La fiction di Bin Laden n.2

da il manifesto
10 maggio 2011

L’arte della guerra

Manlio Dinucci

Per questa rubrica settimanale si è scelto il titolo del maggiore classico di teoria militare dell’antica Cina, scritto 2500 anni fa dallo stratega Sun Tzu. Un testo di grande e tragica attualità. Insegna che la guerra, di somma importanza per lo stato, deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia. Per ottenere la vittoria occorrono tre strumenti: politico, diplomatico e militare. Particolarmente importanti, in tale quadro, le operazioni segrete.

Un’incredibile intelligence

«Semplicemente incredibile»: così James Clapper, direttore della National Intelligence statunitense, definisce l’uccisione di Osama Bin Laden. Assicura di non aver mai visto «un livello tale di eccellenza professionale come quello dimostrato oggi dalla Comunità di intelligence». Una comunità molto particolare, la sua. Nata nel 2005, quando il presidente Bush, impegnato nella caccia al «nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della Terra», pensò di riunire tutte le agenzie di intelligence sotto un unico direttore. Il primo fu John Negroponte, forte della sua esperienza di «ambasciatore» nell’Iraq appena occupato.
La Comunità di intelligence è formata da 17 organizzazioni federali. Oltre alla Cia (Agenzia centrale di intelligence), vi è la Dia (Agenzia di intelligence della difesa), ma ogni settore delle forze armate – esercito, aeronautica, marina, corpo dei marines, guardia costiera – ha il proprio ufficio di intelligence. Così come ce l’hanno il Dipartimento di stato e quelli del tesoro, della sicurezza della patria, dell’energia (custode dell’arsenale nucleare). Fanno parte della comunità, con i loro uffici di intelligence, anche l’Fbi, la Dea (le cui operazioni antidroga spesso hanno ben altri fini), l’Agenzia geospaziale (che spia con i satelliti), l’Agenzia per la sicurezza nazionale (con compiti di guerra informatica), la National Reconnaissance (che individua gli obiettivi umani e materiali da colpire, ma conduce anche operazioni «umanitarie»).
Per le azioni più importanti, la Comunità di intelligence si avvale del Comando delle operazioni speciali (Ussocom), impegnato in 75 paesi con circa 60mila specialisti. Compresi quelli cui viene attribuito il merito dell’uccisione di Bin Laden: il «Team Six», élite nell’élite dei Navy Seals, così segreto che ufficialmente non se ne ammette neppure l’esistenza.  Lo Ussocom, oltre che dell’eliminazione di nemici, si occupa di: «guerra non-convenzionale» condotta da forze esterne che esso addestra e organizza; «controinsurrezione» per aiutare governi alleati a reprimere una ribellione; «operazioni psicologiche» per influenzare l’opinione pubblica così che appoggi le azioni militari Usa.
E’ possibile che l’«operazione Geronimo» di tale apparato supersegreto sia quella presentata all’opinione pubblica? Oltre ad aver fatto sparire il presunto cadavere di Bin Laden, ci hanno detto che la Cia sorvegliava da mesi il compound senza intervenire e che il miliardario saudita, ridotto a una vita da vecchio pensionato, era pronto alla fuga con 500 euro in tasca (con cui non avrebbe potuto pagarsi un passaggio neppure sul barcone più scassato). Oppure è stata inscenata l’uccisione di un Bin Laden già morto o catturato, per rafforzare il presidente Obama ai fini della rielezione e, allo stesso tempo, creare la motivazione per intervenire ancora di più in Pakistan? Lo stesso presidente, in una intervista in tv, ha parlato di «una rete di supporto a Bin Laden all’interno del Pakistan». A quando la prossima operazione «semplicemente incredibile»?

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