Zarti, il finanziere di Gheddafi

Chi è l’ex numero due della Libyan investment authority.

 

di Barbara Ciolli

Saif al Islam e, alle sue spalle, cerchiato in rosso, l’amico ed ex compagno di studi, Mustafa Zarti.

Prima che il Consiglio di sicurezza dell’Onu disponesse il blocco di tutti i beni (leggi) «nella disponibilità diretta e indiretta» di Muammar Gheddafi, attraverso il fondo sovrano Libyan investment authority (Lia), il guru finanziario della famiglia del raìs maneggiava fino agli 80 milioni di dollari al giorno, circa 60 milioni di euro.
LE DIMISSIONI DALLA LIA. Ma la ruota della fortuna, si sa, gira. E il 4 marzo, Mustafa Zarti si è dimesso dalla vicepresidenza della Lia, la «madre di tutti i fondi», dopo che anche l’Austria ha voltato le spalle alla Libia. Sebbene non figurasse nell’elenco dei 26 accoliti della cerchia dei Gheddafi, per i quali l’Unione europea aveva chiesto sanzioni, Vienna ha congelato anche i suoi fondi. E suggerito a Bruxelles di inserirlo nella black list.
Il 21 febbraio scorso, una settimana dopo l’esplosione della rivolta, l’austro-libico Mustafa Zarti, dal 2008 anche a capo del colosso Tamoil, è fuggito a Vienna da Tripoli, a bordo di un aereo di linea.
Gli inquirenti austriaci che hanno messo sotto inchiesta questo pezzo da novanta sospettano che lo scopo del viaggio del 41enne, dal 2006 in possesso della doppia cittadinanza e molto bene inserito negli ambienti della finanza viennese, fosse proprio trasformare in liquidità parte ingente del patrimonio privato del Colonnello.

Zarti, l’austro-libico testa di ponte per l’Europa
In Austria, il governo del cancelliere Werner Faymann ha finora fatto bloccare 1,2 miliardi di euro di clienti libici, custoditi su conti anonimi degli istituti di credito. Alla stima della Banca centrale austriaca vanno aggiunti, secondo la ricostruzione del quotidiano La Presse che ha raccolto la testimonianza anonima di un ex collaboratore di Gheddafi, altri 30 miliardi di dollari, per lo più schermati da fondazioni.
COMPAGNI DI BANCO. Di questo tesoro Zarti, che vive a Vienna dall’età di 14 anni ed è stato compagno di studi in Economia di Saif al-Islam, il secondogenito del raìs, all’università privata Imadec di Vienna, dovrebbe saperne molto. E per questo il 3 marzo la magistratura lo ha interrogato.
Dei circa 150 milioni di dollari che quotidianamente, prima della crisi, sgorgavano dai pozzi di petrolio libici, 80 venivano appunto reinvestiti per il futuro del Paese dal fondo governativo Lia, che in Italia ha partecipazioni in Unicredit, Eni, Finmeccanica e Juventus. Il resto, presumibilmente, finiva nelle casse private di Gheddafi (leggi la ricostruzione del tesoro del Colonnello).
Dalla sua istituzione, nel 2006, la Libyan investment authority ha ufficialmente investito 140 miliardi di dollari all’estero, soprattutto in aziende europee. Lo stesso Zarti, per la Lia, ha di recente acquistato due grandi immobili a Londra e si è accaparrato enormi terreni per la coltura di cereali in Ucrania, diventata il granaio della Libia.
CAPO DELLA TAMOIL. Per il gruppo Tamoil, la multinazionale petrolifera controllata dal fondo sovrano libico attraverso la società Oilinvest, con sede nei Paesi Bassi, il top manager ha invece disposto investimenti nell’Est Europa. Non tutti fortunati, visto che alcune operazioni spericolate, con la crisi, hanno fatto perdere svariati milioni di euro, mettendo, secondo indiscrezioni, Zarti in contrasto con il presidente della Lia Muhammad Layas.

Il guru di Gheddafi nel giro dei Rothschild
Il riccioluto Mustafa, che a Vienna viene descritto come un tipo informale e dalla risata facile, ma anche incredibilmente scaltro e cinico negli affari, era riuscito, almeno fino all’inchiesta della magistratura, a rimanere sempre a galla, forte proprio del legame privilegiato con il delfino del raìs.
Intascata la laurea, i due amici continuarono a frequentarsi come soci dell’associazione austro-libica, fondata nel 2003 da Jörg Haider. Ed è noto quanto l’allora governatore della Carinzia fosse vicino a Gheddafi padre e figlio (leggi l’approfondimento), per interessi personali, più che per strategie geopolitiche.
AL SERVIZIO DI SAIF. Saif, la “spada dell’Islam’ è stato il trampolino di lancio con cui il rampante businessman, figlio di un diplomatico libico dell’Opec a Vienna, ha fatto una carriera fulminea. Dalla sua nomina a numero due del fondo sovrano, Mustafa è stato la testa di ponte per monetizzare gli affari del Colonnello su scala internazionale: Saif ordinava e Mustafa, attraverso il suo team, eseguiva.
Vicino a Nat Rothschild, suo coetaneo e rampollo della famiglia Rothschild, e tra la ristretta cerchia dei presenti al matrimonio del capo della Goldman Sachs, nel 2010 Zarti è stato invitato dalla Camera di commercio austriaca all’esclusivo ballo delle debuttanti dell’Opera di Vienna, insieme all’amico Saif. Giri alti, insomma e per niente nascosti.
Con il suo addio al fondo sovrano, un altro tassello del regime oltre il Mediterraneo si è sgretolato.

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