Marco Travaglio sulla giustizia, P2 e Giuliano Pisapia

Qui sotto è riportato un pezzo del Piano di rinascita democratico della P2 di Licio Gelli nella parte relativa ai provvedimenti istituzionali e l’ordinamento giudiziario. Come potrete notare le proposte della P2 e quelle dell’avvocato Giuliano Pisapia, riportate nell’articolo di Marco Travaglio, corrispondono.
Come mai, nonostante queste cose siano di pubblico dominio, Pisapia è proposto dalla cosiddetta “sinistra” milanese come papabile alla carica di sindaco della città?
Questi sinistri politici sarà meglio che si presentino con
il compasso e la squadra, insegne dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della corruzione. Il compasso e la squadra non sono gli strumenti di lavoro di  chi è uso pianificare le speculazioni edilizie?
Facciano un bel partito massonico/correntizio e confluiscano tutti lì. Di cosa hanno paura che i proletari li riconoscano per quello che sono…? E se non hanno questo coraggio
stiano nei partiti che attualmente difendono gli interessi dei vari masso-capitalisti e la smettano di rompere… Nel Parlamento c’è un’ampia scelta e non hanno la possibilità di sbagliare, tanto lì di partiti che rappresentano i proletari non ce ne sono. Per adesso…
Saluti comunisti
Andrea

MEDIO E LUNGO TERMINE
Nel presupposto dell’attuazione di un programma di emergenza a
breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per
sommi capi un programma a medio e lungo termine con l’avvertenza
che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali è possibile fin
d’ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economicosociali,
salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, è
necessario rinviare nel tempo l’elencazione di problemi e relativi
rimedi.
a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinamento giudiziario
I unità del Pubblico Ministero (a norma della
Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M. è
distinto dai Giudici),
Il responsabilità del Guardasigilli verso il
Parlamento sull’operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III istruzione pubblica dei processi nella dialettica
fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici
giudicanti, con abolizione di ogni segreto
istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed
eliminando le attuali due fasi d’istruzione;
IV riforma del Consiglio Superiore della
Magistratura che deve essere responsabile
verso il Parlamento (modifica costituzionale);

V riforma dell’ordinamento giudiziario per
ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di età
per le funzioni di accusa, separare le carriere
requirente e giudicante, ridurre a giudicante la
funzione pretorile
VI esperimento di elezione di magistrati (Costit.
art. 106) fra avvocati con 25 anni di funzioni in
possesso di particolari requisiti morali;


(MicroMega 7/2005, pag. 85-96)

Italianieuropei (e piduisti), unitevi

di Marco Travaglio

In attesa che i vari partiti dell’Unione si mettano d’accordo, par di capire che le leggi vergogna resteranno in vigore anche con il centra-sinistra al governo. E a un convegno di Italianieuropei viene invitato a parlare del programma sulla giustizia l’ex piduista Valori, dalla istruttiva storia personale. Non abbiamo ancora cominciato che gia cominciamo bene…
Siamo sicuri che l’eventuale governo dell’Unione abrogherà le leggi-vergogna? L’unico leader ad averlo promesso a chiare lettere è Romano Prodi, cosi come il nuovo responsabile giustizia Massimo Brutti. Gli altri invece, da Francesco Rutelli a Massimo D’Alema, da Luciano Violante a
Giuliano Pisapia, si producono in distinguo sempre piu sottili, soprattutto a proposito della giustizia. E i segnali che giungono da ogni parte d’Italia sembrano inequivocabili: non è solo questione di leggi, ma di sostanza. Anche perchè l’inarrestabile transumanza di ex polisti sta portando nelle file del centro-sinistra una gran quantità di personaggi che quelle leggi vergogna hanno votato, condiviso e difeso per quasi tutta la legislatura. A Milano i Ds criticano la decisione del consiglio comunale di dedicare una targa votiva a Bettino Craxi nel palazzo di piazza Duomo che ospitava i vecchi uffici del Garofano. dove lo «statista» riceveva le mazzette, ma propongono di spostarla in via Foppa, dove il leader abitava. L’idea che a un pregiudicato latitante non si dedicano targhe da nessuna parte non li sfiora neppure. Tant’è che prosegue indefesso il corteggiamento a Bobo Craxi e a Gianni De Michelis per assicurare agli elettori del centro-sinistra la succulenta prospettiva di poter votare almeno per un membro della famiglia Craxi. Lo dice papale papale Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds: «Avere avuto un atteggiamento antisocialista durante Mani Pulite è stato del tutto sbagliato, non solo perchè le questioni penali sono individuali (già, peccato che riguardassero tutto lo Stato maggiore del Garofano), sia anche perchè «non credo che Craxi possa essere inchiodato a una vicenda giudiziaria (infatti ne aveva una dozzina, fra cui due approdate a condanna definitiva per un totale di 10 anni di carcere)».
A Salerno il segretario nazionale Piero Fassino è sceso per ben tre volte in pochi mesi per suggellare l’ingresso nei Ds di Carmelo Conte, già ministro socialista, salvato dalla prescrizione nei processi della Tangentopoli campana ma ancora imputato davanti al tribunale per concorso in associazione camorristica: operazione pilotata dal deputato querciaiolo Vincenzo De Luca, nemico giurato di Bassolino, al punto di sbandierare contro il governatore la «questione morale» per le spese eccessive delle commissioni regionali. La questione morale in mano a chi ha fatto entrare nel partito un imputato per camorra. In Sicilia metà dei Ds osteggia la candidatura di Rita Borsellino proposta dalla società civile, dopo aver impallinato quella di Claudio Fava, che pure alle ultime europee ha fatto il pieno di voti. E si da ormai per certo un posto d’onore nelle liste elettorali per il ras della Quercia a Enna, Vladimiro Crisafulli, vicepresidente dell’assemblea regionale e dalemiano di ferro, sorpreso tre anni fa da una telecamera a baciare e incontrare il locale boss mafioso Bevilacqua nella saletta di un albergo per parlare di assunzioni, finanziamenti e appalti pubblici. Molto meglio, per questa parte della Quercia, la candidatura di Fernando Latteri, l’ex forzista catanese trasmigrato due anni fa nella Margherita e sonoramente trombato alle europee, ma molto amato da Anna Finocchiaro ed Enzo Bianco, luogotenenti etnei rispettivamente di D’Alema e Rutelli, gia protagonisti della ignominiosa debacle dell’unione alle ultime comunali (che hanno visto la rielezione del sindaco forzista Umberto Scapagnini). La Finocchiaro, come del resto Fassino, s’è pure segnalata per una dichiarazione in favore del ponte sullo stretto di Messina. Così, se alle primarie Latteri prevalesse sulla Borsellino, i siciliani potrebbero scegliere fra un ex del centro-sinistra passato al centro-destra (Totò Cuffaro) e un ex del centro-destra passato al centro-sinistra (Latteri). Sono soddisfazioni.
Poi c’e l’atteggiamento quantomeno ambiguo dimostrato dal centro-sinistra in occasione delle due leggi «contra personam» varate dalla maggioranza per eliminare Gian Carlo Caselli dalla corsa alla procura nazionale antimafia e far vincere il concorso all’unico candidato rimasto: Piero Grasso. L’8 febbraio 2005 la legge che proroga il superprocuratore Piero Luigi Vigna (per dar tempo a Caselli di compiere i 66 anni, dopodichè in base al nuovo ordinamento giudiziario sarà tagliato fuori dalla gara) passa alla Camera con i voti determinanti di Rifondazione comunista, che si astiene rimpiazzando cosi le larghe assenze tra le file della Cdl. II capo-gruppo
Pisapia spiega che non s’è trattato di un errore, ma di una precisa scelta. E al Csm, quando si tratterebbe di contestare quel concorso ormai truccato come fanno i membri togati di Magistratura democratica e del Movimento per la giustizia, i laici del centro-sinistra votano per Grasso, candidato del governo, insieme a quelli della Cdl.
II 5 luglio il gip milanese Fabio Paparella acquista quattro pagine del Corriere della Sera per annunciare alle migliaia di azionisti Mediaset (irraggiungibili per lettera) l’udienza preliminare del megaprocesso sui diritti televisivi che vede imputato, fra gli altri, Silvio Berlusconi. “L’avviso pubblico” è espressamente previsto dal codice quando le parti attese siano molte e non raggiungibili altrimenti, ma essendoci il premier di mezzo la maggioranza scatena la solita canea. Prontamente Massimo D’Alema si associa, definendo l’iniziativa del giudice «discutibile» e intonando la solita litania: «Berlusconi va affrontato e battuto sul piano politico, e non inseguendo inchieste giudiziarie o rinvii a giudizio a mezzo stampa. Che oltretutto finiscono per essere controproducenti e per innescare polemiche a tutto vantaggio del premier». II fatto che il premier del «meno tasse per tutti» sia accusato di aver evaso 120 miliardi di lire di tasse non lo induce invece ad alcun commento. Del resto D’Alema è lo stesso che l’11 dicembre 2004, quando il senatore Marcello Dell’Utri e stato condannato a 9 anni per mafia, se l’e cavata con un furbesco «non commento sentenze» (Dell’Utri ricambia ripetendo da anni che il suo preferito, a sinistra, è il leader Massimo). II 21 luglio viene approvata definitivamente la legge delega sul nuovo ordinamento giudiziario, cioè la controriforma Castelli. Mentre una parte dell’opposizione giura che l’orribile porcheria verrà spazzata via appena l’Unione sarà al governo, i margheriti Giuseppe Fanfani e Sandro Battisti, il verde Paolo Cento, il socialista Enrico Buemi, il rifondatore Pisapia e il diessino Guido Calvi comunicano che almeno in parte andrà salvata. In particolare, dice Calvi, «questa legge è scritta da persone culturalmente incapaci, ma ci sono alcuni spunti positivi come la temporaneità degli incarichi direttivi o la tipizzazione del procedimento disciplinare, cose gia proposte da noi». E dunque, una volta al governo, «noi dovremo salvare quelle parti che sono state e sono patrimonio della nostra riflessione giuridico-politica». E quando, a un convegno milanese di Libertà e giustizia, il pm Armando Spataro chiede se l’Unione si impegna a «radere al suolo» questa e altre leggi vergogna, si becca una ramanzina da Massimo D’Alema. sinceramente costernato per quel «linguaggio» poco consono a un magistrato. Per tutta l’estate, si registrano gli alti lai di politici di sinistra, di centro e di destra contro i magistrati che indagano sulle scalate trasversali dei «furbetti del quartierino» alla Rcs, all’Antonveneta e alla Bnl, con proposte più o meno bipartisan per limitare le intercettazioni o almeno la loro legittima e doverosa pubblicazione sui giornali (vedi «I furbetti del Botteghino» nel n. 5/2005 di MicroMega, p. 172). Luciano Violante – già noto per aver chiesto inopinatamente la procedura d’urgenza per la riforma del falso in bilancio nel novembre 2001 – si guadagna la copertina di Panorama rilasciando al settimanale ultraberlusconiano un’intervista contro Mani Pulite: «In quella stagione», dice, «ci fu un dato grave, la caccia al politico, che era in quanto tale considerato un probabile delinquente. Ci fu un’autentica caccia al politico. Si arriva al dileggio delle istituzioni. E i protagonisti di quella campagna furono le forze reazionarie». Quanto ai magistrati, aggiunge il capogruppo Ds alla Camera, «ci furono intrecci discutibili tra giustizia e informazione. II rapporto tra giustizia e informazione è una delle grandi questioni delle democrazie moderne. Certi magistrati diventano protagonisti attraverso i giornali. E certi giornali hanno le notizie in anteprima. Tornando a Tangentopoli, fa impressione la lettura del quotidiani dell’epoca: sembrano tutti scritti dalla stessa mano». Poi propone addirittura di espropriare il Csm della funzione disciplinare sui magistrati (e anche sugli avvocati) «per attribuirla a un organo esterno di altissima qualità, nominato dal capo dello Stato scegliendo tra ex giudici costituzionali, ex presidenti di Cassazione, grandi avvocati e grandi professori universitari» (un organo che, non conoscendo i problemi concreti dei vari uffici giudiziari, punirà magari un magistrato oberato di lavoro che ha consegnato una sentenza con qualche giorno di ritardo e non vedrà invece il marciume e il dolce far nulla che si annida in certi «uffici sdraio»); perchè oggi i processi disciplinari affidati al Csm destano «il sospetto che il giudizio non sia imparziale». Applausi a scena aperta dalla Casa delle libertà.
Il nuovo programma della giustizia dell’Unione è affidato all’onorevole avvocato
Pisapia, favoritissimo per la poltrona di ministro della Giustizia. Pisapia è una persona perbene e un giurista apprezzato. Ma è anche portatore di un discreto conflitto d’interessi (è contemporaneamente avvocato e legislatore) e di una cultura ipergarantista che nella scorsa legislatura condusse al varo di leggi devastanti come la controriforma dell’abuso d’ufficio, la legge costituzionale sul «giusto processo» non accompagnata da una modifica del diritto al silenzio dei testimoni imputati, le nuove norme contro i pentiti di mafia e cosi via. Ma soprattutto Pisapia è favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pm; questa’estate ha attaccato duramente il Csm, insieme al presidente del Senato Marcello Pera, per aver osato esprimere (come prevede la legge istitutiva del Consiglio) un parere negativo sulla controriforma dell’ordinamento giudiziario, accusandolo di «interferenza nei lavori del Parlamento»; e ha persino contestato, insieme al forzista Gaetano Pecorella, il mandato di cattura europeo. E’ questa anche la linea dominante del centro-sinistra? Sarebbe interessante saperlo, prima di dare per scontata la nomina di Pisapia a guardasigilli. Anche Pisapia, come Calvi, invita a salvare «le parti buone» della controriforma Castelli (compreso financo l’innesto di rappresentanti delle regioni, cioe dei partiti, nei consigli giudiziari, cioè nelle propaggini locali del Csm), chiede addirittura «un nuovo codice penale entro sei mesi» dall’insediamento dell’eventuale governo Prodi ed è contrario ad azzerare tutte le leggi vergogna dei berluscones.
Il programma è tutto un programma
Sul futuro programma per la giustizia del centro-sinistra è ancora buio fitto. Alla «fabbrica» di Prodi non se n’è minimamente discusso, almeno in pubblico. Cosi c’è spazio per iniziative estemporanee, come quella della fondazione Italianieuropei di D’Alema e Amato, che il 28 ottobre da vita a un convegno sul tema, purtroppo illuminante. Se il professor Carlo Federico Grosso chiede di «abrogare con forza tutte le leggi della Cdl» e Fassino propone di «fare subito un provvedimento che sospenda gli effetti di queste leggi e dopo riscriverle», 1’ex presidente del Senato Nicola Mancino (Margherita) impone l’altolà: «L’idea della rimozione totale è massimalista, dire che abrogheremo tutto quel che ha fatto la Cdl è eccessivo». E
Pisapia va anche oltre: «Dobbiamo dire la verità: piuttosto che dire che butteremo nel cestino queste leggi dobbiamo annunciare riforme organiche che di fatto aboliscono le altre». Viene invitato a parlare persino Ugo Intini, gia al fianco di Bettino Craxi negli anni bui di Tangentopoli e della lunga guerra del Garofano alla magistratura: «Se vinciamo dobbiamo operare in positivo, non in negativo». D’Alema e d’accordo: «Non andiamo al governo per cancellare quello che hanno fatto gli altri, ma per fare le riforme: di conseguenza sarà rimosso tutto quello che non va». Dunque, par di capire, in attesa che i vari partiti dell’Unione si mettano d’accordo sulle riforme da fare e trovino il tempo di approvarle in entrambi i rami del parlamento, le leggi vergogna sull’ordinamento giudiziario, sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sul Csm, nonchè la Cirami, l’ex Cirielli e la Boato sull’impunita parlamentare resteranno in vigore. Lo ribadisce anche Francesco Rutelli qualche giorno dopo in un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre: «E che facciamo, buttiamo via tutte le leggi di Berlusconi? Vedo in giro un atteggiamento un po’ troppo agonistico, arriviamo noi e spazziamo via tutto… Non si può ricominciare da capo ogni volta. A chi dice che bisogna abolire il 99 per cento delle leggi fatte dalla destra rispondo di no, è sbagliato». Lo stesso D’Alema insiste spesso sul rischio di “apparire conservatori”, cioè di voler mantenere l’esistente: l’indipendenza assoluta della magistratura cosi come fissata dalla Costituzione non piace nemmeno a sinistra. Tant’è che Violante, nella sua nuova, ennesima reincarnazione, arriva a dire: «Abolire non basta: ci vuole un progetto di riforma della giustizia che non potrà riproporre il sistema precedente». Più di un passaggio del programma di Italianieuropei sembra copiato pari pari dalla controriforma Castelli.
1) Allargare i consigli giudiziari – cioè le propaggini territoriali del Csm, incaricati di dare valutazioni professionali sui magistrati – con l’inserimento di «una componente laica eletta con maggioranza qualificata dai Consigli regionali tra avvocati e professori universitari di diritto, sulla base di incompatibilità territoriali, espressione della sovranità popolare e mitigatrice di inevitabili riflessi corporativi». Cosi l’autogoverno dei giudici sarebbe ancor meno autogoverno, infarcito di rappresentanti delle regioni, cioè dei partiti, che moltiplicheranno le interferenze già oggi fortissime da parte dei membri «laici» del Csm.
2) «I1 cortocircuito mediatico-giudiziario che a volte – e spesso proprio in coincidenza con l’adozione di provvedimenti cautelari – si determina tra mass media e uffici giudiziari (e segnatamente procure della Repubblica) produce effetti distorsivi sull’intero sistema, e lede non di rado fondamentali garanzie del cittadino imputato. Nel rispetto della funzione democratica dell’informazione, un pur parziale rimedio può essere offerto dall’affidamento al capo dell’Ufficio (presidente di Tribunale o procuratore della Repubblica) dell’esclusività del rapporto con i media, costruendo un’autonoma figura di illecito disciplinare per i magistrati che indicano conferenze stampa, rilascino interviste o comunque forniscano informazioni ai media con riferimento a indagini o processi in corso di propria competenza». Anche la controriforma Castelli silenzia i magistrati affidando al capo l’esclusivo potere di comunicare con la stampa. L’assurda pretesa anche degli autori di questa proposta di tener segreti addirittura gli arresti nasconde, o tenta di nascondere la preoccupazione che l’opinione pubblica venga a sapere quel che il potere vuole nascondere: cioè i reati delle classi dirigenti. Fortunatamente si tratta di un progetto irrealizzabile, anche perchè i provvedimenti cautelari sono per definizione pubblici e pubblicabili in quanto comunicati ai destinatari e ai loro avvocati.
In altri punti emerge l’insofferenza per la discrezionalità del giudice nell’irrogare le pene e per l’obbligatorietà dell’azione penale, che i cervelloni di Italianieuropei – come da sempre anche i berluscones – vorrebbero un po’ meno obbligatoria di quel che è previsto nella Costituzione. Alcuni esempi.
a) Nel progetto si legge che «l’azione penale deve restare obbligatoria, ma i criteri di priorità nel suo esercizio non possono continuare a essere meramente discrezionali. Si potrebbe ipotizzare un sistema “misto” nel quale i consigli giudiziari riformati, sulla base delle indicazioni dei capi degli uffici, formulano proposte di priorità valevoli per ciascuna regione; il Csm rimette dette proposte alle Camere, le quali rassegnano le proprie osservazioni; infine, il Csm definisce i criteri territoriali di priorità in sede di approvazione delle cosiddette “tabelle” degli uffici giudiziari. Nella relazione annuale al parlamento, poi, il Csm dovrebbe riferire sulle priorità individuate e sulla concreta applicazione dei criteri dettati da parte dei singoli uffici giudiziari». E’ forse la trovata più grave e incostituzionale, che introdurrebbe nella giustizia una sorta di devolution delle priorità sui reati da perseguire e da tralasciare, variabili da regione a regione. Il tutto con il contributo di soggetti estranei all’ordine giudiziario e all’organo di autogoverno, come i nuovi «laici» nominati dalle regioni nei consigli giudiziari e le Camere. In Lombardia gli uomini di Formigoni, in Sicilia gli emissari di Cuffaro, e così via contribuiranno a decidere quali reati privilegiare e quali tralasciare. Si accettano scommesse.
b) «La separazione delle carriere», si legge più avanti, «rappresenta un rimedio peggiore del male, rischiando di contribuire alla formazione di magistrati dall’ottica esclusivamente e pregiudizialmente accusatoria. II vero antidoto contro l’affievolimento nell’azione di molti pm della “cultura della prova”, vice versa, è la circolazione obbligatoria e periodica dei magistrati nelle diverse funzioni, con l’obbligo di esercizio di funzioni giudicanti prima dell’accesso a quelle requirenti, e con un limite di permanenza de-cennale nelle diverse funzioni». Ecco un’altra tipica manifestazione di sudditanza programmatica al berlusconismo: si gabellano proposte del genere come geniali mediazioni «per scongiurare la separazione delle carriere». Ma per scongiurare la separazione della carriere, se davvero non la si vuole, basta non proporla. Senza introdurre soluzioni caotiche come questa. Quando, al convegno, l’avvocato dalemiano pugliese Gianni Di Cagno spiega che ogni dieci anni i giudici dovranno diventare pm, e viceversa, con migrazioni di massa di migliaia di magistrati da un ufficio all’altro, i magistrati non sanno se ridere o piangere. Il pm milanese Armando Spataro parla di «una sciocchezza assoluta, demagogica, senza fondamento razionale: anche se scaglionata nel tempo, sarebbe totalmente ingestibile, salvo creare dei centri di permanenza temporanea anche per i magistrati…». Idem il presidente dell’Anm Giro Riviezzo, che dice «no agli automatismi, si alla rotazione, no a tourbillon impazziti che disperdono le professionalità».
c) «Limitare il fenomeno dell’esercizio non sempre sufficientemente meditato da parte del gip e del pm in tema di sequestro e soprattutto di privazione della libertà personale. Fermo restando che, in proposito, appare assolutamente indispensabile un più equilibrato rapporto di organico tra gip e pm, considerato che la situazione attuale espone inevitabilmente il giudice ai rischi di un atteggiamento meramente passivo rispetto alle richieste cautelari provenienti dalle procure». Anche qui, sudditanza assoluta nei confronti delle campagne politico-mediatiche di Berlusconi & C. sul presunto «appiattimento» dei gip sui pm, peraltro mai suffragate da dati statistici. Chi l’ha detto che i gip accolgono supinamente le richieste di cattura e di sequestro dei pm? Le cifre dicono, anzi, tutto il contrario: accade spessissimo che i giudici disattendano le richieste delle procure, sia in tema di misure cautelari o preventive, sia in materia di patteggiamenti, riti abbreviati, rinvii a giudizio e condanne. Basti pensare al rinvio a giudizio dei vertici del Ros per la mancata perquisizione del covo di Riina a Palermo, contro il parere della procura che aveva chiesto la prescrizione per il generale Mori e il capitano Ultimo. E basti pensare all’assoluzione del marocchino Mohamed Bakri dall’accusa di terrorismo islamico decretata dal gip Clementina Forleo contro la richiesta di condanna del pm Armando Spataro. In entrambi i casi, le disparità di vedute fra i gip e i pm hanno dato origine a polemiche a non finire: non, stavolta, per l’appiattimento dei giudici sulle procure, ma al contrario per il non-appiattimento.
La stessa soggezione culturale alle parole d’ordine dei berluscones emerge dalla denuncia di D’Alema, che definisce «dannose» le varie componenti culturali nel Csm (le cosiddette correnti) e le accusa di «tutela corporativa». Fondata o infondata che sia, la critica è fuori bersaglio: l’eventuale corporativismo non dipende dall’esistenza o meno delle correnti, ma dalla natura stessa del concetto di autogoverno previsto dalla Costituzione: per limitarla, i costituenti posero rimedio con la presenza di membri laici eletti dal parlamento. Che altro si vuole? Impedire ai giudici di avere culture politiche e giuridiche differenti? Si pretendono giudici che non pensano? Anche qui sembra di sentir parlare qualcuno del governo. Così come quando il presidente Ds chiede di indagare sulle carte giudiziarie finite sui giornali a proposito delle scalate estive dei «furbetti del quartierino»: a parte l’ineleganza di occuparsi di una vicenda che coinvolge anche Unipol e il suo presidente (col quale D’Alema intratteneva affettuosi rapporti telefonici nel bel mezzo dell’arrampicata sulla Bnl): un rilievo che sottende una preoccupante ignoranza del diritto, visto che nessuna delle notizie pubblicate dai giornali erano segrete e dunque non c’e nulla da indagare. Almeno sui giornalisti e sui magistrati. C’è invece molto da indagare su certi finanzieri azzurri, bianchi e rossi, e sui loro amici politici.
Ritorno ai Valori
Il dato più sconcertante del solenne convegno di Italianieuropei dedicato a «Giustizia e politica: appunti per un programma di governo» è però ancora un altro. E’ cioè il nome di uno dei relatori invitati al dibattito: Giancarlo Elia Valori, oggi presidente dell’Unione Industriali del Lazio, dell’autostrada Milano-Serravalle e dell’associazione Italia-Francia, e ieri tante altre cose. Trattandosi di un personaggio dalle molte vite e dalle molte facce, che ha la fortuna di vivere in un paese di smemorati, un breve riassunto delle puntate precedenti può esser utile. Nato a Meolo (Venezia) 72 anni fa, figlio di un compagno di scuola di Amintore Fanfani, il piccolo Giancarlo si trasferisce con la famiglia a Roma. La domenica serve messa nella cappella di Vicolo della Luce, a due passi da San Pietro, dove celebra la messa papa Giovanni XXIII. Presa la doppia laurea in scienze politiche e in economia, si da alla politica candidandosi per la Dc alle amministrative del 1966. II che non gli impedisce, nei primi anni Settanta, di entrare nella massoneria. Il passaggio alle partecipazioni statali è quasi automatico. Nel ‘73 il massone democristiano è funzionario alla Rai del fanfaniano-opusdeino Ettore Bernabei. Due anni dopo all’Italstat. Tre anni dopo nella loggia P2, dove raggiungerà ben presto il grado di «maestro», subito sotto il venerabile Licio GeIIi. Nell’81 è vicepresidente della Sme, il colosso agro-industriale dell’Iri, dove qualche anno dopo sarà protagonista di epici scontri con Prodi. E continua a bazzicare il clan Fanfani, oltre a essere molto introdotto nella magistratura, romana e non solo. C’è chi è pronto a giurare che la sua ultima amicizia con il procuratore generale romano Carmelo Spagnuolo, suo fratello di loggia P2, non sia estranea alla brillante conclusione di un’indagine sulla gestione allegra della Rai: tutti prosciolti. Suo fratello Leo, dirigente dell’Eni in Argentina, lo mette in contatto con il dittatore Arturo Frondizi e poi con Juan Domingo Peron, che diventa suo amico. Sarà proprio Valori a presentarlo a Gelli e ad affittare un Dc8 Alitalia per riportarlo in Argentina con la moglie Isabelita quando la coppia presidenziale, già cacciata una volta da Buenos Aires, torno al potere sul balcone della Casa Rosada. Valori per i dittatori ha un’autentica attrazione, un trasporto spontaneo. Gli basta un viaggio a Bucarest per innamorarsi perdutamente di Ceausescu, al quale dedica subito un’agiografia. Segue la traduzione italiana dell’opera omnia del tiranno da lui curata per SugarCo (l’editrice di Craxi e De Michelis). Nel 1980 firma a Bucarest per conto dell’Iri un accordo miliardario con il Conducator per donare alla Romania una centrale nucleare. Poi si dedica a un altro apostolo della democrazia: Kim II Sung, conosciuto in una missione in Corea del Nord grazie ai buoni uffici del PCI. Un colpo di fulmine. Valori torna in Italia con un documento che lo nomina rappresentante commerciale di P’yong-yang in tutta Europa. A quel punto, gli manca solo la Cina. Valori scrive un libro encomiastico sulla rivoluzione culturale, L’eredita di Mao, recensito con tutti gli onori dal Corriere della Sera del piduista Franco Di Bella. E diventa, come per incanto, docente emerito a Pechino, cosi emerito da riuscire a organizzare nel ’95 il pellegrinaggio di Gianfranco Fini alla Grande Muraglia. Tutto ciò non gli impedisce di intrattenere affettuose amicizie con la Cia e con Israele. Lo Stato ebraico entra nelle sue mire e spire a metà degli anni Novanta: a mo’’ di captatio benevolentiae, Valori scrive una biografia di Ben Gurion per la Rizzoli; subito dopo ottiene una laurea honoris causa e una cattedra a Gerusalemme; si candida ad asfaltare il deserto con una splendida «autostrada della pace»; e dà una mano a Fini per la sua prima visita in Israele. Secondo Alberto Statera, uno dei pochi giornalisti italiani che abbia osato raccontare le sue gesta, Valori gestisce pure «una fiorente industria di lauree honoris causa». Cossiga, altro amicone, l’ha nominato cavaliere di Gran Croce, il governo francese gli ha regalato la Legion d’Onore.
Intanto, dietro le quinte, si muove un altro Valori. Quello in versione grembiulino e compasso. S’iscrive alla loggia Romagnosi nel ’65, insieme a Gelli. Lo presenta un altro futuro piduista: il suo dentista, Antonio Colasanti, Segretario dell’Istituto per le relazioni internazionali, Valori presenta Gelli a Peron poco prima che quest’ultimo ritorni in patria (e al potere) dopo un pò d’esilio. Gelli vola subito a Buenos Aires con una lettera d’accreditamento firmata da Valori presso l’ex presidente Frondizi. E’ il maggio ’73: Licio diventa ambasciatore della massoneria argentina in Italia, e il mese successivo scorta Peron per la grande rimpatriata, con passaporto diplomatico argentino e conseguente immunità. E quando, poco dopo, riorganizza la P2, Valori è della brigata. Arricchisce il gotha dei suoi amici con il generale Giuseppe Santovito (P2, scandali e depistaggi vari), col faccendiere Francesco Pazienza e soprattutto con Mino Pecorelli. Ogni domenica, dopo aver santificato la festa, Valori è solito appartarsi con il giornalista piduista (che su OP lo chiama affettuosamente «Fior di Loto») per un proficuo scambio di informazioni: almeno finchè Pecorelli può parlare. Poi, un giorno, lo trovano morto ammazzato.
Imbarazzante financo per Gelli, Valori viene espulso dalla P2 dopo una rissa per strani affari di carni. Anche la massoneria «regolare», loggia Romagnosi, gli dà il benservito. Ma quando, nel maggio ’81, i giornali pubblicano le liste di Gelli, c’e pure il suo nome. Si scopre cosi che il pio Giancarlo, «cameriere di Spada e Kappa» del papa, pappaeciccia di vescovi e cardinali, adora il Padreterno dei cattolici almeno quanto il Grande Architetto dell’Universo. Essendo vicepresidente della Sme, azienda pubblica, finisce sotto inchiesta davanti all’apposita commissione insediata dall’Iri per espellere i piduisti. Ma è una burla: viene assolto, come quasi tutti gli altri boiardi in grembiulino. Anzi, fa carriera: da vice a presidente della Sme. Ora a proteggerlo non c’e più soltanto Fanfani, ormai in declino: ci sono pure i suoi nuovi amici Giulio Andreotti e Antonio Gava, il fior fiore della Dc. Prodi, presidente dell’Iri, vorrebbe privatizzare la Sme e cacciare lui. Statera sostiene addirittura che Valori si sarebbe salvato «minacciando Prodi con indagini giudiziarie». Sia come sia, è un fatto che l’uomo di giudici ne conosce parecchi (negli anni Ottanta ne scarrozzava a decine in convegni organizzati in luoghi ameni). E poi sindacalisti come Pietro Larizza, giornalisti come Carlo Rossella, top manager come Cesare Romiti, giuristi come Antonio Baldassarre. Nel ‘92, causa Tangentopoli, rotolano le teste dei suoi vecchi padrini democristiani, ma Valori non s’impressiona. Aggancia Gianfranco Fini e abborda Lamberto Dini. Con Berlusconi non c’e bisogno di presentazioni: stavano insieme nella P2. Così, quando la Sme finisce privatizzata, per lui è gia pronta la poltrona di presidente della società Autostrade. Walter Veltroni gli dedica mezza pagina d’intervista sull’Unita. Dini sceglie la sua villa romana per annunciare agli amici l’imminente discesa in campo con un partito tutto suo, Rinnovamento italiano. E gli affari proseguono, come quello principesco fra Autostrade e Omnitel per l’uso dei 3 mila chilometri di cavi in fibra ottica che corrono sotto l’asfalto. Per il Pds è un referente insostituibile nel ramo opere pubbliche. Qualche ulivista lo vorrebbe alle Ferrovie, qualcun altro alla Stet. Antonio Di Pietro, appena divenuto ministro dei Lavori pubblici, se lo vede piombare in ufficio con alcune richieste niente male: il superprogetto per la variante di valico Bologna-Firenze, un appalto senza gara per la Salemo-Reggio Calabria e soprattutto il rinnovo della concessione statale ad Autostrade, che scade nel 2018, fino al 2033. Risposta del ministro: tre no.
Nell’ultima vita, Valori lascia Autostrade per diventare il capo degli industriali del Lazio e, per qualche mese, anche del consorzio Blu che concorre alle licenze per i telefonini Umts (per quella gara verrà rinviato a giudizio per turbativa d’asta, e poi assolto). Ma conserva la presidenza della Milano-Serravalle, l’autostrada che ha fatto litigare il sindaco ambrosiano Gabriele Albertini con gli ultimi due presidenti della provincia: la forzista Ombretta Colli e il diessino Filippo Penati, anche per via dei rapporti decisamente troppo intimi fra l’azionista privato, l’ex latitante e plurinquisito Marcellino Gavio, e il diessino Pierluigi Bersani. Intanto continua a scrivere libri e a presentarli con tutta la Roma che conta. Al vernissage del luglio scorso per I giusti in tempi ingiusti (Rizzoli), c’erano padre Giovanni Marchesi di Civiltà Cattolica e l’arcivescovo Gioia, il rabbino capo di New York Schnaier, quello di Roma Riccardo Di Segni e l’ambasciatore israeliano Hehud Gol. «Mi auguro», dichiara ecumenico l’ex amico di Ceausescu, di Kim II Sung e dei dittatori argentini, «che questo libro possa essere un piccolo grande seme per la causa della pace». II 14 ottobre il presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra (Margherita) gli conferisce il premio Provincia Capitale in condominio con uno scampato al lager di Dachau, con Giovanni Bollea, con Carla Fracci, con Gianni Letta, con l’Opera romana pellegrinaggi e con l’associazione Un ponte per. Magari, intendiamoci, meritava quello e altri premi. Quel che forse non meritava era un invito dalla fondazione dalemian-amatiana a dare un contributo al programma dell’Unione sulla giustizia. Di sicuro non lo meritano gli elettori del centro-sinistra, i quali ora avrebbero diritto a una risposta: a quale titolo un ex piduista viene chiamato a discutere del programma del prossimo governo per la giustizia?
In fondo la loggia P2 ha gia contribuito da par suo al programma di questo governo, che ne ha copiato il leggendario «Piano di rinascita democratica» senza neppure versare il copyright al venerabile Licio. A meno che qualcuno, nell’Unione, non pensi che anche quel piano, come le leggi vergogna di Berlusconi, non sia tutto da buttare. Che contenga «parti buone da salvare». Nel qual caso, ce lo facciano sapere subito. Possibilmente prima delle elezioni.

0 Responses to “Marco Travaglio sulla giustizia, P2 e Giuliano Pisapia”



  1. Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...





%d blogger cliccano Mi Piace per questo: