Archivio per gennaio 2011

IRLANDA E EUROLANDIA, A SALTARE NON E’LO STATO MA IL MERCATO

di Domenico Moro

IRLANDA E EUROLANDIA, A SALTARE NON E’LO STATO MA IL MERCATO

 

La difficile situazione dell’euro, con l’estensione della crisi del debito sovrano all’Irlanda e potenzialmente a Portogallo e Spagna, è il prodotto di varie contraddizioni, che si approfondiscono, intrecciandosi tra loro.

In primo luogo, il debito sovrano è figlio del modo in cui si è tentato dei risolvere la crisi del 2001, con il sostegno artificiale alla domanda. Il costo del denaro è stato ridotto quasi a zero, inondando di liquidità i mercati finanziari1 e spingendo le banche a concedere mutui immobiliari con grande disinvoltura. I prezzi delle case sono lievitati, creando una bolla e permettendo alle famiglie, grazie ai rifinanziamenti dei mutui, di acquistare a credito e sostenere la crescita dell’economia in primo luogo degli Usa e poi di Regno Unito, Spagna, Portogallo e Irlanda, e indirettamente dei grandi paesi esportatori.2 Quando la bolla immobiliare è scoppiata e i prezzi delle case sono crollati al di sotto dei mutui, le famiglie sono diventate insolventi e le banche hanno accumulato perdite enormi. Per scongiurare una catena di fallimenti bancari sono intervenuti gli Stati, i cui debiti sono cresciuti repentinamente. In Irlanda, il debito pubblico netto, che nel 2007 era il 12% del Pil, è schizzato in alto quando lo Stato è intervenuto a garantire obbligazioni bancarie pari al 30% del Pil.3 Dunque, a saltare in Irlanda, come altrove, non è stato il pubblico, ma il privato, cioè il tanto decantato mercato.

Tuttavia, il debito pubblico di Irlanda (65,5% del Pil), e Spagna (53,2%) non appare altissimo se confrontato con il 200% del debito giapponese e con il quasi 100% di quello Usa.4 Perché allora l’effetto dell’aumento del debito sovrano è così devastante in Eurolandia? Perché Giappone e Usa hanno una banca centrale che può acquistare titoli direttamente dallo Stato, stampando dollari o yen, nel caso in cui i mercati rifiutino di farlo. La Bce può intervenire solo sui mercati secondari. L’euro è in sé una anomalia, essendo una moneta senza Stato, ovvero una unione monetaria senza unione politica. Il debito diventa insostenibile perché non esistono né una vera banca centrale, né politiche fiscali e di bilancio comuni. In aggiunta, a differenza di quanto accade in Giappone, in Irlanda il 75% del debito sovrano e il 50% del debito delle banche sono controllati dall’estero. In una situazione simile sono anche Grecia e Portogallo. Di conseguenza, è più facile che gli investitori disinvestano e che gli anelli deboli della catena dell’euro siano presi di mira da fondi esteri. Del resto, il debito sovrano è assicurato tramite credit default swap, un massa enorme di denaro che, a livello mondiale, è per il 72% in mano delle prime cinque banche Usa.5

Il sistema finanziario mondiale è ancora oggi dominato dagli Usa, che però scontano i debiti sovrano e commerciale più grandi del mondo. La possibilità di rifinanziarli è legata alla attrazione di liquidità dall’estero grazie al dollaro, che svolge il ruolo di valuta di scambio e di riserva mondiale. Ma un dollaro troppo debole e un debito federale troppo alto mettono in difficoltà tale meccanismo.6 Infatti, a partire dallo scoppio della crisi la Cina, il maggiore acquirente di titoli di stato Usa, ha cominciato a diversificare le sue riserve valutarie, e negli ultimi mesi ha garantito liquidità proprio a Grecia, Portogallo e Spagna. Dunque, un euro troppo forte, considerato che l’Europa è l’unica area con un sistema finanziario che si avvicina agli Usa, è un pericolo per gli statunitensi. Con l’Irlanda a novembre si è ripetuto quanto accaduto circa un anno fa, allorché, con il cambio dell’euro a 1,50 contro il dollaro, ci fu l’attacco speculativo alla Grecia e la moneta unica crollò a 1,19.

Ma le difficoltà dell’euro hanno una radice anche nel rapporto tra la Germania e gli altri paesi dell’eurozona. Se la Bce ha un ruolo limitato e i singoli paesi europei non possono ricorrere alla politica monetaria ciò è dovuto alla Germania, che ha posto queste condizioni per mettere in comune moneta e banca centrale. Inoltre, l’aumento della liquidità nei Paesi periferici dell’eurozona è stato una manna per la bilancia commerciale tedesca, che presenta il maggiore saldo positivo a livello mondiale. 7 Infatti, l’aumento della liquidità in un paese, in assenza di adeguati aumenti della produzione industriale, va a vantaggio dell’industria dei paesi da cui importa. Negli ultimi dieci anni la produttività della Germania, che già partiva su un piano di vantaggio rispetto agli altri paesi, è aumentata ancora mentre i salari tedeschi diminuivano dell’1% annuo. Normalmente, in un caso del genere, l’industria degli altri paesi avrebbe potuto difendersi dall’accresciuta competitività tedesca svalutando. Con l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. In questo modo, mentre le famiglie dei Paesi deboli dell’eurozona si indebitavano, la bilancia commerciale dei loro paesi – soprattutto nei confronti della Germania – peggiorava. Nel frattempo, il forte surplus commerciale e la relativa scarsezza dei consumi interni, dovuta alla moderazione salariale, hanno accresciuto il risparmio tedesco che non è stato investito in Germania – dove evidentemente c’è una sovraccumulazione di capitali sotto forma di eccesso di mezzi di produzione – ma si è diretto all’estero.8 In questo modo, la Germania e le sue banche sono diventate i maggiori creditori di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna e, quindi, le maggiori interessate ai loro “salvataggi”.9

Quando è nato l’euro, ci si è affidati ai privati e alla autoregolazione dei mercati, smantellando il ruolo pubblico nell’economia, liberalizzando e privatizzando in tutti i settori. Al contempo, non ci si è posti la necessità di una forma di vera unità politica da affiancare all’unità monetaria. Infine, la deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro hanno portato alla riduzione del salario reale a fronte di aumenti di produttività in molti casi fortissimi. Di conseguenza, si è accentuata la divaricazione crescente tra aumento della produzione di merci e riduzione della capacità di assorbimento delle merci stesse da parte del mercato, che è tipica del capitalismo. Una contraddizione che illusoriamente si è pensato di risolvere con l’economia a credito e scaricando all’estero la sovrapproduzione di merci e di capitali.

Il mercato autoregolato non regge e al suo posto va recuperato l’intervento della mano pubblica e dello Stato, come è stato giustamente evidenziato anche nella “Lettera degli economisti”. Il ritorno dello Stato non deve consistere nella socializzazione delle perdite e nel sostegno finanziario subalterno al privato, come sta avvenendo negli Usa e in altri paesi e come è previsto nel modello Marchionne-Fiat. È di un altro tipo di intervento statale che c’è bisogno. Un intervento che si concretizzi in una politica fiscale progressiva, nella ripubblicizzazione dei settori privatizzati, e soprattutto che, in antitesi all’anarchia del mercato, rilanci una vera programmazione democratica dell’economica.

1 La Fed Usa ha immesso nel mercato del credito solo tra il 2001 e il 2006 2 trilioni di dollari e tra il 2008 e i primi mesi del 2009 un altro trilione e mezzo per salvare le banche. Vedi Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009, p.90.

2 Cfr. Niall Ferguson, Ascesa e declino del denaro, Mondadori, Milano 2010, cap. V.

3 Guido Tabellini, “Senza politica fiscale addio Ue”, Il Sole 24 ore, 28 novembre 2010.

4 Con il debito dei singoli stati Usa in bancarotta (California, Alabama, ecc.) il debito complessivo supera il 100%. Considerando la nazionalizzazione degli istituti assicurativi Freddie Mac e Freddie Mae arriva al 140%. Inoltre il deficit statale Usa è il 9% del Pil, mentre quello greco è l’8,5%. Vedi The Economist, November 27th 2010.

5 Vedi Morya Longo, “Il debito di Mr O’Sullivan in poche mani straniere”, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.

6 Chi sostiene che il dollaro debole aiuta le esportazioni Usa e quindi il riequilibrio della bilancia commerciale non considera il fatto che gli Usa non sono più da tempo una potenza industriale.

7 Il saldo positivo della bilancia commerciale tedesca degli ultimi 12 mesi è di 210 miliardi di dollari, quello cinese è di 186 miliardi. Vedi The Economist, November 27th 2010.

8 Un caso da manuale. Vedi in K. Marx, Il capitale, libro III, capitolo XIV “Cause antagonistiche”.

9 I salvataggi della Ue consistono in prestiti cui si applicano tassi di interesse superiori al 5%. Carlo Bastasin, Berlino-Ue matrimonio d’interesse, Il Sole 24 ore, 25 novembre 2010.

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Marx ed Engels sul terrorismo democratico italiano

di LORENZO PARODI
Il terrorismo piccolo borghese intellettuale si manifesta nel particolare momento che vede il proletariato indebolito nel rapporto di forza con il capitale e colpito nelle sue condizioni di lavoro, nel suo potere d’acquisto e nella sua capacita di difesa, capacità corrosa dall’influenza negativa dell’opportunismo. In queste condizioni di attacco frontale della politica imperialistica sui salari, ogni gesto terroristico finisce con il colpire ai fianchi il movimento operaio e con l’indebolirlo proprio nel momento in cui dovrebbe tendere tutte le sue energie.

Non è la prima volta che avviene nella storia. Spesse volte ad un riflusso della lotta proletaria ha corrisposto un’ondata terroristica piccolo borghese.

Il danno è stato duplice.

Questa volta rischia di essere triplice perché vi si aggiunge la confusione ideologica generata da una infinità di ipotesi e di interpretazioni, le quali hanno tanto maggiori possibilità di propagazione quanto più estesa è l’influenza borghese ed opportunista nel movimento operaio.

Eppure, per il proletariato la conoscenza del fenomeno terroristico piccolo borghese significa aver vinto la prima battaglia nella situazione di riflusso.

E’ ciò che fecero Marx ed Engels di fronte al terrorismo democratico italiano.

Alla loro analisi e alla loro intransigente lotta si ispirò una intera generazione di internazionalisti. Ad essa anche noi ci ispiriamo riportando alla luce una pagina illuminante della tradizione comunista che bolla a fuoco il terrorismo democratico italiano, pagina che nessuna mistificazione storica e nessun attacco al marxismo e al leninismo riuscirà mai a cancellare.

La sconfitta delle rivoluzioni europee del 1848 aprì una lunga fase di riflusso delle lotte democratiche.

Gli esponenti democratici più in vista non lo compresero.

Marx ed Engels, intraprendendo lo studio delle condizioni oggettive che determinano i movimenti rivoluzionari, li ricondussero alle cause economiche.

E’ dalla tensione di quegli anni sul ripensamento del 1848 che nasce l’opera «Il Capitale».

E’ nel «decennio fecondo», come lo chiama Mehring, che viene elaborata la risposta materialistica al fallimento del 1848 e che la scienza della rivoluzione diventa adulta.

Al contrario gli esponenti democratici, imbevuti di soggettivismo, continuarono per anni nel tentativo di «fare la rivoluzione».

Poiché non ne esistevano le condizioni, ogni loro tentativo assunse il carattere di complotto e di congiura. Convinti che bastasse eliminare i governi per promuovere la rivoluzione, finirono per promuovere ed organizzare azioni terroristiche e rafforzare i governanti.

Contro il terrorismo democratico dovettero quindi combattere Marx ed Engels. Contro di esso si formò il comunismo proletario.

La lotta contro il terrorismo democratico borghese diventò una tappa obbligata nel cammino di emancipazione del proletariato.

E’ una tappa poco conosciuta come poco conosciuto è il terrorismo democratico italiano ed europeo. Anche su questo terreno la demarcazione tra la democrazia ed il comunismo diventa netta e storicamente irreversibile.

E’ di estrema importanza, quindi, richiamare i giudizi dei fondatori dei marxismo sul terrorismo democratico che causò decine di morti e coinvolse uomini che la «democrazia odierna» riconosce come suoi padri fondatori.

Il Comitato Centrale Democratico Europeo

Nel giugno 1850 fu fondato a Londra, su iniziativa di Mazzini, il Comitato Centrale Democratico Europeo.

Era il tentativo di organizzare su scala internazionale i democratici emigrati. Ad esso aderirono i leaders democratici francesi, tedeschi, italiani, polacchi. Ebbe vita breve. Il suo manifesto «Ai popoli», del 22 luglio 1850 fu criticato da Marx ed Engels nella «Rassegna maggio-ottobre 1850» apparsa nella «Nuova Gazzetta Renana», V-VI fascicolo.

Ecco alcune parti di questa critica. Esse definiscono l’atteggiamento del marxismo verso i rappresentanti della democrazia borghese: «….ultimamente tutto il popolo europeo in partibus infidelium (degli emigrati) ha ricevuto un governo provvisorio, sotto forma di Comitato Centrale Europeo, composto da Giuseppe Mazzini, Ledru-Rollin, Albert Daresz (polacco) e Arnold Ruge… Benché non occorra neanche dire quale democratico concilio abbia chiamato a tale carica questi quattro evangelisti non si può tuttavia negare che il loro manifesto contenga la professione di fede di gran parte dell’emigrazione, e riassuma in forma adeguata le conquiste intellettuali che questa emigrazione deve alle ultime rivoluzioni» (Marx-Engels, Opere Complete, Editori Riuniti, vol. X, Roma 1977, pagg. 542-544).

«La Nuova Gazzetta Renana» riporta alcune parti del Manifesto democratico, dove viene negata la possibilità di analisi scientifica ed oggettiva della situazione e dove viene esaltata l’azione in sé.

Ecco un passo significativo del modo di pensare del Comitato Centrale Democratico Europeo:

«Vita che è il popolo in movimento, che è l’istinto delle masse, innalzate a potenza straordinaria dal contatto reciproco, dal sentimento profetico delle grandi cose che si devono realizzare, dall’associazione magnetica improvvisa e casuale, per la strada: è azione che eccita al massimo grado tutte le risorse della speranza, dell’abnegazione, ora assopite…».

La critica della «Nuova Gazzetta Renana»

Su di esso si abbatte la pesante mazza della critica materialista di Marx:

«Tutte queste altisonanti assurdità sfociano dunque, alla fine, nell’idea filistea e quanto mai grossolana che la rivoluzione sia fallita per le ambizioni e le gelosie dei singoli capi e per le opinioni discordi dei vari indottrinatori del popolo.

I conflitti tra le varie classi e frazioni di classe il cui svolgimento e le cui singole fasi di sviluppo sono proprio ciò che fa la rivoluzione, per i nostri evangelisti non sono che l’infelice risultato dell’esistenza di sistemi divergenti, mentre in realtà è vero il contrario: è l’esistenza di sistemi diversi il risultato dell’esistenza dei conflitti di classe. Basta questo per comprendere che gli autori del manifesto negano la esistenza dei conflitti di classe… Stupefacente è poi il modo con cui espongono l’idea che hanno dell’organizzazione sociale: un correre insieme per la strada, un putiferio, una stretta di mano e il gioco è fatto. Per loro la rivoluzione consiste soprattutto nel rovesciare i governi esistenti: fatto questo si è raggiunta anche “la vittoria”. Movimento, sviluppo, lotte a questo punto cesseranno e sotto l’egida del Comitato Europeo che allora comanderà avrà inizio l’età d’oro della repubblica europea e dell’imbecillità decretata in permanenza» (ibidem).

L’imbecillità decretata in permanenza, per usare la tagliente e sempre valida definizione di Marx, è la concezione soggettivistica della politica.

I proclami degli esponenti democratici sono aspramente attaccati da Marx e da Engels. Essi denunciano la impotenza di Mazzini e soci, e il loro avventurismo che provoca feroci repressioni sia verso il partito mazziniano in Italia, sia verso le prime organizzazioni di operai comunisti in Europa.

I fondatori del socialismo scientifico sferzano la prosopopea democratica, gonfia di parole. Ironizzano su chi pensa di sconvolgere gli equilibri mondiali con congiure ed attentati. Tutto ciò dopo che le rivoluzioni del 1848 hanno ormai mostrato, nella lotta aperta tra le classi sociali, la viltà della democrazia borghese e la sua paura del moto proletario.

Contro Mazzini

In occasione di un nuovo proclama rivoluzionario di emigrati democratici francesi, tedeschi, polacchi, Marx, in una lettera ad Engels del 2 dicembre 1850, scrive:

«Se questo non è bene per le cimici, non so che c’è di meglio. Quando lessi il manifesto di Ledru-Rollin, Mazzini, Ruge ecc. ( … ) credetti non fosse possibile niente di più stupido…» (Marx-Engels, Opere Complete cit. vol. XXXVIII, Roma 1972, pag. 166).

Chiedendo ad Engels un articolo sui democratici italiani, aggiunge:

«Non potresti magari prendere una buona volta di petto quei pidocchiosi di Italiani con la loro rivoluzione legando il discorso alle ultime faccende di Mazzini? …» ( ibidem, pag. 168 ).

Ancora Marx in una lettera a Yoseph Weydemeyer dell’11 settembre 1851 osserva: «Ritengo che la politica di Mazzini sia fondamentalmente sbagliata. Col suo insistere affinché l’Italia si metta ora in movimento, egli fa il gioco dell’Austria. D’altra parte trascura di rivolgersi a quella parte dell’Italia che è oppressa da secoli, ai contadini, e in tal modo prepara nuove riserve alla controrivoluzione. Il signor Mazzini conosce soltanto le città con la loro nobiltà liberale e i loro citoyen éclairés (cittadini illuminati) Naturalmente i bisogni materiali delle popolazioni agricole italiane dissanguate e sistematicamente snervate e incretinite come quelle irlandesi sono troppo al di sotto del firmamento retorico dei suoi manifesti cosmopolitico – neocattolico – ideologici» (ibidem, pag. 592).

Ed Engels in una lettera a Marx nel 23 settembre 1851, cogliendo un carattere permanente della politica italiana, scrive:

«Per il rimanente la rivoluzione italiana supera di gran lunga quella tedesca per la povertà di idee e l’abbondanza di parole» (ibidem, pag. 371).

All’«abbondanza di parole» Marx e Engels contrappongono l’analisi del ciclo economico e traggono da essa i punti fermi della loro politica.

Ecco in che modo essi traggono nel 1850 conclusioni valide per un ventennio, conclusioni che i capi democratici, intenti ad intessere ridicole congiure ed assurdi attentati e omicidi politici, non erano minimamente in grado di cogliere.

Immersi nella loro ideologia del primato della politica, ed illusi di poter determinare con la loro presunzione il corso della storia, di cui negano le leggi oggettive, continuano negli stessi anni a propagandare l’efficacia dell’«azione immediata» e a organizzare un complotto al giorno.

Falliti di fronte alle poderose previsioni scientifiche del marxismo ammonitore ci hanno lasciato in eredità non solo il loro astio al comunismo ed il nome a piazze e vie d’Italia ma nipotini smemorati e maligni che vorrebbero attribuire a noi marxisti i vizi dei loro antichi casati.

Il carteggio di Marx ed Engels è una istruttiva e divertente rassegna dei «peccati originali» terroristici della democrazia italiana.

«Con questa prosperità generale in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con tutto il rigoglio che è consentito entro i limiti dei rapporti borghesi, non si può sperare in una vera rivoluzione. Una tale rivoluzione è possibile solo nei periodi in cui questi due fattori, le forze produttive moderne e le forze di produzione borghese, vengono tra loro in contraddizione. I diversi litigi a cui si abbandonano ora e in cui si compromettono reciprocamente i rappresentanti delle singole frazioni del partito dell’ordine sul continente, ben lungi dal fornire l’occasione a nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base della situazione è per il momento così sicura, e così borghese. Su di essa tutti i tentativi della reazione di frenare l’evoluzione borghese si spennano tanto sicuramente quanto l’indignazione morale e tutti i proclami infiammati dei democratici. Una nuova rivoluzione è possibile solo in conseguenza di una nuova crisi»(dalla «Nuova Gazzetta Renana», V-VI fascicolo, «Rassegna maggio-ottobre 1950», in Opere Compl. cit., vol. X, pag. 522) .

Terroristi

Marx ad Engels, lettera del 6 maggio 1852:

«Una cosa è certa, che si progetta un colpo di mano quelconque (qualunque). Il generale Klepka è già partito per Malta, con in tasca una nomina, firmata Kossuth-Mazzini, che lo designa come generale in capo dell’esercito italo-ungherese. Credo che si debba cominciare in Sicilia. Se quei signori non subiscono sconfitte e non si prendono delle botte due volte all’anno, si sentono a disagio. Che la storia mondiale si sviluppi senza la loro opera, senza il loro intervento, e parlo d’intervento ufficiale, non lo possono ammettere»(Marx-Engels, Opere Complete cit., vol. XXXIX, Roma 1972, pag. 69).

Ed ancora, Marx a Adolf Cluss, lettera del 10 maggio 1852: «Qui acclusa ricevi una dichiarazione di principio del generale Klepka, da cui vedrai che anche lui comincia a ribellarsi a Kossuth. La conclusione di questo documento non vuol dire altro se non che Klepka parteciperà al colpo di mano progettato da Mazzini.

Se non mi sbaglio ti ho già scritto sul piano dei signori Mazzini, Kossuth ecc. di fare un colpo di mano. Niente sarebbe più opportuno per le grandi potenze, in particolare Bonaparte, niente potrebbe nuocerci di più» (ibidem, pag. 553)

Marx ad Engels, lettera del 30 agosto 1852:

«So da fonte sicura che quel vecchio pazzo di Lelewel e Thaddaeus Gorzowski sono stati qui in nome della “Concentrazione” polacca. Hanno proposto a Kossuth-Mazzini un piano insurrezionale, il cui pivot è la collaborazione di Bonaparte. Questi vecchi somari di cospiratori ci ricascano sempre. Come agente qui hanno e avevano un certo conte di Lanckoronsky o qualcosa di simile. Questo giovanotto è un agente russo, e il loro piano insurrezionale ha avuto l’onore di essere corretto in precedenza a Pietroburgo»(ibidem, pag. 129).

Il complotto di Milano

In Italia dopo il 1849 gli Austriaci riorganizzarono la loro forza militare nel Lombardo Veneto e soprattutto a Milano con fortificazioni della vecchia cittadella. F. Engels calcolava in 120 mila uomini la presenza militare austriaca in Italia in quel periodo e considerava impossibile un’insurrezione militare se non fossero intervenuti avvenimenti esterni importanti (rottura degli equilibri di potenza a livello europeo, crisi economica ). Mazzini non considerava questi fatti e pensava con un successo iniziale di poter scatenare un nuovo incendio rivoluzionario: assieme a Milano un’insurrezione nello Stato Pontificio e in Sicilia. Quindi sulla base di notizie che gli giungevano dagli emigrati pensò di rompere gli indugi e dare il via all’insurrezione di Milano. Il 6 febbraio 1853, durante la libera uscita della guarnigione austriaca, i popolani avrebbero dovuto attaccare di sorpresa all’arma bianca le sentinelle e i corpi di guardia delle caserme e della cittadella ed impadronirsi dei depositi di armi. Gli Austriaci in effetti furono colti di sorpresa, ma l’attacco fu fatto con forze insufficienti e disperse per cui fallì miseramente. Da questo fallimento il partito mazziniano entrò in crisi in modo definitivo.

Marx e Engels appoggiavano il processo di unificazione italiana. Appoggiavano, quindi, il movimento democratico del quale però, come abbiamo visto, sapevano vedere tutto il velleitarismo e tutti i difetti.

In pubblico, nondimeno, erano costretti ad essere più indulgenti.

Sull’episodio di Milano Marx scrive sul giornale americano «New York Daily Tribune»:

«L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo ed è ammirevole in quanto gesto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa, mentre i figli di Mammone danzavano, cantavano e gozzovigliavano in mezzo alle lacrime e al sangue della loro nazione umiliata e torturata. Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini dei suoi roboanti proclami e delle sue capucinades (tirate) contro il popolo francese è un risultato molto meschino. E’ da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle révolutions improvvisées (rivoluzioni improvvisate), come le chiamano i francesi. Si è mai sentito che grandi improvvisatori siano anche grandi poeti? In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione. Dopo la terribile esperienza del ’48 e del ’49, occorre qualcosa di più degli appelli sulla carta fatti da capi lontani per suscitare rivoluzioni nazionali»(«New York Daily Tribune», 8 maggio 1853, in Marx-Engels, «Sul Risorgimento Italiano» a cura di E. Ragionieri, Editori Riuniti, Roma 1959, pag. 102).

Ed ancora un altro articolo:

«Gli amici di Mazzini affermano ora all’unanimità, che l’insurrezione di Milano è stata imposta a lui e consoci da circostanze che non era in grado di controllare. Ma, da un lato, è insito nella natura delle congiure di essere trascinate a scoppiare prematuramente o per tradimento o per caso. D’altra parte se per tre anni voi gridate azione, azione, azione, se il vostro vocabolario rivoluzionario si riduce a una sola parola, “insurrezione”, non potete attendervi di mantenere sufficiente autorità da ordinare, in qualsiasi momento: non ci dovrà essere un’insurrezione» («New York Daily Tribune», 4 aprile 1853, ibidem pag. 108).

Infine, per concludere l’argomento

«La stampa quotidiana di Londra manifesta con grande ostentazione tutto il suo orrore e il suo sdegno morale per l’indirizzo diramato da Mazzini e trovato in possesso di Felice Orsini, capo della Banda nazionale n. 2, destinata a insorgere nella Lunigiana, regione che abbraccia parte dei territori di Modena e Parma e del Regno di Piemonte. In questo indirizzo si esorta il popolo ad “agire di sorpresa, come il popolo di Milano ha tentato e tenterà ancora di fare”. L’indirizzo dice quindi “Il pugnale, se colpisce all’improvviso colpisce nel segno, rende un buon servizio e tiene il posto dei moschetti”. ( … ) Da parte mia penso che Mazzini sbagli (…) nei suoi sogni di una rivoluzione italiana, la quale secondo lui, dovrebbe attuarsi non già grazie alle possibilità favorevoli che offrono le complicazioni europee, ma grazie all’azione individuale di cospiratori italiani che agiscono di sorpresa» («New York Daily Tribune», 12 dicembre 1853, ibidem, pagina 116).

L’ondata terroristica degli anni ’50

Il fallimento dell’insurrezione del ’53 crea la rottura del partito mazziniano ma non sposta di un millimetro la convinzione del Mazzini di poter continuare i tentativi insurrezionali in Italia.

Come aveva detto Marx «se per tre anni voi gridate azione, azione, azione», azione sarà. Poco mancò che saltasse all’aria Notre-Dame de Paris e Napoleone Quarto! Una buona parte dei democratici «insurrezionalisti» non seguì Mazzini e si mise a trescare con Cavour. Gli irriducibili, invece che con navi e quattrini, proseguivano con bombe e pugnali. C’è poco di nuovo sotto il bel sole d’Italia.

Nel 1856 in Sicilia ci fu il tentativo del marchese Bentivegna a Mezzoiuso e Villafrati. Ma il fatto più importante e disastroso fu la spedizione di Sapri di Carlo Pisacane e il tentativo insurrezionale nella città di Genova, dove Mazzini portò al disastro le società operaie di mutuo soccorso che erano dirette da mazziniani, durante l’estate del 1857.

Dal 1853 al 1856 vi furono ben quattro tentativi insurrezionali nella zona di Lunigiana. Si tenga sempre presente, però, che essi coinvolgevano gruppi ristrettissimi di congiurati.

A questo punto Marx non ne può più ed il 6 luglio 1857 scrive ad Engels: «Il colpo di mano di Mazzini è proprio nella vecchia forma tradizionale. Se almeno questo asino non ci avesse messo di mezzo Genova!» (Marx-Engels, Opere Compl. cit., vol. XL, Roma 1973, pag. 153).

Le stesse biografie di alcuni esponenti del Partito d’Azione, il partito di Mazzini, e delle sue diramazioni illustrano l’attività del terrorismo democratico.

Esso si caratterizzò per numerosi attentati, colpi di mano, atti terroristici con morti e feriti.

Tra essi si può ricordare il mancato attentato al re Carlo Alberto nel 1833 da parte dei mazziniani Antonio Gallenga e Luigi Amedeo Melegari entrati entrambi nella Giovane Italia in seguito ai moti del 1831. Il Melegari divenne nel 1848 segretario del gabinetto Rattazzi, senatore nel 1862, ministro degli esteri con Depretis nel 1876 (Voci “Gallenga» e «Melegari», «Dizionario del Risorgimento Nazionale», edizioni F. Vallardi Milano 1930).

L’attentato a Luigi Filippo da parte di Giuseppe Fieschi, membro della Società dei Diritti dell’Uomo, fu compiuto il 28 luglio 1835: egli lanciò una bomba che provocò quindici morti e cinquanta feriti.

Anche Francesco Crispi, che dopo il 1877 divenne due volte ministro degli interni e due volte presidente del Consiglio, fu collaboratore di Mazzini negli anni ’50. Uno dei suoi biografi, Sergio Romano, racconta: «Altri, infine,… lo accusarono di essere stato allora un pericoloso dinamitardo (a Parigi 1856-1858). Da questa accusa egli si difese con dignità ricordando che le congiure e le cospirazioni di quegli anni avevano fatto l’Italia» (Sergio Romano, «Crispi: Progetto di una dittatura», Bompiani, 1973, pag. 26).

«Prima del Battesimo del figlio di Napoleone III – riporta ancora Sergio Romano – (…) un operaio francese scrisse a Mazzini per proporgli di far saltare Notre-Dame il giorno della cerimonia con cariche esplosive, introdotte in gallerie e cunicoli sotto la cattedrale, di cui egli conosceva l’esistenza. Mazzini ne informò Crispi e l’incaricò di prendere contatto con l’operaio per studiarne le intenzioni. Crispi andò da lui. Al quinto piano di una casa popolare del Faubourg St. Antoine trovò un uomo lucido, tranquillo che parlava del suo piano con serenità e distacco, come si parla d’un progetto commerciale, di una iniziativa benefica» (ibidem, pag. 27).

«Prima di partire (per l’Italia e la Sicilia nel luglio 1859) andò da Mazzini per le ultime istruzioni. Questi gli dette, pare, il modello in creta della bomba che Orsini aveva usato contro Napoleone III… Giunse a Messina il 26 luglio e riunì subito gli amici per insegnare l’uso della bomba di Orsini. Era una palla di ferro, piena di polvere nera, e aveva molte capsule, fissate all’esterno. Bastava gettarla per terra: «da qualunque parte cada, il cappellotto vi è percosso e la scintilla del fulminante si comunica alla polvere, accesa la quale, la bomba scoppia va in ischegge e ne sono feriti quanti trovansi vicini». Ne insegnò la fabbricazione ai patrioti di Messina, Catania Siracusa e Palermo…» (ibidem, pagina 30).

L’attentato di Felice Orsini, Giuseppe Pieri, Carlo De Rudio, Antonio Gomez, tutti di provenienza mazziniana, a Napoleone III fu compiuto il 14 dicembre 1857; essi lanciarono tre bombe al passaggio della carrozza imperiale. Risultato: otto morti e 150 feriti tra la scorta e il pubblico (Giorgio Candeloro, «Storia dell’Italia moderna», vol. IV, Feltrinelli, Milano 1964, pag. 287).

L’ideologia del volontarismo democratico è esposta con chiarezza dallo stesso Mazzini, sia nel quindicinale «Pensiero ed azione» sia in proclami e manifesti.

In uno di essi, del 1858 si legge: «Quale deve essere oggi la parola di ordine, il grido di guerra per il Partito? La risposta è semplice: è contenuta in una parola: azione» (Giuseppe Mazzini, «Scritti editi ed inediti», riportato da E. Ragionieri, cit., pagg. 147-148).

«… Le forze del partito si sono numericamente accresciute, ma la unità del partito non si è costituita.

Alcune minoranze ordinate provano con una inesauribile vitalità e col terrore che suscitano nel nemico, quale sia la potenza di una unione pratica definitiva, positiva…» (ibidem, pagina 148).

Primato della politica e primato della violenza

In quel periodo Marx ed Engels ribadiscono più volte il loro giudizio del terrorismo democratico e di quello italiano in particolare.

Mazzini teorizzava il «terrore che suscitano nel nemico» le «minoranze ordinate».

Marx ed Engels combatterono tutta la vita contro questa concezione soggettivistica della politica, contro questa concezione settaria. Essi operarono per una rivoluzione sociale che avesse per protagonista non una «minoranza» che incute «terrore» ma la classe del proletariato, la massa degli sfruttati.

In un articolo della «New York Daily Tribune» dell’ll maggio 1858 Marx, a proposito di Mazzini scrive: «Finora egli è stato considerato come il capo dei formalisti repubblicani di Europa. Ripiegati esclusivamente sulle forme politiche dello Stato, essi non hanno degnato d’uno sguardo l’organizzazione sociale su cui poggia la superstruttura politica.

Fieri del loro falso idealismo, essi hanno considerato al di sotto della loro dignità il prendere conoscenza della realtà economica. Niente è più facile che essere idealisti per conto di altri. Un uomo rimpinzato può facilmente farsi beffa del materialismo degli affamati che chiedono un volgare pezzo di pane invece che idee sublimi. I triumviri della Repubblica romana del 1848, che lasciarono i contadini della campagna romana in uno stato di schiavitù più esasperante di quello dei loro antenati della Roma imperiale, non ci pensavano due volte quando si trattava di discutere sulla degradazione della mentalità rurale» (Marx-Engels, «Sul Risorgimento…» cit., pag. 142).

In una lettera ad Engels del 14 marzo 1869 a proposito della democrazia tedesca dice: «L’uomo della “Zukunft” è infinitamente più furbo e più provvisto di raziocinio tedesco-settentrionale. Ma anche in lui si trova l’upshot (la conclusione) che gli operai devono di buon grado togliere le castagne dal fuoco per i signori democratici e non occuparsi per il momento di distrazioni come Trade-Unions» (Marx-Engels, Opere Complete cit., vol. XLIII, Roma 1975, pag. 299).

I complotti, gli attentati e i colpi di mano proseguono. Essi si prestano a provocazioni di ogni tipo. In essi si inserisce spesso la polizia di Napoleone III, che li prende a pretesto per perseguitare gli operai socialisti di Parigi aderenti alla I Internazionale.

Marx ed Engels, nella loro opera di difesa dell’organizzazione operaia, vedono la pericolosità delle azioni terroristiche, e ne smascherano l’uso che di esse fanno i partiti borghesi nelle loro lotte.

Marx scrive a Engels il 7 maggio 1870:

«Se questo plot ( complotto ) per l’assassination di Brandinguet (nomignolo di Napoleone III), non è una pura invenzione della polizia, è certo la più grande sciocchezza possibile. Per fortuna l’empire non è più salvabile nemmeno con la stupidità dei suoi nemici»(ibidem, pag. 358).

Il giorno dopo Engels risponde a Marx:

«… Con la farsa del complotto il signor Pietri (prefetto di polizia a Parigi dal 1866 al 1870) mi sembra abbia esagerato un po’ troppo. A queste vecchie farse da buffoni alla fine non ci credono nemmeno i poliziotti. E’ davvero troppo bello. Questo miserabile Bonaparte ha un rimedio sicuro per ogni malattia; trattandosi di plebiscito bisogna somministrare al popolo una dose di attentato, come un medicastro inizia una grande cura dando un lassativo» (ibidem, pag. 540).

I terroristi democratici contro la Comune di Parigi, rivoluzione proletaria di massa e non complotto di una setta

Quando di fronte alle conseguenze di una guerra i lavoratori parigini insorgono in massa e proclamano la Comune molti democratici li condannano.

Pronti ad usare bombe e pugnali per la «rivoluzione politica» arretrano sdegnati di fronte alla «rivoluzione sociale».

Teorizzano «l’omicidio politico» contro i «tiranni», ma restano inorriditi di fronte alla violenza delle masse proletarie.

La democrazia borghese aveva utilizzato le masse proletarie nelle sue lotte contro l’aristocrazia, ma non appena quelle scesero in campo per i loro interessi autonomi di classe, le combatté.

Nell’articolo «Il Comune di Francia» Mazzini sosteneva:

«[L’ordinamento della Comune, se applicato,] respingerebbe indietro fino al Medioevo la Francia e le rapirebbe, non per anni, ma per secoli, ogni speranza di resurrezione… Condurrebbe allo smembramento indefinito dell’autorità, al riconoscimento esclusivo della sovranità nello stesso ente collettivo locale; e quindi alla negazione assoluta della nazione…» (Dal settimanale «La Roma del Popolo», 26 aprile 1871 citato in Nello Rosselli, «Mazzini e Bakunin», Einaudi, Torino 1967, pagina 247).

Egli lanciava un appello agli operai italiani contro l’Internazionale:

«Agli operai italiani… Di mezzo al moto normale degli uomini del lavoro è sorta una associazione che minaccia falsarlo nel fine, nei mezzi, e nello spirito al quale vi ispiraste finora e dal quale soltanto otterrete vittoria. Parlo dell’Internazionale»( Ibidem, pagina 273).

Lo stesso Mazzini nel maggio 1871 aveva definito l’Internazionale «nota per la parte d’istigatrice esercitata in Parigi».

In seno al Consiglio generale della Internazionale gli attacchi di Mazzini furono notati e combattuti. Nella seduta del 6 giugno 1871 parlò in proposito Karl Marx: «Il fatto non era noto come avrebbe dovuto essere, ma Mazzini era sempre stato un oppositore del movimento operaio. Denunciò gli insorti del giugno 1848 quando Louis Blanc, che allora aveva più coraggio che oggi, gli rispose. (quando Pierre Leroux – che aveva una numerosa famiglia – ottenne un impiego a Londra, Mazzini fu l’uomo che lo denunciò. In sostanza Mazzini, col suo repubblicanesimo antiquato, non sapeva nulla e non faceva nulla. In Italia aveva creato un dispotismo militare col suo grido per la nazionalità. Per lui lo Stato, cosa immaginaria, era tutto, e la società – che era una realtà – nulla. Più presto il popolo avesse ripudiato tal uomo, tanto meglio»(ibidem, pag. 275).

Un giudizio del 1878

Concludiamo citando un colloquio con Marx riportato dal cartista inglese George Julian Harney, avvenuto nel dicembre 1878. In esso il fondatore del comunismo scientifico dimostra ancora una volta l’inutilità dei gesti terroristici.

Domanda: «I socialisti considerano l’assassinio e lo spargimento di sangue mezzi necessari alla realizzazione dei propri principi?». Risposta: «Nessun grande movimento è mai nato senza spargimento di sangue, non uno. Gli Stati Uniti d’America raggiunsero l’indipendenza con spargimento di sangue, Napoleone conquistò la Francia con azioni sanguinose, e fu sconfitto nello stesso modo. L’Italia, l’Inghilterra la Germania e ogni altro paese offrono esempi analoghi. L’assassinio poi, lo sanno tutti, non è nulla di nuovo. Orsini ha cercato di uccidere Napoleone, ma i re hanno ucciso più uomini di chiunque altro. I gesuiti hanno ucciso, i puritani comandati da Cromwell hanno` ucciso, e tutto ciò ben prima che si sentisse parlare dei socialisti. Oggi però si addossa ai socialisti la responsabilità di ogni attentato contro re e uomini politici. Eppure in questo momento i socialisti rimpiangerebbero la morte dello imperatore tedesco, che è utilissimo al suo posto; quanto a Bismarck ha fatto al nostro movimento più di ogni altro perché sta conducendo le cose all’esasperazione» («Colloqui con Marx ed Engels», a cura di H. M. Enzensberger, Einaudi, Torino 1977, pag. 396).

Per la ricostruzione di una organizzazione unica dei Comunisti

Livorno 29 01 2011

Tunisia, il golpe italiano “Sì, scegliemmo Ben Alì”

L’ex capo del Sismi: “L’Algeria stava per invadere
il paese vicino per difendere il gasdotto”

da La Repubblica del 11 Ottobre 1999

di Vincenzo Nigro

ROMA – “Non fu un brutale colpo di stato: fu un’operazione di politica estera, messa in piedi con intelligenza, prudenza ma anche decisione dagli uomini che guidavano l’Italia in quegli anni. Sì, è vero, l’Italia sostituì Bourghiba con Ben Ali”. Sono le dieci del mattino: per riscaldarsi ai tavolini del bar di viale Parioli l’uomo del ministero degli Esteri cerca uno spazio al sole fra l’ombra dei platani. “Fu l’Italia a costruire nel giro di un paio di anni la successione indolore fra Bourghiba e Ben Ali. Furono Craxi, Andreotti, il capo del Sismi Martini, il capo dell’Eni Reviglio a garantire una rete di sicurezza al “golpe costituzionale” che Ben Alì mise a segno la notte fra il 6 e il 7 novembre dell’87. La storia è lunga, molto più complicata e molto meno sordida di quanto sembri. Craxi fece una visita in Algeria in cui quelli si dissero pronti a invadere la Tunisia se Bourghiba non avesse garantito la stabilità del suo stesso paese. Gli algerini volevano fare qualcosa per tutelare il gasdotto Algeria-Italia, che nel tratto finale attraversa la Tunisia. L’Italia non poteva tollerare una guerra fra Algeria e Tunisia, ma non poteva neppure permettere che Bourghiba degradasse al punto da rendere insicura la Tunisia. Ma chi sa davvero tutto è l’ammiraglio Martini…”.

Le undici di ieri mattina. Nel salotto del suo piccolo appartamento alla Balduina, l’ammiraglio Martini si accomoda in poltrona con agilità insospettabile per i suoi 75 anni. Tutt’intorno i cimeli, i ricordi delle due vite trascorse al servizio della Repubblica, quella da ufficiale di Marina e quella da uomo dei servizi segreti. “La storia è vecchia, ma non capisco proprio perché ci siate saltati su solo adesso: l’ avevo fatto capire chiaramente nel mio libro “Ulisse”…”.

Ammiraglio, semplicemente perché l’altra sera in Commissione Stragi lei ha pronunciato la parolina magica “golpe”, anche se l’ha declinata all’italiana: “Organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia”. Cos’è una specie di colpo di stato?
“Allora: all’inizio del 1985 mi chiama Bettino Craxi, presidente del Consiglio. Poco prima era stato in Algeria, dove aveva incontrato il presidente Chadli Benjedid e il primo ministro pro tempore, non ricordo chi fosse…” (il primo ministro pro tempore di Chadli era Abdel Hamid Brahimi, ndr).

“Craxi mi dice: ammiraglio, lei deve andare in Algeria, deve incontrare il capo dei loro servizi. Io gli rispondo: presidente, io in Algeria non ci vado. I servizi segreti algerini sono tra i più attivi nell’organizzare e armare i terroristi palestinesi. Il Sismi in quegli anni non aveva contatti con l’Algeria, con i libici, con la Siria. Non avevamo contatti con i servizi che appoggiavano la galassia delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Craxi mi ordinò: lei deve andare in Algeria, si cauteli ma vada lì”.

La visita di Craxi era stata la prima di un premier italiano nell’Algeria che dal 1962 aveva conquistato l’indipendenza dalla Francia. Presentando il viaggio, il 26 novembre del 1984 il corrispondente dell’Ansa da Algeri scrive: “La visita di Craxi cade in un momento particolare per l’Algeria, che è impegnata a diversificare le sue preferenze verso altri paesi dell’Europa occidentale dopo i problemi con Francia e Spagna. La diffidenza di Algeri verso Parigi è scaturita anche dalle intese raggiunte recentemente fra Mitterrand, il re del Marocco Hassan II e il leader libico Gheddafi per il Ciad. Inoltre l’Algeria si è trovata circondata da un blocco militare ostile a seguito dell’Unione fra Libia e Marocco senza un’aperta opposizione della Francia”.

Craxi giunge ad Algeri il 28 novembre 1984. L’ammiraglio Martini ricorda: “Il presidente algerino prospettò al presidente Craxi un’eventualità che per noi sarebbe stata assai pericolosa. Gli algerini – disse – erano pronti a invadere quella parte del territorio tunisino che è attraversata dal gasdotto. Craxi disse a Chadli: “Aspettate, non vi muovete”, e iniziò a muoversi lui con Giulio Andreotti”.

Alla fine lei decide il viaggio ad Algeri. “Naturalmente io eseguo le direttive del governo: non avevamo rapporti diretti col servizio algerino, un servizio unico controllato dai militari. Perciò chiamai l’ambasciata a Roma e dopo pochi giorni col mio aereo atterrai ad Algeri. Mi fecero parcheggiare a fondo pista, lontano da tutti e da tutto. Rimasi a parlare fino a notte fonda con il capo dei loro servizi, e da allora avviammo un dialogo che aveva un grande obiettivo: evitare che la destabilizzazione crescente della Tunisia portasse gli algerini a un colpo di testa. L’Italia offriva aiuto all’Algeria, e in cambio chiedeva aiuto all’Algeria nel controllo del terrorismo in Italia”.

Aiuto italiano nella “stabilizzazione” della Tunisia?
“Sì. Da quel momento iniziò una lunga operazione di politica estera in cui i servizi ebbero un ruolo importantissmo. Alla fine individuammo il generale Ben Ali come l’uomo capace di garantire meglio di Bourghiba la stabilità in Tunisia. Da capo dei servizi segreti, poi da ministro dell’Interno Ben Alì si era opposto alla giustizia sommaria che Bourghiba aveva intenzione di fare dei primi fondamentalisti che si infiltravano nei paesi islamici. Dopo la condanna a morte di 7 fondamentalisti, Bourghiba voleva altre teste. Noi proponemmo la soluzione ai servizi algerini, che passarono la cosa anche ai libici. Io personalmente andai a parlare con i francesi…”.

Ebbe qualche problema col suo collega francese, il capo della Dgse?
“Era il generale René Imbot, ex capo di stato maggiore dell’ Armée. Andai da lui, gli spiegai la situazione, gli dissi che l’Italia voleva risolvere le cose nella maniera più cauta possibile, ma che comunque non voleva aspettare che la Tunisia saltasse per aria. Lui fece un errore imperdonabile: mi trattò con arroganza, mi disse che noi italiani non dovevamo neppure avvicinarci alla Tunisia, che quello era impero francese. Io ancora oggi penso che per difendere un impero bisognava avere i mezzi, la capacità ma anche la solidarietà di chi non è proprio l’ultimo carrettiere del Mediterraneo… Imbot era stato nella Legione straniera per vent’anni, aveva guidato i paracadutisti che parteciparono alla repressione nella casbah durante la battaglia di Algeri. Era un soldato, non capiva la politica, ebbe qualche problema con il suo primo ministro Jacques Chirac”.

Voi andaste avanti col vostro piano: sempre con il consenso di Craxi e Andreotti? E gli americani, li avvertiste?
“Gli americani non furono coinvolti. Naturalmente io mi muovevo seguendo le direttive del governo, tenendolo informato passo dopo passo. Noi del Sismi non facemmo nulla di operativo in Tunisia, ma collaborammo a un’azione politica italiana che, appena Ben Ali arrivò al potere, riuscì a sostenere il suo governo politicamente ed economicamente ed aiutò la Tunisia ad evitare l’incubo islamico che ha tormentato paesi come l’Algeria”.

La notte del 6 novembre 1987 in Italia il presidente del Consiglio era Giovanni Goria, il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il leader del Psi Bettino Craxi. Sette medici firmarono un referto che certificò l’incapacità di Habib Bourghiba, il primo ministro-generale Zin el Abidin Ben Ali divenne presidente della Tunisia.

Martini ieri sera non ha voluto commentare le dichiarazioni di Pellegrino, Craxi e Andreotti su questo che ha definito “una specie di golpe”. I giornalisti che da Tunisi il 7 novembre 1987 trasmisero i loro articoli lo chiamarono “golpe costituzionale”. Chiamatelo come volete, la storia è questa.