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Volantino Piaggio: PER L’UNITA’ DI TUTTI I LAVORATORI

Come operai comunisti della Piaggio nel ritenere giuste le proposte di lotta inserite nello sciopero generale del 17 novembre indetto dai Cobas e che in sintesi riguardano i seguenti punti:
Lotta contro le politiche economiche e sociali del governo, dell’Unione Europea e dei padroni, che tendono a ridurre tutti i servizi pubblici, i sistemi d’istruzione, sanitari e dei trasporti caricandone sempre più i costi su chi lavora con tariffe più alte e tasse più esose.
Lotta contro la disoccupazione, licenziamenti, cassa integrazione, mobilità, precarietà del lavoro, pensioni e salari sempre più inadeguati a condurre una vita dignitosa.
Un no deciso all’intensificazione continua dello sfruttamento, del lavoro, il peggioramento generale della condizione lavorativa.
Rifiuto di ogni logica ricattatrice e di minaccia da parte di leggi che da un lato permettono ai padroni totale libertà di licenziamento e dall’altro consentono loro di intascare i soldi dei versamenti pensionistici spostando verso i 70 anni l’età di pensionamento e giungere quindi alla creazione delle pensioni private soggette alle regole truffaldine – fallimenti pilotati – del mercato capitalistico.

Poniamo all’attenzione di tutti gli operai l’importanza di unire le nostre forze anche con altre realtà con cui condividere percorsi comuni giungendo a posizioni convergenti per superare l’idea dell’autosufficienza che ci vede rinchiusi nei nostri recinti di singole organizzazioni sindacali.
Come comunisti affermiamo che per portare alla vittoria le nostre giuste rivendicazioni dobbiamo ribadire che solo un reale processo democratico di riunificazione della CLASSE OPERAIA può far fare quel salto di qualità necessario a giungere al superamento delle RSU e del sindacalismo dei soli iscritti. Unificazione indispensabile per ricostruire quegli organismi, i Consigli di Fabbrica, che furono e devono tornare ad essere, lo strumento per la pratica di una reale democrazia sui posti di lavoro e che resero vincenti i lavoratori negli anni Settanta, consentendo loro di raggiungere quegli obiettivi come lo Statuto dei Lavoratori, la Sanità pubblica uguale per tutti, la scolarizzazione di massa, e un più equo sistema pensionistico. Conquiste tutte figlie della democrazia sui posti di lavoro.
Per questo riteniamo importante creare le condizioni che ci portino ad un percorso di discussioni-riflessioni, tendenti a farci superare i nostri limiti attuali, costruendo un più alto grado di consapevolezza che non disdegni a priori iniziative come lo sciopero del 17 novembre.
Perché ogni sciopero riuscito è un successo per tutti i lavoratori.

Circolo PRC “Alvaro Tognetti”
Via Pietrasantina 105, Pisa

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Mario Monti: il capo dei Bank Block al governo dell’Italia

di Andrea Montella
Esiste un nesso tra la pirateria e le attuali politiche dei banchieri? La risposta è SI’.
L’unico “lavoro” che i pirati svolgevano era di rubare le ricchezze trasportate sulle navi. Il più delle volte lo facevano con regolare patente di corsaro, donatagli dai regnanti che li assoldavano per depredare i loro avversari.
Federal Reserve e la Banca Centrale Europea sono formati dagli stessi istituti bancari privati, e praticano quella funzione che svolsero nei secoli passati i pirati: navigano nei mari dell’economia e depredano, grazie alle loro azioni speculative, non galeoni ma interi paesi, come la Grecia, il Portogallo, l’Italia, la Spagna, non in nome di un re o di una regina ma nel nome della classe capitalistica di cui fanno parte. I capitalisti alla Monti e alla Berlusconi, sono anche la causa della crisi di sovrapproduzione e finanziaria, e delle conseguenti destabilizzazioni politiche o guerre come in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria e in un prevedibile futuro in Iran.
Quali tesori devono depredare oggi costoro in Europa? I risparmi dei lavoratori, i capitali auriferi, i beni pubblici e artistici e grazie alla riconversione privatistica degli Stati, la Sanità, il sistema pensionistico, la Scuola, le Università e la ricerca scientifica.
Chi ruba di più sarà, nei prossimi anni, in cima al vertice della piramide capitalistica.
Per realizzare un ulteriore furto di 25 miliardi di euro sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati occorre una persona poco conosciuta dalle masse popolari e pompata positivamente dai media capitalistici e da giornalisti asserviti. Ecco spuntare dal cilindro dei banchieri l’uomo della provvidenza, quello che con à plomb anglosassone porterà l’attacco finale alla nostra Costituzione antifascista e fondata sul lavoro: Mario Monti.
Il liberale Mario Monti, nuovo capo del governo italiano, quali interessi difenderà essendosi specializzato all’Università di Yale, sede della loggia massonica Skull & Bones (Teschio e Ossa) che sforna presidenti Usa come i Bush?
A favore di chi saranno le politiche economiche che farà, essendo International Advisor di Goldman Sachs, banca incriminata per frode il 16 aprile del 2010 dalla SEC americana, per aver truffato i propri clienti tramite il titolo Abacus 2007-AC1?
Di quali interessi sarà portavoce essendo membro di organismi riconosciuti da tutti come cupole del capitalismo, quali il Gruppo Bilderberg di cui è membro direttivo, l’Aspen Institute Italia comitato esecutivo, la Trilateral Commission fondata da David Rockefeller, organizzazione sorta nel 1973 e che ha pianificato il golpe nel Cile di Salvador Allende?
Mario Monti, oltre ad essere sostenitore dell’economia capitalistica deve avere buone competenze su quei fenomeni culturali e sociali estremi essendo stato professore all’Università di Trento nel 1969, un ateneo voluto dalla destra DC di Flaminio Piccoli, e dove, per quelle casualità dovute a un destino cinico e baro, insegnava anche il futuro capo del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo.
Che tipo di società vuole Mario Monti l’ha già chiarito sul Corriere della Sera del 2 gennaio 2011, affermando che grazie alle politiche svolte nella scuola dalla Gelmini e nell’industria da Marchionne, l’egemonia marxista, quindi comunista, in difesa dei più deboli si è finalmente incrinata e quindi c’è spazio per una vera politica liberale.
Per uscire realmente dalla crisi capitalistica occorre ben altro che la solita consunta ricetta liberale. Occorre nazionalizzare le banche e chiudere le borse per bloccare la speculazione, usare i soldi delle tasse per rilanciare la programmazione economica che metta al primo posto l’autogestione delle fabbriche da parte dei lavoratori, con forti riduzioni dell’orario e un conseguente aumento dei posti di lavoro.

Dirigenti della Goldman Sachs passati alla funzione pubblica e viceversa.
Romano Prodi, da consulente Goldman Sachs a Presidente del Consiglio in Italia
Mario Draghi, da Vicepresidente Goldman Sachs a Governatore della Banca d’Italia
Mario Monti, dalla Commissione Europea sulla concorrenza alla Goldman Sachs
Massimo Tononi, dalla Goldman Sachs di Londra a sottosegretario all’Economia nel
governo Prodi del 2006
Gianni Letta, membro dell’Advisory Board di GS è nominato sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio del governo Berlusconi (2008)
Robert Rubin, da dirigente Goldman Sachs a segretario al Tesoro presidenza Clinton
Henry M. Paulson, da vice Presidente di Goldman Sachs a Segretario al Tesoro sotto
presidenza G.W. Bush
Robert Zoellich, da dirigente Goldman Sachs a vicesegretario U.S.A.
William Dudley, da dirigente della Goldman Sachs a capo della Federal Reserve
Bank di New York, il distretto principale azionista della Federal Reserve
Paul Thain, da Presidente Goldman Sachs nel 2003 a capo del New York Stock
Exchange
Philip D. Murphy, da presidente Goldman Sachs in Asia a Responsabile per la raccolta fondi per il Partito Democratico U.S.A.
Joshua Bolten, da dirigente Goldman Sachs, a capo del gabinetto della Casa Bianca
Gary Gensler, sottosegretario al tesoro
Jon Corzine, da ex presidente Goldman Sachs a Governatore del New Jersey

La P1 al governo del paese

da giovanepravda 17 Novembre 2011

Un’altra botta alla democrazia in Italia grazie all’accoppiata Goldman Sachs-Vaticano: Draghi-Passera-Riccardi-Napolitano-Monti mettono in pratica il punto 3 degli Obiettivi del Piano di Rinascita democratica della Loggia P2 di Licio Gelli che dice:

“Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell’operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l’eterogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità.
…tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l’onere dell’attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale.”

Ecco la lista del club massonico di Mario Monti: capitale, finanza, banche, Chiesa, Nato, Europa, ect.

Nessun “politico”, ma diciotto tecnocrati che provengono da tutte le aree culturali del paese.
Grande presenza di professori universitari e rappresentanti dell’azionismo religioso.
Centrodestra e centrosinistra rappresentati in ugual misura. Le due gambe del compasso massonico.

Si scrive Governo Monti, si legge equilibrio del potere italiano. Accademici, banchieri, militari, funzionari di stato e cattolici. Nessun politico, ma tecnici ‘in quota’ alla politica. Di centrodestra, di centrosinistra e soprattutto di centro. Un esecutivo che in altri tempi avrebbe fatto storcere il naso per la sua natura politically correct, ma che oggi convince tutti. A cominciare dal Vaticano. Era il 17 ottobre scorso, del resto, quando il Forum delle associazioni cattoliche, riunito a Todi, si concluse con la richiesta di un nuovo governo, forte e sostenuto da tutti. Così è stato. Al seminario umbro, l’apertura dei ‘lavori’ fu ad opera del presidente Cei, cardinale Angelo Bagnasco, che solo una settimana prima si era reso protagonista di una dura reprimenda contro il governo Berlusconi. Il messaggio di Bagnasco? Diretto a sottolineare il rinnovato impegno dei cattolici nella politica del Paese. Dopo quella del presidente dei vescovi, però, vennero molto apprezzate dalla platea, tra le altre, le relazioni del rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi (da tutti considerato uomo di Bagnasco dopo esserlo stato di Ruini), del fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e dell’amministratore delegato di Banca Intesa Corrado Passera.

Oggi, a distanza di un mese, i tre sono diventati rispettivamente ministro dei Beni Culturali, della Cooperazione internazionale e dell’integrazione e dello Sviluppo economico e Infrastrutture. Passera e Riccardi, inoltre, hanno anche un altro legame in comune: sono stati tra i fondatori di Italia Futura, la fondazione che fa capo a Luca Cordero di Montezemolo, altro esponente di quella società civile a cui guardava con interesse il cosiddetto ‘partito di Todi’.
Dal cattolicesimo laico, invece, proviene il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, colui che con Stefano Ceccanti ha scritto la legge sui Dico, poi affossata dalle barricate “teo” dentro al Pd.

Pierferdinando Casini, nel nuovo governo Monti, può contare su un nome a lui molto caro: Piero Gnudi. Il neoministro al Turismo e Sport è un pezzo di storia della Seconda Repubblica. Già presidente di Enel, Iri e Rai Holding, é personaggio politicamente trasversale. In quota Udc, è il compagno di pedalata di Romano Prodi (di cui è ottimo amico), ma ha lavorato anche con De Benedetti e Berlusconi.
Al cavaliere, del resto, non è sgradita la nomina di Paola Severino a Guardasigilli, visto che era proprio lei la candidata a prendere il posto di Angelino Alfano in via Arenula prima che la scelta confluisse su Francesco Nitto Palma.
Il nuovo ministro della Giustizia Paola Severino è anche moglie di Paolo Di Benedetto, ex commissario Consob nominato da Silvio Berlusconi ed ex ad di BancoPosta Fondi Sgr. Chi lo nominò? Corrado Passera, all’epoca ad di Poste Italiane e ora ministro del governo Monti al pari della signora Severino, che da avvocato ha difeso Prodi, Formigoni, Geronzi, i fratelli Caltagirone e altre personalità del mondo politico, imprenditoriale italiano.

Il nuovo Guardasigilli, inoltre, è prorettore dell’università Luiss (dove insegna anche il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, uomo gradito a Silvio Berlusconi), che è proprietà privata di quella Confindustria a cui era stato accostato il nome del nuovo ministro agli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, quando arrivò alla presidenza generale Emma Marcegaglia. Alla fine, a diventare vicedirettore fu Daniel Kraus, con buona pace del fedelissimo di Mario Monti.

Il presidente del Consiglio ha pescato a piene mani anche tra gli uomini graditi al centrosinistra. Il neoministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, è molto stimato dal Pd, specie da Arturo Parisi e Massimo D’Alema, che nel 2007 lo proposero come comandante militare dell’Alleanza Atlantica. Di Paola, tuttavia, è stato capo di gabinetto anche con il ministro della Difesa Carlo Scognamiglio, quindi in quota centrodestra.

Discorso simile per Piero Giarda. Il ministro per i Rapporti col Parlamento (ed ex presidente del cda della Banca Popolare di Lodi) è stato sottosegretario al Tesoro dal 1995 al 2001: venne nominato per la prima volta da Dini, ma rimase in carica anche con Prodi, D’Alema e Amato. Bersaniano doc, invece, è Fabrizio Barca: il nuovo ministro per la Coesione Territoriale (dicitura di per sé sufficiente a fare imbestialire la Lega) è figlio di Luciano Barca, partigiano, deputato nelle fila del Pci, direttore dell’Unità ed economista. In quota Pd, ma trasversale alle varie anime interne partito, è Francesco Profumo. Il successore di Mariastella Gelmini dell’Istruzione era il candidato in pectore dei democratici per le amministrative di Torino. Sul più bello, tuttavia, fece un passo indietro. In maniera rumorosa: scrisse una lettera con cui denunciava gli accordi tra i “tavoli romani” per favorire la mozione Fassino.

Ciò che più colpisce della squadra di Mario Monti, inoltre, è la massiccia presenza di personalità del mondo universitario: dei 18 ministri ben 11 insegnano nelle più importanti università italiane, con larga rappresentanza di ‘bocconiani’ (Monti in primis), ‘luissini’ (il pro rettore Paola Saverino) e professori della Cattolica di Milano (il rettore Ornaghi). Importanti anche gli intrecci con il mondo editoriale, e non per il ruolo di commentatori che molti ministri rivestono con i maggiori quotidiani d’Italia. Esempio lampante quello di Corrado Passera (il ‘superministro’ è anche il rappresentante più influente del ‘partito’ dei banchieri), alfiere del gruppo De Benedetti per molti anni, con ruoli di assoluta responsabilità. Ma non solo. Profumo è stato consigliere de Il Sole 24 ore, Lorenzo Ornaghi è vice presidente di Avvenire, Elsa Fornero è moglie di Mario Deaglio, economista ed editorialista de La Stampa.

da La via dell’austerità di Enrico Berlinguer

Liberazione, 25 settembre 2011

Le profezie di Berlinguer
Ma a sinistra nessuno lo ascoltò

L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Così concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell’ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l’unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.
Lungi dall’essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle condizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficacemente per una società superiore senza muovere dalla necessità imprescindibile dell’austerità.
Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.
[…] Viviamo, io credo, in uno di quei momenti nei quali – come afferma il Manifesto dei comunisti – per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, o si avvia “una trasformazione rivoluzionaria della società” o si può andare incontro “alla rovina comune delle classi in lotta”; e cioè alla decadenza di una civiltà, alla rovina di un paese. Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi a una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base. Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
[…] Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos’altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?
[…] Qualcuno, sentendoci parlare tanto di austerità, ha creduto di poter fare della facile ironia: forse, voi comunisti – hanno detto – state diventando degli asceti, dei moralisti? Risponderò con le parole che disse, mentre infuriava ancora la guerra nel Vietnam, il primo ministro di quel paese, compagno Phan Van Dong: “Il socialismo non significa ascetismo. Sostenere una simile argomentazione sarebbe ridicolo, reazionario. L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile… Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi gran che; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.

da “La via dell’austerità di Enrico Berlinguer”, ripubblicato di recente da Edizioni dell’asino, pp. 81, euro 10

Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto

Augusto Comba
Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto
Torino, Claudiana, 2000

Recensione di Maurizio Palladini

Secondo René Guénon i pastori protestanti Anderson e Desaguliers furono “i primi responsabili” della degenerazione della moderna massoneria. L’esoterista francese non perdonava loro di avere fatto scomparire tutti gli antichi documenti recanti i “segni incontestabili” dell’origine cattolica dell’Arte.
È opinione comune che la nascita della Gran Loggia di Londra, nel giugno 1717, venne quantomeno propiziata dalla giovane monarchia orangista. È certo invece che tra i liberi muratori londinesi prevalesse la fedeltà alla dinastia di Hannover ed alla Chiesa anglicana.
La stessa cosa si verificò più o meno in Italia nel 1859 quando il Conte di Cavour e la sua Società nazionale promossero la nascita di un nucleo massonico, fedele ai Savoia ed autonomo dalle potenze scozzesiste straniere, intorno alla loggia torinese Ausonia.
La nostra penisola, anche se i libri scolastici non ne parlano, non rimase estranea al movimento di rinnovamento religioso al quale diede inizio il monaco agostiniano Martin Lutero nel 1517. Il fenomeno non poté radicarsi per vari motivi, il più importante dei quali fu la feroce repressione scatenata dalla Controriforma. Molte famiglie italiane che avevano abbracciato la fede evangelica furono così costrette a cercare asilo in Svizzera e in Germania.
A partire dal 1300 si erano tuttavia stabiliti in Italia, e segnatamente nelle valli e convalli del Pinerolese, gli eredi di una delle tante correnti ereticali medievali, i cosiddetti “poveri di Lione”.
Erano i seguaci di un tale Pietro Valdo, o Valdesio, un ricco mercante lionese che abbandonò tutti beni per vivere come Francesco d’Assisi secondo i precetti dei Vangeli.
Nel 1215 giunge la condanna per eresia e inizia per i valdesi una lunga storia di persecuzioni.
Nel 1532 a Chanforan, in Val d’Angrogna, i capi famiglia valdesi decidono di aderire alla riforma protestante e stabiliscono un legame indissolubile con la sua corrente calvinista e presbiteriana.
Persecuzioni e periodi di relativa tranquillità si alternarono fino al 1686, anno in cui a causa dell’intervenuta revoca dell’editto di Nantes anche nei territori sabaudi, i valdesi sopravvissuti allo sterminio sono costretti a emigrare nei paesi protestanti più vicini e sicuri.
Tre anni dopo, grazie all’appoggio delle potenze amiche e soprattutto a quello di Guglielmo d’Orange, le famiglie valdesi torneranno ad abitare le loro valli dopo un’incredibile impresa militare guidata dal pastore Enrico Arnaud. L’evento verrà poi ricordato come il “Glorioso rimpatrio”.
Fino al 1848, fatta eccezione per la parentesi del dominio francese, i valdesi non godranno di libertà civili. In quell’anno Re Carlo Alberto concede a loro e agli ebrei la libertà di culto. Dopo l’unità d’Italia il Comitato di evangelizzazione valdese, presieduto dal massone Matteo Prochet, diffonderà in tutta la penisola la religione della Parola in concomitanza con le altre denominazioni protestanti, soprattutto metodiste e battiste, che dal 1861 avevano inviato le loro missioni dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.
Il metodismo, presente nei suoi due rami wesleyano ed episcopale, è da collocare nell’ambito dei movimenti di risveglio formatisi nell’Inghilterra del XVIII secolo. Il suo fondatore, il pastore anglicano John Wesley, nel 1738 iniziò a predicare l’evangelo ai ceti sociali resi più deboli dalla rivoluzione industriale. Costoro venivano invitati alla conversione individuale e alla santificazione, ininterrotto processo di crescita spirituale.
In Italia numerosi pastori metodisti, soprattutto quelli appartenenti alla missione episcopale (in quanto la direzione della Chiesa negli Stati Uniti era affidata ai vescovi), trovarono ospitalità nei templi massonici.
Anche i Battisti, discendenti degli anabattisti del ’500 che propugnavano il battesimo dei credenti, parteciparono all’evangelizzazione della penisola soprattutto con missioni americane.
Nei cinquant’anni a cavallo tra i due secoli rapporti tra liberi muratori e protestanti furono abbastanza frequenti. Numerose opere sociali poterono essere realizzate dagli evangelici grazie ai collegamenti con la massoneria d’oltre oceano. Nelle chiese era allora dominante la teologia liberale, aperta alla ragione e alla scienza. Tra le colonne trovò posto Ugo Janni, uno dei più raffinati teologi ecumenici, prima cattolico poi valdese.
Tito Signorelli, Giorgio Tron e Giordano Gamberini, hanno ricoperto incarichi al vertice di obbedienze e di corpi rituali. Nei templi troviamo qualche laico in più ma pochissimi pastori tra i quali i valdesi Ernesto Ayassot e Enrico Meynier, il metodista Giuseppe La Scala e il battista Bruno Saccomani.
Molte sono state le ragioni dell’incomprensione. I protestanti italiani, e in particolare quelli “storici” ossia i valdesi, hanno guardato con sufficienza e distacco a un mondo massonico ancora troppo “segreto” e dominato da correnti di pensiero positiviste e deiste. Inoltre era mutata la prospettiva teologica delle chiese evangeliche che, a partire dagli anni ’30, sarebbe stata dominata dal pensiero di Karl Barth, il quale recupera il patrimonio dottrinale della Riforma ed indirizza la sua critica nei confronti dell’illuminismo e di tutto ciò che ne deriva.
Negli ultimi anni questa situazione è andata gradualmente mutando. La massoneria italiana, soprattutto quella parte rappresentata dal Grande Oriente d’Italia ha parzialmente recuperato il senso della propria tradizione esoterica, privilegiando la crescita spirituale dei fratelli e dando impulso a una notevole opera di trasparenza e di presenza sul piano della cultura e dell’informazione.
Nell’ambito evangelico si è fatto strada un atteggiamento più aperto sotto il profilo della dottrina, con il recupero proprio da parte dei barthiani di alcuni schemi della teologia liberale. Ciò con il palese fino di dare impulso all’ecumenismo cristiano ed al dialogo fra religioni, a partire da quelle del Libro.
In questa nuova prospettiva si colloca il lavoro di Augusto Comba. L’autore, valdese, già componente della Giunta del GOI e direttore della sua rivista, è stato tra i promotori del “risveglio” spirituale della massoneria italiana negli anni ’50 e ’60. I luoghi furono quelli della loggia “Hiram” di Torino e della rivista “L’ipotenusa”, realtà di cui fu protagonista anche il compianto Carlo Gentile, egli pure valdese.
Comba si dichiara esistenzialista sul piano latomistico e barthiano su quello teologico. È un’ostentazione abbastanza curiosa, forse leggermente provocatoria, ma tutto sommato comprensibile alla luce della lunga militanza muratoria dell’autore e anche della sua profonda e partecipata fede evangelica.
Il volume, pubblicato dalla editrice protestante Claudiana, raccoglie saggi e interventi in parte pubblicati in parte inediti.
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare le motivazioni dell’autore non sono apologetiche. Il lavoro è essenzialmente quello dello storico ed è chiaramente ispirato alle più autorevoli correnti storiografiche della ricerca massonica contemporanea.
Comba esamina essenzialmente le interazioni tra la storia valdese e quella della massoneria italiana verificatesi nel corso di tre periodi storici di essenziale importanza per le due comunità: quello napoleonico, quello lato sensu risorgimentale e quello del secondo dopoguerra.
Quello centrale è senza dubbio il più ricco e significativo. La Chiesa valdese assume la struttura che a grandi linee mantiene ancora oggi. La massoneria italiana ricompone poco a poco le sue sparse membra e diventa una delle principali correnti politiche del Risorgimento occupando uno spazio che le sarà sottratto a cavallo del ’900 dai partiti.br > La vocazione politica del Grande Oriente d’Italia
condurrà nel 1908 alla scissione della propria componente spiritualista al cui vertice troveremo i pastori evangelici Saverio Fera, William Burgess e Teofilo Gay. All’interessante figura di quest’ultimo, valdese ma inizialmente ministro di culto metodista episcopale, l’autore dedica un saggio approfondito e documentato.
Un’altra personalità della vita politica e culturale valdese che Comba ha il merito di illuminare è quella del libero muratore Augusto Armand Hugon, docente nel Collegio di Torre Pellice e apprezzato sindaco di questa città, oltre che storico di valore.
Interessanti sono poi le pagine dedicate alla loggia “Excelsior” di Torre Pellice, presenza storica del grande Oriente d’Italia nell’unica zona a maggioranza protestante del nostro paese.
Quali sono le prospettive future di dialogo tra evangelici e massoni? Certamente uno dei temi ai quali non ci si potrà sottrarre è quello delle libertà vecchie e nuove, della loro difesa e della loro affermazione nella società della globalizzazione.
I liberi muratori delle comunioni più importanti (Palazzo Giustiniani e Palazzo Vitelleschi) da tempo sono impegnati in un’opera di sensibilizzazione e di promozione finalizzata all’approvazione di una legge sulle associazioni in attuazione del dettato costituzionale dell’art.21 e sull’esempio di quella francese risalente al 1901.
Comba ricorda con commozione quando, insieme al compianto fratello Paolo Ungari, fece adottare un ordine del giorno in questo senso da parte del congresso del Partito repubblicano del novembre 1992. Iniziava allora la tempesta giudiziaria, conclusasi per altro in una bolla di sapone, avviata dal procuratore di Palmi Cordova.
A far tempo dalla metà degli anni ’80 un serio impegno storiografico, contributi occasionali e convegni specifici (tra i quali in particolare quello promosso nel 1997, a Torino, dal valdese Pier Carlo Longo, attuale Gran maestro aggiunto della Gran Loggia d’Italia) vanno svolgendo tra i liberi muratori una meritoria opera di informazione intorno ad una realtà, quella protestante, per la quale la massoneria nutre simpatia ma non coltiva attenzione.
Nel nostro paese esiste oggi il protestantesimo “storico” (Valdesi, Metodisti, Battisti, Esercito della salvezza e Luterani), per lo più riunito nella Federazione delle chiese evangeliche in Italia. I Valdesi in particolare formano una chiesa unica con i Metodisti, i quali avevano ricomposto i loro due rami nell’immediato secondo dopoguerra.
Tuttavia la maggior parte degli evangelici italiani è raggruppato dalle chiese di ispirazione pentecostale o evangelical (Assemblee di Dio, Apostolici etc.), caratterizzate da un approccio letteralista del testo biblico. Queste chiese sono per lo più diffidenti all’ecumenismo ed al dialogo inter religioso e a maggior ragione sono ostili verso associazioni reputate elitarie o addirittura settarie come la massoneria. In ambito evangelico “classico” assistiamo a frequenti pronunciamenti, sia favorevoli che critici ma pur sempre interessati, da parte dei più autorevoli pastori e intellettuali, tutti di solida formazione barthiana o neo ortodossa.
In coda al volume di Comba sono riportati gli interventi tenuti al citato convegno di Torino da Giorgio Bouchard, moderatore della Tavola valdese all’epoca della firma della prima intesa con lo Stato italiano e poi presidente della Federazione, da Domenico Maselli, pastore della Chiesa libera, storico e deputato cristiano sociale e da Paolo Ricca, professore di Storia del cristianesimo, studioso di ecumenismo e già decano della Facoltà valdese di teologia.
I massoni possono oggi sperare in tempi di confronto, comprensione e crescita spirituale.

L’8° congresso del PRC, occasione di una riflessione comune

Alessandro Perrone – Comunisti Uniti

E’ cominciato ufficialmente il percorso d’avvio dell’ottavo congresso nazionale del PRC, come per quello del PdCI, siamo interessati al suo svolgimento e al dibattito che ne scaturisce. Infatti, malgrado la nostra serrata critica agli attuali gruppi dirigenti dei due partiti, che hanno una parte rilevante delle responsabilità sulle sconfitte elettorali del recente passato, continuiamo a credere alla necessità e urgenza dell’unita dei comunisti – OVUNQUE COLLOCATI – e quindi non possiamo rimanere indifferenti davanti a due importanti momenti di confronto che hanno per protagonisti migliaia di compagne e compagni, tutto ciò pur rispettando le reciproche autonomie e mantenendo intatte le nostre critiche alla natura (a)comunista della Federazione della Sinistra e delle sue conseguenti scelte frontiste e governiste sotto egemonia dal PD.

In questo quadro, che rispecchia le difficoltà ed i ritardi che caratterizzano il dibattito nelle varie realtà dell’arcipelago comunista, il confronto nel PRC, segna un primo dato positivo, la presentazione di 3 documenti contrapposti che hanno il pregio di non nascondersi, come avviene ancora nel PdCI, dietro ad un unanimismo di facciata, ovvero: uno di maggioranza in continuità con l’attuale linea della segreteria Ferrero, con tutte le contraddizioni già citate, per quanto non manchino spunti interessanti e condivisibili, purtroppo annacquati nella generale ambiguità che gira attorno al richiamo alla coesione democratica in nome del antiberlusconismo, il secondo documento, critica, invece, la FdS e la linea governista del partito, suggerendo una collocazione di classe dello stesso, ma al tempo stesso, ripropone un’autosufficienza di Rifondazione che pare non intenda fare i conti con la diaspora degli ultimi anni e infine, il terzo documento, il quale oltre a criticare la linea della maggioranza del PRC e diversamente dal secondo, evidenzia negativamente la cristallizzazione delle aree intere al partito, è l’unico che con chiarezza indica la necessità dell’unità dei comunisti, puntando l’accento sulla loro autonomia politica e culturale, quale condizione basilare per la ricostruzione del partito comunista. Entrambi i documenti di minoranza esprimono un’analisi, a nostro avviso, corretta nel rapporto tra partito e movimenti, anche se rimane sottotraccia la necessità di un sindacato di classe quale pilastro dell’azione dei comunisti.

Infine registriamo la presentazione di una serie d’emendamenti che vanno a criticare la scelta del Fronte democratico e della stessa FdS, fatto che dimostrano non essere del tutto scontata la discussione interna, malgrado lo schiacciante consenso delle e dei membri del Consiglio Politico Nazionale verso la prima mozione.

Memori del fallimento dell’esperienza del dopo congresso di Chianciano, che pure aveva destato qualche speranza nella possibilità di ripresa di un partito di classe, radicato nel conflitto e nella società, anche alla luce della rottura e separazione con l’ala riformista postcomunista, quando non revisionista, anticomunista, di Vendola/Bertinotti, rimaniamo scettici sulla possibilità di un ripensamento della maggioranza del partito in chiave autocritica, giacché si continua a insistere e percorrerne gli stessi errori che sono sfociati, appunto, nella costituzione della FdS, la quale rimane, di fatto, un’entità inconsistente e del tutto inadeguata allo scontro sociale in atto, essendo uno strumento inservibile per la ricomposizione della classe che non è stata nemmeno capace di esprimere una posizione unanime di dissenso rispetto la firma della CGIL all’accordo sul patto sociale del 28 giugno scorso, come sul punto del debito che viene derubricato a lotta generica alla speculazione finanziaria.

Tuttavia nella convinzione che ogni passaggio congressuale sia l’occasione per riflettere e confrontare le idee d’ognuno, seguiremo con attenzione all’evolversi della discussione, auspicando che la base del PRC ponga alla propria dirigenza la priorità della questione comunista e la necessità della ricostruzione/rifondazione di un partito comunista degno di questo nome.

Contro i capitalismi finanziari anonimi e le Società anonime per Azioni e teorie organizzative del capitale

di Angelo Ruggeri

Il punto essenziale è che “le regole possono essere soltanto esterne al sistema e alla logica degli scambi mercantili” altrimenti non si può esprimere ne tenere conto della diversità e del contrasto permanente di interessi che esiste tra il sistema degli scambi economico-finanziari capitalistici e gli interessi generali e della società.

Solo chi pensa che fini d’interesse privato capitalistici e interesse di tutti coincidano, anzi siano la stessa cosa possono aver dato piena autonomia agli istituti di credito e al capitale finanziario, compreso ovviamente il sistema dei controlli. E’ questa è la posizione della “sinistra” neofita del capitalismo che l’ha inteso come coincidente con gli interessi della società, estendendo a tutto il sistema del capitale quello che era il detto Fiat fatto proprio anche dalla destra PCI: “se va bene la Fiat va bene l’Italia”. Così in questi anni la c.d. “sinistra” si è messa a “insegnare ai gatti ad arrampicarsi” per dirla alla lumbard, ovvero ai capitalisti come si fa il capitalista, concedendo autonomia e liberalizzazione dei capitali ed esortando ridicolmente il capitale finanziario a ricercare e a darsi – udite udite – regole etiche: Mentre il sindacato con la codeterminazione “insegnava” agli industriali come si fa a fare gli industriali.

I guasti sono stati tremendi, e in totale subalternità la “sinistra” ha accompagnato e coperto tutti i misfatti dei Colaninno come dei Benetton, l’imprenditore della “sinistra” di cui si è persino dimenticato che un’inchiesta parlamentare sulle sue fabbriche le aveva definite “da sfruttamento medioevale, senza regole e diritti, e condizioni ambientali, sanitarie e di lavoro da negrieri”, e di cui si potrebbe raccontare come ha fatto a disfare qualità e professionalità del calzaturificio di Varese, facendone uno spezzatino progressivamente svenduto per fare finanza anziché produzione. Tutto col sostegno di Cgil, Pds e sinistra, contro i lavoratori in maggioranza Cgil, ma trattati a colpi di provvedimenti disciplinari se non accettavano i piani di distruzione di Benetton che chiamavano “piani di ristrutturazione”. Modello “cooperative emiliane”, insomma.

Ogni sviluppo quotidiano delle vicende collegate al centro del “gorgo” Cirio e Parmalat non fa che ulteriormente confermare che tutto origina dalla totale liberalizzazione dei capitali e dalla totale autonomia concessa dagli Stati nazionali (quindi fatta da “quello” Stato che si teorizzava non esistere facendo passare una positiva perdita di sua esclusività con una sua scomparsa) ai mercati finanziari, alle banche centrali, agli istituti di credito e quindi coerentemente in tale logica, anche l’autonomia del sistema di controllo che risulta del tutto interno al sistema e alle istituzioni del capitale finanziario, in cui il controllato fa da controllore, ed è il capitale finanziario stesso a controllare se stesso (in una logica in cui gli interessi del capitale diventa totalizzante e sovrastante su quelli della società); dove quindi “giustamente” il capitale finanziario – dalla banca centrale, alla Consob, alle agenzie di rating, ecc. – e tutte le sue istituzioni di controllo sia nazionali che internazionali hanno legittimato, coperto e ratificato conti, giochi finanziari, bilanci, solvibilità, ecc. della Parmalat. Che non è uno scandalo “italiano” soltanto, ma internazionale, è uno scandalo dell’internazionale capitalistica e della sua “sezione italiana”.

Non per una svista o disfunzione del sistema ma perché erano tecnicamente e ideologicamente predisposti a questo, non solo verso la Parmalat ma verso chiunque partecipi e condivida il sistema di creare ricchezza in modo del tutto separato e scollegato dalla industria e dagli investimenti produttivi (donde la differenza anche tra capitale produttivo e capitale speculativo). La stessa cosa che è successa su grande scala in Russia, in modo più facilmente visibile e tutto internazionalmente coperto, in Russia dove comanda la mafia allo stato puro e il rapporto tra economia e criminalità non esiste perché è la criminalità in prima persona che gestisce l’economia. E le c.d. “tigri asiatiche” non sono diventate e rimaste “tigri” fino all’ultimo, fino a che il sistema voleva, copriva e reggeva?

Il sistema dei controlli non è stato affatto disfunzionale, ha funzionato perfettamente, esattamente come quando si diceva che lo stato democristiano era disfunzionale ed invece alla luce della teoria e della prassi era una disfunzione organizzata: poi c’è stato un abbandono o un’abiura teorica e si è accettato l’idea che fosse una disfunzione passando alla tradizionale teoria conservatrice e reazionaria della tecnica intesa come neutra (e della neutralità della scienza) per dare “tecnicamente” risposta ai problemi, così che invece di decisioni assunte democraticamente abbiamo avuto decisioni assunte tecnicamente, avendo la “sinistra” di varie specie (compresa ovviamente la sinistra cinematografica e televisiva, girotondina o meno che mette sugli scudi Scalfari un gentiluomo che ho rispettato in tempi non sospetti, ma che è un conservatore, non centra in niente con la “sinistra”) assunto la reazionaria teoria della separazione tra tecnica e politica secondo cui la decisione tecnica non sarebbe politica ma solo tecnica, e che tramite il gruppo di Milano di Miglio e i teorici della Bocconi a cui andavano ad abbeverarsi la c.d. intellettualità di “sinistra” – e poi dopo anche i politici di sinistra – è stata legittimata come nuova teoria organizzativa, quella che non era altro che la vecchia teoria organizzativa dell’impresa che applicata alla Pubblica Amministrazione si diceva essere una “nuova teoria organizzativa”

(*): il privato e i teorici dell’impresa, dello stato e della pubblica amministrazione si sono disinteressati per 100 anni, fino a che sono diventati appetibili per le imprese e soprattutto necessari per una valorizzazione del capitale attraverso il noto e determinante e ormai imprescindibile ruolo d’intervento statale in economia: hanno cominciato ad occuparsene negli anni 70, applicandogli le tradizionali teorie organizzative del privato facendole passare a “sinistra” come nuova teoria organizzativa dalla cui accettazione sono derivate le già menzionate “privatizzazione dei rapporti di lavoro”, “privatizzazione” dei servizi sia economici che sociali, “aziendalizzazione” delle imprese pubbliche e delle funzioni pubbliche, in primis FFSS e sanità, ecc.).

E’ così che è stata distrutta anche la Riforma sanitaria, la prima e unica riforma amministrativa dello stato italiano, di una riforma democratica della pubblica amministrazione che la Costituzione aveva prescritto si dovesse fare già dopo un anno dall’entrata in vigore della stessa.

Tutte cose che abbiamo vissuto in prima persona, in Cgil, nel CRS, con D’Albergo, donde i movimenti e i comitati di difesa della riforma sanitaria, del diritto di sciopero, di riforma democratica dello stato, perché certo una riforma antiburocratica ci voleva, ma si trattava di decidere e scegliere se in direzione del privato o del democratico-sociale prescritto dalla Costituzione, PERCHE’ LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NON E’ ALTRO CHE SOCIALE ORGANIZZATO.

Oggi invece, dal momento che chi fa teoria non ha prassi e chi fa prassi non ha teoria si assiste al ridicolo balletto di una discussione sui “controlli” delle imprese come se i mancati controlli fossero un problema “tecnico”, da risolvere “tecnicamente”, come se ogni scandalo finanziario fosse stato un incidente, come se al di là dei casi nazionali e internazionali scoperti non ce ne fossero tanti altri che non si scoprono e non si scopriranno mai e come se non si sapesse che criminalità economica e scandali economici e finanziari sono andati crescendo in maniera esponenziale da molti e molti anni, tanto che a un certo punto il giudice spagnolo Baltazar Garzon proclamò la necessità di una “mani pulite mondiale”. (è mai possibile che da un anno all’altro tutti si dimentichino di tutto?)

E non è un caso che come quelli di “mani pulite”, siano stati i giudici a vedere meglio e di più, perché indagando hanno dovuto ricostruire il sistema di organizzazione mafioso delle imprese e del capitale per cercare di capirci qualche cosa del sistema di scatole cinesi, compartecipazioni, cupole di potere finanziario facenti capo a diversi settori merceologici e a sistemi massmediologici, commerciali, ecc. sparsi non solo in Italia ma nel mondo e tutto coperto dall’anonimato (vogliamo renderci conto che sono e si chiamano Società anonime, che solo dopo il ‘74 in Italia si è adottato quello di SpA, ma rimangono ancora e sempre anonime, come così ancora si chiamano in Svizzera e altrove); per cui qualunque cosa fossero politicamente e qualunque formazione teorica avessero, i giudici hanno dovuto fare un lavoro e adottare una metodologia che possiamo dire “marxista” nel vero senso della parola, qualunque cosa sapessero o pensassero di Marx o di Gramsci hanno dovuto adottare il loro metodo di indagine e di analisi del capitalismo, dell’impresa, del capitale e dello Stato.

Quindi si facciano avanti quelli che dicono che tutto questo sarebbe antico e superato: vengano avanti e facciamo un po’ di conti dovrebbe dire soprattutto chi a sinistra interessi veramente di risolvere i problemi dei cosiddetti risparmiatori, consumatori o cittadini (mai che ci si ricordi di qualificarli costituzionalmente come lavoratori-cittadini) e di risolvere le questioni sollevate dai grandi scandali economici e finanziari di cui avevamo appena finito di “dire”, parlando di pensioni e accumulazioni, che la criminalità economica e gli scandali finanziari sono di casa nel sistema (e se lo sappiamo noi e lo sanno i giudici, e lo sanno i più che se ne interessano, come mai non lo sapevano e non lo sanno altri cosiddetti di sinistra? Sono ignoranti o complici consapevoli?)

Quelli in malafede ovviamente pensano solo a come non inimicarsi i risparmiatori trattati come oggetti e svalutati come soggetti, e quelli in buona fede non hanno ne teoria ne prassi adeguata a farvi fronte, così che come topolini ciechi alcuni fanno sfilate più che lotte, altri girotondi lamentandosi dei colpi che arrivano da ogni dove ma senza capire ne spiegare il perché, il come, il da chi gli arrivano e chi è che permette di darli i colpi. Questo per abiura teorica, politica e sociale.

Alla luce dei fatti nessuno è in grado di confutare concetti e analisi marxista:

1) che il capitale subisce una distruzione continua, con una velocità che aumenta nel tempo e che quindi la forma capitalistica della produzione è una forma estremamente Distruttrice di Capitale;

2) che la società capitalistica realizza il suo consenso sempre più distribuendo rendite e utilizzando azioni spazzatura, e di cui il PROBLEMA PIU SERIO di tanti anni è stato ed è la DISTRIBUZIONE DI RENDITE DA PARTE DELLO STATO (e l’economia non si può separare dalla filosofia, dalla struttura dialettica della coscienza e dalla natura ideologica del pensiero, cosi come entrambe non possono essere separate da storia e diritto. Il marxismo non è “una partizione del sapere” ma è appunto “marxismo”, una unità fondante di diversi saperi).

Più grave del fatto che il possesso di quote azionarie delle imprese ha perduto per “sinistra” e lavoratori il carattere di discriminante ideologica è il fatto che il possesso di una quota azionaria gli impedisce di vedere la multilateralità dei loro rapporti. L’orizzonte dei loro interessi e di quelli dei lavoratori non hanno più una sola dimensione economica – fissata nel rapporto di lavoro con l’impresa – ma non vedono che, quindi, anche l’orizzonte dei loro interessi e della loro azione politica si allarga. Così si precipita nella chiusura corporativa e in una spoliticizzazione di fatto A FRONTE DI UN MONDO IN CUI INVECE LA POLITICA E’ COESSENZIALE ALL’ECONOMIA.

DINIEGO DEI PROPRI INTERESSI VERI E RINUNCIA AD AGIRE COME FORZA LIBERATORIA NELLA SOCIETA’ IMBRIGLIATA DALLE FORME CAPITALISTICHE COINCIDONO.

Di conseguenza chi matura una posizione pessimistica del mondo attuale è solo perché assume una posizione paradossalmente acquiescente di fronte invece ad un obbiettivo allargarsi delle possibilità di azione, causa l’abbandono sia teorico che politico.

E certo non aiuterà a superare questo e non varrà a capire o a far capire IL NUOVO PARTITO RADICALE, TRASNAZIONALE NON VIOLENTO DI PANNELLA: pardon, DI BERTINOTTI.