Archivio per ottobre 2011

da La via dell’austerità di Enrico Berlinguer

Liberazione, 25 settembre 2011

Le profezie di Berlinguer
Ma a sinistra nessuno lo ascoltò

L’austerità è per i comunisti lotta effettiva contro il dato esistente, contro l’andamento spontaneo delle cose, ed è, al tempo stesso, premessa, condizione materiale per avviare il cambiamento. Così concepita l’austerità diventa arma di lotta moderna e aggiornata sia contro i difensori dell’ordine economico e sociale esistente, sia contro coloro che la considerano come l’unica sistemazione possibile di una società destinata organicamente a rimanere arretrata, sottosviluppata e, per giunta, sempre più squilibrata, sempre più carica di ingiustizie, di contraddizioni, di disuguaglianze.
Lungi dall’essere, dunque, una concessione agli interessi dei gruppi dominanti o alle esigenze di sopravvivenza del capitalismo, l’austerità può essere una scelta che ha un avanzato, concreto contenuto di classe, può e deve essere uno dei modi attraverso cui il movimento operaio si fa portatore di un modo diverso del vivere sociale, attraverso cui lotta per affermare, nelle condizioni di oggi, i suoi antichi e sempre validi ideali di liberazione. E infatti, io credo che nelle condizioni di oggi è impensabile lottare realmente ed efficacemente per una società superiore senza muovere dalla necessità imprescindibile dell’austerità.
Ma l’austerità, a seconda dei contenuti che ha e delle forze che ne governano l’attuazione, può essere adoperata o come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, oppure come occasione per uno sviluppo economico e sociale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell’assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell’uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate.
[…] Viviamo, io credo, in uno di quei momenti nei quali – come afferma il Manifesto dei comunisti – per alcuni paesi, e in ogni caso per il nostro, o si avvia “una trasformazione rivoluzionaria della società” o si può andare incontro “alla rovina comune delle classi in lotta”; e cioè alla decadenza di una civiltà, alla rovina di un paese. Ma una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi a una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base. Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, né deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
[…] Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos’altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?
[…] Qualcuno, sentendoci parlare tanto di austerità, ha creduto di poter fare della facile ironia: forse, voi comunisti – hanno detto – state diventando degli asceti, dei moralisti? Risponderò con le parole che disse, mentre infuriava ancora la guerra nel Vietnam, il primo ministro di quel paese, compagno Phan Van Dong: “Il socialismo non significa ascetismo. Sostenere una simile argomentazione sarebbe ridicolo, reazionario. L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile… Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi gran che; e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali. Noi vogliamo che la nostra vita sia una vita completa, multilaterale, ricca e piena, una vita nella quale l’uomo esprima tutti i suoi valori reali. È questo che dà un senso alla vita, che dà valore a un popolo”.

da “La via dell’austerità di Enrico Berlinguer”, ripubblicato di recente da Edizioni dell’asino, pp. 81, euro 10

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Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto

Augusto Comba
Valdesi e massoneria. Due minoranze a confronto
Torino, Claudiana, 2000

Recensione di Maurizio Palladini

Secondo René Guénon i pastori protestanti Anderson e Desaguliers furono “i primi responsabili” della degenerazione della moderna massoneria. L’esoterista francese non perdonava loro di avere fatto scomparire tutti gli antichi documenti recanti i “segni incontestabili” dell’origine cattolica dell’Arte.
È opinione comune che la nascita della Gran Loggia di Londra, nel giugno 1717, venne quantomeno propiziata dalla giovane monarchia orangista. È certo invece che tra i liberi muratori londinesi prevalesse la fedeltà alla dinastia di Hannover ed alla Chiesa anglicana.
La stessa cosa si verificò più o meno in Italia nel 1859 quando il Conte di Cavour e la sua Società nazionale promossero la nascita di un nucleo massonico, fedele ai Savoia ed autonomo dalle potenze scozzesiste straniere, intorno alla loggia torinese Ausonia.
La nostra penisola, anche se i libri scolastici non ne parlano, non rimase estranea al movimento di rinnovamento religioso al quale diede inizio il monaco agostiniano Martin Lutero nel 1517. Il fenomeno non poté radicarsi per vari motivi, il più importante dei quali fu la feroce repressione scatenata dalla Controriforma. Molte famiglie italiane che avevano abbracciato la fede evangelica furono così costrette a cercare asilo in Svizzera e in Germania.
A partire dal 1300 si erano tuttavia stabiliti in Italia, e segnatamente nelle valli e convalli del Pinerolese, gli eredi di una delle tante correnti ereticali medievali, i cosiddetti “poveri di Lione”.
Erano i seguaci di un tale Pietro Valdo, o Valdesio, un ricco mercante lionese che abbandonò tutti beni per vivere come Francesco d’Assisi secondo i precetti dei Vangeli.
Nel 1215 giunge la condanna per eresia e inizia per i valdesi una lunga storia di persecuzioni.
Nel 1532 a Chanforan, in Val d’Angrogna, i capi famiglia valdesi decidono di aderire alla riforma protestante e stabiliscono un legame indissolubile con la sua corrente calvinista e presbiteriana.
Persecuzioni e periodi di relativa tranquillità si alternarono fino al 1686, anno in cui a causa dell’intervenuta revoca dell’editto di Nantes anche nei territori sabaudi, i valdesi sopravvissuti allo sterminio sono costretti a emigrare nei paesi protestanti più vicini e sicuri.
Tre anni dopo, grazie all’appoggio delle potenze amiche e soprattutto a quello di Guglielmo d’Orange, le famiglie valdesi torneranno ad abitare le loro valli dopo un’incredibile impresa militare guidata dal pastore Enrico Arnaud. L’evento verrà poi ricordato come il “Glorioso rimpatrio”.
Fino al 1848, fatta eccezione per la parentesi del dominio francese, i valdesi non godranno di libertà civili. In quell’anno Re Carlo Alberto concede a loro e agli ebrei la libertà di culto. Dopo l’unità d’Italia il Comitato di evangelizzazione valdese, presieduto dal massone Matteo Prochet, diffonderà in tutta la penisola la religione della Parola in concomitanza con le altre denominazioni protestanti, soprattutto metodiste e battiste, che dal 1861 avevano inviato le loro missioni dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti.
Il metodismo, presente nei suoi due rami wesleyano ed episcopale, è da collocare nell’ambito dei movimenti di risveglio formatisi nell’Inghilterra del XVIII secolo. Il suo fondatore, il pastore anglicano John Wesley, nel 1738 iniziò a predicare l’evangelo ai ceti sociali resi più deboli dalla rivoluzione industriale. Costoro venivano invitati alla conversione individuale e alla santificazione, ininterrotto processo di crescita spirituale.
In Italia numerosi pastori metodisti, soprattutto quelli appartenenti alla missione episcopale (in quanto la direzione della Chiesa negli Stati Uniti era affidata ai vescovi), trovarono ospitalità nei templi massonici.
Anche i Battisti, discendenti degli anabattisti del ’500 che propugnavano il battesimo dei credenti, parteciparono all’evangelizzazione della penisola soprattutto con missioni americane.
Nei cinquant’anni a cavallo tra i due secoli rapporti tra liberi muratori e protestanti furono abbastanza frequenti. Numerose opere sociali poterono essere realizzate dagli evangelici grazie ai collegamenti con la massoneria d’oltre oceano. Nelle chiese era allora dominante la teologia liberale, aperta alla ragione e alla scienza. Tra le colonne trovò posto Ugo Janni, uno dei più raffinati teologi ecumenici, prima cattolico poi valdese.
Tito Signorelli, Giorgio Tron e Giordano Gamberini, hanno ricoperto incarichi al vertice di obbedienze e di corpi rituali. Nei templi troviamo qualche laico in più ma pochissimi pastori tra i quali i valdesi Ernesto Ayassot e Enrico Meynier, il metodista Giuseppe La Scala e il battista Bruno Saccomani.
Molte sono state le ragioni dell’incomprensione. I protestanti italiani, e in particolare quelli “storici” ossia i valdesi, hanno guardato con sufficienza e distacco a un mondo massonico ancora troppo “segreto” e dominato da correnti di pensiero positiviste e deiste. Inoltre era mutata la prospettiva teologica delle chiese evangeliche che, a partire dagli anni ’30, sarebbe stata dominata dal pensiero di Karl Barth, il quale recupera il patrimonio dottrinale della Riforma ed indirizza la sua critica nei confronti dell’illuminismo e di tutto ciò che ne deriva.
Negli ultimi anni questa situazione è andata gradualmente mutando. La massoneria italiana, soprattutto quella parte rappresentata dal Grande Oriente d’Italia ha parzialmente recuperato il senso della propria tradizione esoterica, privilegiando la crescita spirituale dei fratelli e dando impulso a una notevole opera di trasparenza e di presenza sul piano della cultura e dell’informazione.
Nell’ambito evangelico si è fatto strada un atteggiamento più aperto sotto il profilo della dottrina, con il recupero proprio da parte dei barthiani di alcuni schemi della teologia liberale. Ciò con il palese fino di dare impulso all’ecumenismo cristiano ed al dialogo fra religioni, a partire da quelle del Libro.
In questa nuova prospettiva si colloca il lavoro di Augusto Comba. L’autore, valdese, già componente della Giunta del GOI e direttore della sua rivista, è stato tra i promotori del “risveglio” spirituale della massoneria italiana negli anni ’50 e ’60. I luoghi furono quelli della loggia “Hiram” di Torino e della rivista “L’ipotenusa”, realtà di cui fu protagonista anche il compianto Carlo Gentile, egli pure valdese.
Comba si dichiara esistenzialista sul piano latomistico e barthiano su quello teologico. È un’ostentazione abbastanza curiosa, forse leggermente provocatoria, ma tutto sommato comprensibile alla luce della lunga militanza muratoria dell’autore e anche della sua profonda e partecipata fede evangelica.
Il volume, pubblicato dalla editrice protestante Claudiana, raccoglie saggi e interventi in parte pubblicati in parte inediti.
Contrariamente a quanto potrebbe sembrare le motivazioni dell’autore non sono apologetiche. Il lavoro è essenzialmente quello dello storico ed è chiaramente ispirato alle più autorevoli correnti storiografiche della ricerca massonica contemporanea.
Comba esamina essenzialmente le interazioni tra la storia valdese e quella della massoneria italiana verificatesi nel corso di tre periodi storici di essenziale importanza per le due comunità: quello napoleonico, quello lato sensu risorgimentale e quello del secondo dopoguerra.
Quello centrale è senza dubbio il più ricco e significativo. La Chiesa valdese assume la struttura che a grandi linee mantiene ancora oggi. La massoneria italiana ricompone poco a poco le sue sparse membra e diventa una delle principali correnti politiche del Risorgimento occupando uno spazio che le sarà sottratto a cavallo del ’900 dai partiti.br > La vocazione politica del Grande Oriente d’Italia
condurrà nel 1908 alla scissione della propria componente spiritualista al cui vertice troveremo i pastori evangelici Saverio Fera, William Burgess e Teofilo Gay. All’interessante figura di quest’ultimo, valdese ma inizialmente ministro di culto metodista episcopale, l’autore dedica un saggio approfondito e documentato.
Un’altra personalità della vita politica e culturale valdese che Comba ha il merito di illuminare è quella del libero muratore Augusto Armand Hugon, docente nel Collegio di Torre Pellice e apprezzato sindaco di questa città, oltre che storico di valore.
Interessanti sono poi le pagine dedicate alla loggia “Excelsior” di Torre Pellice, presenza storica del grande Oriente d’Italia nell’unica zona a maggioranza protestante del nostro paese.
Quali sono le prospettive future di dialogo tra evangelici e massoni? Certamente uno dei temi ai quali non ci si potrà sottrarre è quello delle libertà vecchie e nuove, della loro difesa e della loro affermazione nella società della globalizzazione.
I liberi muratori delle comunioni più importanti (Palazzo Giustiniani e Palazzo Vitelleschi) da tempo sono impegnati in un’opera di sensibilizzazione e di promozione finalizzata all’approvazione di una legge sulle associazioni in attuazione del dettato costituzionale dell’art.21 e sull’esempio di quella francese risalente al 1901.
Comba ricorda con commozione quando, insieme al compianto fratello Paolo Ungari, fece adottare un ordine del giorno in questo senso da parte del congresso del Partito repubblicano del novembre 1992. Iniziava allora la tempesta giudiziaria, conclusasi per altro in una bolla di sapone, avviata dal procuratore di Palmi Cordova.
A far tempo dalla metà degli anni ’80 un serio impegno storiografico, contributi occasionali e convegni specifici (tra i quali in particolare quello promosso nel 1997, a Torino, dal valdese Pier Carlo Longo, attuale Gran maestro aggiunto della Gran Loggia d’Italia) vanno svolgendo tra i liberi muratori una meritoria opera di informazione intorno ad una realtà, quella protestante, per la quale la massoneria nutre simpatia ma non coltiva attenzione.
Nel nostro paese esiste oggi il protestantesimo “storico” (Valdesi, Metodisti, Battisti, Esercito della salvezza e Luterani), per lo più riunito nella Federazione delle chiese evangeliche in Italia. I Valdesi in particolare formano una chiesa unica con i Metodisti, i quali avevano ricomposto i loro due rami nell’immediato secondo dopoguerra.
Tuttavia la maggior parte degli evangelici italiani è raggruppato dalle chiese di ispirazione pentecostale o evangelical (Assemblee di Dio, Apostolici etc.), caratterizzate da un approccio letteralista del testo biblico. Queste chiese sono per lo più diffidenti all’ecumenismo ed al dialogo inter religioso e a maggior ragione sono ostili verso associazioni reputate elitarie o addirittura settarie come la massoneria. In ambito evangelico “classico” assistiamo a frequenti pronunciamenti, sia favorevoli che critici ma pur sempre interessati, da parte dei più autorevoli pastori e intellettuali, tutti di solida formazione barthiana o neo ortodossa.
In coda al volume di Comba sono riportati gli interventi tenuti al citato convegno di Torino da Giorgio Bouchard, moderatore della Tavola valdese all’epoca della firma della prima intesa con lo Stato italiano e poi presidente della Federazione, da Domenico Maselli, pastore della Chiesa libera, storico e deputato cristiano sociale e da Paolo Ricca, professore di Storia del cristianesimo, studioso di ecumenismo e già decano della Facoltà valdese di teologia.
I massoni possono oggi sperare in tempi di confronto, comprensione e crescita spirituale.

L’8° congresso del PRC, occasione di una riflessione comune

Alessandro Perrone – Comunisti Uniti

E’ cominciato ufficialmente il percorso d’avvio dell’ottavo congresso nazionale del PRC, come per quello del PdCI, siamo interessati al suo svolgimento e al dibattito che ne scaturisce. Infatti, malgrado la nostra serrata critica agli attuali gruppi dirigenti dei due partiti, che hanno una parte rilevante delle responsabilità sulle sconfitte elettorali del recente passato, continuiamo a credere alla necessità e urgenza dell’unita dei comunisti – OVUNQUE COLLOCATI – e quindi non possiamo rimanere indifferenti davanti a due importanti momenti di confronto che hanno per protagonisti migliaia di compagne e compagni, tutto ciò pur rispettando le reciproche autonomie e mantenendo intatte le nostre critiche alla natura (a)comunista della Federazione della Sinistra e delle sue conseguenti scelte frontiste e governiste sotto egemonia dal PD.

In questo quadro, che rispecchia le difficoltà ed i ritardi che caratterizzano il dibattito nelle varie realtà dell’arcipelago comunista, il confronto nel PRC, segna un primo dato positivo, la presentazione di 3 documenti contrapposti che hanno il pregio di non nascondersi, come avviene ancora nel PdCI, dietro ad un unanimismo di facciata, ovvero: uno di maggioranza in continuità con l’attuale linea della segreteria Ferrero, con tutte le contraddizioni già citate, per quanto non manchino spunti interessanti e condivisibili, purtroppo annacquati nella generale ambiguità che gira attorno al richiamo alla coesione democratica in nome del antiberlusconismo, il secondo documento, critica, invece, la FdS e la linea governista del partito, suggerendo una collocazione di classe dello stesso, ma al tempo stesso, ripropone un’autosufficienza di Rifondazione che pare non intenda fare i conti con la diaspora degli ultimi anni e infine, il terzo documento, il quale oltre a criticare la linea della maggioranza del PRC e diversamente dal secondo, evidenzia negativamente la cristallizzazione delle aree intere al partito, è l’unico che con chiarezza indica la necessità dell’unità dei comunisti, puntando l’accento sulla loro autonomia politica e culturale, quale condizione basilare per la ricostruzione del partito comunista. Entrambi i documenti di minoranza esprimono un’analisi, a nostro avviso, corretta nel rapporto tra partito e movimenti, anche se rimane sottotraccia la necessità di un sindacato di classe quale pilastro dell’azione dei comunisti.

Infine registriamo la presentazione di una serie d’emendamenti che vanno a criticare la scelta del Fronte democratico e della stessa FdS, fatto che dimostrano non essere del tutto scontata la discussione interna, malgrado lo schiacciante consenso delle e dei membri del Consiglio Politico Nazionale verso la prima mozione.

Memori del fallimento dell’esperienza del dopo congresso di Chianciano, che pure aveva destato qualche speranza nella possibilità di ripresa di un partito di classe, radicato nel conflitto e nella società, anche alla luce della rottura e separazione con l’ala riformista postcomunista, quando non revisionista, anticomunista, di Vendola/Bertinotti, rimaniamo scettici sulla possibilità di un ripensamento della maggioranza del partito in chiave autocritica, giacché si continua a insistere e percorrerne gli stessi errori che sono sfociati, appunto, nella costituzione della FdS, la quale rimane, di fatto, un’entità inconsistente e del tutto inadeguata allo scontro sociale in atto, essendo uno strumento inservibile per la ricomposizione della classe che non è stata nemmeno capace di esprimere una posizione unanime di dissenso rispetto la firma della CGIL all’accordo sul patto sociale del 28 giugno scorso, come sul punto del debito che viene derubricato a lotta generica alla speculazione finanziaria.

Tuttavia nella convinzione che ogni passaggio congressuale sia l’occasione per riflettere e confrontare le idee d’ognuno, seguiremo con attenzione all’evolversi della discussione, auspicando che la base del PRC ponga alla propria dirigenza la priorità della questione comunista e la necessità della ricostruzione/rifondazione di un partito comunista degno di questo nome.