Rifondazione Comunista e la Federazione della Sinistra di Giovanni Bruno

Dalla Sinistra Arcobaleno alla Federazione della Sinistra: andata e ritorno con vuoto a perdere.

di Giovanni Bruno

La nascita della Federazione della Sinistra è stata annunciata e accolta tiepidamente, ma comunque con un qualche interesse dagli addetti ai lavori, come un tentativo per contrastare la frammentazione a sinistra e finalizzata a promuovere l’unità di una presunta alleanza anticapitalista, pur non potendo competere con la visibilità concessa a SEL, la cui esistenza dipende peraltro dal personalismo messianico e interclassista di Nicki Vendola, incontenibile corazzata mediatica.

 

Tuttavia, la realtà è ben diversa da quel che appare (o si vuole far apparire): il “congresso” della FdS, tenutosi a Roma sabato e domenica 19 e 20 novembre, ha sancito la fine dello “spirito di Chianciano” dove, nel drammatico congresso seguito all’esclusione della Sinistra Arcobaleno (PRC, PdCI, Verdi) dal Parlamento nelle elzioni dell’aprile 2008, si era consumata la scissione dal PRC dei “bertinottian/vendoliani”, il cui progetto era/è il superamento/scioglimento del loro stesso partito e, in generale, di una forza esplicitamente comunista in Italia.

Chianciano ha provocato una lacerazione umana e politica in un gruppo dirigente (e nel corpo degli militanti e degli iscritti) responsabile di una devastante deriva politicista e governista che ha inferto una grave ferita ai movimenti provocando divisioni e delusioni, precipitando Rifondazione in una profondissima perdita di credibilità: da una parte chi (Bertinotti, Vendola, Giordano) rilanciava la strategia politicista e anticomunista, dall’altra chi andava alla ricerca di una “resurrezione/rinascita” dal buco nero dell’Unione, della partecipazione al Governo Prodi e dalle nebbie della Sinistra Arcobaleno.

 

Sopravvivenza organizzativa e politica: a quali condizioni?

Dopo lo scampato pericolo, Rifondazione ha dovuto affrontare il problema della sopravvivenza, essendosi trovata per la prima volta fuori dalle istituzioni e dovendo intraprendere un tentativo di rilancio (come forza extra-parlamentare) fondato sull’inedita alleanza interna e su equilibri delicati tra l’area dell’ex ministro Ferrero, ora a capo di una cordata tesa a salvaguardare e rilanciare il processo della “rifondazione comunista”, l’area di Essere Comunisti (guidata da ex cossuttiani come Grassi e Burgio), e dalla piccola componente di Falce e Martello di Bellotti (area trotskista).

La nuova linea politica tracciata dal PRC aveva indicato alcuni punti fondamentali:

  • il primo, di carattere squisitamente politico, è quello della rottura con la sciagurata stagione del “governiamo”, intrapresa con una sorta di “golpe del leader” da Bertinotti, imposta al congresso di Venezia dopo la sconfitta referendaria e la valutazione di “morte del movimento”, messa in pratica nell’alleanza organica con il PD nell’Unione e soprattutto con la disastrosa partecipazione al Governo Prodi tra il 2006 e il 2008 (proprio con Ferrero Ministro della Solidarietà Sociale, risultato assolutamente impotente a modificare minimamente il quadro politico e legislativo del drammatico mondo del lavoro, della condizione di precarietà di centinaia di migliaia di giovani e meno giovani, così come la presenza di Rifondazione nella maggioranza non ha minimamente intaccate la linea bellicista e imperialista in politica estera, né tantomeno le alleanze militari internazionali riconfermate completamente dall’Unione e accettate dal PRC senza alcuna opposizione);
  • il secondo punto è la riconferma dell’esistenza di una forza organizzata che si richiami esplicitamente al “comunismo” come orizzonte ideologico-culturale, economico-sociale, organizzativo e pratico autonomo dal riformismo subalterno alla cultura liberal-democratica e liberista, alternativo alle concezioni politico-istituzionali ed economico-sociali dettate dagli interessi della classe dominante e contrapposte a quelle dei lavoratori;
  • il terzo punto è stato l’impegno a ricostruire una unità della sinistra anticapitalista, iniziando dalla riunificazione politica ed organizzativa dei comunisti e creando le condizioni per un’alleanza politica a partire dalla ricomposizione di un blocco sociale alternativo che iniziasse a riallacciare coerentemente le istanza dei movimenti ambientalisti, antimilitaristi, per la difesa del territorio, contro la precarietà, per la difesa dei diritti e salari, contro la distruzione della scuola e quelli delle miriadi di comitati sorti in questi anni contro la prepotenza e l’arroganza delle politiche neoliberiste, in un orizzonte articolato e coordinato (se non unitario) di lotta di classe.

Sulla base di questo nuovo “spirito”, i militanti hanno digerito anche la proposta di Ferrero come Segretario, sperando nella sincerità della sua autocritica e che non fosse la riproposizione di un gruppo dirigente che aveva portato allo sfascio il PRC e alla dissoluzione politica un movimento sconfitto, ma non rassegnato.

La nuova linea del PRC pareva aver influenzato persino il PdCI, che per alcune settimane ha sostenuto la necessità di una “rottura” con il centrosinistra e con le esperienze di governo; queste indicazioni, provenienti soprattutto da Diliberto, sono andate di pari passo con la proposta di Costituente Comunista (una proposta politica avanzata alcuni anni fa dall’Associazione Comunista Il Pianeta Futuro), il cui progetto di riunificazione dei comunisti in un’unica organizzazione veniva avanzato essendo superate le condizioni che avevano portato alla scissione del 1998, quando Bertinotti guidò la fuoruscita del PRC dalla maggioranza che sosteneva il primo Governo Prodi e Cossutta e Diliberto fondarono il Partito dei Comunisti Italiani che sostenne la maggioranza del nuovo esecutivo capeggiato da D’Alema (che verrà ricordato per la partecipazione alla guerra della NATO contro la Yugoslavia). La linea nazionale, comunque, non ha influenzato in profondità il corpo e gli interessi delle strutture locali, che hanno fatto buon viso a cattivo gioco, subendo in silenzio la sconfitta elettorale nelle elezioni europee, ma imponendo in molte regioni, province e comuni l’abbandono della linea anti-governista e di contrapposizione al Partito Democratico per lanciare invece nuovamente una stagione di collaborazione con il PD a livello locale.

La situazione che si è determinata è dunque a “macchia di leopardo”: in molti comuni, province e in alcune regioni il PdCI o il PRC, o talvolta insieme, hanno sostenuto candidati di centrosinistra, spesso del Partito Democratico, che esprimono posizioni neoliberiste e in sostanziale continuità con le politiche di destra, cioè di rigore e di tagli, di smantellamento del servizio pubblico a favore di strutture private o di sistemi misti di integrazione tra pubblico-privato, in nome del principio della sussidiarietà e della governance. In poche parole, nell’ultima campagna politica regionale abbiamo assistito ad una rapida e precipitosa marcia indietro rispetto alle posizioni anti-governiste, da parte del PRC quanto del PdCI, tanto che queste due formazioni non solo hanno sostenuto l’alleanza con il PD, ma sono anche entrate in alcune giunte regionali strategiche (come la Toscana) pur in presenza di programmi che prevedono l’allestimento di Centri di Identificazione ed Espulsione per gli immigrati (in nome dell’ultima trovata legislativa razzista della Lega che ha introdotto il reato di clandestinità), il taglio alle spese sociali (sanità, università, trasporti), l’accettazione di una militarizzazione del territorio (rafforzamento/ampliamento di Camp Darby e lo sviluppo di un Hub/nodo militare tra Pisa e Livorno da cui partiranno decine di uomini e mezzi per gli interventi di guerra nell’area prevalentemente medio-orientale), la devastazione ambientale (e i rischi connessi con la presenza del rigassificatore davanti alle coste livornesi).

L’appoggio alle giunte e le alleanze di centrosinistra, nella maggior parte dei casi, un simulacro di unità a sinistra in cambio di una subalternità alle politiche neoliberiste e antipopolari, sempre più infarcite da proclami iper-securitari e cripto-razzisti, del Partito Democratico.

 

Dal rilancio del PRC a Chianciano all’ennesima bufala della Federazione della Sinistra:

Sul fronte della ricomposizione unitaria della sinistra, invece, è emersa dopo poche settimane la proposta di una Federazione della Sinistra che avvicinasse le anime anticapitaliste dei movimenti, dei settori sindacali, delle organizzazioni e associazioni di classe e comuniste disperse in mille rivoli dalla lotta di classe e dallo scontro sociale di questi ultimi venti anni che hanno polverizzato le esperienze politiche e frantumato il blocco sociale delle classi subalterne sottoponendolo ad un attacco ideologico, sociale, e politico forsennato da parte delle classi dominanti.

Tuttavia, nonostante alcuni incontri che prefiguravano la possibilità di un percorso alternativo all’ennesima riproposizione di una strategia puramente elettoralista, alla fine le reali intenzioni di chi proponeva la Federazione hanno prevalso, mostrando in tutta la sua desolazione il progetto: l’operazione tende a riunificare, seppure in un contenitore, i due maggiori partiti comunisti presenti in Italia attualmente, facendo scomparire qualsiasi riferimento al “comunismo” nel simbolo (tranne l’immagine acchiappa-voti della “falce e martello” a cui, come l’esperienza della Sinistra Arcobaleno ha mostrato, non si può rinunciare pena la secca perdita di voti e consenso).

Anche il programma, pur richiamandosi ad un generico progetto di rilancio del “socialismo nel XXI secolo”, non entra nel merito di una critica profonda al sistema capitalistico, all’imperialismo della nostra epoca, non mette in luce l’organico rapporto tra ristrutturazione capitalistica, restaurazione sociale, svuotamento democratico con meccanismi elettorali ed istituzionali sempre più autoritari: ci si limita ad un generico esame della situazione che precipitano in una proposta politica debole e priva di prospettive, incentrata sul progetto di una riunificazione della sinistra su basi politi ciste più che sulla difesa degli interessi materiali e sostanziali delle classi subalterne.

La Federazione della Sinistra, in sostanza, più che un progetto di riunificazione delle forze di classe che lavorino per la ricomposizione di un nuovo blocco sociale alternativo alla borghesia e ai soggetti sociali che la sostengono, ripropone un progetto di unificazione interclassista della sinistra, che riecheggia la Sinistra Arcobaleno di triste memoria, rilanciando un’avventura mistificante e fuorviante, nell’ennesima esausta proposta di “unità della sinistra” che raccoglie brandelli di ceto politico senza rintracciare collegamenti con settori sociali, movimenti, segmenti politici anticapitalistici che possano dare sostanza al progetto di un soggetto politico plurale e federato.

La Federazione della Sinistra nasce così come un improbabile contenitore in cui confluiscono i due partiti comunisti (ex)parlamentari e due associazioni che non avrebbero alcuna visibilità senza la collocazione nella Federazione: Socialismo 2000 di Cesare Salvi e Mussi, Lavoro e Solidarietà del ciggiellino Patta. Se una dignità politica può essere attribuita a Socialismo 2000, certo non altrettanto si può dire della componente di Patta che è la proiezione disturbante in chiave politica di Lavoro e Società, la componente (fintamente) alternativa alla maggioranza della CGIL che però all’ultimo congresso è rientrata in maggioranza senza colpo ferire e lanciando una delegittimazione alla Fiom impegnata nella resistenza all’assalto di Marchionne.

A fronte dell’esigenza di creare un fronte anticapitalista che sviluppi lotta politica e conflitto sociale, e in cui i comunisti possano far maturare la propria proposta di società alternativa, questa Federazione appare assai spuntata piuttosto che adeguata dal punto di vista ideologico e politico.

 

Dall’autonomia dei comunisti alla “alleanza democratica”: rincorsa al vendolismo e alleanza organica con Casini

L’ennesima giravolta è stata preparata dunque sullo sfondo delle elezioni regionali: quel che rimaneva di un corpo militante ferito a morte dall’asfissia di un governismo senza sbocchi e prospettive, è stato trascinato prima ad una ennesima alleanza regionale con il Partito Democratico, con l’appoggio a candidati e su programmi che niente concedevano ad una minima svolta almeno in campo sociale che segnasse una differenza con le destre, per poi essere nuovamente investito con una proposta che segna il ritorno ad una sorta di “desistenza” senza prospettive, un’alleanza elettorale con PD e IDV, e perfino (nell’ultima versione) con l’UDC di Casini, al puro scopo della pur auspicabile cacciata di Berlusconi (il quale cadrà sotto le macerie della frana della sua coalizione, non per iniziativa della compiacente opposizione parlamentare del PD). Il problema della svolta della politica economico-sociale resterà inalterato e sostanzialmente inevaso qualora si presenti un nuovo esecutivo “tecnico” a guida Draghi o Monti, o nel caso che si vada alle elezioni con una candidato premier moderato (Montezemolo?).

Discorso a parte nel caso che la coalizione di centrosinistra venga egemonizzata dal neopopulismo di Vendola. Le suggestioni che Nicki Vendola dispensa ai giovani della “sinistra” sono in diretta concorrenza con il populismo di Grillo o di Saviano: anche Vendola si presenta come un venditore mediatico di sogni, “narrazioni” di un’Italia diversa, imperniate sulla figura carismatica del leader che si presenta non come espressione di un apparato politico-organizzativo (un partito, un movimento organizzato), ma come una sorta di “messia”, un “salvatore”, che in virtù della propria personalità, onestà e saldezza di ideali e principi contamina le nuove generazioni e rende il futuro un orizzonte da conquistare, più che da costruire.

L’atteggiamento di Vendola ricorda molto quello di Obama (o, nel passato, di Kennedy), che prefigura nuovi scenari senza intaccare in sostanza la struttura economico-sociale e colpire gli interessi forti del padronato industriale o della speculazione finanziaria. Assieme all’”incazzato” Grillo e al “perseguitato” Saviano, il “poeta” Vendola incarna una politica a senso unico, che non è fondata sulla partecipazione delle masse, ma sull’imbonimento da parte di una personalità che si pone alla guida di un movimento che, in sostanza, delega al leader la “soluzione” dei problemi. Questi tre esempi incarnano, nell’aspetto dell’opposizione alla casta politica, l’estensione del “populismo berlusconiano” a settori di piccola borghesia qualunquista (Grillo), di classe media di sinistra liberal-democratica (Saviano), di intellettualità “di sinistra” più radicale (Vendola).

È dunque chiaro che anche Vendola, non potendo entrare, per la natura del suo messaggio politico, nel merito dell’analisi strutturale della crisi economico-sociale e, conseguentemente, politica, europea e mondiale, è destinato ad un superficiale progetto di occupazione del potere, senza la prospettiva di trasformazione sociale e di modificazione dei rapporti di forza tra settori sociale e tra le classi. Coerentemente con il progetto di Sinistra, Ecologia, Libertà, la proposta di Vendola è genericamente di sinistra e sostanzialmente interclassista: ecco perché, da alcuni anni a questa parte lui, al seguito di Bertinotti e Giordano nel PRC, ha condotto una battaglia ideologica con l’obiettivo di eliminare ogni riferimento al comunismo del Novecento, mentre ha perseguito pervicacemente la distruzione di ogni organizzazione politica e la scomparsa dei comunisti in Italia.

Se l’analisi su Vendola e SEL è condivisibile dal gruppo dirigente del PRC (e non potrebbe essere diversamente, altrimenti sarebbe inspiegabile il perché a Chianciano non hanno seguito la proposta di Bertinotti, Vendola e Giordano), è dunque incomprensibile il motivo per cui adesso esponenti di primo piano del PRC come Grassi invitano Vendola a rientrare nella Federazione della Sinistra. Questo reinnamoramento in parte si spiega con la natura altrettanto interclassista della Federazione della Sinistra: il percorso intrapreso a Chianciano porterebbe dalla separazione alla nuova unità, su un asse politico più arretrato e, sostanzialmente, a-comunista (se non dichiaratamente anti-comunista).

 

Resta il problema della riunificazione politica ed organizzativa dei comunisti, a cominciare dall’analisi del sistema economico-sociale capitalistico nell’attuale fase storica della globalizzazione imperialistica, per poi avanzare proposte di iniziativa politico-sociale che rilancino la proposta di una trasformazione rivoluzionaria in senso socialista della società. Ma questo è un problema da affrontare in altra sede, con strumenti culturali collettivi ben più approfonditi.

 

(6 dicembre 2010)

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