Cpnvegno di Livorno dei Comunisti per una opposizione di Classe. Intervento di Apertura

gennaio 1921 – gennaio 2011: novantesimo della fondazione del partito comunista

LIVORNO – SABATO 29 GENNAIO 2011

Comunisti insieme per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema

ricostruire e rifondare il partito comunista,
rilanciare la sinistra anticapitalista,
costruire un vasto fronte di resistenza alla crisi

“Torniamo al centro del conflitto sociale, no ai ricatti Fiat, basta con le politiche governiste”

Davanti a noi abbiamo una devastante crisi economica. Non è una semplice crisi finanziaria e nemmeno una normale
crisi ciclica ma – su questo c’è ormai un consenso generalizzato, nonostante la propaganda dell’economia politica –
una crisi più profonda e “di sistema”; probabilmente la crisi più grave di valorizzazione del capitale da molti decenni
a questa parte. E’ uno di quei momenti della storia per cui la maggioranza della popolazione mondiale vive una
condizione di “fame” e “povertà” non perché ci sia scarsità di risorse prodotte ma, al contrario, perché si è prodotto
troppo e senza una razionalità diversa che non fosse quella dell’accumulazione dei profitti per una minoranza di
persone: i capitalisti.
Questo lo stanno a dimostrare anche le mille resistenze nella periferia del mondo, i movimenti di massa dell’America
Latina, le lotte in Asia e le rivolte di questi giorni nel Nord Africa. Ma lo stanno a dimostrare anche le devastanti
condizioni sociali nei paesi imperialisti per una fascia sempre crescente di popolazione.
Sono ormai anni che in paesi a capitalismo avanzato come il nostro il padronato, gli imprenditori, gli amministratori e
gli speculatori di ogni risma si ingrassano con i frutti dello sfruttamento di un lavoro precario, nocivo e malpagato. E
ora cercano nuove e più efficaci strade per estendere e intensificare lo sfruttamento, comprimere i salari e evadere le
tasse e sottrarsi ad ogni responsabilità sociale.
Il padronato e l’intera classe dominante stanno approfittando di questa crisi internazionale per distruggere lavoro, diritti,
democrazia e ambiente, nella speranza di far ripartire quei profitti a livelli per loro vantaggiosi nella competizione
globale. Nel frattempo, i metalmeccanici e gli studenti, i precari e i lavoratori immigrati, i senza casa e i disoccupati,
occupano i tetti e scendono nelle piazze per resistere alla crisi, ma i conflitti sociali nel paese, che pure si stanno
moltiplicando, sono sparpagliati e privi di una sintesi comune. In altre parole, la lotta di classe c’è eccome, ma viene
agita solo dai padroni verso quelle classi che Gramsci chiamava «subalterne». Sappiamo bene, infatti, che questa crisi
non è la stessa per tutti e che sono queste classi a pagarne i costi.
Quei soggetti sociali che fino a non poco tempo fa sarebbero stati senz’altro definiti “proletari” – il lavoro dipendente,
il lavoro autonomo parasubordinato, il precariato di massa, la manodopera giovanile in formazione e quella immigrata
– si trovano oggi di fronte ad un ricatto quotidiano: o accetti di venderti al prezzo più basso, rinunciando ad ogni diritto
acquisito e a un futuro dignitoso, oppure sei fuori e la tua stessa sussistenza è a rischio.
Questi settori sociali si trovano a fronteggiare questo attacco tremendo senza una propria qualificata rappresentanza
politica; senza una rappresentanza, cioè, che sia in grado di difenderne gli interessi immediati ma anche di proporre
un’alternativa complessiva e di sistema. Questo vuoto della sinistra politica, che investe soprattutto i comunisti e si è
resa manifesta dall’aprile 2008, rende ancora più grave la crisi economica, perché alimenta una pericolosa guerra tra
poveri (Nord contro Sud, bianchi contro neri, particolarismo contro particolarismo, lavoro contro ambiente…), dando il
segno di un’egemonia reazionaria. Ma quest’assenza e questa catastrofe non sono un fenomeno casuale e contingente.
Sono semmai la conseguenza di un fatto molto semplice: tutti gli spazi di agibilità per ipotesi neoriformiste volte a
disegnare un “capitalismo dal volto umano”, quali quelle tentate fino a qualche anno fa, sono oggi chiusi. Detto in
soldoni: non c’è più un centesimo da ridistribuire e il welfare tradizionale sta tramontando a meno, aggiungiamo, di
non voler mettere in discussione le cosiddette compatibilità ed il sacro vincolo della proprietà privata (profitti, grandi
patrimoni, spese militari, evasione fiscale…).
Il problema è che dobbiamo colmare prima possibile la distanza tra questa necessità evidente e la realtà concreta.
Non c’è altra prospettiva seria. La situazione economico-sociale del paese sta ormai facendo precipitare milioni di
persone al di sotto o vicino la soglia di povertà. Praticamente tutte le fasce di popolazione che vivono unicamente del
proprio lavoro salariato nelle mille forme che questo assume nell’attuale modello produttivo flessibile.
Guardando l’impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i
paesi impoveriti e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono i cosiddetti “nuovi poveri”. Secondo tutti i rapporti
principali (Istat, Caritas, Social Watch, ecc…) la povertà è aumentata a dismisura anche nel nostro paese come in tutti
quelli colpiti da questa crisi strutturale del capitalismo mondiale.
Oggi ci troviamo con un tasso reale di disoccupazione che supera il 10%, circa un milione di posti di lavoro precari
scomparsi in meno di tre anni e più di 600.000 cassintegrati a zero ore che non sanno se alla fine ritroveranno un
posto al lavoro e un salario dignitoso per campare. Senza contare che la crisi in settori come quello dell’edilizia sta
cancellando migliaia di posti di lavoro invisibili perché al nero e per lo più immigrati. In Italia ci sono oltre 8 milioni di

poveri, calcolati in nuclei di due persone che vivono con al massimo mille euro al mese, e tra questi in 800.000 si sono
impoveriti solo nell’ultimo anno e mezzo. Le richieste di sussidi e di aiuto a enti assistenziali sono cresciute del 25%
e per il 65,9% riguardano un sostegno al reddito, per il 62% all’occupazione, per il 23,6% all’alloggio. Questa povertà
salariata ha il volto principalmente di persone di mezza età, di separati e di divorziati, di donne e di immigrati, di
giovani operai e di precari, di licenziati e di famiglie monoreddito. Gli ammortizzatori sociali non bastano più, solo nel
2009 sono ammontati a ben 18 miliardi di euro. Senza considerare che una larga fascia di lavoratori precari e immigrati,
di aziende di piccole dimensioni o al nero ne sono totalmente esclusi.
Nonostante questo nessuna misura reale è andata a sostegno dei posti di lavoro o per la redistribuzione a favore dei
redditi delle famiglie di questi lavoratori. Abbiamo subito solo i tagli, la cancellazione dei diritti e delle tutele minime
che il movimento operaio aveva conquistato con decenni di lotte. Mentre operai, precari e lavoratori immigrati
precipitano sotto la soglia di povertà, tutte le cosiddette “misure anticrisi” del Governo Berlusconi sono state meri
palliativi o veri regali alle imprese che vogliono, oggi più di ieri, le mani libere sulla forza-lavoro per garantirsi
la ripresa di un livello di competitività accettabile a scapito di lavoratori, precari e disoccupati e per la ripresa dei
profitti ai livelli di qualche anno fa. Non che non abbiano continuato a farli, intendiamoci, perché questa crisi di
sovrapproduzione se da un lato manda all’aria e fa scomparire centinaia di piccole e medie azienda (e relativi posti di
lavoro), dall’altro, è una grossa occasione per mere speculazioni finanziarie o per politiche di monopolio dei grossi
colossi che attraverso ristrutturazioni, acquisizioni e cessioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni e sgravi tengono alto
il proprio livello dei profitti anche nella burrasca di questa crisi. Dati recenti di Mediobanca mostrano come le 500
principali imprese capitalistiche nel nostro paese negli ultimi tre anni hanno aumentato e non diminuito i propri ricavi.
Ma questo a Confindustria e alle classi dominanti nel nostro paese non basta.
La copertura politica a questo gigantesco furto di diritti e tutele ai danni dei lavoratori, è data anche dai rigidi parametri
economici degli organismi del Capitale europeo (UE, BCE, Eurom) che impongono tagli a salari e servizi a tutti i
governi e elargiscono aiuti a imprese e banche. Dall’ottobre 2008 all’ottobre 2010 la Commissione Ue ha approvato
4.588 miliardi di euro di aiuti alle banche europee, in base a un regime speciale che è stato prorogato per tutto il 2011.
In questo contesto e dopo anni di arretramenti in materia di diritti, a causa delle continue concessioni in nome
della “concertazione” politica e sindacale, ora il padronato vuole costringerci ad accettare l’ennesimo ricatto imponendo
una scelta tra un “lavoro senza diritti” oppure “miseria e disoccupazione”.
Le attuali controriforme sono tutte risposte di classe del padronato a una crisi presente da anni nel settore produttivo
e che è stata utilizzata dal grande capitale finanziario per spremere fino all’osso le risorse pubbliche e il lavoro
salariato. Nulla viene risparmiato per favorire questo obiettivo. I diritti e la democrazia vanno al macero insieme ai
posti di lavoro. Il collegato lavoro mette una pietra tombale sulla possibilità dei precari di reclamare il diritto a una
stabilizzazione. Il prossimo Statuto dei Lavori cancellerà definitivamente le tutele conosciute dopo il ciclo di lotte
operaie conclusosi nella prima metà degli anni ‘70. Nel frattempo la pistola alla tempia dei lavoratori puntata da
Marchionne viene utilizzata da tutto il resto del padronato con Federmeccanica che già annuncia la cancellazione
unilaterale del CCNL e l’applicazione solo di accordi aziendali. La lotta di classe è forte e pienamente consapevole
da parte della classe dominante che vuole approfittare di rapporti di forza a lei favorevoli per tornare a una situazione
di “diritti zero” e fascismo sindacale come negli anni ‘50. Le uniche spese che aumentano sono quelle militari per
sostenere l’aumento dell’aggressività internazionale, sotto l’egida della UEO o della NATO, e il mantenimento delle
missioni di guerra che servono unicamente a garantire libero accesso a mercati, risorse e manodopera alle potenze
occidentali. Questo a dimostrazione della natura imperialista, e quindi antidemocratica e antipopolare, delle principali
istituzioni internazionali.
Anche l’origine della crisi interna all’attuale esecutivo Berlusconi non dipende affatto dall’azione dell’opposizione
parlamentare, ma risiede nella crisi del rapporto con i settori dominanti dei poteri forti del capitalismo italiano su una
governance “credibile” del sistema-Italia a livello internazionale. La nascita del Terzo Polo neo-centrista e post-fascista,
con cui il PD aspira ad allearsi, è espressione politica di questa crisi e mantiene l’asse sociale e culturale fortemente
ancorato a destra. Ecco anche il senso da parte dei poli dell’attuale sistema maggioritario di contendersi la relazione con
Confindustria con un nuovo Patto Sociale o con il Libro Bianco di Sacconi e lo Statuto dei Lavori.
Senza rompere questo quadro di compatibilità e tentare di incrinare il blocco sociale che lo sostiene non esiste nessuna
prospettiva di poter sostenere una risposta di classe autonoma dal punto di vista dei lavoratori salariati alla crisi.
Per questi motivi una riflessione s’impone con forza: se in Italia la crisi precipitasse ulteriormente, una risposta
popolare consapevole e organizzata come ad es. quella greca, troverebbe delle difficoltà, perché le forze comuniste sono
frammentate, delegittimate e prive di identità, e non ci sarebbe praticamente nessuna possibilità di farsi riconoscere dai
lavoratori, di porsi alla loro testa e di dare un senso politico alle lotte. Anche gli elementi più avanzati tra i lavoratori
sono frammentati e sindacalmente distribuiti in più organizzazioni e componenti sindacali. A questa frammentazione
organizzativa si aggiunge una scomposizione produttiva che ostacola l’organizzazione di una risposta di classe unitaria
e persino la proclamazione di uno Sciopero Generale degno di questo nome come risposta minima agli attacchi di
Governo, Confindustria e UE. Bisogna unire gli sforzi quindi per rilanciare delle “piattaforme unitarie” che dentro
il movimento dei lavoratori diano un’anima ricompositiva, ovunque ci siano gli elementi del conflitto, sui punti più
avanzati della resistenza e di ricostruzione della capacità di decidere della lotta. Serve quindi ragionare sul sindacalismo
di classe nonostante oggi si sia inevitabilmente divisi in due tronconi sindacali (nella sinistra CGIL e nel sindacalismo
di base). La condizione è che questa unità delle lotte abbia una sola anima conflittuale. Il segnale dello sciopero dei
metalmeccanici del 28 e del suo allargamento da parte dei sindacati di base è un segnale che va rilanciato in questa

direzione.
Non è un caso che, di fronte a questa vera e propria macelleria sociale, la risposta sindacale nel nostro paese è
stata totalmente insufficiente, imbrigliata come è tra subalternità alle politiche liberiste moderate del PD e una
frammentazione che stenta a ricomporsi nella lotta in un fronte comune anticrisi. In Irlanda, Grecia, Portogallo, Francia,
Spagna, Inghilterra e un po’ in tutta Europa si stanno moltiplicando le manifestazioni e gli scioperi generali contro i
tentativi dei governi nazionali, della UE e del FMI di imporre pesantissimi costi per tentare di rilanciare l’economia
capitalista e la concorrenza internazionale. Sono spesso scioperi veri, che durano giorni, bloccano produzione, servizi,
trasporti e distribuzione, mobilitazioni che generalizzano piattaforme di lotta a tutti i settori del lavoro colpiti dalla
crisi. In Italia, invece, la linea della segreteria nazionale della CGIL, accettando il Patto Sociale, si dimostra sorda
alla richiesta di sciopero generale che si leva sia dalle piazze della FIOM e della sinistra sindacale che da quelle del
sindacalismo di base e dei movimenti.
Intendiamoci uno sciopero generale anche riuscito, non è la “panacea” e non risolve di per sé le contraddizioni che
abbiamo sopra descritto. Ma sarebbe sicuramente un primo segnale forte di resistenza e ricomposizione. Infatti,
per resistere a questo attacco feroce c’é bisogno più che mai di un grande mobilitazione che sappia interpretare
questa esigenza di unità e di lotta, che la generalizzi in un momento di lotta unitaria contro le misure di Governo e
Confindustria.
Su questo punto i comunisti e le comuniste non possono continuare a fare da spettatori per non “infastidire” future
possibili alleanze governiste.
Dobbiamo ridiventare attori protagonisti dello scenario politico, rompendo questa subalternità e le compatibilità,
aiutando i movimenti a “tracimare” anche oltre i propri steccati organizzativi. In questo senso due grossi segnali sono
stati dati dalla grande mobilitazione attorno ai metalmeccanici e dal movimento di scuola e università composto da
studenti, lavoratori e ricercatori. Questi movimenti hanno dimostrato di non poter essere riconducibili unicamente sotto
la direzione delle organizzazioni che ne hanno promosso le manifestazioni e sono gli unici due passaggi che hanno
messo in difficoltà l’esecutivo Berlusconi dalla piazza e non dagli inciuci e intrighi di palazzo. In questo momento
questi movimenti non hanno rappresentanza politica e vengono cavalcati da forze politiche che alla fine rischiano di
riportarli all’ovile delle compatibilità governiste nella speranza vana di un nuovo “governo amico”.
Come possiamo essere utili a questi movimenti? Non certo illudendoci di cavalcarli dall’esterno, di egemonizzarli
o di imporre una qualche linea dall’alto. Ma nemmeno cercando di dimostrarci affidabili al PD e ai settori padronali
più “moderni”, scegliendo in altre parole l’alleanza con Montezemolo invece che con Marchionne, come qualcuno
purtroppo continua a fare. C’è bisogno, al contrario, di rifare su basi nuove lo stesso faticoso lavoro che ha portato,
più di un secolo e mezzo fa, alla costruzione del movimento operaio. C’è bisogno, cioè, di riaggregare un vasto fronte
di resistenza anticapitalista, che i comunisti devono sostenere apertamente e del quale devono provare ad essere
protagonisti.
Non è sufficiente oggi essere meri spettatori o proporsi come improbabili sponde esterne. Il rischio è che le speranze
di cambiamento sociale che le piazze esprimono vengano nuovamente frustrate dalle politiche inevitabilmente filo-
capitalistiche di nuovi “governi amici”. In questo senso, ci pare chiaro che i tentativi di coinvolgere la sinistra di classe
nelle primarie del PD, sostenendo il leaderismo di Vendola, esattamente come la cancellazione della effimera svolta di
Chianciano e la riproposizione di alleanze governiste da parte della FdS, ci riporteranno sulla stessa strada, sbagliata e
fallimentare, dell’Arcobaleno.
Qualche piccolo segnale da valorizzare c’è. La risposta operaia nel recente referendum a Mirafiori raccoglie oggi il
testimone di quello di Pomigliano e lo approfondisce segnando probabilmente un ulteriore spartiacque nella lotta tra
le classi in questa fase. Almeno per chi lo vuole vedere. Governo, opposizione parlamentare, Confindustria, mezzi di
comunicazione si sono divisi su quali parti sociali dovevano legittimare il ricatto di Marchionne contro i suoi operai, ma
tutti si sono schierati a favore o per la sua “inevitabilità”. Anche tra i dirigenti nazionali della CGIL sono stati evidenti
i tentativi di ridurre la FIOM alla “ragione” magari con una firma “tecnica” proprio per salvaguardare quel nefasto
nuovo “Patto Sociale” con Confindustria. Eppure nonostante il 90% degli istituti di consenso e di dominio di classe
fossero schierati per la cancellazione dei diritti alla FIAT, quasi il 50% degli operai ha resistito rifiutando il ricatto con
uno scatto di dignità. Potremmo dire che è passato l’accordo-Marchionne per un soffio, ma non è passata la filosofiat.
Un esempio che dovrebbe essere raccolto anche da quella sinistra “radicale” ancora incapace di intraprendere un
percorso che rompa la sua subordinazione a interessi di classe opposti a quelli del movimento dei lavoratori nel suo
complesso, nettamente in contrasto con quelli rappresentati oggi da un PD che si è schierato a favore dell’accordo-
capestro.
Questo e non l’ennesima esperienza governista sarebbe un terreno utile anche alla riconquista dell’unità e
dell’autonomia dei comunisti. Essere utili a riconnettere le singole lotte in una piattaforma più ampia di resistenza
sociale alla crisi e gettare le basi per un’alternativa di sistema e non di mero “governo”. Solo sulla base di questo e della
formazione di un nuovo blocco sociale di riferimento si può parlare di quali “larghe alleanze” siano utili o meno.
Se vogliamo ricostruire e rifondare un partito comunista forte e credibile, questo è il momento della lotta e della
costruzione di una vasta opposizione anticapitalista. D’altro canto, non sono sufficienti e adeguate nemmeno le
risposte minoritarie finora messe in campo, con micro-partitini o col rifugiarsi in un movimentismo antipolitico
inconcludente. Questa strada rischia solo di alimentare la diaspora silenziosa e la frammentazione delle forze comuniste
e anticapitaliste.
Siamo nel mezzo di un’onda lunga reazionaria che si alimenta nella crisi e che viene sapientemente utilizzata dalla

destra alimentando una guerra tra poveri nelle classi popolari e solleticando gli istinti beceri dei ceti intermedi.
Le politiche di alleanze del PD guardano sempre più verso l’UDC (con la solita rincorsa all’occupazione del centro
moderato insita nel bipolarismo), una SeL che prepara il terreno a una collaborazione più organica col/nel PD
(preparando il terreno a Vendola per le primarie) e una Federazione della Sinistra incapace di presentarsi come un polo
alternativo, credibile e visibile.
Gli spazi politici istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto
dal PDL che dal PD, e non possono essere riconquistati con escamotage organizzativistici o elettoralistici.
Occorre ricostruire anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci sono ancora ampi spazi di azione
politica, sia sul piano sociale e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di classe e non concertativa,
ricucitura delle molteplici esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e migranti, etc.) che su quello
culturale (dove si tratta di coniugare l’eredità critica dell’esperienza del comunismo internazionale del Novecento con
una comprensione delle trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti concettuali del marxismo).
Tutto il resto ci porta sempre al punto di partenza e a nuovi arretramenti. Altrimenti tutto cambia vertiginosamente
in superficie, ma la sostanza del conflitto di classe permane immutata. Dobbiamo dire apertamente che il problema
non è solo Berlusconi, contro il quale continueremo a lottare tenacemente finché non sarà uscito di scena attraverso la
mobilitazione di piazza e non certo grazie a inciuci di governo. Ma non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo finale dei
comunisti resta l’uscita di scena definitiva del capitalismo intero dalla storia.
Fuori da questo orizzonte strategico diventa difficile individuare anche solo generalmente delle prospettive dalle quali
ripartire. Ora è il momento di rompere gli steccati delle correnti, mettere da parte gli equilibrismi, tirarsi su le maniche e
autoconvocarsi in maniera permanente per ricostruire tra i referenti sociali la nostra credibilità e internità.

Noi riteniamo, al contrario, che sia necessario urgentemente:

– agire per unire, collegare e salvaguardare le energie conflittuali, le militanze dei compagni/e collocati sia dentro
che fuori i partiti comunisti della FdS; difendere le comunità resistenti e le esperienze politiche, in particolare quelle
di base; mettere in contatto le diverse realtà critiche presenti nel paese, ancora scollegate e frammentate, al di là dei
riferimenti a differenti aree e organizzazioni, per impedire che il dissenso diventi sfiducia e disimpegno;
– sviluppare tavoli di confronto permanenti tra tutte le esperienze comuniste ed anticapitaliste, sociali e politiche,
disponibili ad una ricerca e ad un lavoro comune, e questo rigorosamente sul terreno dei contenuti, delle analisi e delle
concrete esperienze nelle lotte sociali, proponendo la convergenza su battaglie comuni per costruire un processo di
riaggregazione su contenuti di classe;
– rafforzare, monitorare e collegare la presenza dei/lle compagni/e, dei circoli e sezioni di PRC e PdCI, delle
varie forze e realtà comuniste, nelle lotte sociali, agendo in maniera dialettica (impegno diretto, proposta, sintesi e
orientamento politico nei/dei movimenti) e facendo anche la necessaria chiarezza sulla contraddizione sempre possibile
tra impegno sociale e rappresentanza politico-istituzionale, che spesso rischia di distruggere la credibilità della nostra
iniziativa politica;
– riaffermare la necessità di un partito comunista di quadri con un radicamento di massa, ma riempire questa
enunciazione, che in sé rischia di essere formalistica e persino feticistica, di contenuti concreti. C’è bisogno di una
riflessione di fondo su questioni centrali come la linea politica, la democrazia interna, la forma partito, il contrasto
alla formazione e alla separatezza dei ceti politici, la critica alla “doppiezza”, all’istituzionalismo, al governismo così
come al settarismo dogmatico. Occorre una adeguata formazione teorica e pratica, una rinnovata rielaborazione sulla
questione giovanile e su quella meridionale, la differenza di genere, sul rapporto tra ambiente e contraddizione di classe,
sul senso della militanza e la funzione indispensabile dell’opposizione, sulla gestione delle risorse.
– riaggregare su programmi e obiettivi concreti una sinistra anticapitalista, un ampio fronte di realtà sociali
e politiche presente nei luoghi del conflitto, con l’obiettivo di ricostruire una rappresentanza autonoma e
indipendente della classe e favorire la costituzione di un Blocco Sociale antagonista agli interessi del capitalismo.

Un’occasione per ripensare e rilanciare l’unità e l’autonomia dei comunisti nel nostro paese. Per tornare ad
essere il cuore dell’opposizione di classe, per un’alternativa di sistema e non per un’alternanza di governo.

0 Responses to “Cpnvegno di Livorno dei Comunisti per una opposizione di Classe. Intervento di Apertura”



  1. Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...





%d blogger cliccano Mi Piace per questo: