Vendola e Schwarzenegger

L’espresso
4 novembre 2010
Numero 44

La forza dell’orecchino


di Denise Pardo

Alla fine, la frase e la chiave anche politica torna su quel cerchietto d’oro bianco illuminato da microscopici brillantini. Eppure l’orecchino di Nichi Vendola non gli ha certo impedito nella corsa a governatore della Puglia, che non è la Svezia, di sconfiggere per ben due volte esemplari senza orecchino ma con il doppiopetto berlusconiano d’ordinanza – Raffaele Fitto oggi perfino ministro e Rocco Palese – e di far saltare il banco del potere dalemiano che sembrava invincibile. Lui, leader e presidente di Sinistra ecologia e libertà, autocandidato alle primarie di coalizione, reduce dai successi del congresso di Firenze e da un pranzo con Pierluigi Bersani primo ponte per possibili alleanze dopo un lungo periodo di gelo, l’orecchino l’ha sempre portato. Ma ora che sul tavolo elettorale la posta in gioco è altissima, sondaggi floridi, popolarità e credibilità crescente, molta attenzione dal mondo anglosassone e molta vicinanza da quello cattolico, l’orecchino, un tempo d’oro, ora più prezioso, regalo del suo compagno per i suoi cinquant’anni, è diventato oggetto di editoriali, interpretazioni, votazioni, disapprovazioni. Una faccenda politica, terribilmente seria. Vendola dice: “È parte di me”. E ne “narra”, per usare il suo verbo prediletto, la parabola, la filosofia, la modernità, la semantica e il segno politico.

Quando si parla di Vendola, prima o poi qualcuno segnala il famigerato orecchino di Nichi: ma come si fa?, dicono…
“Lo so. Ma qualcuno ricorda che nel 1994 l’Italia ha avuto come presidente della Camera dei deputati Irene Pivetti? E che Pivetti girava con la croce della Vandea al collo? E cos’è mai quella croce se non uno di quei simboli che hanno un carattere escludente, indicano un confine che discrimina chi non è all’interno, un’appartenenza autoreferenziale anche autistica e un’aspirazione carica di intolleranza, cioè l’affermazione di una verità che considera tutte le altre verità delle menzogne?”.

L’orecchino invece?
“È un simbolo che attraversa culture ed ere. Il ciclo semantico legato all’orecchino ha delle evoluzioni storiche paradossali, zigzaganti. Improvvisamente in un’epoca, l’orecchino diventa simbolo di effeminatezza, nonostante il fatto che nell’epoca immediatamente precedente fosse un simbolo di virilità. È l’immagine degli zingari, quindi di un machismo anarchico e vitale. I pirati portavano l’orecchino.”

I pirati. Ma non i premier magari al G20.
“Al G20 stanno con grande padronanza della scena e con grande tranquillità premier che hanno dietro la propria carriera ombre pesanti come quelle di duecento giornalisti ammazzati e premier gonfi di società offshore e di transazioni finanziarie al di sotto di ogni sospetto. In un clima di pornografia al potere, è francamente insopportabile che l’orecchino possa apparire un impedimento all’esercizio autorevole dei doveri pubblici. E perché poi? La forma è anche sostanza, io lo so bene, ma si tratta di una forma che non ha dentro di sé il codice di violenza”.

Vuol dire che è un segno di modernità, un antidoto alle maschere del potere?
“È un segno che umanizza, che desacralizza il ruolo, dà enfasi alla persona. Non è una dichiarazione di orientamento sessuale, se questo è quello che qualcuno vuole sapere. Il problema è nella cultura dominante che vuole etichettare, catalogare tutto ma la vita invece è così multiforme. Considero minacciosi i doppipetto o i girocollo di
Berlusconi, che pure trovo una persona simpatica. Anche certi gilet, per esempio, o certe scarpe”.

Scarpe? Si riferisce a quelle di D’Alema?
”No. Non lo dirò mai”.

Crede che D’Alema o Berlusconi potrebbero mai mettersi l’orecchino?
“Oh, Gesù! Speriamo di no. Berlusconi potrebbe farlo, ma sarebbe un altro pezzo di un canovaccio noto. Io non voglio capovolgere il problema e dire che il problema è il non orecchino. Vorrei semplicemente che non ci fosse il problema.”.

Invece a quanto pare esiste. Quando ha deciso di portarlo?
“Nella modestia materiale delle condizioni della mia famiglia, ho costruito la mia immagine attraverso la letteratura e le suggestioni estetiche che soprattutto la grande letteratura ispanica mi ispirava. Il prototipo umano che mi impressionava era l’andaluso, il gitano cantato da Federico Garcia Lorca. Quella figura ha l’orecchino. È bellissimo proprio perché, piuttosto che indicare effeminatezza, rompe la circolarità maschile, apre una via di fuga verso gli altri. Non a caso l’orecchino, come direbbe Roland Barthes, è il punctum, la cosa che ti punge e che ti attira. Qualcosa di irregolare, soprattutto quando vive nell’asimmetria della sua solitudine, lui che era nato per essere simmetrico con il suo gemello. Lo volevo. Lo dissi a mia madre”.

Come reagì?
“Avevo 25 anni, alcuni dei miei amici sparsi per l’Italia lo avevano, le spiegai: “Mamma, mi piacerebbe avere l’orecchino come Italo”, Italo era Italo Nunziata, il regista, un amico del cuore di tanti anni fa. Lei non battè ciglio: “E mettitelo. Anticamente, tanti uomini venivano con l’orecchino, i carrettieri venivano con l’orecchino”, così mi disse. Ricordo la sensazione di infinita libertà nell’andare a cercare un orecchino adeguato alle mie tasche, un semplice cerchietto d’oro, e il dolore del buco fatto in gioielleria, lì capii quanto la bellezza nasca nel grembo del dolore. L’orecchino è stato il completamento del mio corpo. Il tocco che c’ho messo io, una firma. Questa firma mi aiuta a uscire da me stesso “.

Per alcuni è un simbolo politico contemporaneo, altri lo usano anche come un’arma politica contro di lei.
“A fasi alterne, è sempre stato un pezzo del dibattito che mi ha accompagnato. La  prima polemica forte ha avuto come autore Raffaele Fitto, il mio sfidante nella campagna elettorale del 2005. Mi attaccò sostenendo che avevo nascosto l’orecchino nei manifesti elettorali. Si vedeva appena appena, in effetti, nei grande poster con la scritta: “Pericoloso”. Oppure: “Diverso”. Che mi vergognassi di mostrare l’orecchino era davvero ridicolo. Ma era un modo per ricordare allo sguardo assuefatto dei pugliesi, che mi vogliono bene, ormai non ci fanno più caso, che c’era in me qualcosa di trasgressivo, di oscuro, di minaccioso. Appunto, un orecchino!”.

Hanno affrontato la questione Giovanni Valentini, Giampaolo Rugarli, Renato Mannheimer, Don Verzè, Daria Bignardi…
“Penso che questo paese sia molto più ipocrita, molto più bigotto nella rappresentazione che ne danno le classi dirigenti. Viviamo in una società completamente secolarizzata; la maggior parte delle giovani coppie, nutrite a dosi omeopatiche di Grande Fratello, fanno usare ai propri figli di tre anni la brillantina e l’orecchino. Credo che l’opinione pubblica abbia preso confidenza con molte tipologie di diversità, l’orecchino è entrato nell’immaginario collettivo – pensi ai calciatori – a volte come simbolo di potenza e di ricchezza”.

Per un elettorato più moderato, l’orecchino può essere troppo hard?
“Solo una volta in un paese del Sud, un posto di montagna, quando arrivai davanti al circolo di Rifondazione, le persone che mi aspettavano, tutti anziani con mantelli neri e cappelli a falde larghe, non mi vennero incontro, mi guardarono lungamente e uno di loro mi disse in dialetto: “Nun penserai mica di fare il parlamento con l’arecchino!”. Mi fecero salire sul palco, mi presentarono, scesero tutti e mi lasciarono solo. Alla fine di quel comizio, che fu strepitoso, può immaginare la voglia che mi venne di conquistarli uno ad uno, c’era la fila per abbracciarmi. Credo sia stata l’unica volta. Invece, negli incontri affettuosissimi con le nonne e le madri, tra le mie fan più scatenate, capita che mi dicano: “Quanto è bello il tuo orecchino””.

Nessun guru della comunicazione, nessuno dei suoi consiglieri le ha mai suggerito di abbandonarlo?
“No. Ma ho sempre dichiarato che non ero disposto a mutilarmi di ciò a cui attribuivo un significato, privato o pubblico: non della mia fede, non del mio orientamento sessuale, non della libertà di mettermi al mondo come credo, di giorno in giorno. Chi mi stava intorno sapeva che non avrebbe avuto un gancio per questo tipo di discussione. La persona è più importante del personaggio, e per quanto io senta il dovere di comportarmi sulla scena pubblica con compostezza e con il rispetto delle forme, questo non può portare la soggezione a un codice ipocrita e superficiale di decoro”.

Neanche se in ballo ci fosse qualcosa di molto importante? Perché alla fine la domanda è: votereste un premier con l’orecchino?
“Ci sono già passato. Sono stato due volte a capo di una coalizione e l’argomento, che poteva implicitamente inglobare il tema dell’orecchino, era che avevo un’immagine politica estrema e radicale. Quindi interdiva la prospettiva della vittoria elettorale. Una previsione imperfetta, chiamiamola così, non voglio dire altro. Considero la domanda improponibile. Non riesco a capirla. Se allude agli effetti sull’elettorato, penso che contenga un’analisi sbagliata di come si determinano gli orientamenti elettorali; se invece è un alibi che copre un pregiudizio, insomma, è bene che ci abituiamo. Quando parlo la gente capisce che non mento. Io sono autentico così. Se mi tolgo l’orecchino mi sento nudo. Se lo dimentico, semplicemente manca una parte di me”.
_____________________________________________________________________________

In trasferta da Terminator

“Dear President Vendola, le scrivo per invitarla a essere membro fondatore di una nuova organizzazione internazionale per combattere i cambiamenti climatici. Sincerely, Arnold Schwarzenegger”.
L’inattesa letterina è arrivata a Bari nei giorni scorsi. Un invito a partecipare a un summit sul climate change promosso, appunto, dal governatore della California, già body builder e macho da cinema d’azione dagli ideali repubblicani: quanto di più distante dal presidente della Regione Puglia, formazione comunista e animo da poeta. Ad accomunarli, però, la fede ambientalista: “Usando il potere dei leader regionali, creeremo un ambiente di cui saranno orgogliose le future generazioni”, gli scrive ottimista Schwarzy. lI curioso incontro fra Nichi e Terminator, anzi Governator come è stato soprannominato l’ex attore da otto anni alla guida dello Stato americano, è in programma il 15 e 16 novembre all’University of California di Davis, in occasione del terzo Global climate summit dei governatori, per fondare questa “excitirg”. (definizione del collega d’Oltreoceano) nuova organizzazione, R20 si chiamerà, Regions of Climate Action. A farne parte, rappresentanti americani, africani, dal Medio ed Estremo Oriente: li ha scovati in giro per il mondo Schwarzenegger, quelli che, sul loro territorio, hanno tentato svolte in senso ambientalista. E un importante riconoscimento del lavoro svolto: Vendola è individuato a livello mondiale come leader che si è distinto per l’attività ecologica”, gongolano dall’entourage, “la Puglia è oggi la prima regione italiana per produzione di energia alternativa”. Il soggiorno americano di Vendola, in compagnia di Gennaro Migliore della segreteria nazionale di Sel, comprenderà comunque anche altre attività oltre al summit: sono in previsione incontri in varie Università a Washington e New York, conferenze e lezioni dei presidente di Terlizzi sulla politica italiana.

0 Responses to “Vendola e Schwarzenegger”



  1. Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...





%d blogger cliccano Mi Piace per questo: