Archivio per febbraio 2011

I ROGHI DI BAMBINI ROM e L’EMERGENZA SOCIALE NEGATA sul territorio pisano

Il 6 febbraio quattro bambini di etnia rom sono stati uccisi a Roma dalla miseria in cui sono stati costretti a vivere, in un campo fatto di baracche di legno e lamiera.
Il sindaco di Roma e i politicanti della destra se la prendono con i campi rom, gli stessi contro i quali la camorra, nel napoletano, ha usato armi e bottiglie incendiarie, gli stessi campi che a Roma sono stati bersaglio di aggressioni e incendi da parte di bande fasciste, da campagne di odio nel Nord da parte della Lega.
Anni di violenze, di sgomberi, di emarginazione fino al tanto decantato Piano Nomadi, che affronta le questioni sociali come questioni di ordine pubblico.
La morte dei quattro bambini è stata utilizzata dal sindaco di Roma Alemanno, per chiedere soldi e poteri speciali, utili a rimuovere tutti i campi rom per rinchiuderne gli abitanti in container o in baracche chiamate case.
Come avvoltoio si è precipitato sulla tragedia annunciata per invocare
leggi di emergenza e poteri speciali, per una risposta repressiva al fenomeno immigrazione.
Negli ultimi anni molti bambini rom non sono andati a scuola perchè i
programmi sociali loro destinati sono stati ridimensionati.
A Pisa la morte dei bambini di Roma ha offerto il pretesto al sindaco per invocare lo sgombero degli insediamenti abusivi rom, omettendo il particolare che gran parte dei campi rom, abusivi e non, si trovano in condizioni di miseria, degrado e sporcizia, nel disprezzo delle più elementari norme igieniche.
Filippeschi chiede soldi e rivendica il “patto di Pisa citta sicura”, per questo reclamando più forze di polizia.

Non si può non cogliere nelle parole del democratico Filippeschi e in quelle dell’ex missino Alemanno un tratto in comune, quello della invocazione della militarizzazione del territorio, che costituisce la ricetta a cui affidano il tema della sicurezza, mentre fanno finta di dimenticare che la pluridecennale politica dei campi nomadi ha creato solo miseria, insicurezza, discriminazione, segregazione.

L’Italia è stata richiamata da organismi internazionali al rispetto dei diritti umani nel caso dei rom e dei sinti. E’ negato a loro, e a tanti altri cittadini, italiani e migranti, il diritto all’abitare, a vivere in condizioni umane e con diritti civili e sociali.
Senza questi diritti non c’è umanità, non c’è giustizia sociale, ma solo violenza, sopraffazione e razzismo.
Lo sgombero ormai imminente del campo delle Bocchette a Pisa non cancella il cosiddetto problema rom, perché lo sgombero non può rappresentare la soluzione di niente.
Al sindaco di Pisa, che si vanta di essere a capo di un’amministrazione efficiente (viene a mente il presidente del consiglio che vanta il suo governo come il “governo del fare”!), viene da chiedere cosa essa stia facendo per affrontare l’assenza di posti letto per le centinaia di cosiddetti “barboni” che vivono nell’area della stazione, spesso a dormire su vagoni e binari in disuso.
Esiste una emergenza sociale e civile a Pisa e il sindaco la nega.
E’ il caso che si cominci a praticare una politica che la smetta con la logica della negazione dei diritti elementari, fatta di sgomberi, di tagli indiscriminati ai servizi rivolti a chi versa in condizioni di estremo bisogno, fatta di cinismo, fatta di razzismo.

Osservatorio sul fascismo Pisa

per l’Osservatorio
Federico Giusti
Marcello Pantani

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Vergognoso segreto di Francia

da il Fatto Quotidiano

del 9 Febbraio 2011

di Nicola Tranfaglia

Perché Mitterrand non ha sollevato il velo su La Cagoule, l’organizzazione che assassinò Carlo e Nello? Il veto era stato posto dal generale De Gaulle.

Un oscuro segreto emerge dopo settant’anni. Un segreto che riguarda
nello stesso tempo la storia della Francia e dei suoi miti e quella
dell’Italia, del fascismo e degli uomini che furono uccisi dalla dittatura.
Carlo e Nello Rosselli vennero assassinati il 9 giugno 1937 dalla setta
fascista con forti tendenze razziste e antisemite della Cagoule. Ma chi
faceva parte di quella organizzazione di estrema destra? Soltanto i
fascisti francesi e i loro confratelli italiani? O anche personaggi che dopo
la Liberazione avrebbero fatto parte di altre forze, opposte, nello
schieramento repubblicano?
Francois Mitterrand (è così che si scrive il suo nome) è nato nel 1916
durante la Prima guerra mondiale e proprio mentre si combatteva nel
sud-ovest della Francia la grande battaglia di Verdun, una delle più
sanguinose del conflitto che divise l’Europa e condusse alla crisi da cui
sarebbero nati i fascismi, prima in Italia, poi in Germania e nei paesi
dell’Europa orientale. Durante la Seconda guerra mondiale catturato dai
nazisti tedeschi riesce a fuggire a Parigi dove diventa un ufficiale del
governo collaborazionista di Vichy fondato e guidato dal maresciallo
Petain. E questo non è un caso perché, a vent’anni, Mitterrand è un
militante della setta di estrema destra La Cagoule (secondo altri storici
della setta La Lègion francaise des combattants et des volontaires de la
rivolution nationale, sempre fascista) che il 9 giugno 1937, su ordine di
Galeazzo Ciano e del SIM italiano, in cambio di mille fucili regalati dal
governo fascista, uccide a Bagnoles sur L’Orne stroncando la vita di due
giovani di grandi qualità e possibilità future: Carlo era il fondatore e
leader del movimento di Giustizia e Libertà in Francia e in Italia e Nello
era uno storico del Risorgimento italiano, di Carlo Pisacane, di Mazzini e
Bakunin.
Il giovane funzionario da gennaio ad aprile 1942 lavora presso La
Lègion, dal giugno 1942 al Commissariato per il reinquadramento dei
prigionieri di guerra, dal quale si dimetterà nel gennaio 1943.
Nel dicembre 1942, Mitterrand scrive nel giornale ufficiale di Vichy
France, Revue de l’Etat nouveau: “Se la Francia non vuole morire in
questa melma, gli ultimi francesi degni di questo nome devono
dichiarare una guerra senza quartiere a tutti quanti, all’interno come
all’estero, si preparano ad aprirne le dighe: ebrei, massoni, comunisti…
sempre gli stessi e tutti gollisti”.
Di fronte ad affermazioni di questo genere non si possono avere
esitazioni sulla prima fede petainista e filofascista del giovane francese
che nel 1942 ha ventisei anni.
L’anno successivo, nel 1943, anno fatale nella Seconda guerra mondiale
perché cade l’Italia fascista e Petain va in crisi come alleato della
Germania nazista, con un plateale “salto della quaglia” (come diciamo
noi italiani per i processi di trasformismo cui siamo purtroppo abituati
anche oggi nella nostra tormentata storia) Mitterrand, dopo un incontro
difficile con il generale De Gaulle, entra nella resistenza gollista
conservando peraltro le sue mansioni presso l’amministrazione di Vichy.
Una volta eletto nel 1981 alla presidenza della Repubblica francese, e
fino al 1992, Mitterrand deporrà una corona di fiori sulla tomba del
maresciallo Petain; nella primavera del 1943 è decorato dell’ordine della
Francisque; una distinzione onorifica del regime di Vichy.
È impossibile, insomma, mettere in dubbio la sincerità e la saldezza
della sua fede giovanile per i regimi fascisti e collaborazionisti con la
Germania nazista. Non è ancora del tutto chiaro se fosse
esplicitamente antisemita, ma le organizzazioni di cui faceva parte, a
cominciare dalla Cagoule, lo erano.
Nel 1943 il giovane funzionario diventa il capo di una rete di spie che
prende contatto con i funzionari dell’Amministrazione francese in vista
dell’ormai vicina liberazione assicurando la fiducia di funzionari,
burocrati, e prefetti alla nuova Repubblica francese. Quindi diventa
leader di un piccolo partito radicalsocialista, l’Union democratique et
socialista de la Resistence, l’UDGR.
Di qui inizia intorno ai trent’anni la sua carriera prima di ministro della
Repubblica, poi di leader della sinistra europea e in particolare del
socialismo non comunista e in questa veste ascenderà nel 1981 dopo
due tentativi falliti, alla presidenza della Repubblica francese di cui è
titolare per due mandati, quattordici anni, dal 1981 al 1995.
Ma non dimentica la sua giovinezza e i suoi trascorsi. E lo dimostra con
una decisione che finora gli storici non solo italiani non avevano mai
notato. E che a me è invece molto chiara, grazie alla mia lunga
esperienza di ricercatore della vita e dell’opera di Carlo Rosselli di cui ho
appena pubblicato per Baldini e Castoldi una biografia completa (2011,
pp. 518; euro 22). Ebbene, il generale De Gaulle negli anni Cinquanta
quando era asceso al potere aveva posto il veto al fascicolo su La
Cagoule negli Archivi di Stato francesi, i presidenti gollisti che gli sono
succeduti hanno mantenuto quel veto e nessuno storico, a cominciare
dal sottoscritto, ha mai potuto consultare il fascicolo che riguarda gli
assassini di Carlo e Nello Rosselli. Ma il fatto grave è che anche negli
anni Ottanta e Novanta quando Mitterrand è stato presidente della
Repubblica non ha eliminato il veto che De Gaulle aveva posto agli inizi
della Repubblica sul caso de La Cagoule. Ne abbiamo una prova
clamorosa leggendo non soltanto gli scritti di Gaetano Salvemini negli
anni Trenta e Quaranta ma anche nel saggio, ottimo, che Mimmo
Franzinelli ha pubblicato nel 2007 su Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937.
Anatomia di un omicidio politico (Mondadori editore): non c’è traccia, a
causa di quel veto, della documentazione francese su La Cagoule che
tuttora esiste negli Archivi Nazionali Francesi e che i cataloghi appositi
testimoniano ancora. Detto in maniera semplice, il leader del socialismo
europeo, per quattordici anni presidente della Repubblica e uomo
simbolo (non soltanto in Francia) del socialismo non comunista ha
oscurato un delitto compiuto dai fascisti peggiori del suo paese, servi
dei regimi europei, a distanza di più di cinquant’anni da quello che resta
uno dei più terribili delitti che il fascismo abbia compiuto negli anni
Trenta quando in Italia dominava Mussolini e in Germania Hitler era al
potere. Come si può spiegare l’atteggiamento di François Mitterrand e
della Repubblica francese?
È un problema storico di notevole entità. E mette in luce, ancora una
volta, le contraddizioni della vicenda europea ancora aperte e la
difficoltà di superare completamente l’eredità del fascismo, in Italia
come in Francia. È una constatazione amara per chi ha trascorso finora
la sua vita a ricostruire la storia del Vecchio Continente e dell’Italia
degli ultimi cento anni.

Le inchieste I casi Perla la «pentita» «Candidati decisi dai massoni»

CORRIERE DELLA SERA

12 NOVEMBRE 2010

«Ero amica di Bondi Ascoltava i miei consigli»

di Giovanni Bianconi

ROMA – «Il mio ruolo era quello di esperta nelle campagne elettorali, nel recupero dei voti e tutto quello che riguardava l’ attività del politico», dice di sé Perla Genovesi, la pentita di un traffico di droga verso la Sicilia arrestata a luglio, già assistente parlamentare dell’ex senatore di Forza Italia Enrico Pianetta (oggi deputato del Pdl), ben inserita nell’entourage del premier Silvio Berlusconi. Il suo telefono, stando ai tabulati acquisiti dagli investigatori, ha avuto diversi contatti con la residenza di Arcore, dove per un periodo ha risieduto anche uno degli attuali coordinatori del Pdl, nonché ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi.

«Io già avevo avuto da parte di Bondi dei contatti – ha spiegato Perla Genovesi ai pubblici ministeri di Palermo nell’ interrogatorio del 19 agosto scorso, ora inviato alla Procura di Milano -. Mi voleva fare andare a lavorare a Sky mi ricordo, mi aveva dato il suo biglietto da visita col suo cellulare… Poi non si era arrivati a nulla, però era nata un’amicizia e si fidava delle mie… Una volta mi chiese addirittura quali erano i candidabili per le Politiche, come deputati, su Parma e poi seguì i miei consigli; senza entrare nello specifico gli sconsigliai qualcuno invece che qualcun altro».

Grazie ai contatti intessuti dalla sua assistente fra il 2003 e il 2007 – dice Perla – il senatore Pianetta «ha cominciato a fidarsi di me, a vedere come le persone cominciavano a rispettarlo, la sua immagine ha cominciato a cambiare… Bondi gli aveva fatto avere un incarico di partito, come presidente dei seniores di Forza Italia, degli anziani, una richiesta che io avevo fatto per lui molto tempo prima. Gli hanno dato addirittura anche un ufficio, mi sembra nella sede di Forza Italia a Milano. L’ avevano cominciato a inserire nelle riunioni di un certo livello, dove c’ era Berlusconi e alcuni senatori che contavano, finché c’ ero io…».

La pentita sostiene di aver collaborato alla campagna elettorale di Letizia Moratti a sindaco di Milano, occupandosi di due candidati segnalati da Pianetta. Parla di un ex consigliere provinciale di Forza Italia, oggi consigliere del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, Max Bruschi. Altri le avevano detto che i massoni «comandavano le candidature, erano loro che gestivano i politici, e c’erano quelli più grossi di questi massoni che erano in America, ma che comandavano anche in Italia… Incuriosita da questa cosa chiesi a un mio amico che scriveva per Bondi, sapevo che era un massone, Max Bruschi. Gli chiesi informazioni su questi massoni, e lui mi mandò qualche e-mail. Poi quando l’incontrai mi spiegò alcune cose, lui considerava “la mia chiesa” addirittura l’origine della massoneria… Cominciai a prendere atto di questa realtà che non conoscevo, così cominciai a muovermi per capire come fare a candidare il senatore».

Per ottenere la rielezione di Pianetta nel 2006 Perla Genovesi afferma di essersi rivolta ai vertici della fondazione San Raffaele di don Verzè, per la quale Pianetta aveva lavorato in passato, e per cui le avrebbe confidato di aver fatto avere somme «gonfiate» per la realizzazione di opere all’estero. La donna rivela anche di essere stata avvertita di avere il telefono sotto controllo, intorno al 2006, da un assistente del presidente della Lombardia Formigoni, tale Alessandro. Il quale l’aveva saputo «da uno dei servizi segreti, mi ha detto».

Tra i politici conosciuti da Perla Genovesi, com’è noto, c’è anche il ministro per la Pubblica Amministrazione Brunetta: «Di lui ho sempre avuto una considerazione abbastanza alta, nonostante sapessi che era quello che aveva amministrato i fondi del partito, i fondi non dichiarati». «I fondi neri?», chiede il pubblico ministero. E Perla: «Sì, di Forza Italia». Il pm domanda che cosa sapeva in concreto e la pentita risponde: «Ma queste sono cose che sanno tutti… Non me le ha dette lui, sono cose che sanno tutti, che lui ha amministrato per un periodo i fondi del partito, insomma. Non lo so se ufficialmente, so che lui si vantava con me di avere insegnato a Berlusconi non dico a leggere e a scrivere, ma un poco il diritto, di avergli insegnato l’ economia».

Cpnvegno di Livorno dei Comunisti per una opposizione di Classe. Intervento di Apertura

gennaio 1921 – gennaio 2011: novantesimo della fondazione del partito comunista

LIVORNO – SABATO 29 GENNAIO 2011

Comunisti insieme per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema

ricostruire e rifondare il partito comunista,
rilanciare la sinistra anticapitalista,
costruire un vasto fronte di resistenza alla crisi

“Torniamo al centro del conflitto sociale, no ai ricatti Fiat, basta con le politiche governiste”

Davanti a noi abbiamo una devastante crisi economica. Non è una semplice crisi finanziaria e nemmeno una normale
crisi ciclica ma – su questo c’è ormai un consenso generalizzato, nonostante la propaganda dell’economia politica –
una crisi più profonda e “di sistema”; probabilmente la crisi più grave di valorizzazione del capitale da molti decenni
a questa parte. E’ uno di quei momenti della storia per cui la maggioranza della popolazione mondiale vive una
condizione di “fame” e “povertà” non perché ci sia scarsità di risorse prodotte ma, al contrario, perché si è prodotto
troppo e senza una razionalità diversa che non fosse quella dell’accumulazione dei profitti per una minoranza di
persone: i capitalisti.
Questo lo stanno a dimostrare anche le mille resistenze nella periferia del mondo, i movimenti di massa dell’America
Latina, le lotte in Asia e le rivolte di questi giorni nel Nord Africa. Ma lo stanno a dimostrare anche le devastanti
condizioni sociali nei paesi imperialisti per una fascia sempre crescente di popolazione.
Sono ormai anni che in paesi a capitalismo avanzato come il nostro il padronato, gli imprenditori, gli amministratori e
gli speculatori di ogni risma si ingrassano con i frutti dello sfruttamento di un lavoro precario, nocivo e malpagato. E
ora cercano nuove e più efficaci strade per estendere e intensificare lo sfruttamento, comprimere i salari e evadere le
tasse e sottrarsi ad ogni responsabilità sociale.
Il padronato e l’intera classe dominante stanno approfittando di questa crisi internazionale per distruggere lavoro, diritti,
democrazia e ambiente, nella speranza di far ripartire quei profitti a livelli per loro vantaggiosi nella competizione
globale. Nel frattempo, i metalmeccanici e gli studenti, i precari e i lavoratori immigrati, i senza casa e i disoccupati,
occupano i tetti e scendono nelle piazze per resistere alla crisi, ma i conflitti sociali nel paese, che pure si stanno
moltiplicando, sono sparpagliati e privi di una sintesi comune. In altre parole, la lotta di classe c’è eccome, ma viene
agita solo dai padroni verso quelle classi che Gramsci chiamava «subalterne». Sappiamo bene, infatti, che questa crisi
non è la stessa per tutti e che sono queste classi a pagarne i costi.
Quei soggetti sociali che fino a non poco tempo fa sarebbero stati senz’altro definiti “proletari” – il lavoro dipendente,
il lavoro autonomo parasubordinato, il precariato di massa, la manodopera giovanile in formazione e quella immigrata
– si trovano oggi di fronte ad un ricatto quotidiano: o accetti di venderti al prezzo più basso, rinunciando ad ogni diritto
acquisito e a un futuro dignitoso, oppure sei fuori e la tua stessa sussistenza è a rischio.
Questi settori sociali si trovano a fronteggiare questo attacco tremendo senza una propria qualificata rappresentanza
politica; senza una rappresentanza, cioè, che sia in grado di difenderne gli interessi immediati ma anche di proporre
un’alternativa complessiva e di sistema. Questo vuoto della sinistra politica, che investe soprattutto i comunisti e si è
resa manifesta dall’aprile 2008, rende ancora più grave la crisi economica, perché alimenta una pericolosa guerra tra
poveri (Nord contro Sud, bianchi contro neri, particolarismo contro particolarismo, lavoro contro ambiente…), dando il
segno di un’egemonia reazionaria. Ma quest’assenza e questa catastrofe non sono un fenomeno casuale e contingente.
Sono semmai la conseguenza di un fatto molto semplice: tutti gli spazi di agibilità per ipotesi neoriformiste volte a
disegnare un “capitalismo dal volto umano”, quali quelle tentate fino a qualche anno fa, sono oggi chiusi. Detto in
soldoni: non c’è più un centesimo da ridistribuire e il welfare tradizionale sta tramontando a meno, aggiungiamo, di
non voler mettere in discussione le cosiddette compatibilità ed il sacro vincolo della proprietà privata (profitti, grandi
patrimoni, spese militari, evasione fiscale…).
Il problema è che dobbiamo colmare prima possibile la distanza tra questa necessità evidente e la realtà concreta.
Non c’è altra prospettiva seria. La situazione economico-sociale del paese sta ormai facendo precipitare milioni di
persone al di sotto o vicino la soglia di povertà. Praticamente tutte le fasce di popolazione che vivono unicamente del
proprio lavoro salariato nelle mille forme che questo assume nell’attuale modello produttivo flessibile.
Guardando l’impatto sociale della crisi a livello internazionale, emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i
paesi impoveriti e le persone più vulnerabili, molte delle quali sono i cosiddetti “nuovi poveri”. Secondo tutti i rapporti
principali (Istat, Caritas, Social Watch, ecc…) la povertà è aumentata a dismisura anche nel nostro paese come in tutti
quelli colpiti da questa crisi strutturale del capitalismo mondiale.
Oggi ci troviamo con un tasso reale di disoccupazione che supera il 10%, circa un milione di posti di lavoro precari
scomparsi in meno di tre anni e più di 600.000 cassintegrati a zero ore che non sanno se alla fine ritroveranno un
posto al lavoro e un salario dignitoso per campare. Senza contare che la crisi in settori come quello dell’edilizia sta
cancellando migliaia di posti di lavoro invisibili perché al nero e per lo più immigrati. In Italia ci sono oltre 8 milioni di

poveri, calcolati in nuclei di due persone che vivono con al massimo mille euro al mese, e tra questi in 800.000 si sono
impoveriti solo nell’ultimo anno e mezzo. Le richieste di sussidi e di aiuto a enti assistenziali sono cresciute del 25%
e per il 65,9% riguardano un sostegno al reddito, per il 62% all’occupazione, per il 23,6% all’alloggio. Questa povertà
salariata ha il volto principalmente di persone di mezza età, di separati e di divorziati, di donne e di immigrati, di
giovani operai e di precari, di licenziati e di famiglie monoreddito. Gli ammortizzatori sociali non bastano più, solo nel
2009 sono ammontati a ben 18 miliardi di euro. Senza considerare che una larga fascia di lavoratori precari e immigrati,
di aziende di piccole dimensioni o al nero ne sono totalmente esclusi.
Nonostante questo nessuna misura reale è andata a sostegno dei posti di lavoro o per la redistribuzione a favore dei
redditi delle famiglie di questi lavoratori. Abbiamo subito solo i tagli, la cancellazione dei diritti e delle tutele minime
che il movimento operaio aveva conquistato con decenni di lotte. Mentre operai, precari e lavoratori immigrati
precipitano sotto la soglia di povertà, tutte le cosiddette “misure anticrisi” del Governo Berlusconi sono state meri
palliativi o veri regali alle imprese che vogliono, oggi più di ieri, le mani libere sulla forza-lavoro per garantirsi
la ripresa di un livello di competitività accettabile a scapito di lavoratori, precari e disoccupati e per la ripresa dei
profitti ai livelli di qualche anno fa. Non che non abbiano continuato a farli, intendiamoci, perché questa crisi di
sovrapproduzione se da un lato manda all’aria e fa scomparire centinaia di piccole e medie azienda (e relativi posti di
lavoro), dall’altro, è una grossa occasione per mere speculazioni finanziarie o per politiche di monopolio dei grossi
colossi che attraverso ristrutturazioni, acquisizioni e cessioni, esternalizzazioni, delocalizzazioni e sgravi tengono alto
il proprio livello dei profitti anche nella burrasca di questa crisi. Dati recenti di Mediobanca mostrano come le 500
principali imprese capitalistiche nel nostro paese negli ultimi tre anni hanno aumentato e non diminuito i propri ricavi.
Ma questo a Confindustria e alle classi dominanti nel nostro paese non basta.
La copertura politica a questo gigantesco furto di diritti e tutele ai danni dei lavoratori, è data anche dai rigidi parametri
economici degli organismi del Capitale europeo (UE, BCE, Eurom) che impongono tagli a salari e servizi a tutti i
governi e elargiscono aiuti a imprese e banche. Dall’ottobre 2008 all’ottobre 2010 la Commissione Ue ha approvato
4.588 miliardi di euro di aiuti alle banche europee, in base a un regime speciale che è stato prorogato per tutto il 2011.
In questo contesto e dopo anni di arretramenti in materia di diritti, a causa delle continue concessioni in nome
della “concertazione” politica e sindacale, ora il padronato vuole costringerci ad accettare l’ennesimo ricatto imponendo
una scelta tra un “lavoro senza diritti” oppure “miseria e disoccupazione”.
Le attuali controriforme sono tutte risposte di classe del padronato a una crisi presente da anni nel settore produttivo
e che è stata utilizzata dal grande capitale finanziario per spremere fino all’osso le risorse pubbliche e il lavoro
salariato. Nulla viene risparmiato per favorire questo obiettivo. I diritti e la democrazia vanno al macero insieme ai
posti di lavoro. Il collegato lavoro mette una pietra tombale sulla possibilità dei precari di reclamare il diritto a una
stabilizzazione. Il prossimo Statuto dei Lavori cancellerà definitivamente le tutele conosciute dopo il ciclo di lotte
operaie conclusosi nella prima metà degli anni ‘70. Nel frattempo la pistola alla tempia dei lavoratori puntata da
Marchionne viene utilizzata da tutto il resto del padronato con Federmeccanica che già annuncia la cancellazione
unilaterale del CCNL e l’applicazione solo di accordi aziendali. La lotta di classe è forte e pienamente consapevole
da parte della classe dominante che vuole approfittare di rapporti di forza a lei favorevoli per tornare a una situazione
di “diritti zero” e fascismo sindacale come negli anni ‘50. Le uniche spese che aumentano sono quelle militari per
sostenere l’aumento dell’aggressività internazionale, sotto l’egida della UEO o della NATO, e il mantenimento delle
missioni di guerra che servono unicamente a garantire libero accesso a mercati, risorse e manodopera alle potenze
occidentali. Questo a dimostrazione della natura imperialista, e quindi antidemocratica e antipopolare, delle principali
istituzioni internazionali.
Anche l’origine della crisi interna all’attuale esecutivo Berlusconi non dipende affatto dall’azione dell’opposizione
parlamentare, ma risiede nella crisi del rapporto con i settori dominanti dei poteri forti del capitalismo italiano su una
governance “credibile” del sistema-Italia a livello internazionale. La nascita del Terzo Polo neo-centrista e post-fascista,
con cui il PD aspira ad allearsi, è espressione politica di questa crisi e mantiene l’asse sociale e culturale fortemente
ancorato a destra. Ecco anche il senso da parte dei poli dell’attuale sistema maggioritario di contendersi la relazione con
Confindustria con un nuovo Patto Sociale o con il Libro Bianco di Sacconi e lo Statuto dei Lavori.
Senza rompere questo quadro di compatibilità e tentare di incrinare il blocco sociale che lo sostiene non esiste nessuna
prospettiva di poter sostenere una risposta di classe autonoma dal punto di vista dei lavoratori salariati alla crisi.
Per questi motivi una riflessione s’impone con forza: se in Italia la crisi precipitasse ulteriormente, una risposta
popolare consapevole e organizzata come ad es. quella greca, troverebbe delle difficoltà, perché le forze comuniste sono
frammentate, delegittimate e prive di identità, e non ci sarebbe praticamente nessuna possibilità di farsi riconoscere dai
lavoratori, di porsi alla loro testa e di dare un senso politico alle lotte. Anche gli elementi più avanzati tra i lavoratori
sono frammentati e sindacalmente distribuiti in più organizzazioni e componenti sindacali. A questa frammentazione
organizzativa si aggiunge una scomposizione produttiva che ostacola l’organizzazione di una risposta di classe unitaria
e persino la proclamazione di uno Sciopero Generale degno di questo nome come risposta minima agli attacchi di
Governo, Confindustria e UE. Bisogna unire gli sforzi quindi per rilanciare delle “piattaforme unitarie” che dentro
il movimento dei lavoratori diano un’anima ricompositiva, ovunque ci siano gli elementi del conflitto, sui punti più
avanzati della resistenza e di ricostruzione della capacità di decidere della lotta. Serve quindi ragionare sul sindacalismo
di classe nonostante oggi si sia inevitabilmente divisi in due tronconi sindacali (nella sinistra CGIL e nel sindacalismo
di base). La condizione è che questa unità delle lotte abbia una sola anima conflittuale. Il segnale dello sciopero dei
metalmeccanici del 28 e del suo allargamento da parte dei sindacati di base è un segnale che va rilanciato in questa

direzione.
Non è un caso che, di fronte a questa vera e propria macelleria sociale, la risposta sindacale nel nostro paese è
stata totalmente insufficiente, imbrigliata come è tra subalternità alle politiche liberiste moderate del PD e una
frammentazione che stenta a ricomporsi nella lotta in un fronte comune anticrisi. In Irlanda, Grecia, Portogallo, Francia,
Spagna, Inghilterra e un po’ in tutta Europa si stanno moltiplicando le manifestazioni e gli scioperi generali contro i
tentativi dei governi nazionali, della UE e del FMI di imporre pesantissimi costi per tentare di rilanciare l’economia
capitalista e la concorrenza internazionale. Sono spesso scioperi veri, che durano giorni, bloccano produzione, servizi,
trasporti e distribuzione, mobilitazioni che generalizzano piattaforme di lotta a tutti i settori del lavoro colpiti dalla
crisi. In Italia, invece, la linea della segreteria nazionale della CGIL, accettando il Patto Sociale, si dimostra sorda
alla richiesta di sciopero generale che si leva sia dalle piazze della FIOM e della sinistra sindacale che da quelle del
sindacalismo di base e dei movimenti.
Intendiamoci uno sciopero generale anche riuscito, non è la “panacea” e non risolve di per sé le contraddizioni che
abbiamo sopra descritto. Ma sarebbe sicuramente un primo segnale forte di resistenza e ricomposizione. Infatti,
per resistere a questo attacco feroce c’é bisogno più che mai di un grande mobilitazione che sappia interpretare
questa esigenza di unità e di lotta, che la generalizzi in un momento di lotta unitaria contro le misure di Governo e
Confindustria.
Su questo punto i comunisti e le comuniste non possono continuare a fare da spettatori per non “infastidire” future
possibili alleanze governiste.
Dobbiamo ridiventare attori protagonisti dello scenario politico, rompendo questa subalternità e le compatibilità,
aiutando i movimenti a “tracimare” anche oltre i propri steccati organizzativi. In questo senso due grossi segnali sono
stati dati dalla grande mobilitazione attorno ai metalmeccanici e dal movimento di scuola e università composto da
studenti, lavoratori e ricercatori. Questi movimenti hanno dimostrato di non poter essere riconducibili unicamente sotto
la direzione delle organizzazioni che ne hanno promosso le manifestazioni e sono gli unici due passaggi che hanno
messo in difficoltà l’esecutivo Berlusconi dalla piazza e non dagli inciuci e intrighi di palazzo. In questo momento
questi movimenti non hanno rappresentanza politica e vengono cavalcati da forze politiche che alla fine rischiano di
riportarli all’ovile delle compatibilità governiste nella speranza vana di un nuovo “governo amico”.
Come possiamo essere utili a questi movimenti? Non certo illudendoci di cavalcarli dall’esterno, di egemonizzarli
o di imporre una qualche linea dall’alto. Ma nemmeno cercando di dimostrarci affidabili al PD e ai settori padronali
più “moderni”, scegliendo in altre parole l’alleanza con Montezemolo invece che con Marchionne, come qualcuno
purtroppo continua a fare. C’è bisogno, al contrario, di rifare su basi nuove lo stesso faticoso lavoro che ha portato,
più di un secolo e mezzo fa, alla costruzione del movimento operaio. C’è bisogno, cioè, di riaggregare un vasto fronte
di resistenza anticapitalista, che i comunisti devono sostenere apertamente e del quale devono provare ad essere
protagonisti.
Non è sufficiente oggi essere meri spettatori o proporsi come improbabili sponde esterne. Il rischio è che le speranze
di cambiamento sociale che le piazze esprimono vengano nuovamente frustrate dalle politiche inevitabilmente filo-
capitalistiche di nuovi “governi amici”. In questo senso, ci pare chiaro che i tentativi di coinvolgere la sinistra di classe
nelle primarie del PD, sostenendo il leaderismo di Vendola, esattamente come la cancellazione della effimera svolta di
Chianciano e la riproposizione di alleanze governiste da parte della FdS, ci riporteranno sulla stessa strada, sbagliata e
fallimentare, dell’Arcobaleno.
Qualche piccolo segnale da valorizzare c’è. La risposta operaia nel recente referendum a Mirafiori raccoglie oggi il
testimone di quello di Pomigliano e lo approfondisce segnando probabilmente un ulteriore spartiacque nella lotta tra
le classi in questa fase. Almeno per chi lo vuole vedere. Governo, opposizione parlamentare, Confindustria, mezzi di
comunicazione si sono divisi su quali parti sociali dovevano legittimare il ricatto di Marchionne contro i suoi operai, ma
tutti si sono schierati a favore o per la sua “inevitabilità”. Anche tra i dirigenti nazionali della CGIL sono stati evidenti
i tentativi di ridurre la FIOM alla “ragione” magari con una firma “tecnica” proprio per salvaguardare quel nefasto
nuovo “Patto Sociale” con Confindustria. Eppure nonostante il 90% degli istituti di consenso e di dominio di classe
fossero schierati per la cancellazione dei diritti alla FIAT, quasi il 50% degli operai ha resistito rifiutando il ricatto con
uno scatto di dignità. Potremmo dire che è passato l’accordo-Marchionne per un soffio, ma non è passata la filosofiat.
Un esempio che dovrebbe essere raccolto anche da quella sinistra “radicale” ancora incapace di intraprendere un
percorso che rompa la sua subordinazione a interessi di classe opposti a quelli del movimento dei lavoratori nel suo
complesso, nettamente in contrasto con quelli rappresentati oggi da un PD che si è schierato a favore dell’accordo-
capestro.
Questo e non l’ennesima esperienza governista sarebbe un terreno utile anche alla riconquista dell’unità e
dell’autonomia dei comunisti. Essere utili a riconnettere le singole lotte in una piattaforma più ampia di resistenza
sociale alla crisi e gettare le basi per un’alternativa di sistema e non di mero “governo”. Solo sulla base di questo e della
formazione di un nuovo blocco sociale di riferimento si può parlare di quali “larghe alleanze” siano utili o meno.
Se vogliamo ricostruire e rifondare un partito comunista forte e credibile, questo è il momento della lotta e della
costruzione di una vasta opposizione anticapitalista. D’altro canto, non sono sufficienti e adeguate nemmeno le
risposte minoritarie finora messe in campo, con micro-partitini o col rifugiarsi in un movimentismo antipolitico
inconcludente. Questa strada rischia solo di alimentare la diaspora silenziosa e la frammentazione delle forze comuniste
e anticapitaliste.
Siamo nel mezzo di un’onda lunga reazionaria che si alimenta nella crisi e che viene sapientemente utilizzata dalla

destra alimentando una guerra tra poveri nelle classi popolari e solleticando gli istinti beceri dei ceti intermedi.
Le politiche di alleanze del PD guardano sempre più verso l’UDC (con la solita rincorsa all’occupazione del centro
moderato insita nel bipolarismo), una SeL che prepara il terreno a una collaborazione più organica col/nel PD
(preparando il terreno a Vendola per le primarie) e una Federazione della Sinistra incapace di presentarsi come un polo
alternativo, credibile e visibile.
Gli spazi politici istituzionali in senso stretto sembrano oggi schiacciati dal sistema bipolare/bipartitico, sostenuto tanto
dal PDL che dal PD, e non possono essere riconquistati con escamotage organizzativistici o elettoralistici.
Occorre ricostruire anzitutto una credibilità e un ruolo dei comunisti là dove ci sono ancora ampi spazi di azione
politica, sia sul piano sociale e politico-sindacale (ricostruzione di una forza sindacale di classe e non concertativa,
ricucitura delle molteplici esperienze di lotta oggi in campo sui territori, precariato e migranti, etc.) che su quello
culturale (dove si tratta di coniugare l’eredità critica dell’esperienza del comunismo internazionale del Novecento con
una comprensione delle trasformazioni della società e un aggiornamento degli strumenti concettuali del marxismo).
Tutto il resto ci porta sempre al punto di partenza e a nuovi arretramenti. Altrimenti tutto cambia vertiginosamente
in superficie, ma la sostanza del conflitto di classe permane immutata. Dobbiamo dire apertamente che il problema
non è solo Berlusconi, contro il quale continueremo a lottare tenacemente finché non sarà uscito di scena attraverso la
mobilitazione di piazza e non certo grazie a inciuci di governo. Ma non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo finale dei
comunisti resta l’uscita di scena definitiva del capitalismo intero dalla storia.
Fuori da questo orizzonte strategico diventa difficile individuare anche solo generalmente delle prospettive dalle quali
ripartire. Ora è il momento di rompere gli steccati delle correnti, mettere da parte gli equilibrismi, tirarsi su le maniche e
autoconvocarsi in maniera permanente per ricostruire tra i referenti sociali la nostra credibilità e internità.

Noi riteniamo, al contrario, che sia necessario urgentemente:

– agire per unire, collegare e salvaguardare le energie conflittuali, le militanze dei compagni/e collocati sia dentro
che fuori i partiti comunisti della FdS; difendere le comunità resistenti e le esperienze politiche, in particolare quelle
di base; mettere in contatto le diverse realtà critiche presenti nel paese, ancora scollegate e frammentate, al di là dei
riferimenti a differenti aree e organizzazioni, per impedire che il dissenso diventi sfiducia e disimpegno;
– sviluppare tavoli di confronto permanenti tra tutte le esperienze comuniste ed anticapitaliste, sociali e politiche,
disponibili ad una ricerca e ad un lavoro comune, e questo rigorosamente sul terreno dei contenuti, delle analisi e delle
concrete esperienze nelle lotte sociali, proponendo la convergenza su battaglie comuni per costruire un processo di
riaggregazione su contenuti di classe;
– rafforzare, monitorare e collegare la presenza dei/lle compagni/e, dei circoli e sezioni di PRC e PdCI, delle
varie forze e realtà comuniste, nelle lotte sociali, agendo in maniera dialettica (impegno diretto, proposta, sintesi e
orientamento politico nei/dei movimenti) e facendo anche la necessaria chiarezza sulla contraddizione sempre possibile
tra impegno sociale e rappresentanza politico-istituzionale, che spesso rischia di distruggere la credibilità della nostra
iniziativa politica;
– riaffermare la necessità di un partito comunista di quadri con un radicamento di massa, ma riempire questa
enunciazione, che in sé rischia di essere formalistica e persino feticistica, di contenuti concreti. C’è bisogno di una
riflessione di fondo su questioni centrali come la linea politica, la democrazia interna, la forma partito, il contrasto
alla formazione e alla separatezza dei ceti politici, la critica alla “doppiezza”, all’istituzionalismo, al governismo così
come al settarismo dogmatico. Occorre una adeguata formazione teorica e pratica, una rinnovata rielaborazione sulla
questione giovanile e su quella meridionale, la differenza di genere, sul rapporto tra ambiente e contraddizione di classe,
sul senso della militanza e la funzione indispensabile dell’opposizione, sulla gestione delle risorse.
– riaggregare su programmi e obiettivi concreti una sinistra anticapitalista, un ampio fronte di realtà sociali
e politiche presente nei luoghi del conflitto, con l’obiettivo di ricostruire una rappresentanza autonoma e
indipendente della classe e favorire la costituzione di un Blocco Sociale antagonista agli interessi del capitalismo.

Un’occasione per ripensare e rilanciare l’unità e l’autonomia dei comunisti nel nostro paese. Per tornare ad
essere il cuore dell’opposizione di classe, per un’alternativa di sistema e non per un’alternanza di governo.