Archivio per marzo 2011

Comunicato del Circolo A. Tognetti contro la guerra in Libia

GOVERNO BUGIARDO: IN LIBIA C’E’ UNA GUERRA PER SPARTIRSI IL PETROLIO E IL GAS
SONO QUESTI GLI AIUTI UMANITARI?
Ogni missile Tomahawk sulla Libia distrugge vite umane e cosparge l’area colpita di uranio impoverito, minando la salute delle generazioni future.
DA UN COLONNELLO A UN ALTRO
Non è vero che in Libia lottano per libertà democratiche, la “rivolta” è gestita dalle multinazionali petrolifere europee che hanno messo al potere Gheddafi.
Come la Francia, che utilizza il colonnello dell’aviazione Abdallah Gehani, per dirigere le tribù ribelli della Cirenaica. E ora anche gli Usa vogliono una fetta della torta energetica libica.
SARKOZY, GHEDDAFI E L’ITALIA
Gheddafi ha pagato la campagna elettorale di Sarkozy, come ha denunciato il figlio Saif al Islam Gheddafi a Euronews?.
Quanti politici italiani sono sul libro paga di Gheddafi?
O delle multinazionali che vogliono la guerra?
Le industrie italiane – Finmeccanica, Unicredit, Fiat, Juventus, Astaldi, Impregilo, solo per citarne alcune – per i loro affari riforniscono di armi i dittatori. Poi mandano i nostri soldati a morire colpiti dai nostri armamenti. Le vite umane non valgono nulla, per la logica del capitalismo contano solo gli affari.
IL PARTITO DEMOCRATICO E NAPOLITANO INTERVENTISTI
Il governo Berlusconi poteva cadere, non avendo avuto il sostegno della Lega alla missione di guerra contro la Libia!!! Chi lo ha sostenuto? Il voto del PD.
E il sostegno istituzionale di Napolitano. In Parlamento è scomparsa l’opposizione.
Con l’introduzione del maggioritario e la modifica del Titolo V della Costituzione, tutto il potere è in mano a una ristretta minoranza di politici che fanno gli interessi solo dei capitalisti nazionali e internazionali. In Italia è avvenuto un colpo di Stato, addolcito dai media con la parola “riforma federalista”, contro di noi e contro la Costituzione nata dalla Resistenza.
LA NOSTRA COSTITUZIONE È L’UNICA GARANZIA DEL RISPETTO DEI VALORI
UMANI E DELLA DEMOCRAZIA, NON L’ONU CHE È UNA STRUTTURA
NON DEMOCRATICA GESTITA DA 5 SUPERPOTENZE
RIPRENDIAMOCI LA COSTITUZIONE DEL 1948
E RAFFORZIAMO I COMUNISTI,
L’UNICA VERA FORZA DI OPPOSIZIONE
Circolo PRC “A. Tognetti” – via Pietrasantina 105 – Pisa
https://prctognetti.wordpress.com/

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Ecatombe di testimoni

20 Marzo 2011
Diciassette anni fa a Mogadiscio venivano uccisi Ilaria Alpi e Milan Hrovatin.
Da quel 20 marzo soltanto silenzi, menzogne e troppe morti sospette

di Luigi Grimaldi
Ricorre oggi il 17° anniversario dell’assassinio a Mogadiscio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. 17 anni di silenzi, di menzogne, di conclamati epistaggi e insistiti insabbiamenti. Uno sforzo permanente, di proporzioni mai viste ad eccezione della strage di Ustica o del caso-Moro. Uno impegno orchestrato da mani invisibili alla giustizia, sintomatico del fatto, ormai certo, che questo duplice delitto non possa essere considerato “normale” per quanto la parola “normale” mal si adatti a qualunque fatto di sangue.
Stranezze, calunnie, segreti e delitti a distanza di 17 anni affollano ancora uno dei più intricati misteri d’Italia. In questo contesto c’è un aspetto poco noto, mal sondato, ma gravissimo e del tutto ignorato dai media che, con una certa fatica e spesso con riluttanza, cercano di seguire la vicenda e le piste di questa brutta storia che talvolta si affaccia alla finestra della informazione nazionale. Sono le vicissitudini di tutti i testimoni più importanti del delitto Alpi-Hrovatin che immancabilmente, per chi ha la pazienza di scavare tra le carte, si concludono con altrettante morti misteriose. La cosiddetta “donna del the”, che ha testimoniato sulle manovre preparatorie dell’agguato mortale ai due reporter della Rai davanti all’Hotal Amana, è scomparsa e di lei non c’è traccia. L’autista di Ilaria, Ali Abdi, venuto in Italia ha poi rinunciato al programma di protezione accordatogli nel nostro Paese: pochi giorni dopo il suo ritorno in Somalia è stato trovato morto (non si sa se per droga o avvelenamento, il termine somalo usato nei giornali di Mogadiscio che hanno dato la notizia ha entrambi i significati). Starlin Arush, una buona conoscente di Ilaria, presidente dell’associazione delle donne somale e impegnata anche a livello politico, dopo l’agguato del 20 marzo 1994 si era incontrata nella sua abitazione con l’autista di Ilaria, dopo aver rilasciato una nota intervista a Isabel Pisano (buona amica di Francesco Pazienza) e autrice di un documentario sul caso per la trasmissione Rai Format, andata in onda col titolo “Chi ha paura di Ilaria?”, è stata uccisa in circostanze misteriose, nel febbraio 2003, nel corso di una rapina lungo la strada che dall’aeroporto di Nairobi porta in città.
E ancora. Il colonnello Awes: capo della sicurezza dell’albergo Amana, nei pressi del quale avviene l’agguato mortale ai due giornalisti della Rai: è deceduto non si sa in quali circostanze né in quale periodo preciso. È stato forse l’ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi. Altri testimoni, o per lo meno persone ritratte nei filmati girati dalla Tv Abc nell’immediatezza del delitto, sono morte. Come, ad esempio, «l’uomo con la maglia gialla e grigio-azzurra» che si vede durante il trasporto del corpo di Ilaria sulla macchina di Giancarlo Marocchino (l’imprenditore italiano che per primo arriva sulla scena del delitto), mentre passa nelle mani dello stesso alcuni oggetti: un taccuino, una macchina fotografica, una radio trasmittente o un registratore. Di costui si sa che era un uomo della scorta di Marocchino, il quale ha riferito trattarsi di una persona (di cui non ha fornito il nome) deceduta «sparandosi accidentalmente».

C’è poi Carlo Mavroleon, l’operatore della Tv americana Abc, che ha girato le immagini: è stato assassinato in Afghanistan nel 1997. Anche Vittorio Lenzi, operatore della televisione svizzera, presente nei primi momenti dopo il delitto è morto qualche anno dopo in uno strano incidente stradale. Il colonnello Ali Jirow Shermarke ha firmato un rapporto investigativo per le Nazioni Unite che accusava Giancarlo Marocchino, a seguito di una indagine che aveva svolto in quanto capo della Divisione investigativa criminale di Mogadiscio. Anch’egli è morto senza che si sappia quando e come. Il suo rapporto, pervenuto nel dicembre 1994 al dottor De Gasperis della procura di Roma, ipotizzava un coinvolgimento di Giancarlo Marocchino (definito da Carlo Taormina ai tempi della Commissione parlamentare di inchiesta come «il principale collaboratore per la ricerca della verità») e sosteneva che Ilaria e Miran sarebbero stati visti uscire, prima dell’agguato, da un garage dello stesso faccendiere italiano.
Shermarke è stato sentito a verbale dal giudice Pititto il 26 luglio 1996: in quell’occasione ha confermato il rapporto e aggiunto che: «Appena Ilaria arrivò in albergo, ancora prima che lei potesse lavarsi, ricevette una telefonata… una chiamata del Marocchino, al che lei uscì fuori dall’albergo chiedendo chi ci fosse dei guardiani perché doveva andare subito a casa del Marocchino… io credo che a uccidere i due giornalisti sia stato il Marocchino».
Marocchino, collegato da un lato a personaggi oggetto della archiviata inchiesta Sistemi Criminali di Palermo (che vedeva indagati nell’ambito di un progetto eversivo tendente a minare l’unità nazionale anche la cupola dei mafiosi stragisti insieme a personaggi come Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie), e dall’altro ai protagonisti del cosiddetto progetto Urano (un piano di traffico e smaltimento di scorie tossiche e radioattive in Somalia in cambio di armi, coordinato da un uomo del gruppo di lavoro organizzato nel 1992 da Marcello Dell’Utri per la creazione di Forza Italia) non è mai stato iscritto nel registro degli indagati della procura di Roma per il duplice delitto.
C’è poi il nipote della fonte Gargallo. Il somalo da una vita in Italia, ex collaboratore di Marocchino, che ha consentito alla Digos di Udine di ricostruire nei dettagli la vicenda dell’omicidio dei due giornalisti della Rai rintracciando in Somalia testimoni oculari poi fatti arrivare in Italia e accompagnati nel nostro Paese proprio dal nipote: è stato ucciso da un gruppo di uomini armati a Mogadiscio, in un agguato, secondo quanto riferito dallo stesso Gargallo.
Insomma, accanto agli omicidi di Ilaria e Miran, c’è un ecatombe di testimoni, un tasso di mortalità spropositato: anche per coprire traffici di armi e di rifiuti.

il Capo dei Capi

7ottobre 2009
Chi è veramente il capo dei capi?

di Solange Manfredi

In questa calda estate, dopo 16 anni di detenzione, Riina ha deciso di parlare, di raccontare la sua verità.

Ovviamente sarà compito della magistratura verificare la veridicità delle affermazioni di Riina ma, ipotizzando che il boss di Corleone dica la verità, alcune domande possiamo, e dobbiamo, porcele.

Vediamo quali.

1. Nelle ricostruzioni operate dalle sentenze che si sono occupate delle stragi del 1992-1993 si afferma che tra l’agosto e il dicembre 1992 sarebbe intercorsa una sorta di “trattativa” tra Stato e mafia che avrebbe visto da un lato il generale Mori del Ros e dall’altro Riina. Mediatore tra le parti, Vito Ciancimino.

Oggi Riina afferma : “Io non so niente di queste cose. Da me non è venuto nessuno”.

Ipotizzando che Riina dica la verità, la prima domanda che sorge spontanea è:

Con chi Ciancimino ha portato avanti la trattativa? Una trattativa del genere si porta avanti con il vertice di Cosa Nostra, non con un subalterno. Ma se nessuno è andato da Riina, allora da chi? In altri termini: Riina era veramente il capo dei capi o, invece, era solo il “prestanome” di qualcuno molto più potente, protagonista occulto della mai finita strategia delle tensione?

Riina afferma anche che il giudice Borsellino non sarebbe stato ucciso dalla mafia ma, probabilmente, da uomini dello Stato.

Ipotizzando, anche in questo caso, che Riina dica la verità, la domanda da porsi è: Perchè? E’ possibile che Borsellino sia stato ucciso perchè, come anni prima il giudice Occorsio, aveva capito che la c.d. Trattativa in realtà (come aveva ipotizzato un’inchiesta svolta dalla procura di Palermo, poi archiviata per scadenza dei termini nel 2000) non era altro che un accordo per la realizzazione di un piano eversivo di destabilizzaizone dello stato condotta da un “sistema criminale” composto da mafia, massoneria deviata e servizi segreti deviati?

L’ipotesi non deve sorprendere e non rappresenterebbe certo una novità per il nostro paese; la storia della nostra Repubblica è costellata di eventi che vedono i vertici di cosa nostra trattare, attraverso esponenti massonici, con “presunti” terroristi ed ideatori di progetti golpistici al fine di alimentare la c.d. “strategia della tensione”

Ciò che sorprende, invece, è come, analizzando gli atti delle pagine più buie della storia del nostro paese compaiano, collegati tra loro, sempre alcuni nomi. Per rendersi conto di ciò basta fare una semplice analisi della storia professionale e massonica di un protagonista: Giuseppe Mandalari, il commercialista della mafia

E’ il 1954 quando Giuseppe Mandalari entra in massoneria e viene iniziato presso l’ Obbedienza di Piazza del Gesù.

Punto di riferimento costante di Mandalari in ambito massonico è il principe Alliata di Monreale, in rapporti con la destra eversiva, coinvolto anche nelle inchieste sul Golpe Borghese, sul Golpe Sogno, sulla organizzazione eversiva denominata “Rosa dei Venti”, il suo nome compare negli elenchi P2 di Licio Gelli.

Unico Sovrano Gran Commendatore ad vitam nella storia della massoneria italiana, Alliata di Monreale balza alle cronache dei progetti golpistici già negli anni ’50, accusato da Gaspare Pisciotta (poi morto in carcere per aver bevuto un caffè alla stricnina) di essere il mandante della strage di Portella della Ginestra, eseguita dal boss Salvatore Giuliano.

Nello stesso anno del suo ingresso in massoneria il giovane ragioniere Giuseppe Mandalari diviene dipendente dell’assessorato regionale ai Lavori Pubblici. Sono gli anni dell’ascesa di Luciano Liggio, il boss di Corleone che, grazie al legame con Vito Ciancimino, assessore ai Lavori Pubblici, si arricchisce a Palermo con l’abusivismo edilizio.

Oggetto di richieste di rinvio a giudizio sin dal 1964, Luciano Liggio (che, secondo quanto testimoniato da Tommaso Buscetta, e confermato dallo stesso Liggio, avrebbe preso parte alle riunioni tenutesi con la massoneria deviata e pezzi delle istituzioni per partecipare al Golpe Borghese e al Golpe Sogno) si dà alla latitanza nel 1969, riuscendo a scappare, mezz’ora prima di essere arrestato, da una clinica romana presso cui era ricoverato e dove riceveva le visite del capo dei servizi segreti Generale Vito Miceli (poi arrestato perché sospettato di essere coinvolto nell’organizzazione eversiva “Rosa dei Venti”, nel Golpe Borghese il suo nome compare negli elenchi P2).

Luciano Liggio, durante la sua latitanza, si dedica ai sequestri di persona (Anonima Sequestri) i cui proventi, come vedremo poi, si sospetta vengano riciclati in società cui era commercialista Giuseppe Mandalari.

Durante la latitanza accanto a Luciano Liggio troviamo Carlo Fumagalli, anche lui pare dedito ai sequestri di persona e sospettato di aver chiesto un riscatto di mezzo milione di dollari per il sequestro dell’industriale Aldo Cannavale.

Carlo Fumagalli è un personaggio ambiguo. “Estremista di centro” come lui stesso si definiva, seppur noto come leader del movimento di destra MAR (Movimento di Azione Rivoluzionaria), secondo alcune testimonianze sarebbe stato in realtà legato alle vicende della c.d. “strategia della tensione”, ai servizi segreti e, in rapporti con Giangiacomo Feltrinelli (morto a Segrate a 200 metri dalla carrozzeria DIA di Fumagalli), avrebbe dato vita al gruppo Brigate Rosse, preparando l’attentato alla pista di collaudo della Pirelli del 1971 (questo dato risulta particolarmente interessante proprio in considerazione del fatto che sul volantino di rivendicazione MAR del 13 aprile 1970 compare il simbolo della stella a cinque punte, simbolo poi adottato dalle Brigate rosse).

Principale finanziatore di Fumagalli risulta essere Jordan Vessellinoff, consuocero di Igor Markevitch, il direttore d’ orchestra coinvolto nel rapimento dell’onorevole Aldo Moro. Anche lui personaggio ambiguo, che alcune informative indicano avere legami con faccendieri, trafficanti di armi ed appartenenti a vari servizi segreti, Jordan Vessellinoff aveva fondato nel 1958 a Santa Margherita Ligure, insieme al generale Giovanni Allavena (a capo del servizio segreto trafugherà alcuni fascicoli per consegnarli a Licio Gelli) la Loggia C.A.M.E.A. (Centro Attività Massoniche Esoteriche Accettate). Tale loggia risulta collegata con le logge cameine siciliane, nei cui elenchi compare il nome di Giuseppe Mandalari, e i cui vertici furono inquisiti nel 1979, dalla magistratura milanese, per avere aiutato Sindona (coinvolto nel Golpe Sogno) nel suo finto sequestro.

Fallito il golpe del ’74 per Luciano Liggio, Michele Sindona e Giuseppe Mandalari iniziano i guai. Luciano Liggio viene arrestato a Milano e tra le sue carte viene rinvenuto un numero di telefono riservato di Ugo De Luca, al vertice della Banca Privata Finanziaria di Milano di Michele Sindona. E’ l’inizio del crollo dell’impero finanziario di Sindona.

Passano pochi mesi e il 14 agosto del 1974 il giornale della Sicilia titola: “Anonima sequestri – Si indaga sulla personalità di Giuseppe Mandalari. Specialista nell’amministrare società costituite da mafiosi”. Secondo l’articolo gli investigatori sospettavano che alcune società di cui Mandalari era amministratore, considerate paravento di grossi mafiosi (Liggio, Riina e Bagarella), servissero a ripulire il denaro proveniente dai sequestri di persona.

E’ il giudice Occorsio, che negli anni aveva indagato sul Golpe Borghese, sul Piano Solo, sullo scandalo Sifar, che, per primo, sospetta che molti sequestri avvengano, in realtà, per finanziare attentati e disegni eversivi, e confida al giudice Imposimato: “Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione”.

Il 09 luglio 1976, Occorsio viene assassinato e la sua borsa, contenente documenti della sua indagine, viene trafugata (esattamente come accaduto per le agende dei giudici Falcone e Borsellino). L’autore materiale del suo assassinio è un neofascista, Pierluigi Concutelli, nella cui abitazione vengono rinvenuti dei soldi provenienti dal sequestro di Emanuela Trapani e la cui scheda, con l’indicazione della tessera n. 11.070, verrà ritrovata anni dopo da Giovanni Falcone a Palermo, nella sede della Loggia massonica Camea.

Ma, mentre per Liggio e Sindona (quest’ultimo morirà nel carcere di Voghera dopo aver bevuto un caffè avvelenato, esattamente come Gaspare Pisciotta, grande accusatore del Principe Alliata di Monreale) è la fine, Giuseppe Mandalari pare divenire ancora più forte e, nel 1978, riunisce diverse logge massoniche sotto la denominazione profana di Accademia di Alta Cultura (identico nome di una comunione massonica creata anni prima proprio dal principe Alliata di Monreale), cui fa seguire un collegamento operativo con altre logge presenti a Trapani. Collegati alle logge massoniche trapanesi troviamo i mafiosi Asaro e Calabrò, boss che gestiscono ad Alcamo il laboratorio di morfina-base più grande d’Europa, un miliardo di proventi al giorno, scoperto solo nel 1985. Tra i fornitori di droga del laboratorio di Alcamo vi era l’organizzazione di cui faceva parte il killer Alì Agca che, poco prima di attentare alla vita di Papa Giovanni Paolo II, soggiornerà per alcuni giorni in quelle località.

Coordinatore dei fratelli di Piazza del Gesù in Sicilia, l’importanza di Mandalari in seno alla massoneria, viene alla luce, per la prima volta, solo durante le indagini che hanno ad oggetto le logge trapanesi che si nascondevano dietro il Centro studi Scontrino, logge massoniche all’obbedienza di Giuseppe Mandalari, cui risultavano affiliati mafiosi, politici, funzionari dei servizi segreti, e presso la cui sede era presente l’Associazione musulmani d’Italia, sponsorizzata da Gheddafi (secondo il giudice Palermo affiliato nel 1969 a Londra alla loggia massonica dei Senussi) e facente capo a Michele Papa, capofila per la Sicilia del Supersismi di Santovito e Musumeci, al quale era partecipe anche Pazienza.

Ma neppure questo ennesimo “incidente” ferma Mandalari, la sua carriera continua sino al periodo stragista del 92 -’93 e all’appoggio dato alla neonata formazione politica: Forza Italia.

Come si può notare, seguendo la storia professionale e massonica di un solo protagonista si possono ripercorrere 40 anni di c.d. “misteri” italiani.

Per concludere, e ritornando alla prima domanda con cui abbiamo aperto l’articolo: se Riina dice la verità, Ciancimino con chi potrebbe aver trattato? Forse con Giuseppe Mandalari? Giuseppe Mandalari viene indicato, oltre che come il commericalista della mafia, anche come prestanome di Riina ma, vista la sua storia professionale e massonica, non potrebbe essere vero il contrario?

Ed ancora, se Borsellino non è stato ucciso dalla mafia, è possibile che la sua morte sia stata decisa perché aveva capito, esattamente come anni prima il giudice Occorsio, che la “trattativa” altro non era che un accordo, tra i soliti noti, che rientrava nella mai finita strategia della tensione?

Non lo sappiamo. Noi, basandoci su dati di fatto acquisiti, non possiamo che porci delle domande ed avanzare delle probabili ipotesi, il resto è compito della magistratura.

Zarti, il finanziere di Gheddafi

Chi è l’ex numero due della Libyan investment authority.

 

di Barbara Ciolli

Saif al Islam e, alle sue spalle, cerchiato in rosso, l’amico ed ex compagno di studi, Mustafa Zarti.

Prima che il Consiglio di sicurezza dell’Onu disponesse il blocco di tutti i beni (leggi) «nella disponibilità diretta e indiretta» di Muammar Gheddafi, attraverso il fondo sovrano Libyan investment authority (Lia), il guru finanziario della famiglia del raìs maneggiava fino agli 80 milioni di dollari al giorno, circa 60 milioni di euro.
LE DIMISSIONI DALLA LIA. Ma la ruota della fortuna, si sa, gira. E il 4 marzo, Mustafa Zarti si è dimesso dalla vicepresidenza della Lia, la «madre di tutti i fondi», dopo che anche l’Austria ha voltato le spalle alla Libia. Sebbene non figurasse nell’elenco dei 26 accoliti della cerchia dei Gheddafi, per i quali l’Unione europea aveva chiesto sanzioni, Vienna ha congelato anche i suoi fondi. E suggerito a Bruxelles di inserirlo nella black list.
Il 21 febbraio scorso, una settimana dopo l’esplosione della rivolta, l’austro-libico Mustafa Zarti, dal 2008 anche a capo del colosso Tamoil, è fuggito a Vienna da Tripoli, a bordo di un aereo di linea.
Gli inquirenti austriaci che hanno messo sotto inchiesta questo pezzo da novanta sospettano che lo scopo del viaggio del 41enne, dal 2006 in possesso della doppia cittadinanza e molto bene inserito negli ambienti della finanza viennese, fosse proprio trasformare in liquidità parte ingente del patrimonio privato del Colonnello.

Zarti, l’austro-libico testa di ponte per l’Europa
In Austria, il governo del cancelliere Werner Faymann ha finora fatto bloccare 1,2 miliardi di euro di clienti libici, custoditi su conti anonimi degli istituti di credito. Alla stima della Banca centrale austriaca vanno aggiunti, secondo la ricostruzione del quotidiano La Presse che ha raccolto la testimonianza anonima di un ex collaboratore di Gheddafi, altri 30 miliardi di dollari, per lo più schermati da fondazioni.
COMPAGNI DI BANCO. Di questo tesoro Zarti, che vive a Vienna dall’età di 14 anni ed è stato compagno di studi in Economia di Saif al-Islam, il secondogenito del raìs, all’università privata Imadec di Vienna, dovrebbe saperne molto. E per questo il 3 marzo la magistratura lo ha interrogato.
Dei circa 150 milioni di dollari che quotidianamente, prima della crisi, sgorgavano dai pozzi di petrolio libici, 80 venivano appunto reinvestiti per il futuro del Paese dal fondo governativo Lia, che in Italia ha partecipazioni in Unicredit, Eni, Finmeccanica e Juventus. Il resto, presumibilmente, finiva nelle casse private di Gheddafi (leggi la ricostruzione del tesoro del Colonnello).
Dalla sua istituzione, nel 2006, la Libyan investment authority ha ufficialmente investito 140 miliardi di dollari all’estero, soprattutto in aziende europee. Lo stesso Zarti, per la Lia, ha di recente acquistato due grandi immobili a Londra e si è accaparrato enormi terreni per la coltura di cereali in Ucrania, diventata il granaio della Libia.
CAPO DELLA TAMOIL. Per il gruppo Tamoil, la multinazionale petrolifera controllata dal fondo sovrano libico attraverso la società Oilinvest, con sede nei Paesi Bassi, il top manager ha invece disposto investimenti nell’Est Europa. Non tutti fortunati, visto che alcune operazioni spericolate, con la crisi, hanno fatto perdere svariati milioni di euro, mettendo, secondo indiscrezioni, Zarti in contrasto con il presidente della Lia Muhammad Layas.

Il guru di Gheddafi nel giro dei Rothschild
Il riccioluto Mustafa, che a Vienna viene descritto come un tipo informale e dalla risata facile, ma anche incredibilmente scaltro e cinico negli affari, era riuscito, almeno fino all’inchiesta della magistratura, a rimanere sempre a galla, forte proprio del legame privilegiato con il delfino del raìs.
Intascata la laurea, i due amici continuarono a frequentarsi come soci dell’associazione austro-libica, fondata nel 2003 da Jörg Haider. Ed è noto quanto l’allora governatore della Carinzia fosse vicino a Gheddafi padre e figlio (leggi l’approfondimento), per interessi personali, più che per strategie geopolitiche.
AL SERVIZIO DI SAIF. Saif, la “spada dell’Islam’ è stato il trampolino di lancio con cui il rampante businessman, figlio di un diplomatico libico dell’Opec a Vienna, ha fatto una carriera fulminea. Dalla sua nomina a numero due del fondo sovrano, Mustafa è stato la testa di ponte per monetizzare gli affari del Colonnello su scala internazionale: Saif ordinava e Mustafa, attraverso il suo team, eseguiva.
Vicino a Nat Rothschild, suo coetaneo e rampollo della famiglia Rothschild, e tra la ristretta cerchia dei presenti al matrimonio del capo della Goldman Sachs, nel 2010 Zarti è stato invitato dalla Camera di commercio austriaca all’esclusivo ballo delle debuttanti dell’Opera di Vienna, insieme all’amico Saif. Giri alti, insomma e per niente nascosti.
Con il suo addio al fondo sovrano, un altro tassello del regime oltre il Mediterraneo si è sgretolato.

Nasce l’Associazione dei Comunisti Uniti di Pisa

I comunisti ovunque collocati trovano un comune terreno di confronto: nasce
L’ASSOCIAZIONE dei COMUNISTI UNITI (Pisa)

Venerdì 18 marzo si è tenuta a Pontedera una riunione di compagni comunisti che a seguito dell’assemblea del 29 gennaio a Livorno hanno discusso e deciso di dare vita ad una associazione delle comuniste e dei comunisti ovunque collocate/i.
Gli aderenti e promotori dell’iniziativa sono iscritti al Partito della Rifondazione Comunista e singoli compagni che intendono condividere un percorso di riflessione e riattualizzazione, sul piano teorico-politico, dell’analisi, del metodo e della prassi marxista.
L’intento è quello di affrontare criticamente nodi storici, politici e culturali del comunismo e dei comunisti del Novecento, nella consapevolezza che la storia non si cancella a picconate ma capendola per non commettere sempre gli stessi errori. Per ridefinire un’analisi di classe adeguata ai compiti che i comunisti, ovunque collocati socialmente e politicamente, hanno di fronte alla crisi globale e strutturale del capitalismo imperialista.

L’Associazione dei Comunisti Uniti vuole affrontare i temi legati alle questioni del mondo del lavoro per ridefinire la contraddizione centrale del conflitto capitale-lavoro e sviluppare una prospettiva di società senza classi in cui sia eliminato lo sfruttamento e il profitto; ambisce a dimostrare la validità dell’analisi marxista nei sui elementi fondamentali e nei necessari elementi di rinnovamento leninisti e gramsciani, per poter portare contributi decisivi nella lotta politica, al fine di far crescere e rafforzare la prospettiva dei comunisti nelle varie organizzazioni politiche, sindacali e associative di massa della società; vuole aprire una battaglia culturale per l’autonomia politica dei comunisti contro qualsiasi scivolamento e subalternità, dettati da valutazioni contingenti o opportunistiche, a forze ormai compromesse con il padronato e il cui orizzonte è definitivamente inserito nel quadro organico del sistema capitalistico ed imperialistico, come il Pd.

È chiaro che come Associazione metteremo in piedi dibattiti e iniziative utili alla costruzione di un vasto fronte di resistenza alla crisi economica e di civiltà del sistema capitalista, per la ricostruzione di un radicato e forte Partito comunista.

Sono stati individuati alcuni temi da analizzare prioritariamente in quanto utili al nostro lavoro politico:
1 – la questione internazionale, con un’analisi dell’imperialismo europeo e angloamericano, con particolare attenzione agli sviluppi della crisi nordafricana, libica e il ruolo della Cina;
2 – la questione del lavoro, e in particolare gli sviluppi del conflitto tra capitale e lavoro;
3 – la questione sindacale, con particolare attenzione alle situazioni sul nostro territorio a cominciare dalle contraddizioni emerse nelle OO.SS e all’interno della fabbrica nella vicenda Piaggio;
4 – una riflessione sul valore della Costituzione, intrecciato ad un’analisi storica del movimento operaio e comunista nelle sue fasi del Novecento;
5 – la ricollocazione politica dei comunisti al di fuori di schieramenti subalterni al capitale, per una prospettiva di ricostruzione di un blocco sociale anticapitalista, che dia l’avvio alla rinascita dell’Internazionale comunista, che sappia contrapporsi alle politiche capitaliste su scala planetaria dando una alternativa sociale e politica comunista anche a quelle realtà considerate più arretrate.

Sollecitiamo tutti le compagne/i ovunque collocate/i che ritengono necessario un processo ricompositivo, senza scorciatoie organizzativistiche e beceri tatticismi che eludono le questioni politiche, a portare il proprio contributo e la propria esperienza.

Golpe in Italia

In Italia durante le stragi del 1992-’93, c’è stata una trattativa tra Stato e mafia che portò ad un lento e costante attacco alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Un colpo di Stato mascherato dalla parola riforma.
Contro chi è stato diretto questo golpe strisciante? Noi proletari e le classi subalterne.
Come mai nessun partito, né di centrodestra né di centrosinistra e in particolare la Lega Nord, ci hanno avvisato?

La risposta è molto semplice erano tutti d’accordo nel fare il colpo di Stato.
Ma che cosa li ha uniti nel disegno eversivo?
La corruzione!
Il sistema socio-economico in cui viviamo, il sistema capitalistico, può sopravvivere solo alimentando di continuo la corruzione tra i politici, gli amministratori locali, gli organi d’informazione e tra gli apparati che dovrebbero combatterla.
In questo senso possiamo definire golpisti la Lega Nord, il Partito Radicale, il Pdl e il Pd (che sono la versione moderna delle peggiori politiche andreottiane e craxiane) perché hanno iniziato lo stravolgimento della Costituzione sociale, antifascista del 1948, sottraendoci la democrazia con l’introduzione del sistema maggioritario e il federalismo, meccanismi che hanno privato i cittadini del sistema proporzionale, l’unico che garantisce la rappresentanza dei reali bisogni della popolazione del nostro Paese nelle istituzioni, a partire dai territori.
Le nuove formazioni politiche nate dopo la “trattativa” piuttosto che lottare contro la mafia attaccano continuamente la magistratura, l’istituzione che deve combattere la criminalità.
Da quanti anni si sente parlare di lotta alla mafia?
Ma la mafia, oggi, fin dove è arrivata?
Nei partiti costruiti ad hoc, e dall’interno dei partiti nelle istituzioni!
Oggi potete dire che in Parlamento ci sia una forza politica che lotti realmente contro la corruzione?
No! Anzi, si scopre che tutti i partiti dalla Lega Nord al Pdl al Pd, solo per citarne alcuni, sono stati indagati dalla magistratura per legami con organizzazioni mafiose.
Che sia per questo che vogliono togliere l’indipendenza della magistratura dal potere politico ed economico, modificando la Costituzione?
Credete che un sistema economico-mafioso voglia che si indaghi sul suo modo di fare affari?
E’ noto che la mafia è un’organizzazione anticomunista, filo americana, di destra e quindi federalista: non a caso la Sicilia è governata da Raffaele Lombardo del Movimento per le Autonomie, il Bossi del Sud.
Dalla strage di Portella della Ginestra al golpe Borghese, all’omicidio di Peppino Impastato, di Pio La Torre, di uomini del sindacato come Placido Rizzotto, sino alle stragi del 1992-’93 la mafia ha sempre dimostrato da che parte stava.
Tutte le forze che siedono in Parlamento oggi sono dichiaratamente anticomuniste e filoamericane. Pensate che sia solo una coincidenza?
Gli Stati Uniti, vertice del capitalismo mondiale, il paese federalista per eccellenza, quindi il più leghista del pianeta, ha la massima concentrazione di sistemi criminali e mafiosi.
Come oggi in Lombardia, dove il connubio capitalismo mafia è talmente evidente che tra le principali città mafiose ci sono Milano, Bergamo e Brescia.
I comunisti oggi, grazie al maggioritario e agli sbarramenti messi in essere dal centrodestra e dal centrosinistra, sono fuori dal Parlamento. Le masse popolari ci hanno guadagnato?
Da quando è stato introdotto il maggioritario e si è modificato il Titolo V della Costituzione, grazie a Bassanini ex DS, la vecchia versione del Pd, sono state fatte politiche in senso federalista, le nostre condizioni economiche e sociali sono migliorate? La scuola è migliorata? La sanità è migliorata? Le condizioni di vita dei lavoratori sono migliorate? Le pensioni sono aumentate? I lavoratori precari come stanno? L’Italia persegue politiche di pace, come dice l’articolo 11 della Costituzione o siamo su più fronti di guerra? L’ambiente è migliorato?
È ormai sotto gli occhi di tutti che in Parlamento non esiste una vera opposizione. Infatti il governo Berlusconi non cade mai proprio grazie al fatto che è sostenuto sia dal centrodestra che dal centrosinistra, grazie al gioco dei passaggi dei parlamentari da uno schieramento all’altro, Italia dei Valori compresa.
Quindi dobbiamo sconfiggere il disegno politico dei golpisti oggi seduti in Parlamento, riprendendoci la Costituzione del 1948, eliminando l’attuale Titolo V federalista e reintroducendo il sistema proporzionale, voluto dai comunisti, ridando potere nella società ai proletari e alle classi subalterne, le uniche realtà sociali che realmente hanno interesse a combattere la corruzione capitalistica, le mafie e la malapolitica, rimuovendoli in quanto ostacoli allo sviluppo positivo dell’intera società, come dice la Costituzione. Bisogna lavorare per rimuovere le cause che generano i problemi, i capitalisti, non facendo con loro comunella.

Circolo PRC “A. Tognetti” via Pietrasantina 105, Pisa

III Assemblea Nazionale dei Coordinamenti, dei comitati, delle delegate e delegati, delle lavoratrici e dei lavoratori autoconvocati contro la crisi

Nel 3° incontro Nazionale, riuniti a Roma nel nuovo teatro Colosseo, abbiamo assistito ad un evidente salto di qualità e di partecipazione, rilanciando la necessità di un rinnovato e radicale protagonismo di classe, emerso negli oltre 30 interventi di lavoratrici e lavoratori.

All’assemblea hanno preso parte più di trecento delegati e lavoratori che hanno voluto in tal modo sollecitare la massima unità e la massima incisività nella lotta contro il modello Marchionne che, dopo Mirafiori e Pomigliano, sta estendendosi oltre la stessa Fiat. Quel modello, con il pretesto della crisi e della concorrenza globale, punta allo smantellamento dei diritti e delle tutele sindacali e vuole riportare la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori indietro di un secolo.La denuncia del piano Marchionne, come unico modello di gestione della crisi, ha visto la necessità del rilancio della piattaforma di lotta sulla quale chiedere una mobilitazione vasta e unitaria contro queste politiche antipopolari:

  • Blocco dei licenziamenti, delle chiusure delle fabbriche, delle esternalizzazioni, dei tagli all’istruzione, alla ricerca e alla spesa sociale;
  • Lotta all’aumento dei ritmi e alla produttività;
  • Contro le speculazioni edilizie e finanziarie, principali cause di chiusure e delocalizzazioni;
  • Per la distribuzione del lavoro che c’è, “lavorare meno lavorare tutti” a parità di salario e per l’accesso e la continuità del reddito;
  • Per la stabilizzazione di tutti le/i precari/e e gli atipici, cancellazione delle leggi sulla precarietà;
  • Per dire No all’eliminazione del CCNL e alla ristrutturazione dei diritti di tutto il mondo del lavoro;
  • Per una effettiva reale e diretta rappresentanza sindacale dei lavoratori in ogni luogo di lavoro, tutti eleggibili tutti elettori;
  • Contro la Bossi-Fini, per l’estensione dei diritti ai lavoratori migranti;
  • Ritiro del “collegato lavoro” e della Riforma Gelmini;
  • Contro lo statuto dei lavori, per la difesa dello Statuto dei Lavoratori

L’assemblea, inoltre, invita tutti i movimenti sindacali, sociali, ambientali che si oppongono all’offensiva padronale e governativa a individuare un percorso comune che costruisca tempestivamente, al di là delle ambiguità, delle timidezze e dei continui rinvii della Cgil, una giornata di lotta e di mobilitazione nazionale e una grande manifestazione a Roma.
Per questo proponiamo a tutti i soggetti interessati, un percorso dal basso e partecipato finalizzato alla costruzione di una assemblea nazionale che lanci la mobilitazione.
Infine, ribadiamo la necessità di costruire coordinamenti locali e/o rafforzare e sviluppare quelli già esistenti, per costruire un coordinamento nazionale effettivamente rappresentativo di tutti i territori e che possa sviluppare il conflitto di classe in tutto il paese, per contribuire alla costruzione di un vero sciopero generale e generalizzato unitario e dal basso.

Roma, 26 febbraio 2011

Assemblea dei coordinamenti e dei comitati dei lavoratori e lavoratrici autoconvocati contro la crisi