’è il «Budget militare della Nato» per il mantenimento dei quartieri generali subordinati e del personale militare internazionale: ammonta a quasi 2 miliardi annui, per il 75% pagati dagli europei. C’è il «Programma d’investimento per la sicurezza della Nato», destinato al mantenimento di basi militari e altre infrastrutture per la «mobilità e flessibilità delle forze di spiegamento rapido della Nato»: ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari annui, il 78% dei quali pagati dagli europei. Come specifica un rapporto sui fondi comuni Nato, presentato al Congresso Usa lo scorso febbraio, dal 1993 sono stati eliminati i contributi per le basi militari degli alleati europei, mentre sono stati mantenuti quelli per le basi militari Usa in Europa. Ciò significa, ad esempio, che la Nato non ha sborsato un centesimo per l’uso delle sette basi italiane messe a disposizione per la guerra alla Libia, mentre l’Italia contribuisce alle spese per il mantenimento delle basi Usa in Italia.

Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle relative all’allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari. Vi sono quelle per l’estensione all’Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ben sapendo che la spesa reale sarà molto più alta, e che vi si aggiunge quella per il potenziamento dell’attuale sistema Altbmd, il cui costo è previsto in circa un miliardo di dollari. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» da Sigonella i territori da attaccare: l’Italia si è accollata il 12% del costo del programma, stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari, pagando inoltre 300 milioni per le infrastrutture. Vi sono le spese per le «missioni internazionali», tra cui almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane.

Come possono i governi europei, pressati dalla crisi, affrontare queste e altre spese? Il segretario generale della Nato ha la formula magica: poiché gli alleati europei «non possono permettersi di uscire dal business della sicurezza», devono «rivitalizzare il loro ruolo» adottando, secondo l’esempio degli Stati uniti, la «difesa intelligente». Essa «fornirà più sicurezza, per meno denaro, lavorando insieme». La formula, inventata a Washington, prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti (a partire dal caccia Usa F-35). Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta di «gruppi di acquisto solidale», almeno per dare l’impressione di risparmiare sulla spesa della guerra.

(il manifesto, 20 maggio 2012) _______________________________________________
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MEDITERRANEO MARE DI GUERRA: CRISI E MILITARIZZAZIONE IN UN’ITALIA PORTAEREI DELLA NATO, DI ISRAELE E DELLE INDUSTRIE DI ARMI

MARTEDÌ 8 MAGGIO ‘12 – ORE 21.15

SALA CONFERENZE STAZIONE LEOPOLDA

P.zza Guerrazzi, Pisa

MEDITERRANEO MARE DI GUERRA

CRISI E MILITARIZZAZIONE IN UN’ITALIA PORTAEREI DELLA NATO, DI ISRAELE

E DELLE INDUSTRIE DI ARMI

All’incontro / dibattito parteciperanno:

MANLIO DINUCCI
Giornalista de “il Manifesto”, gruppo di lavoro del coordinamento No Hub

ANGELO BARACCA – Docente di Fisica c/o Università di Firenze

ORESTE STRANO – Assemblea No F35 Novara/Cameri

ROBERTO BATTIGLIA – Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

Introduce e coordina
VALTER LORENZI – Rete dei Comunisti – Pisa

PROMUOVE L’INIZIATIVA LA RETE DEI COMUNISTI

http://www.retedeicomunisti.org

contropiano.pisa@virgilio.it – 3357698321

L’iniziativa rientra all’interno della campagna promossa dalla Commissione internazionale della Rete dei Comunisti sulla base del documento “Sviluppi della crisi e del conflitto di classe in Europa”, di seguito esposto:

Introduzione

Nella lettura della fase attuale, due fattori già presi in esame sembrano essere pienamente confermati: l’aggravamento generalizzato della crisi sistemica del capitalismo e i cambiamenti nelle relazioni e nei rapporti di forza a livello mondiale.

Lo sviluppo delle tecnologie, l’internazionalizzazione della produzione flessibile attraverso la delocalizzazione sono state una parte delle armi messe in campo per tentare di rilanciare un processo di accumulazione e valorizzazione del capitale dei centri imperialisti.

Armi che ora devono fare i conti con il protagonismo economico delle principali periferie produttive (BRICS) che, dopo una fase iniziale di sudditanza alla forza dei capitali riversati dalle multinazionali, stanno assumendo un peso crescente nell’economia internazionale e nella competizione globale con i poli imperialisti.

L’analisi che stiamo portando avanti sul carattere sistemico oltre che strutturale della crisi dell’attuale assetto del capitalismo, ci ha portato a chiarire che non pensiamo che sia possibile una via d’uscita basata sul solo sviluppo delle tecnologie e su un maggior sfruttamento senza andare inevitabilmente verso una distruzione generalizzata di capitale attraverso possibile inflazione, disoccupazione e fino all’aumento degli scenari di guerra.

Il carattere sistemico della crisi rilancia la speranza e la possibilità che la storia dell’umanità non si chiuda con il capitalismo, e che proprio perché le capacità di accumulazione reale del sistema sembrano aver raggiunto il loro limite, possa questa fase rappresentare l’inizio della fase terminale del sistema capitalista stesso.

Questo non significa però che siamo al crollo del capitalismo, ma che siamo probabilmente alla fine di un ciclo politico in cui gli USA non avranno più una posizione dominante rispetto ad altri centri di potere come l’Europa, la Cina, la Russia, l’India e il Brasile. E’ probabile che questa crisi porterà alla realizzazione di un sistema multipolare nel quale gli Stati Uniti dovranno dividere il potere con altri blocchi politico-economici rendendo la competizione globale sempre più aspra a danno come sempre della classe lavoratrice.

Questo spiega perché in questi ultimi anni è in corso una vera e propria guerra economica, sociale, valutaria e finanziaria dentro l’Europa e nella competizione globale con gli USA e i paesi emergenti, che nel vecchio continente ha già disegnato nuove gerarchie, declassando l’intera area mediterranea e non solo, in funzione degli interessi della direzione politico-economica del polo imperialista europeo.

La trazione “Carolingia” dell’Europolo non significa che la Germania in asse privilegiato con la Francia e alcuni altri paesi nord-Europei, possa decidere tutto, ma che la forte borghesia tedesca rappresenta il nucleo duro attorno al quale si va costituendo una classe borghese continentale.

La formazione di una borghesia europea a egemonia franco-tedesca non nasce tanto dalla politica, ma dalla solidità dei rispettivi sistemi produttivi, dal ruolo ancora centrale dello Stato e nel caso della Francia dalla presenza di un apparato militare aggressivo (vedi la vicenda libica).

Questi fattori sembrano spingere verso la costruzione di un’area economica e monetaria incentrata principalmente sull’esigenza esportatrice del modello tedesco, per cercare un’ipotetica soluzione ai problemi della concorrenza internazionale.

Siamo nella fase del conflitto aperto fra blocchi politico-economici e come abbiamo visto da ultimo in Libia questo significherà che dalle guerre economiche, commerciali e finanziarie, si potrà passare alla vera e propria guerra guerreggiata per la supremazia su aree internazionali ritenute strategiche.

Uno dei teatri dove i due poli principali (USA e UE) combattono la propria guerra economica e non solo, per il controllo globale è certamente l’area Mediterranea allargata (est-Europa – Africa mediterranea – vicino e medio-oriente), che vogliamo prendere in esame per comprendere meglio l’evoluzione e i possibili scenari.

UE: la crisi e il ricatto del debito sovrano

L’evoluzione dei processi in corso potrebbe cambiare anche in modo sostanziale gli attuali assetti e alleanze politiche; per far questo non bastano però le cessioni di sovranità già in atto in Italia ed in Grecia, dove i tecnocrati della Troika (UE, BCE, FMI) hanno preso il posto dei precedenti Governi giudicati non più utili alla “causa”, ma serve la costruzione di un’entità politica sovrannazionale che sia in grado di assumere il comando e senza mediazioni.

E’ in atto una “stretta” economica supportata da una campagna mediatica che punta a occultare la natura della crisi, lanciando l’allarme sul fatto che gli Stati sono sull’orlo del fallimento per colpa del debito pubblico, rinominato, per sottolinearne il carattere esiziale, debito “sovrano” (si tenga presente che il 60% del debito nell’Europolo è di natura privata). Il ricatto del debito sovrano è usato per imporre misure di massacro sociale ai danni dei lavoratori dei paesi sottoposti al diktat dei potentati economico-finanziari dell’Europolo.

L’inizio del XXI secolo in Europa sta delineando una durissima lotta di classe “dall’alto” condotta dai potentati economico-finanziari che scaricano i costi della crisi prodotta dai grandi agglomerati bancari, industriali e finanziari sul versante pubblico, colpendo il potere d’acquisto dei lavoratori e costringendoli a condizioni di vita sempre più dure. Per procedere in questa direzione, e per ridurre al minimo i contraccolpi, si stanno cambiando le regole del gioco anche nei rapporti tra gli Stati, modificando anche alcuni principi basilari della “democrazia borghese”.

Una forte accelerazione a questa direzione di marcia è stata impressa dal nuovo trattato di stabilità economica e monetaria, il Patto Fiscale Europeo, varato il 30 gennaio a Bruxelles da 25 capi di Stato e di governo ad esclusione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Il Patto prevede l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio di bilancio’ e determina il superamento dei parametri di Maastricht con un rapporto deficit/PIL che non potrà registrare un disavanzo superiore allo 0,5% annuale, e l’introduzione di sanzioni in caso di sforamento.

A questo va aggiunto l’obbligo di abbattimento del debito pubblico per la quota che eccede il 60% del PIL e l’introduzione di ‘riforme strutturali’ a partire dalla destrutturazione delle regole del mercato del lavoro, con l’introduzione della flessibilità in uscita (mano libera ai licenziamenti), i tagli alla previdenza e un piano generalizzato di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici.

Per poter realizzare questo programma i vertici dell’Europolo lavorano ad una progressiva cancellazione delle regole della democrazia rappresentativa, anche imponendo modifiche costituzionali, per spostare il centro di comando dalle rappresentanze elette (i Parlamenti) ai governi con la supervisione – e dove questi ultimi non fossero affidabili – con la gestione diretta dei tecnocrati del sistema bancario-finanziario.

Nel marzo dello scorso anno, nel primo dei due convegni svolti su “La mala Europa”, abbiamo preso in esame lo sviluppo del conflitto sociale e di classe nell’Europa centrale e mediterranea e nelle aree più vicine della delocalizzazione produttiva che abbiamo definito IV e V Europa, l’EST Europa e l’Africa mediterranea.

Le rivolte popolari che hanno infiammato il nord-Africa nella scorsa primavera (con diversità anche profonde fra i diversi paesi), hanno realizzato la caduta dei regimi dittatoriali in Tunisia ed Egitto, ma al momento, in particolare nelle prime verifiche di carattere elettorale, non sono le istanze economico-sociali di classe ad averne beneficiato, ma le forze islamiche un tempo nemiche e oggi ridefinite moderate (“i fratelli mussulmani”), in alleanza con gli interessi del capitalismo occidentale.

Dove non è stato possibile realizzare questa alleanza, la guerra economica e sociale ha lasciato il posto alla guerra militare vera e propria, come ha dimostrato l’aggressione imperialista e colonialista contro la Libia di Gheddafi, e il susseguirsi di provocazioni armate contro Siria e Iran.

Est Europa

Diversa, ma altrettanto complessa è la realtà di quella che può essere definita una colonia interna all’Europa stessa, dove dopo l’89 si sono riversati gli interessi del capitalismo occidentale.

Multinazionali e potentati economico-finanziari, con un ruolo primario di Stati Uniti e Germania, si sono gettati sul patrimonio di industrie, terre, forza lavoro a basso costo dell’ex blocco socialista, determinando condizioni generalizzate di sfruttamento dei lavoratori e di rapina delle risorse locali.

Oggi l’incalzare della crisi, con l’imposizione da parte della Troika (UE, BCE, FMI) di un massiccio piano di privatizzazioni, di tagli a salari, pensioni e assistenza sociale per poter accedere, come nel caso di Grecia, Italia e dell’area dei PIIGS, ai prestiti di valuta concessi secondo le consuete regole di strozzinaggio, sta portando a galla le contraddizioni economico-sociali fino ad oggi inespresse, producendo lotte e conflitti che potrebbero dare vita nel breve e medio periodo all’esplosione di vere e proprie rivolte.

E’ il caso della Romania dove le misure imposte stanno precipitando la popolazione in un livello di povertà e disperazione mai raggiunto e dove il mese scorso (Gennaio 2012) il paese è stato scosso da violente proteste popolari contro il Governo, con durissimi e prolungati scontri che hanno messo a ferro e fuoco la capitale Bucarest.

Il dato nuovo che sta emergendo e comincia ad estendersi a diversi paesi dell’Europa dell’Est di recente o prossimo ingresso nell’UE, è che tanto l’Unione Europea e ancora più l’Eurozona non siano affatto una garanzia di avanzamento economico e sociale.

E’ il caso dell’Ungheria dove secondo la stampa occidentale il primo ministro conservatore Viktor Orbán, considerato un autocrate, sta allontanando il paese dall’Europa. La situazione, come informa un documento del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese, è evidentemente più complessa e vede il corso attuale in Ungheria, segnato da un lato da una lotta comune della classe capitalista contro le masse lavoratrici e, contemporaneamente, una lotta tra i due settori della classe capitalista. Ma ancor di più si tratta di una lotta tra le potenze capitalistiche, gli Stati Uniti e la Germania per la dominazione europea.

“La classe capitalista ungherese (afferma il documento) ha partiti differenti con i quali esprime i propri interessi. Da un lato c’è il Fidesz – Unione Civica Ungherese – di Viktor Orbán, che esprime gli interessi dei conservatori, orientamento nazionalista della classe capitalista. È tradizionalmente legato alla Germania.

Dall’altra parte ci sono il Partito Socialista Ungherese e il Partito “La politica può essere diversa”, che rappresentano la parte liberale e socialdemocratica della classe capitalista. Essi sono più vicini agli Stati Uniti e Israele”.

Ma il punto centrale per il Partito Comunista Ungherese è che il passaggio dal socialismo al capitalismo ha portato all’impoverimento generale del popolo ungherese. L’Ungheria ha una popolazione di 10 milioni di abitanti. Un milione e mezzo di ungheresi vive sotto la soglia di povertà il che significa che vive di un reddito inferiore ai 200 euro al mese. Quasi 4 milioni vivono di un reddito di 250 euro al mese. Il numero ufficiale dei disoccupati è pari a mezzo milione, in realtà ci sono circa 1 milione di persone senza alcuna possibilità di trovare un lavoro.

Il capitalismo ungherese è in crisi, prosegue il documento, la crisi generale del capitalismo in Europa e la possibile rottura del sistema euro porterà a esplosioni sociali ancora più drammatiche che in Grecia.

Ma per inquadrare meglio gli avvenimenti recenti e le possibili evoluzioni è utile prendere in esame alcuni dati che aiutano a comprendere le condizioni attuali del versante europeo dell’ex blocco socialista.

Esistono certamente diversità fra paese e paese, ma molti sono anche gli elementi in comune di cui “Bruxelles” si fa garante: appropriazione delle strutture produttive, schiavismo, traffico di persone migranti, assenza di controlli fiscali, impossibilità anche solo di menzionare un’azione sindacale in difesa dei lavoratori.

A Katowice, Tychy e Bielsko Biala, nord della Polonia, la Fiat ha insediato i suoi stabilimenti. Come tutte le aziende che investono in Polonia, la Fiat non paga le tasse, misura adottata dal Governo per favorire gli investimenti, paga solo l’occupazione del suolo risparmiando annualmente circa 150 milioni di zloty, pari a circa 40 milioni di euro. In cambio esporta oltre il 90% delle auto prodotte che la maggior parte dei polacchi non può permettersi. Può però permettersi la Fiat di far lavorare gli operai anche il sabato, nonostante la legge lo vieti tranne che per condizioni straordinarie. In caso di controllo la Fiat rischia una multa di 5.000 zloty (1.250 euro), nell’ultimo anno si è verificato un solo caso di controllo e quindi per i manager italiani le condizioni straordinarie possono valere per ogni periodo dell’anno. 1

Il salario medio di un operaio in Polonia è di 600 euro nonostante la presenza, al contrario di altri paesi dell’est, di un sindacato, Solidarnosc, che ai tempi della lotta anticomunista, finanziato, sponsorizzato e sorretto con appoggi che andavano dagli Stati Uniti al Vaticano, contava quasi 10 milioni di iscritti e oggi circa 700 mila.

In Ungheria i sindacati sono deboli o inesistenti, nel settore commerciale circa 500.000 lavoratori sono nella condizione di dover trattare da soli con le grandi catene europee e più del 60% percepisce una paga base di 300 euro lordi, 200 al netto. L’Ungheria è anche il paese nel quale, a differenza della Polonia esentasse, attraverso un complicato meccanismo di agevolazioni fiscali, più grandi sono le aziende, meno pagano le tasse. La pressione fiscale in teoria è al 19%, ma la Coca Cola ad esempio paga lo 0,1%. Una delle agevolazioni che viene concessa, consiste in forti sgravi fiscali per i primi 5 anni, passati i quali basta cambiare nome all’azienda o modificare in parte la ragione sociale per ottenere nuove agevolazioni.

In Romania l’affare principale è stato quello dei terreni agricoli, oltre 400.000 ettari sono oggi in possesso di proprietari occidentali, italiani in testa, che dopo averli praticamente requisiti per pochi spiccioli, non essendo soggetti a tasse li tengono incolti in attesa di venderli o sfruttarli per progetti europei. Nel 2000 un ettaro costava 200 marchi, oggi vale 3.000 euro, l’equivalente di 6.000 marchi quando ancora l’euro non era entrato in circolazione. Oggi il 75 % del fabbisogno agricolo della Romania viene importato.

A Galati, ai confini con la Moldavia, si erge la più grande fabbrica di acciaio di tutto il sud-est dell’Europa, un tempo Rumena, la Arcelor-Mitall a capitale francese, belga e indiano ha prodotto nel secondo trimestre del 2010 un profitto di oltre 20 milioni di euro. La prima condizione per la privatizzazione, avvenuta anche grazie all’interessamento di Tony Blair, era il mantenimento dei posti di lavoro. In otto anni grazie ai prepensionamenti la Arcelor-Mitall ne ha tagliati 9.000. Il salario medio è di 700 Lei, meno di 200 euro, con lo straordinario si arriva a 1.000 Lei, 250 euro.

Lo straordinario, che è necessario fare se si vuole mantenere il posto di lavoro, è pagato con latte in polvere, pollo congelato, barre di sapone e salviette per le mani, ma la direzione dell’acciaieria ha spiegato che il latte in polvere in caso di contaminazioni per chi lavora nel reparto chimico aiuta a depurarsi.

La lettura di questi dati – pur fornendo un quadro parziale, andrebbe ad esempio preso in esame l’enorme peso esercitato dall’economia criminale (mafia, ndrangheta e camorra in testa), che nei territori dell’est con la connivenza di un sistema politico e bancario corrotto, “ripulisce” i proventi del traffico clandestino di merci, droga, esseri umani, prostituzione – fa capire a che livello sia l’occupazione neo-coloniale che il capitalismo europeo ed occidentale ha intrapreso ad Est come nel Nord-Africa.

Nonostante la fortissima crisi economica e sociale prodotta dall’introduzione del modello capitalista, parzialmente e solo di recente si stanno esprimendo istanze di lotta e di cambiamento. Un peso rilevante nel bloccare sul nascere il conflitto di classe, è quello esercitato dagli apparati di sicurezza, polizia, servizi segreti (in Romania ad esempio ne operano sette, come ai tempi di Ceaucescu), che si pongono con i mezzi a loro disposizione a protezione della borghesia locale e dei regimi corrotti per far applicare le “nuove regole” imposte dal capitalismo europeo.

Un’ultima considerazione riguardo a quella che chiamiamo la IV Europa (l’Europa dell’est), che vale anche per la V Europa (il nord-Africa e il vicino Medio Oriente), è quella relativa ai flussi migratori. Lo sviluppo della crisi e la sua ricaduta in entrambe le aree, ci porta a ritenere che il fenomeno dell’emigrazione in cerca di un lavoro da sfruttati, ma almeno non da schiavi, non potrà che estendersi già nel breve-medio termine.

La crescita dell’esercito dei lavoratori di riserva e la modifica della composizione di classe nel mondo del lavoro, comportano quindi in Italia e in Europa la necessità di fare un salto di qualità e di adeguare le strutture organizzative sindacali e politiche anticapitaliste, alle nuove soggettività in campo, per poter incidere sui processi in atto e per dare impulso alle lotte sociali.

1 Per i dati citati relativi alla Polonia e agli altri paesi presi in esame, vedi “Ai confini dell’Impero” di Giuseppe Ciulla – Jaca Book edizioni – Marzo 2011.

Africa mediterranea e vicino Oriente

Il 2011 è stato caratterizzato dalle rivolte e dalle guerre civili che hanno attraversato l’area del mediterraneo, un’area da sempre centrale per gli interessi del capitalismo, zona di saldatura tra Europa, Africa, Asia e strategica per il capitalismo Europeo per i commerci, per le materie prime e perché rappresenta un importante bacino di manodopera qualificata che di fatto la rende a tutti gli effetti periferia industriale dell’Unione Europea.

Sicuramente, la crisi in corso che sta facendo tremare il capitalismo globalizzato è stata tra gli elementi che ha messo a nudo i limiti delle strutture politiche e dei rapporti sociali imposti e si e’ trasformata in crisi politica quando queste società modificate dalla crescita demografica, dall’emigrazione e dallo sviluppo industriale, impoverite dalle politiche economiche imposte dal FMI, hanno visto scendere in piazza un esteso movimento di protesta popolare, per lo più composto da giovani proletari, che rivendicava “lavoro, dignità e democrazia”.

Il mainstream occidentale con punto di vista interessato ha promosso con la definizione “primavera araba” una convenzione semplificata che accumuna le rivolte tunisine, egiziane, alle guerre civili apertamente sostenute dall’occidente in Libia e Siria.

Si tratta invece di processi tra loro molto differenti, per direzione politica e obiettivi, lungi dal sostenere la tesi che le rivolte arabe siano frutto di complotti internazionali, crediamo piuttosto che sia necessario comprendere il ruolo che giocano le forze di classe e come queste si rappresentano all’interno di questi movimenti, chi ne ha la direzione politica, quali sono le alleanze e qual è il loro obiettivo o programma politico, e non da ultimo se si pongono nel campo dell’anti imperialismo o se si alleano con le forze reazionarie.

Questi movimenti di protesta con rivendicazioni sociali e politiche che hanno investito Egitto, Tunisia, Giordania, Yemen, Barhein, hanno posto le potenze occidentali ed i regimi arabi reazionari nella condizione di dover gestire e contenere il malcontento popolare cercando di utilizzare a proprio vantaggio lo spazio aperto dalla crisi economica e politica. Una coalizione conflittuale composta da UE, USA, Turchia, e dai sei regimi più reazionari della penisola arabica riuniti nel Gulf Cooperation Council (GCC) sta lavorando per arginare e mettere sotto tutela le “primavere arabe”, utilizzando come forza di cambiamento “compatibile” l’islam politico sunnita, diviso in due principali filoni quello dei Fratelli Musulmani che ha uno sponsor nel Qatar e quello Salafita più legato all’Arabia Saudita.

Gli USA, al contrario dei paesi UE, per bocca di Obama hanno velocemente auspicato un cambio “democratico”, ”evolution but not revolution” cioè indirizzare un cambiamento di dirigenza politica utilizzando la spinta del malcontento popolare senza compromettere gli interessi delle multinazionali ed al tempo stesso ridisegnare equilibri ed alleanze.

E’ illuminante l’approccio suggerito alle “primavere arabe” dal Think Thank statunitense, Rand Corporation (nata nel 1946 con il sostegno del Dipartimento della Difesa) : “ Gli arabi hanno sottolineato l’importanza della “dignità”, ed il rifiuto delle “umiliazioni” imposto dai regimi autoritari. Il solo pensiero dell’autodeterminazione è rivoluzionario” e ancora “ il cambiamento democratico offre l’opportunità di un “reboot” (ripartenza ) delle relazioni con gli Stati Uniti che possono aiutare questi nuovi regimi a incontrare (gestendo il potere) le aspirazioni delle loro popolazioni”.

Cosa diversa per l’UE che non ha espresso una politica unitaria nell’approccio alle crisi dell’area a causa degli interessi diversi delle rispettive borghesie nazionali. Così la Francia e l’Italia si sono dimostrate più attente nel difendere i propri spazi rispetto a una Germania rivolta a imporre le proprie attenzioni sull’Europa dell’Est che rappresenta la sua principale “periferia produttiva”.

Il successo delle forze che si rifanno all’islam politico si basa su un’ideologia religiosa “comune ed identitaria” al momento “vincente” che viaggia attraverso un forte radicamento sociale rappresentato dalla rete delle moschee presenti anche all’estero tra le comunità, una forza che all’interno dei rispettivi paesi viene amplificata dalla struttura economica e sociale, tanto che lo scarto con le forze progressiste è più forte nelle zone rurali e tra i sottoproletari urbanizzati.

I partiti islamici possono vantare più di un riferimento statuale come modello riproducibile ed al relativo sostegno internazionale. Prendendo a riferimento la Turchia di Racyp Erdogan, i partiti islamici si propongono come forza di cambiamento perfettamente compatibile con un modello islamico parlamentare basato sul libero mercato, in perfetta continuità con l’ordinamento sociale capitalista preesistente, magari aggiornando le relazioni regionali e internazionali in base ad un accresciuto peso del network islamico moderato.

Non c’è nessuna rivoluzione nei rapporti sociali, nessun interesse di classe riconosciuto anzi le contraddizioni di classe vengono mediate dalla religione. L’elemento certo è che le istanze sociali e le rivendicazioni di apertura democratica e di agibilità sindacale, presenti e nelle manifestazioni popolari ora dovranno confrontarsi con il potere gestito dalle borghesie islamiche nazionali.

I movimenti di protesta arabi hanno evidenziato quanto anche in questo scenario, il sociale sia più avanzato rispetto al politico. Le organizzazioni sindacali, i movimenti sociali e le organizzazioni della sinistra di classe sono state ben presenti nei movimenti di protesta ma non sono riuscite a sintetizzare e capitalizzare il risultato politico della loro azione (vedi Il PCOT in Tunisia) . La difficoltà della sinistra di classe è legata a fattori sociali e politici. La repressione che ha colpito duramente con arresti, torture e uccisioni, soprattutto i Partiti Comunisti. La composizione sociale e la debolezza delle organizzazioni di classe hanno contribuito a produrre un approccio “elementare “ alla politica. Questo però non ha impedito che milioni di persone partecipassero alle mobilitazioni, ma le ha però di fatto consegnate alle strutture più organizzate come le forze islamiche anche se nelle rivolte, in molti casi, hanno avuto un atteggiamento attendista e mai di primo piano.

Il nuovo polo dei paesi del GCC e della Turchia

In questo contesto di competizione globale si sono affacciate le petro-monarchie del GCC e la Turchia, che in questa area giocano in casa. La Turchia è da tempo una potenza economica e militare nella regione. Lo status di democrazia blindata, ha consentito alla borghesia nazionale turca di offrire ai mercati internazionali, forza lavoro specializzata in grande quantità e merci a basso costo. La posizione di paese cerniera tra Asia ed Europa la pone poi nella condizione di essere il passaggio per i corridoi energetici e per gli equilibri internazionali su cui mette il peso di forza militare NATO. Questi elementi hanno fatto si che la Turchia bloccata nel suo ingresso nell’UE abbia riscoperto il ruolo storico della “Sublime Porta” aggiornandolo al XXI ° secolo.

Nel caso dei paesi del Golfo, si tratta di un pezzo di borghesia con un peso sovranazionale con un surplus finanziario considerevole, che ha investito nella guerra alla Libia e per sedare le rivolte in Bahrein, avventure militari di cui “legittimamente” pretenderà contropartite economiche e politiche. La borghesia petrolifera e finanziaria della penisola arabica da tempo reclama un adeguamento di posizione nella gerarchia internazionale. E’ all’interno di questo settore di borghesia internazionale, in un costante equilibrio conflittuale con gli interessi imperialisti statunitensi ed europei, che nel recente passato si sono sviluppate le opzioni quaediste “islamiche” che hanno dato vita a forme di conflitto non convenzionali. Sono proprio queste opzioni jhadiste e qaediste ad essere in parte “sacrificate” per avviare una stagione di dialogo tra petro-monarchie e NATO, esemplificabili nella consegna di Osama Bin Laden e nell’apertura di uffici diplomatici Talebani in Qatar. Questa tendenza tuttavia, non significa che l’opzione jhadista non possa essere utilizzata come supporto armato così come è stato per la guerra in Libia e come sta accadendo in Siria dove jihadisti infiltrati operano spalla a spalla con il cosiddetto Esercito siriano libero (Esl).

Questo network di borghesia islamica centrata nei paesi del Golfo, cresciuto in contrapposizione alle formazioni statali nate dal movimento pan-arabista, si è dimostrato capace di sviluppare un’egemonia culturale con una presa che va oltre la mezzaluna araba. Il GCC nato nel 1981 ad Abu Dabi (su spinta USA) ambisce ad avere un influenza oltre i propri confini e si è dotato di una forza di intervento militare comune (Peninsula Defense Shield). Le rivalità tra Arabia Saudita e Qatar non impediscono ai paesi del GCC di contrapporsi al Fronte della Resistenza (Iran, Siria ed Hezbollah) per il controllo dell’area e per l’egemonia politica sulle popolazioni arabo-musulmane. Il progetto di base è la versione islamica del Grande Medio Oriente pacificato secondo i dettami delle petro – monarchie, su cui gli Emiri hanno investito ben 120 miliardi dollari in forniture militari USA. Uno scenario che costringe Israele a ripensare la sua strategia e i rapporti con i suoi vicini con cui condivide un nemico (il Fronte della Resistenza) e molti affari.

La Libia è la porta dell’Africa

Quanto sta accadendo alla Libia e alla Siria non è paragonabile alle “rivolte arabe “. Nel caso della Libia è più simile a un golpe che basandosi su contraddizioni interne è riuscito a mettere insieme una compagine libica variegata (Salafiti, Liberali, Quadeisti, Fratelli Musulmani) sostenuta economicamente e militarmente da un alleanza internazionale altrettanto variegata Francia, USA, Italia, e GCC. All’origine dell’aggressione alla Libia ci sono diverse ragioni che hanno spinto le forze esterne a premere sulle contraddizioni interne allo Stato libico sino al varo della campagna militare a sostegno del CNT, determinandone la vittoria.

Malgrado la sua politica ondivaga nei confronti del’imperialismo USA e UE, dettata sia dalla natura inter-classista e nazionalista del progetto statale libico e sia dalla oggettiva disparità delle forze in campo, il governo di Gheddafi ha oggettivamente contrastato i progetti imperialisti nel mediterraneo ed in Africa. La politica Pan Africana di Gheddafi ha visto il governo libico finanziare diversi movimenti di liberazione africani ed in particolare l’African National Congress durante il regime dell’apartheid sudafricano boero. La Libia è stata tra i paesi fondatori dell’Unione Africana e lavorava all’ integrazione africana sul modello della UE. Un progetto antitetico rispetto alla secolare subalternità all’imperialismo che prevedeva un proprio esercito e una moneta comune.

La costruzione su iniziativa libica della Banca Africana e del Fondo Monetario Africano di fatto miravano a rendere le nazioni africane, indipendenti dalle politiche di rapina imposte dalla BCM e dall’FMI. Con la caduta del Governo Gheddafi l’Unione Africana tornerà a dipendere economicamente dall’UE e dal FMI che così potranno condizionare la politica africana. La costruzione della Banca Africana avrebbe rappresentato un ostacolo alle privatizzazioni e al saccheggio delle ricchezze di questa terra ricca d’idrocarburi, terre rare e risorse naturali e beni comuni, quali l’acqua, le foreste e le terre coltivabili, riducendo quindi i pericoli di guerre e carestie. La recente aggressione alla Libia conferma che le guerre imperialiste sono volte a smantellare quegli Stati nazione che anche in maniera spuria si oppongono agli appetiti del mercato globalizzato, rifiutandosi o ostacolando la messa a profitto delle ricchezze nazionali

L’attacco al Fronte della Resistenza

La prima vittima della primavera araba è stato proprio il Fronte della Resistenza costituito da Siria, Iran, Hamas e Hezbollah, un fronte che si è contrapposto al progetto del Grande Medio Oriente sostenuto dagli imperialismi U.S.A e UE e da Israele, raccogliendo consensi in tutto il mondo arabo a detrimento dell’influenza delle petro- monarchie. Il Fronte di Resistenza si è diviso sul giudizio e l’appoggio alle rivolte arabe e alle guerre civili in Libia e in Siria.

Le contraddizioni sociali e politiche in Siria

Negli ultimi anni nella Siria governata dal Fronte Nazionale Progressista, una compagine di forze di ispirazione socialista in cui sono presenti anche i due Partiti Comunisti, guidata dal Baas si è aperto uno scontro durissimo sul tema delle privatizzazioni e sulle linee di indirizzo di politica economica. Da una parte oltre alla maggioranza del Baas, la borghesia mercantile, i costruttori edili e i ceti “professionali”, dall’altra i Partiti Comunisti ed una parte del Baas. Il cuore dello scontro è la privatizzazione dei settori bancario ed energetico fonte di forti introiti per le casse dello stato e la politica di controllo dei prezzi di prima necessità. A spingere per le privatizzazioni ci sono le compagnie straniere, soprattutto turche, i paesi del Golfo che mirano soprattutto all’acquisizione delle industrie energetiche che costituiscono il 68% dell’export ed il FMI .

La crisi economica si è aggravata alimentando il malcontento sociale che si è saldato alle ferite generate dalla politica di privatizzazioni e apertura alle banche private, dalla farraginosità della macchina statale, dalla differenza tra le città e le campagne e dall’ossificazione del quadro politico. Le contraddizioni sociali e politiche in Siria non sono ignorabili né sintetizzabili nell’infelice dicotomia “da una parte il popolo, dall’altra la dittatura”. Anche nella “guerra civile” siriana gli interessi di classe in campo non sono uguali.

Quanto sta avvenendo in Siria, deve essere letto come un conflitto sociale e politico in cui intervengono soggetti politici con specifici interessi di classe.

E’ più verosimile che il modello sociale ed economico che questo network (islam politico, petromonarchie e democrazie capitaliste) ha in mente per il popolo siriano sia quello che già adotta in diversi paesi che recepiscono le linee guida del FMI.

La Siria negli ultimi decenni ha rappresentato un ostacolo ai progetti egemonici dell’imperialismo e delle petromonarchie, ed è stata in grado di mantenere uno scontro di bassa intensità con Israele attraverso il sostegno ai movimenti come Hamas, Hezbollah e l’alleanza con l’Iran.

La questione palestinese nel contesto delle rivolte arabe

Il contesto generale che vede il mondo arabo attraversato dai movimenti di protesta, dalle guerre civili e su cui pesa il disegno di un nuovo Medio oriente sotto l’egida dell’islam politico coinvolge anche il movimento di liberazione palestinese. Il rischio che la Palestina venga schiacciata all’interno di una rivendicazione arabo islamica e messa sotto tutela dai sostenitori del nuovo Grande Medio Oriente è molto forte. In questo senso si possono leggere l’apertura tra Fatah e Hamas, e la rottura verso il fronte della resistenza. Il processo di normalizzazione tracciato dalle petro-monarchie sembra investire anche la Palestina, stretta tra l’occupazione israeliana e il circolo delle Iene USA, UE e GCC. In questo senso l’attacco in corso contro la Siria e le minacce di guerra all’Iran stanno già depotenziando fortemente i movimenti di resistenza tra cui quello palestinese.

La guerra alla Siria e all’Iran, la tendenza alla guerra

La spinta all’accaparrarsi risorse e aree strategiche, ossia la tendenza alla guerra è uno degli elementi che informa anche quanto sta avvenendo in Siria. Una tendenza alla guerra in cui l’UE svolge un ruolo sempre più protagonista e dove l’Italia con le sue basi NATO e con la collaborazione con Israele rappresenta una portaerei strategica, come hanno tragicamente dimostrato le aggressioni imperialistiche degli ultimi decenni, Libia compresa.

Sullo sfondo resta il progetto del grande Medio Oriente normalizzato che passa attraverso lo scontro con il Fronte della Resistenza e prevede l’ipotesi del conflitto armato contro la Siria e soprattutto contro l’Iran. Israele è tra le forze che maggiormente spingono verso l’intervento militare e la pressione economica e diplomatica contro l’Iran. Non passano settimane senza che Generali o Ministri israeliani annuncino come imminente ed inevitabile un attacco armato contro l’Iran. In questo senso la politica bellicista di Tel Aviv ha il duplice scopo di mantenere l’egemonia nell’area e costringere gli alleati NATO ad assecondarla.

Contro l’Iran è cominciata una guerra sporca fatta di sabotaggi e omicidi mirati di scienziati, militari e diplomatici. Azioni molto complesse che hanno visto sicuramente all’opera una joint venture tra Mossad, servizi del Quatar e Arabia Saudita oltre quelli occidentali. L’Iran oltre ad essere il paese chiave del Fronte della resistenza è un paese determinante per gli equilibri internazionali. Non solo è tra i primi produttori di gas, ma si affaccia sullo stretto di Ormuz. E’ in possesso di una tecnologia che gli consente di produrre satelliti, lanciatori, missili balistici, sistemi d’arma complessi e di guerra elettronica. Se l’Iran si dotasse di un arma nucleare sarebbe in grado di mettere in campo anche la deterrenza militare.

Non si tratta di diventare filo iraniani per comprendere che l’Iran rappresenta un ostacolo per gli interessi dell’imperialismo statunitense, europeo ed una minaccia per Israele e i paesi del GCC. Per questo il nostro impegno è volto a rilanciare l’iniziativa antimperialista contro la guerra alla Siria e all’Iran che potrebbe aprire un conflitto di vasta portata dalle conseguenze imprevedibili, con la possibilità concreta di accendere uno scontro armato a livello mondiale.

Come comunisti che agiscono all’interno del polo imperialista europeo dobbiamo quindi dare forza di analisi e agitazione politica a un punto di vista di classe ed antimperialista riuscendo a proporre strumenti di intervento a quanti all’interno dei movimenti di massa si battono contro le politiche di guerra e di aggressione imperialista.

Nella guerra civile in Libia e in Siria abbiamo potuto riscontrare per l’ennesima volta, che buona parte della sinistra continua a sostenere un punto di vista eurocentrico, falsamente umanitario e di fatto subalterno agli apparati ideologici dell’imperialismo. Questa lettura della realtà sta creando disorientamento nel cosiddetto “popolo della sinistra” e sta rendendo molto difficile una ripresa della mobilitazione di massa contro la guerra.

Non si può contrabbandare la tattica con la strategia, quello dell’opposizione siriana armata come per il CNT libico non è un sostegno “di fase”, ma una collaborazione ad un progetto che vuole ridisegnare il medio oriente rendendolo omogeneo ai disegni imperialisti. Un meccanismo quello dell’intervento di polizia internazionale che oggi è utilizzato per la Siria, ma che in futuro può essere applicato per il Venezuela e Cuba e contro qualsiasi paese che intraprende la via dell’indipendenza dai poli imperialisti.

In maniera dolorosa e non priva di tensioni, si evidenzia quindi il tentativo di riportare l’ordine nelle aree della delocalizzazione e dello sfruttamento a basso costo di energia e manodopera. Una prospettiva che in questa cornice di crisi sistemica è destinata ad acuire le contraddizioni sociali ed è in questo spazio che si gioca il ruolo delle organizzazioni di classe anche sulla sponda Sud del Mediterraneo.

Il conflitto di classe in Europa

Tutta la nostra analisi sulla nuova fase determinata dalla crisi sistemica in atto e sulle modificazioni qualitative oltre che quantitative che essa sta producendo nella composizione di classe nel mondo del lavoro ci portano alla necessità strategica di fare i conti con i nodi strutturali che sono alla base della ripresa del conflitto di classe.

E’ necessario ad esempio ridefinire il ruolo e il peso della classe operaia nel nostro paese e nei diversi paesi europei dopo la destrutturazione industriale avviata con la delocalizzazione della produzione.

Così come fondamentale sarà la capacità del sindacalismo conflittuale e di classe di coordinare le lotte dei lavoratori, a livello generale, contro le privatizzazioni, i licenziamenti e le politiche di massacro sociale dettate dal capitalismo in crisi.

Un passo in avanti in questo senso ci sembra si sia realizzato con l’entrata dell’USB con importanti compiti operativi nell’FSM europeo. La strada intrapresa punta a realizzare un maggiore coordinamento nelle lotte e la programmazione di scadenze comuni per dare forza alle rivendicazioni dei popoli europei contro la miseria e lo sfruttamento imposti dal sistema capitalistico e imperialista.

Abbiamo infine, avanzato di recente una proposta che prende le distanze da una cogestione keynesiana della crisi, e punta invece ad inceppare i meccanismi di potere dell’Europolo.

L’idea forte, che non può non passare da una vigorosa ripresa del conflitto sociale e di classe che determini un cambiamento nei rapporti di forze tra capitale e lavoro, è la fuoriuscita dei PIIGS dall’area Euro.

La concreta realizzazione di questo progetto, non potrà avvenire a prescindere dalla presenza organizzata di una soggettività di classe e rivoluzionaria, che oggi non è ancora pienamente in campo, e che sia in grado di costruire le necessarie condizioni politiche e sociali.

E’ nostra convinzione che il capitalismo non finirà per implosione, né che siamo alla vigilia del suo crollo, ma siamo altrettanto convinti della non linearità della storia che avanza invece per salti e rotture e apre proprio dove potrebbero sembrare inaspettate, come sta avvenendo nel continente latino-americano con l’esperienza dell’ALBA, prospettive di riscatto che superano i propri confini e scrivono nuove pagine della lunga lotta per “abbattere e superare lo stato attuale delle cose”.

Scopo della Campagna e linee di studio

Questo documento che riprende l’analisi avviata con i due convegni sulla mala-Europa, è una traccia per il lavoro dei prossimi mesi sullo sviluppo del conflitto in Europa che mettiamo al centro di una campagna sul “Mediterraneo mare di guerra”, che si svolgerà tra marzo e giugno 2012.

Lo scopo della Campagna è di dare continuità al lavoro di carattere internazionale nel contesto nel quale operiamo, indicando come metodo di lavoro nostro e nel confronto con altre realtà politiche e sociali, la necessità di avviare ulteriori linee di studio e di approfondimento su alcune tematiche che riteniamo possano avere un ruolo centrale:

– le nuove dimensioni economico-produttive dell’area mediterranea allargata

– la strutturazione di classe nell’area

– i soggetti politici e sociali in campo

– lo sviluppo delle relazioni con le forze e le soggettività di classe

– lo sviluppo delle relazioni e delle attività sul fronte antimperialista

Commissione internazionale della Rete dei Comunisti

Finché c’è guerra c’è speranza

da il manifesto
9 agosto 2011

L’arte della guerra

Finché c’è guerra c’è speranza

di Manlio Dinucci

«Estremamente positivo»: così Giacomo Conti (Rc) – consigliere Fds e segretario della presidenzaalla Regione Liguria – definisce il fatto che Fincantieri costruirà una nave da assalto anfibio per l’Algeria. Sarà una boccata di ossigeno per i cantieri liguri di Riva Trigoso e Muggiano, concordano partiti e sindacati.
Nessuno si chiede invece perché l’Algeria, che ha un tasso di disoccupazione del 30% e ha appena ricevuto un aiuto di 170 milioni di euro dalla Ue, ne spenda circa mezzo miliardo per acquistare questa nave.
Lo spiega indirettamente la marina italiana, che ne possiede tre: essa serve alla proiezione di potenza dal mare. E’ in grado di sbarcare, con motozattere e motoscafi veloci, 350 uomini e 35 veicoli corazzati, appoggiati da cannoni Oto Melara ed elicotteri da attacco. Una nave da guerra, dunque, utilizzabile in operazioni multinazionali in Nordafrica o altrove, e allo stesso tempo per schiacciare eventuali ribellioni interne.
Cresce infatti in Algeria l’opposizione popolare al regime del presidente Bouteflika sostenuto dalle forze armate, che continuano a reprimere duramente i dissidenti. A questo apparato militare l’Italia fornisce una delle più moderne navi da guerra. Naturalmente con il placet del Pentagono: in giugno il gen. Carter Ham del Comando Africa è stato ad Algeri, annunciando lo stanziamento di un milione di dollari annui per l’addestramento di ufficiali algerini negli Usa, mentre il gen. Ahcene Tafer, comandante dell’esercito algerino, è stato ricevuto allo U.S. Army Africa di Vicenza.
Il merito della nuova commessa militare per Fincantieri va non solo al governo Berlusconi, ma a quello Prodi: nel novembre 2007 inviò in Algeria una nave della stessa classe, per dimostrarne le eccezionali capacità. Sbarcò anche il sottosegretario alla Difesa Lorenzo Forcieri (Ds-Ulivo), per convincere il regime algerino ad acquistarla. Stesso impegno, oggi, da parte dei massimi esponenti del Pd.
Quando lo scorso giugno il ministro della difesa La Russa ha prospettato la riduzione da 10 a 6 delle fregate Fremm che Fincantieri costruisce per la marina italiana (costo 350 milioni di euro l’una), la senatrice del Pd Roberta Pinotti, vicepresidente della commissione Difesa, ha chiesto al governo di mantenere l’impegno di costruirle tutte e dieci. Le ha fatto eco Giacomo Conti, accusando il governo di incapacità e mancanza di progettualità.
Meno male che c’è una «sinistra» impegnata perché Fincantieri costruisca altre navi da guerra (finora ne ha prodotte oltre 2mila). Assicurando posti di lavoro ma, allo stesso tempo, facendo lievitare la spesa militare che, salita a 25 miliardi di euro annui, viene fatta pagare ai lavoratori con i tagli alle spese sociali. Costruendo navi per le guerre di aggressione, come le fregate Fremm che nell’assalto anfibio distruggono le infrastruttture terrestri, a 100 km di distanza, con i cannoni Vulcano*. Fabbricati dall’Oto Melara a La Spezia, dove sarà costruita anche la nave da guerra per l’Algeria, dove Forcieri (guarda caso) è stato nominato presidente dell’Autorità portuale. Per meriti acquisiti, di cui fa fede la prestigiosa carica di vicepresidente del Comitato atlantico italiano.

Vedi spot pubblitario della marina militare su: http://www.youtube.com/user/ItalianNavy?feature=mhum#p/u/43/jm-khKYUkNQ

I robot killer dell’impero

di Manlio Dinucci
da il Manifesto del 19 uglio 2011

Minacciosi rapaci high-tech volteggiano giorno e notte su Afghanistan, Pakistan, Iraq, Yemen, Somalia, Libia e altri paesi. La specie più diffusa è quella dei Predatori, droni dotati di videocamere e sensori all’infrarosso, gli occhi attraverso cui gli operatori li telecomandano da una base negli Stati Uniti, a oltre 10mila km di distanza. Individuata la preda, essa viene attaccata con missili «Fuoco dell’inferno». Il Predatore di ultima generazione, denominato Mietitore (ovviamente di vite umane), ne può trasportare 14. Questi e altri droni stanno rapidamente proliferando: il Pentagono, che dieci anni fa ne aveva una cinquantina, ne possiede oggi oltre 7mila.
La U.S. Air Force sta addestrando più «piloti remoti» per i droni che piloti di cacciabombardieri. E sui droni da guerra puntano non solo gli Stati uniti, ma tutte le maggiori potenze. Anche l’Italia usa in Afghanistan (e forse anche in Libia) droni Predatori, telecomandati dalla base di Amendola in Puglia.
Grazie ai miliardi di dollari destinati alla ricerca e allo sviluppo, la specie si sta rapidamente evolvendo. Si stanno sperimentando droni spaziali, come l’X-37B della U.S. Air Force: completamente robotizzato, è in grado di rientrare alla base dopo la missione. Può distruggere satelliti avversari (accecando così il nemico prima dell’attacco); può lanciare dallo spazio i «dardi di Dio», con l’impatto cinetico di un meteorite; può allo stesso tempo lanciare dallo spazio testate nucleari.
Nella base aerea Wright-Patterson (Ohio) si stanno sperimentando droni miniaturizzati, che riproducono il volo di uccelli e insetti, compreso il battere delle ali. Nei futuri scenari bellici si prevedono sciami di droni-insetto che, diffusi su un territorio, spiano ovunque e sono capaci anche di uccidere.
Si stanno sperimentando allo stesso tempo, in particolare a Fort Benning negli Usa, robot terrestri da combattimento. Tra questi il «Gladiatore», un veicolo cingolato di oltre una tonnellata dotato di mitragliatrici e altre armi, che sparano sugli obiettivi individuati dalle telecamere.
Per i combattimenti soprattutto in zone urbane è ormai pronto un piccolo robot cingolato armato di mitragliatrici, che sparano quando le sue cinque telecamere (capaci anche di visione notturna) individuano una sagoma umana. E’ già stato sperimentato con successo in Iraq, mentre un modello analogo viene usato in Israele lungo il confine con Gaza. Nel quadro del programma «Futuro sistema di combattimento» (costo 200 miliardi di dollari), il Pentagono prevede di rimpiazzare entro il 2015 un terzo dei veicoli corazzati con equipaggio, sostituendoli con robot da combattimento. Esperimenti analoghi vengono effettuati dalla marina.
Sta dunque cambiando il modo di fare la guerra: gli Stati uniti e le altre maggiori potenze usano la superiorità tecnologica per imporre il loro dominio con un’armata di droni e robot da combattimento, che riducono i rischi per i militari. Ma la guerra robotizzata facilita l’estensione delle operazioni militari e accresce il numero di vittime civili.
C’è da chiedersi a questo punto chi siano veramente i robot. Non le macchine, ma coloro che seguono la via della guerra (promuovendola, giustificandola o accettandola supinamente). Camminano come automi, verso il precipizio.

La fiction di Bin Laden n.2

da il manifesto
10 maggio 2011

L’arte della guerra

Manlio Dinucci

Per questa rubrica settimanale si è scelto il titolo del maggiore classico di teoria militare dell’antica Cina, scritto 2500 anni fa dallo stratega Sun Tzu. Un testo di grande e tragica attualità. Insegna che la guerra, di somma importanza per lo stato, deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia. Per ottenere la vittoria occorrono tre strumenti: politico, diplomatico e militare. Particolarmente importanti, in tale quadro, le operazioni segrete.

Un’incredibile intelligence

«Semplicemente incredibile»: così James Clapper, direttore della National Intelligence statunitense, definisce l’uccisione di Osama Bin Laden. Assicura di non aver mai visto «un livello tale di eccellenza professionale come quello dimostrato oggi dalla Comunità di intelligence». Una comunità molto particolare, la sua. Nata nel 2005, quando il presidente Bush, impegnato nella caccia al «nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della Terra», pensò di riunire tutte le agenzie di intelligence sotto un unico direttore. Il primo fu John Negroponte, forte della sua esperienza di «ambasciatore» nell’Iraq appena occupato.
La Comunità di intelligence è formata da 17 organizzazioni federali. Oltre alla Cia (Agenzia centrale di intelligence), vi è la Dia (Agenzia di intelligence della difesa), ma ogni settore delle forze armate – esercito, aeronautica, marina, corpo dei marines, guardia costiera – ha il proprio ufficio di intelligence. Così come ce l’hanno il Dipartimento di stato e quelli del tesoro, della sicurezza della patria, dell’energia (custode dell’arsenale nucleare). Fanno parte della comunità, con i loro uffici di intelligence, anche l’Fbi, la Dea (le cui operazioni antidroga spesso hanno ben altri fini), l’Agenzia geospaziale (che spia con i satelliti), l’Agenzia per la sicurezza nazionale (con compiti di guerra informatica), la National Reconnaissance (che individua gli obiettivi umani e materiali da colpire, ma conduce anche operazioni «umanitarie»).
Per le azioni più importanti, la Comunità di intelligence si avvale del Comando delle operazioni speciali (Ussocom), impegnato in 75 paesi con circa 60mila specialisti. Compresi quelli cui viene attribuito il merito dell’uccisione di Bin Laden: il «Team Six», élite nell’élite dei Navy Seals, così segreto che ufficialmente non se ne ammette neppure l’esistenza.  Lo Ussocom, oltre che dell’eliminazione di nemici, si occupa di: «guerra non-convenzionale» condotta da forze esterne che esso addestra e organizza; «controinsurrezione» per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; «operazioni psicologiche» per influenzare l’opinione pubblica così che appoggi le azioni militari Usa.
E’ possibile che l’«operazione Geronimo» di tale apparato supersegreto sia quella presentata all’opinione pubblica? Oltre ad aver fatto sparire il presunto cadavere di Bin Laden, ci hanno detto che la Cia sorvegliava da mesi il compound senza intervenire e che il miliardario saudita, ridotto a una vita da vecchio pensionato, era pronto alla fuga con 500 euro in tasca (con cui non avrebbe potuto pagarsi un passaggio neppure sul barcone più scassato). Oppure è stata inscenata l’uccisione di un Bin Laden già morto o catturato, per rafforzare il presidente Obama ai fini della rielezione e, allo stesso tempo, creare la motivazione per intervenire ancora di più in Pakistan? Lo stesso presidente, in una intervista in tv, ha parlato di «una rete di supporto a Bin Laden all’interno del Pakistan». A quando la prossima operazione «semplicemente incredibile»?

La fiction di Bin Laden n.1

Manlio Dinucci

Il capomafia più pericoloso, ricercato da tutte le polizie, viene individuato nell’agosto 2010, seguendo un corriere che portava i suoi pizzini agli affiliati in tutto il mondo. Ma il suo covo – una masseria protetta da un alto muro con filo spinato e guardie armate, vicina a una caserma dei carabinieri – viene assaltata solo otto mesi dopo dai Nocs. Ucciso il capomafia, si dichiara che il suo Dna corrisponde in gran parte a quello dei parenti, e il corpo viene subito gettato in mare. Se questa fosse la notizia, sarebbero in molti a dubitare. Ma se la versione della morte di Bin Laden viene dalla Casa bianca, quasi nessuno dubita della sua veridicità.
Fondati dubbi vengono invece espressi nel documentato  sito «Global Research», diretto dal prof. Michel Chossudovsky: non solo sulle circostanze della morte, ma sullo stesso Osama Bin Laden. Da collaboratore della Cia nella formazione dei mujaheddin e nella guerra contro l’Urss in Afghanistan, diviene nel 2001 per Washington «il nemico oscuro, che si nasconde negli angoli bui della terra». E, in questi «angoli bui», la Cia e altri servizi segreti usano a scopo destabilizzante organizzazioni di mujaheddin nei Balcani, nell’ex-Urss e in Libia.
E se Osama Bin Laden fosse morto già anni fa? Di certo il suo spettro era stato finora utile per alimentare la psicosi  della minaccia terrorista. Finché è stato politicamente più utile orchestrare «la seconda morte di Bin Laden», come la definisce Paul Craig Roberts su «Global Research». E se così non fosse, perché il suo corpo, invece di essere conservato per avere la certezza della sua identità, è stato gettato in mare? Un fatto analogo avvenne nel 2001: dopo il crollo delle Torri gemelle, le loro travature metalliche furono subito rimosse e fuse in acciaierie asiatiche. «E’ inquietante la rapidità con cui sono state distrutte prove importanti», denunciò sul New York Times (25-12-2001) il professore di ingegneria Frederick W. Mowrer. Anche ora, non sono state forse distrutte le prove, disfacendosi del corpo di Bin Laden?

(il manifesto, 4 maggio 2011)

Decolla a Pisa l’Hub bipartisan della guerra


di Manlio Dinucci

E’ ufficiale: Pisa avrà «l’onore» – come l’ha definito il sindaco Marco Filippeschi (Pd) – di ospitare, presso il suo aeroporto militare, l’Hub aereo nazionale delle forze armate, dedicato alla gestione dei flussi di personale e materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi, e viceversa, con «tempestività ed efficacia». Lo ha appena deciso la Commissione difesa del Senato.
La relazione è stata presentata da Luigi Ramponi, ex generale già addetto militare a Washington (dove ha ricevuto dal Presidente la medaglia al merito), fondatore di An, oggi nel Pdl. Premesso che la realizzazione di questo «polo aereo»  era un’esigenza assai sentita dalle Forze armate, ne ha illustrato le caratteristiche: sarà una «struttura di grandi dimensioni» che, utilizzando soluzioni logistiche già sperimentate nel settore civile, dovrà essere connessa con le principali vie di comunicazione stradale, ferroviaria e navale, gestire la ricezione, lo stoccaggio e lo smistamento dei materiali, ricevere e gestire vettori di trasporto aereo (militari e civili) sia di grandi che di medie dimensioni, ed essere in grado di gestire «contemporaneamente più operazioni di imbarco e sbarco di personale e materiali». Il costo preventivato è di circa 63 milioni di euro, di cui 37 per le infrastrutture e 26 per i mezzi e i materiali.
Il sen. Mauro Del Vecchio, ex generale già comandante Nato/Isaf in Afghanistan e oggi nel Pd, ha fatto eco a Ramponi, dichiarando che il polo aereo soddisfa un’esigenza assai sentita dalle Forze armate: la realizzazione dell’Hub  è quindi «particolarmente importante». Questo il giudizio di merito. Poi, per salvare la faccia di «partito di opposizione», il Pd ha espresso un voto di astensione per bocca del sen.  Gian Piero Scanu. La commissione, avendo il numero legale, ha quindi espresso parere favorevole.
La notizia sarà stata accolta con grande soddisfazione dal comando della base Usa di Camp Darby, che potrà disporre del limitrofo Hub di Pisa: una «struttura di grandi dimensioni», sovradimensionata rispetto alle esigenze delle forze armate italiane, in grado di gestire «contemporaneamente più operazioni di imbarco e sbarco di personale e materiali». E, nell’ufficio del sindaco di Pisa, si sarà tirato un sospiro di sollievo e brindato per la gioia. Il progetto dell’Hub militare, annunciato il 2 agosto dal portavoce della 46a Brigata aerea, sembrava infatti messo in dubbio dal ministro della difesa Ignazio La Russa che, in visita nella città il 14 settembre, aveva dichiarato: «Al momento non c’é alcuna decisione presa». Il perché ora è evidente: il portavoce dell’aeronautica aveva presentato il progetto dell’Hub come già deciso, quando ancora non era stato inoltrato in Parlamento.  Il ministro della difesa lo ha infatti presentato solo il 30 settembre. Intanto, però, l’aeronautica militare aveva pubblicato, il 3 agosto, un avviso di gara per la fornitura di mezzi, equipaggiamenti e sistemi per «il costituendo Hub aereo nazionale presso l’aeroporto militare di Pisa». E il sindaco Filippeschi, scattando sull’attenti all’annuncio dell’aeronautica, aveva definito l’Hub militare «un onore per la nostra città». Quando ancora il Parlamento ne era all’oscuro.
(il manifesto, 19 ottobre 2010)