Scenari della crisi: la “Seconda Repubblica” al capolinea

di Giovanni Bruno

I. Berlusconismo al tramonto ed epifenomeni della crisi

L’attesa per il 14 dicembre sta divenendo spasmodica nel mondo politico e non solo: si ripone una speranza quasi palingenetica nel voto di fiducia al Governo Berlusconi, si è creata un’aspettativa esagerata rispetto a quel che effettivamente potrà accadere.

L’auspicabile (e prossima?) uscita di scena di Berlusconi, la cui parabola volge sicuramente al declino, ma non è definitivamente conclusa, non necessariamente provocherà una svolta reale nella linea economico-sociale della politica italiana: piuttosto rischia di non modificare la questione sociale, lasciando immutati gli indirizzi di politica economica e sociale che in questi anni, in modo bipartisan, hanno colpito settori popolari, fino a coinvolgere perfino settori del ceto medio, facendo pagare esclusivamente al lavoro salariato e dipendente i costi della crisi.

La politica dei palazzi, compresa quella dell’opposizione istituzionale, è ben lontana dall’affrontare radicalmente le cause della crisi socio-economica che sta sferzando le strutture sociali nazionali ed europee, allentando i vincoli di solidarietà e inasprendo le tendenze xenofobe, razziste, repressive, sintetizzabili nelle politiche securitarie delle destre europee, della Lega Nord, sposate anche da settori del centrosinistra che inseguono su questo terreno le destre nella speranza di acquisire facili consensi di cui andar poco fieri; necessaria sarebbe una inversione di tendenza sociale, che andasse a rimuovere le reali cause della crisi economica.

La crisi è infatti determinata non dai cosiddetti sprechi statali, dalla spesa sociale degli Stati, dagli alti salari e dalle troppo esose pensioni: è invece causata dalle spericolatezze della finanza speculativa, dalle banche che finanziano profitti e rendite parassitarie, dalle politiche iperliberiste degli Stati imperialisti che smantellano servizi pubblici e Stato Sociale, dall’avventurismo delle “imprese globali” (guidate dai super-manager alla Marchionne, la cui forza consiste nelle minacce ai lavoratori di trasferire le lavorazioni in altri Paesi, più vantaggiosi fiscalmente e meno garantisti rispetto ai diritti dei lavoratori, nel caso in cui i sindacati di categoria (metalmeccanica) non cedessero al ricatto di accettare le mille deroghe al contratto nazionale in materia di organizzazione dei turni, del lavoro, se non accettassero la sospensione del diritto di sciopero, se non si trasformassero cioè in un puro strumento nelle mani padronali (cosa che peraltro FILM-CISL e UILM hanno in pratica accettato).

Se Berlusconi continuerà ad essere visto come l’unico problema italiano, non si comprenderà mai che egli rappresenta solamente l’estremizzazione populista delle politiche liberiste portate avanti negli ultimi vent’anni anche dalle forze neo moderate della sinistra come i DS, ora PD, con la complicità delle organizzazioni della sinistra di classe storica (di quel che ne rimaneva e rimane) come il PRC e poi il PdCI, accodatesi alle politiche liberiste del PD in nome di un frontismo antiberlusconiano. Se si continuerà ad osservare il sintomo(il berlusconismo) e non si aggrediranno le cause della malattia (le politiche liberiste, peculiarità del sistema capitalistico in questa fase storica), sarà come curare i dolori causati da un tumore con l’aspirina per il mal di testa, e la crisi continuerà dunque ad essere scaricata sui lavoratori, pensionati, impiegati del pubblico impiego, giovani (e meno giovani) precari, lavoratori interinali e a progetto, esternalizzati delle cooperative, disoccupati, studenti.

 

II. Quadri da “basso impero”

In ogni caso, il 14 dicembre accadrà qualcosa di importante, tanto che gli studenti e il mondo universitario e della ricerca che lottano per difendere università (e scuola) pubbliche saranno mobilitati affinché l’auspicata spallata al Governo Berlusconi porti via con sé il frutto cattivo della riforma Gelmini. Proviamo perciò a disegnare alcuni scenari possibili delle prossime settimane e mesi, il cui ordine di probabilità cambia di giorno in giorno (se non di ora in ora).

 

  1. Il potere di corruzione e le capacità di “acquisto” di parlamentari da parte del “caudillo stanco” sono ancora sufficienti ad impedire che la maggioranza di deputati (e senatori) gli voti contro: Berlusconi (e la Lega) ne uscirebbero rafforzati e si delineerebbe un’accelerazione, nei prossimi mesi, nelle politiche antipopolari, di smantellamento di ciò che rimane dello Stato Sociale, con un affondo nella distruzione dei contratti collettivi (con l’estensione e la diffusione delle deroghe nei vari settori privati e pubblici), ed un inasprimento della repressione sociale verso chi protesta e alza la testa contro l’arroganza padronale.
  2. Berlusconi non ottiene la fiducia, ma tratta (assieme alla Lega) le consegne del governo a qualcuno che sia in continuità con le politiche economico-sociali del suo esecutivo, e al contempo gli garantisca uno “scudo giudiziario”: qualcuno cioè di cui fidarsi (Tremonti, Letta, Alfano, Schifani?).
  3. Berlusconi è battuto, viene proposto un “governo di transizione” che introduca alcuni correttivi alla legge elettorale con il concorso di PD, IdV, UDC, con l’appoggio di Futuro e Libertà e di un gruppo transfuga dell’ultima ora dal PdL, con la “benedizione di Vendola e SEL e della Federazione della Sinistra (PRC-PdCI-Socialismo 2000-Lavoro e Solidarietà), e che porti rapidamente alle elezioni (cosa non auspicabile perché vanificherebbe la possibilità di andare al referendum sull’acqua, che è uno dei più straordinari risultati degli ultimi anni).
  4. Berlusconi viene sconfitto e il Quirinale propone una personalità alla guida di un “governo tecnico di salvezza o unità nazionale” (ad esempio: Draghi o Monti) che prosegua nelle manovre “anti-crisi” (cioè “salva-banche, salva-aziende e salva-profitti) tagliando ulteriormente salari, occupazione, servizi e previdenza sociale, con un largo appoggio istituzionale che può andare dal PD all’UDC, fino alla nuova formazione di Fini FLI e perfino ad un appoggio esterno della Lega qualora venga accettato un accordo che preveda l’accettazione di nuova legge elettorale in cambio della realizzazione del federalismo fiscale e salariale.

 

III. False alternative e linee di movimento antagonista

Gli scenari delineati, e che saranno senz’altro superati dalla “fantasia” realtà stessa, sono quelli di cui si discute nei “palazzi della politica” (sia della maggioranza che dell’opposizione istituzionale), ma nessuno di questi affronta correttamente e in profondità la questione sociale.

Anche nel caso di nuove elezioni, infatti, le proposte che vanno maturando in alternativa allo schieramento coagulatosi attorno a Berlusconi fino ad alcuni mesi fa sono del tutte inadeguate e inadatte a fornire risposte e soluzioni credibili per una vera risoluzione della crisi, ovvero far pagare finalmente chi la crisi l’ha generata, accumulando in questi anni profitti e ricchezze sproporzionate per mezzo della globalizzazione liberista.

Le ricette finora proposte, cioè i tagli a salari e pensioni e alla spesa degli Stati (tranne le spese per armamenti, missioni militari all’estero, basi da una parte; defiscalizzazione e contributi alle imprese dall’altra) per i servizi pubblici negati (come la scuola, la sanità, i trasporti, la previdenza e l’assistenza sociale), hanno prodotto un trasferimento di risorse e ricchezze verso le classi alte e le aziende, e di servizi verso i privati, che anziché “curare” hanno invece peggiorato lo stato di salute del capitalismo, facendo emergere sempre di più con chiarezza che la “malattia” vera e propria è il liberismo, cioè il capitalismo stesso nella sua forma attuale.

Non è dunque pensabile che la “semplice” sostituzione di un impresentabile personaggio come Berlusconi basti di per sé a risolvere i problemi profondi dell’economia e della società. Senza Berlusconi, sostiene Bersani del PD, l’Italia recupererebbe “credibilità internazionale”: questo è vero, ma ci si dimentica di aggiungere che questo avverrebbe negli ambienti dei poteri forti (organi finanziari internazionali, banche europee, agenzie di rating) in cui si teme che Berlusconi non sia più in grado di garantire quel “lavoro sporco antipopolare” finora svolto. Nei salotti buoni della borghesia europea e americana si spera in una nuova stagione politica in Italia, contando sulla nascita di un’alleanza politica moderata che possa controllare i settori esposti all’immiserimento a causa delle politiche di salvataggio del sistema economico-finanziario, affinché il disagio che si va manifestando sempre più evidentemente non sfoci in un reale conflitto sociale complessivo, cioè in una opposizione sociale e di classe coerentemente antagonista. Una tale alleanza può prendere la forma di un moderatismo di centrosinistra, con PD e CGIL nel ruolo strategico di garantire ammortizzatori sociali minimali in cambio della pace sociale, oppure di centrodestra, con formazioni presentabili come UDC e FLI (Casini, Fini); ad incrociare le strade di questi schieramenti e a indicare la strada vantaggiosa per il grande capitale nazionale ed internazionale che l’Italia dovrà imboccare per rimanere nell’elite delle potenze imperialiste, si è presentato un leader post-berlusconiano, che ripropone però le caratteristiche dell’”imprenditore di successo” (in una versione meno “sguaiata), un “tipo” alla Montezemolo.

L’auspicio dei poteri forti, a cui abbiamo prima accennato, è che siano repressi innanzitutto i movimenti di classe (lavoratori, precari, disoccupati, ma anche studenti e settori giovanili antagonisti), in secondo luogo i movimenti popolari di scopo che si oppongono alla gestione dei territori senza vincoli per il capitale, allo sfruttamento ambientale e dei “beni comuni” (acqua, ambiente); l’obiettivo è anche che siano formazioni razziste come la Lega Nord siano riportate nell’alveo del controllo della borghesia internazionale, e che siano isolati, con l’ausilio di formazioni come l’IdV di Di Pietro, movimenti fondati sul “qualunquismo demagogico” alla Grillo.

Resta il buco nero della Sinistra. Vendola si candida a guidare l’operazione moderata del centro-sinistra con una verniciata con un’immagine di “sinistra”, con la definitiva subalternità alle compatibilità capitalistiche, abbandonando ogni riferimento culturale e simbolico al “comunismo”, cioè ad una prospettiva di cambiamento, di alternativa radicale e di trasformazione della società. Addirittura, propone lo scioglimento del PD e di SEL e la nascita di un nuovo soggetto “di sinistra”, con un’evidente slittamento ulteriore verso il moderatismo dei contenuti, se non dei proclami.

La neonata Federazione della Sinistra, non ancora svezzata, ha già indicato una linea politica di alleanza anti-berlusconiana di retroguardia: l’”alleanza democratica” che dovrebbe comprendere dal PD all’UDC (escludendo Futuro e Libertà di Fini, bontà loro!) di fatto vanifica qualsiasi allusione all’anticapitalismo che avrebbe dovuto essere il fondamento di una aggregazione federativa con movimenti, associazioni e comitati; anche questa sbiadita allusione è però stata rimossa, al pari del termine comunista, dal simbolo, in cui è stata mantenuta solamente falce-e-martello con l’intenzione di acchiappare qualche voto in più. La promessa di “non entrare in un eventuale governo di centro-sinistra” rende l’operazione ancora più sterile e subalterna: portare voti ad uno schieramento per cacciare Berlusconi (e le destre), per poi lasciare il passo a moderati, centristi, imprenditori e manager a gestire le politiche economico-sociali, dell’occupazione, dell’immigrazione, delle libertà civili, della formazione culturale in quasi perfetta continuità con lo stesso Berlusconi.

L’unico scenario che veramente potrebbe produrre novità reali è quello prodotto da un potente movimento che coordinasse verso obiettivi comuni le articolazioni dei movimenti di scopo e dei movimenti a carattere sociale e di classe.

I Comunisti devono lavorare affinché questo movimento cresca, si rafforzi, si coordini e si unifichi per prefigurare un’opposizione efficace e alternativa all’attuale società liberista e capitalista, e annunciare la nascita di una nuova società non più fondata sullo sfruttamento, sul profitto e la disuguaglianza. Un mondo comunista.

 

(9 dic. 2010)

 

1 Response to “Scenari della crisi: la “Seconda Repubblica” al capolinea”



  1. 1 Scenari della crisi: la “Seconda Repubblica” al capolinea | Politica Italiana Trackback su dicembre 12, 2010 alle 5:45 am

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