Archivio per ottobre 2010

Cosenza, in centinaia denunciano il tesseramento “Sel….vaggio”


“Guerra a sinistra”, “Il mistero degli iscritti”, “Tesseramento Sel…vaggio”. I giornali di Cosenza si stanno sbizzarrendo per raccontare la storia della locale federazione di Sel. «Una storia solo cosentina», assicura a Liberazione Francesco Gaudio, consigliere comunale eletto col Prc e transitato dopo Chianciano nel movimento vendoliano. A spulciare bene anche nel Lazio, in quello stesso partito, c’è chi riconta le tessere in vista del congresso nazionale e la storia recente, al congresso di Chianciano dopo lo choc elettorale, ha già registrato tesseramenti record, superiori al numero degli elettori, in città certo non rosse come Reggio Calabria o Caltanissetta.
Torniamo a Cosenza dove ieri 250 iscritti a Sel hanno diffuso una lettera aperta per denunciare l’«illegittimità del percorso congressuale» nella città che solo una manciata di anni fa sembrava un laboratorio per la sinistra e che ora detiene un altro record. Qui Sel può vantare la cifra record di 1700 iscritti, seconda in termini assoluti solo ai tesserati di Roma e Napoli e a pari merito con la “capitale” Bari. Ma, per rapporto con gli abitanti, qui c’è la maggiore densità di iscritti di tutta la penisola.
Ora si racconta che questo record sia frutto di un’Opa con la regia occulta di un dirigente nazionale.
«Negli ultimi tre mesi avevamo registrato movimenti consistenti verso da parte di un’area che fa capo all’allora segretario Prc Angelo Broccolo (che farà il salto della quaglia a giugno) e al consigliere regionale Ferdinando Aiello (quello del famigerato concorsone alla Regione Calabria).
In pratica si tratterebbe di un patto di reciproco sostegno, nei rispettivi congressi, tra quelle aree e pezzi della Cgil locale. Regista, prima occulto, poi palese, Gennaro Migliore, secondo i firmatari dissidenti che volantineranno le loro ragioni tra i congressisti che convergeranno a Firenze nel week end. Secondo la ricostruzione, il 23 maggio Migliore, della segreteria nazionale, scende a Cosenza in gran segreto. Broccolo e Aiello fanno parte della riunione ed è lì che, probabilmente, s’è deciso il transito a Sel che Broccolo ufficializzerà poco dopo con quadri e dirigenti del Prc e con Mario Melfi, consigliere provinciale Pd, sindaco di Amendolara, da sempre democristiano, osservanza Loiero. La versione ufficiale, sostenuta nella conferenza stampa, dove Migliore ci mette la faccia, è «che l’unità a sinistra oggi la fa Sel». Le trattative però si sono svolte alle spalle di chi aveva investito già dopo Chianciano nella formazione erede dell’Arcobaleno al punto che gli ex di Rifondazione – quando apprendono dai giornali della calata di Migliore – iniziano a sospettare che sia un’operazione per accaparrarsi un simbolo «che oggi pare piuttosto attraente».
Passa l’estate, si avvicina il termine del 25 settembre per il tesseramento congressuale, «e succede di tutto», riprende Gaudio, insegnante di 45 anni: spostamento di pacchetti di tessere in poche ore, indifferenza alla cultura ed alla identità dei provenienti, spregiudicatezza totale (Broccolo fino ad una settimana prima dell’ingresso in Sel, chiedeva a nome del Prc l’assessorato alla Provincia per se stesso; Aiello cinque giorni prima del cambio di casacca, il 17 settembre, votava per il segretario provinciale del suo precedente partito). L’eruzione di buona politica, vantata dal leader nazionale, se c’è serve solo a coprire «pratiche ben diffuse nella peggiore Dc». «E’ questa la vera antipolitica», dicono i dissidenti all’indomani di un congresso provinciale che ha visto una scarna partecipazione. Ufficialmente solo il 30% avrebbe preso parte alla convention ma alcuni testimoni sono pronti a giurare che a votare sia stata la metà di quel dato. Migliore, nelle scorse settimane, è sceso di nuovo a Cosenza per presentare un altro nuovo acquisto: un giovane consigliere comunale di Mendicino, 10mila abitanti alle porte di Cosenza. Lo slogan che semina altro sconcerto tra i dissidenti: né destra, né sinistra, solo giovani. I mendicinesi non la prendono bene. Lo stesso Migliore si accorge che il suo partito non c’è. Ma Roma negano l’elenco degli iscritti a chi lo chiedeva per il congresso in un’escalation da «zero trasparenza» che ha prodotto, secondo Gaudio, la trasformazione di Sel cosentina in «lavanderia del centrosinistra».
Ora tra i duecentocinquanta s’è aperto il dibattito, le adesioni alla lettera aperta che sconfessa l’assise provinciale «drogata» sembrano destinate a crescere. Restano le domande: che ne è stato del laboratorio cosentino? Come si fa a non mandare a casa un’altra generazione di militanti di sinistra?
checchino antonini

Da Liberazione del 19 ottbre 2010

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Marco Travaglio sulla giustizia, P2 e Giuliano Pisapia

Qui sotto è riportato un pezzo del Piano di rinascita democratico della P2 di Licio Gelli nella parte relativa ai provvedimenti istituzionali e l’ordinamento giudiziario. Come potrete notare le proposte della P2 e quelle dell’avvocato Giuliano Pisapia, riportate nell’articolo di Marco Travaglio, corrispondono.
Come mai, nonostante queste cose siano di pubblico dominio, Pisapia è proposto dalla cosiddetta “sinistra” milanese come papabile alla carica di sindaco della città?
Questi sinistri politici sarà meglio che si presentino con
il compasso e la squadra, insegne dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e della corruzione. Il compasso e la squadra non sono gli strumenti di lavoro di  chi è uso pianificare le speculazioni edilizie?
Facciano un bel partito massonico/correntizio e confluiscano tutti lì. Di cosa hanno paura che i proletari li riconoscano per quello che sono…? E se non hanno questo coraggio
stiano nei partiti che attualmente difendono gli interessi dei vari masso-capitalisti e la smettano di rompere… Nel Parlamento c’è un’ampia scelta e non hanno la possibilità di sbagliare, tanto lì di partiti che rappresentano i proletari non ce ne sono. Per adesso…
Saluti comunisti
Andrea

MEDIO E LUNGO TERMINE
Nel presupposto dell’attuazione di un programma di emergenza a
breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per
sommi capi un programma a medio e lungo termine con l’avvertenza
che mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali è possibile fin
d’ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economicosociali,
salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, è
necessario rinviare nel tempo l’elencazione di problemi e relativi
rimedi.
a) Provvedimenti istituzionali
a1) Ordinamento giudiziario
I unità del Pubblico Ministero (a norma della
Costituzione – articoli 107 e 112 ove il P.M. è
distinto dai Giudici),
Il responsabilità del Guardasigilli verso il
Parlamento sull’operato del P.M. (modifica
costituzionale);
III istruzione pubblica dei processi nella dialettica
fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici
giudicanti, con abolizione di ogni segreto
istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed
eliminando le attuali due fasi d’istruzione;
IV riforma del Consiglio Superiore della
Magistratura che deve essere responsabile
verso il Parlamento (modifica costituzionale);

V riforma dell’ordinamento giudiziario per
ristabilire criteri di selezione per merito delle
promozioni dei magistrati, imporre limiti di età
per le funzioni di accusa, separare le carriere
requirente e giudicante, ridurre a giudicante la
funzione pretorile
VI esperimento di elezione di magistrati (Costit.
art. 106) fra avvocati con 25 anni di funzioni in
possesso di particolari requisiti morali;


(MicroMega 7/2005, pag. 85-96)

Italianieuropei (e piduisti), unitevi

di Marco Travaglio

In attesa che i vari partiti dell’Unione si mettano d’accordo, par di capire che le leggi vergogna resteranno in vigore anche con il centra-sinistra al governo. E a un convegno di Italianieuropei viene invitato a parlare del programma sulla giustizia l’ex piduista Valori, dalla istruttiva storia personale. Non abbiamo ancora cominciato che gia cominciamo bene…
Siamo sicuri che l’eventuale governo dell’Unione abrogherà le leggi-vergogna? L’unico leader ad averlo promesso a chiare lettere è Romano Prodi, cosi come il nuovo responsabile giustizia Massimo Brutti. Gli altri invece, da Francesco Rutelli a Massimo D’Alema, da Luciano Violante a
Giuliano Pisapia, si producono in distinguo sempre piu sottili, soprattutto a proposito della giustizia. E i segnali che giungono da ogni parte d’Italia sembrano inequivocabili: non è solo questione di leggi, ma di sostanza. Anche perchè l’inarrestabile transumanza di ex polisti sta portando nelle file del centro-sinistra una gran quantità di personaggi che quelle leggi vergogna hanno votato, condiviso e difeso per quasi tutta la legislatura. A Milano i Ds criticano la decisione del consiglio comunale di dedicare una targa votiva a Bettino Craxi nel palazzo di piazza Duomo che ospitava i vecchi uffici del Garofano. dove lo «statista» riceveva le mazzette, ma propongono di spostarla in via Foppa, dove il leader abitava. L’idea che a un pregiudicato latitante non si dedicano targhe da nessuna parte non li sfiora neppure. Tant’è che prosegue indefesso il corteggiamento a Bobo Craxi e a Gianni De Michelis per assicurare agli elettori del centro-sinistra la succulenta prospettiva di poter votare almeno per un membro della famiglia Craxi. Lo dice papale papale Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds: «Avere avuto un atteggiamento antisocialista durante Mani Pulite è stato del tutto sbagliato, non solo perchè le questioni penali sono individuali (già, peccato che riguardassero tutto lo Stato maggiore del Garofano), sia anche perchè «non credo che Craxi possa essere inchiodato a una vicenda giudiziaria (infatti ne aveva una dozzina, fra cui due approdate a condanna definitiva per un totale di 10 anni di carcere)».
A Salerno il segretario nazionale Piero Fassino è sceso per ben tre volte in pochi mesi per suggellare l’ingresso nei Ds di Carmelo Conte, già ministro socialista, salvato dalla prescrizione nei processi della Tangentopoli campana ma ancora imputato davanti al tribunale per concorso in associazione camorristica: operazione pilotata dal deputato querciaiolo Vincenzo De Luca, nemico giurato di Bassolino, al punto di sbandierare contro il governatore la «questione morale» per le spese eccessive delle commissioni regionali. La questione morale in mano a chi ha fatto entrare nel partito un imputato per camorra. In Sicilia metà dei Ds osteggia la candidatura di Rita Borsellino proposta dalla società civile, dopo aver impallinato quella di Claudio Fava, che pure alle ultime europee ha fatto il pieno di voti. E si da ormai per certo un posto d’onore nelle liste elettorali per il ras della Quercia a Enna, Vladimiro Crisafulli, vicepresidente dell’assemblea regionale e dalemiano di ferro, sorpreso tre anni fa da una telecamera a baciare e incontrare il locale boss mafioso Bevilacqua nella saletta di un albergo per parlare di assunzioni, finanziamenti e appalti pubblici. Molto meglio, per questa parte della Quercia, la candidatura di Fernando Latteri, l’ex forzista catanese trasmigrato due anni fa nella Margherita e sonoramente trombato alle europee, ma molto amato da Anna Finocchiaro ed Enzo Bianco, luogotenenti etnei rispettivamente di D’Alema e Rutelli, gia protagonisti della ignominiosa debacle dell’unione alle ultime comunali (che hanno visto la rielezione del sindaco forzista Umberto Scapagnini). La Finocchiaro, come del resto Fassino, s’è pure segnalata per una dichiarazione in favore del ponte sullo stretto di Messina. Così, se alle primarie Latteri prevalesse sulla Borsellino, i siciliani potrebbero scegliere fra un ex del centro-sinistra passato al centro-destra (Totò Cuffaro) e un ex del centro-destra passato al centro-sinistra (Latteri). Sono soddisfazioni.
Poi c’e l’atteggiamento quantomeno ambiguo dimostrato dal centro-sinistra in occasione delle due leggi «contra personam» varate dalla maggioranza per eliminare Gian Carlo Caselli dalla corsa alla procura nazionale antimafia e far vincere il concorso all’unico candidato rimasto: Piero Grasso. L’8 febbraio 2005 la legge che proroga il superprocuratore Piero Luigi Vigna (per dar tempo a Caselli di compiere i 66 anni, dopodichè in base al nuovo ordinamento giudiziario sarà tagliato fuori dalla gara) passa alla Camera con i voti determinanti di Rifondazione comunista, che si astiene rimpiazzando cosi le larghe assenze tra le file della Cdl. II capo-gruppo
Pisapia spiega che non s’è trattato di un errore, ma di una precisa scelta. E al Csm, quando si tratterebbe di contestare quel concorso ormai truccato come fanno i membri togati di Magistratura democratica e del Movimento per la giustizia, i laici del centro-sinistra votano per Grasso, candidato del governo, insieme a quelli della Cdl.
II 5 luglio il gip milanese Fabio Paparella acquista quattro pagine del Corriere della Sera per annunciare alle migliaia di azionisti Mediaset (irraggiungibili per lettera) l’udienza preliminare del megaprocesso sui diritti televisivi che vede imputato, fra gli altri, Silvio Berlusconi. “L’avviso pubblico” è espressamente previsto dal codice quando le parti attese siano molte e non raggiungibili altrimenti, ma essendoci il premier di mezzo la maggioranza scatena la solita canea. Prontamente Massimo D’Alema si associa, definendo l’iniziativa del giudice «discutibile» e intonando la solita litania: «Berlusconi va affrontato e battuto sul piano politico, e non inseguendo inchieste giudiziarie o rinvii a giudizio a mezzo stampa. Che oltretutto finiscono per essere controproducenti e per innescare polemiche a tutto vantaggio del premier». II fatto che il premier del «meno tasse per tutti» sia accusato di aver evaso 120 miliardi di lire di tasse non lo induce invece ad alcun commento. Del resto D’Alema è lo stesso che l’11 dicembre 2004, quando il senatore Marcello Dell’Utri e stato condannato a 9 anni per mafia, se l’e cavata con un furbesco «non commento sentenze» (Dell’Utri ricambia ripetendo da anni che il suo preferito, a sinistra, è il leader Massimo). II 21 luglio viene approvata definitivamente la legge delega sul nuovo ordinamento giudiziario, cioè la controriforma Castelli. Mentre una parte dell’opposizione giura che l’orribile porcheria verrà spazzata via appena l’Unione sarà al governo, i margheriti Giuseppe Fanfani e Sandro Battisti, il verde Paolo Cento, il socialista Enrico Buemi, il rifondatore Pisapia e il diessino Guido Calvi comunicano che almeno in parte andrà salvata. In particolare, dice Calvi, «questa legge è scritta da persone culturalmente incapaci, ma ci sono alcuni spunti positivi come la temporaneità degli incarichi direttivi o la tipizzazione del procedimento disciplinare, cose gia proposte da noi». E dunque, una volta al governo, «noi dovremo salvare quelle parti che sono state e sono patrimonio della nostra riflessione giuridico-politica». E quando, a un convegno milanese di Libertà e giustizia, il pm Armando Spataro chiede se l’Unione si impegna a «radere al suolo» questa e altre leggi vergogna, si becca una ramanzina da Massimo D’Alema. sinceramente costernato per quel «linguaggio» poco consono a un magistrato. Per tutta l’estate, si registrano gli alti lai di politici di sinistra, di centro e di destra contro i magistrati che indagano sulle scalate trasversali dei «furbetti del quartierino» alla Rcs, all’Antonveneta e alla Bnl, con proposte più o meno bipartisan per limitare le intercettazioni o almeno la loro legittima e doverosa pubblicazione sui giornali (vedi «I furbetti del Botteghino» nel n. 5/2005 di MicroMega, p. 172). Luciano Violante – già noto per aver chiesto inopinatamente la procedura d’urgenza per la riforma del falso in bilancio nel novembre 2001 – si guadagna la copertina di Panorama rilasciando al settimanale ultraberlusconiano un’intervista contro Mani Pulite: «In quella stagione», dice, «ci fu un dato grave, la caccia al politico, che era in quanto tale considerato un probabile delinquente. Ci fu un’autentica caccia al politico. Si arriva al dileggio delle istituzioni. E i protagonisti di quella campagna furono le forze reazionarie». Quanto ai magistrati, aggiunge il capogruppo Ds alla Camera, «ci furono intrecci discutibili tra giustizia e informazione. II rapporto tra giustizia e informazione è una delle grandi questioni delle democrazie moderne. Certi magistrati diventano protagonisti attraverso i giornali. E certi giornali hanno le notizie in anteprima. Tornando a Tangentopoli, fa impressione la lettura del quotidiani dell’epoca: sembrano tutti scritti dalla stessa mano». Poi propone addirittura di espropriare il Csm della funzione disciplinare sui magistrati (e anche sugli avvocati) «per attribuirla a un organo esterno di altissima qualità, nominato dal capo dello Stato scegliendo tra ex giudici costituzionali, ex presidenti di Cassazione, grandi avvocati e grandi professori universitari» (un organo che, non conoscendo i problemi concreti dei vari uffici giudiziari, punirà magari un magistrato oberato di lavoro che ha consegnato una sentenza con qualche giorno di ritardo e non vedrà invece il marciume e il dolce far nulla che si annida in certi «uffici sdraio»); perchè oggi i processi disciplinari affidati al Csm destano «il sospetto che il giudizio non sia imparziale». Applausi a scena aperta dalla Casa delle libertà.
Il nuovo programma della giustizia dell’Unione è affidato all’onorevole avvocato
Pisapia, favoritissimo per la poltrona di ministro della Giustizia. Pisapia è una persona perbene e un giurista apprezzato. Ma è anche portatore di un discreto conflitto d’interessi (è contemporaneamente avvocato e legislatore) e di una cultura ipergarantista che nella scorsa legislatura condusse al varo di leggi devastanti come la controriforma dell’abuso d’ufficio, la legge costituzionale sul «giusto processo» non accompagnata da una modifica del diritto al silenzio dei testimoni imputati, le nuove norme contro i pentiti di mafia e cosi via. Ma soprattutto Pisapia è favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pm; questa’estate ha attaccato duramente il Csm, insieme al presidente del Senato Marcello Pera, per aver osato esprimere (come prevede la legge istitutiva del Consiglio) un parere negativo sulla controriforma dell’ordinamento giudiziario, accusandolo di «interferenza nei lavori del Parlamento»; e ha persino contestato, insieme al forzista Gaetano Pecorella, il mandato di cattura europeo. E’ questa anche la linea dominante del centro-sinistra? Sarebbe interessante saperlo, prima di dare per scontata la nomina di Pisapia a guardasigilli. Anche Pisapia, come Calvi, invita a salvare «le parti buone» della controriforma Castelli (compreso financo l’innesto di rappresentanti delle regioni, cioe dei partiti, nei consigli giudiziari, cioè nelle propaggini locali del Csm), chiede addirittura «un nuovo codice penale entro sei mesi» dall’insediamento dell’eventuale governo Prodi ed è contrario ad azzerare tutte le leggi vergogna dei berluscones.
Il programma è tutto un programma
Sul futuro programma per la giustizia del centro-sinistra è ancora buio fitto. Alla «fabbrica» di Prodi non se n’è minimamente discusso, almeno in pubblico. Cosi c’è spazio per iniziative estemporanee, come quella della fondazione Italianieuropei di D’Alema e Amato, che il 28 ottobre da vita a un convegno sul tema, purtroppo illuminante. Se il professor Carlo Federico Grosso chiede di «abrogare con forza tutte le leggi della Cdl» e Fassino propone di «fare subito un provvedimento che sospenda gli effetti di queste leggi e dopo riscriverle», 1’ex presidente del Senato Nicola Mancino (Margherita) impone l’altolà: «L’idea della rimozione totale è massimalista, dire che abrogheremo tutto quel che ha fatto la Cdl è eccessivo». E
Pisapia va anche oltre: «Dobbiamo dire la verità: piuttosto che dire che butteremo nel cestino queste leggi dobbiamo annunciare riforme organiche che di fatto aboliscono le altre». Viene invitato a parlare persino Ugo Intini, gia al fianco di Bettino Craxi negli anni bui di Tangentopoli e della lunga guerra del Garofano alla magistratura: «Se vinciamo dobbiamo operare in positivo, non in negativo». D’Alema e d’accordo: «Non andiamo al governo per cancellare quello che hanno fatto gli altri, ma per fare le riforme: di conseguenza sarà rimosso tutto quello che non va». Dunque, par di capire, in attesa che i vari partiti dell’Unione si mettano d’accordo sulle riforme da fare e trovino il tempo di approvarle in entrambi i rami del parlamento, le leggi vergogna sull’ordinamento giudiziario, sul falso in bilancio, sulle rogatorie, sul Csm, nonchè la Cirami, l’ex Cirielli e la Boato sull’impunita parlamentare resteranno in vigore. Lo ribadisce anche Francesco Rutelli qualche giorno dopo in un’intervista al Corriere della Sera del 2 novembre: «E che facciamo, buttiamo via tutte le leggi di Berlusconi? Vedo in giro un atteggiamento un po’ troppo agonistico, arriviamo noi e spazziamo via tutto… Non si può ricominciare da capo ogni volta. A chi dice che bisogna abolire il 99 per cento delle leggi fatte dalla destra rispondo di no, è sbagliato». Lo stesso D’Alema insiste spesso sul rischio di “apparire conservatori”, cioè di voler mantenere l’esistente: l’indipendenza assoluta della magistratura cosi come fissata dalla Costituzione non piace nemmeno a sinistra. Tant’è che Violante, nella sua nuova, ennesima reincarnazione, arriva a dire: «Abolire non basta: ci vuole un progetto di riforma della giustizia che non potrà riproporre il sistema precedente». Più di un passaggio del programma di Italianieuropei sembra copiato pari pari dalla controriforma Castelli.
1) Allargare i consigli giudiziari – cioè le propaggini territoriali del Csm, incaricati di dare valutazioni professionali sui magistrati – con l’inserimento di «una componente laica eletta con maggioranza qualificata dai Consigli regionali tra avvocati e professori universitari di diritto, sulla base di incompatibilità territoriali, espressione della sovranità popolare e mitigatrice di inevitabili riflessi corporativi». Cosi l’autogoverno dei giudici sarebbe ancor meno autogoverno, infarcito di rappresentanti delle regioni, cioè dei partiti, che moltiplicheranno le interferenze già oggi fortissime da parte dei membri «laici» del Csm.
2) «I1 cortocircuito mediatico-giudiziario che a volte – e spesso proprio in coincidenza con l’adozione di provvedimenti cautelari – si determina tra mass media e uffici giudiziari (e segnatamente procure della Repubblica) produce effetti distorsivi sull’intero sistema, e lede non di rado fondamentali garanzie del cittadino imputato. Nel rispetto della funzione democratica dell’informazione, un pur parziale rimedio può essere offerto dall’affidamento al capo dell’Ufficio (presidente di Tribunale o procuratore della Repubblica) dell’esclusività del rapporto con i media, costruendo un’autonoma figura di illecito disciplinare per i magistrati che indicano conferenze stampa, rilascino interviste o comunque forniscano informazioni ai media con riferimento a indagini o processi in corso di propria competenza». Anche la controriforma Castelli silenzia i magistrati affidando al capo l’esclusivo potere di comunicare con la stampa. L’assurda pretesa anche degli autori di questa proposta di tener segreti addirittura gli arresti nasconde, o tenta di nascondere la preoccupazione che l’opinione pubblica venga a sapere quel che il potere vuole nascondere: cioè i reati delle classi dirigenti. Fortunatamente si tratta di un progetto irrealizzabile, anche perchè i provvedimenti cautelari sono per definizione pubblici e pubblicabili in quanto comunicati ai destinatari e ai loro avvocati.
In altri punti emerge l’insofferenza per la discrezionalità del giudice nell’irrogare le pene e per l’obbligatorietà dell’azione penale, che i cervelloni di Italianieuropei – come da sempre anche i berluscones – vorrebbero un po’ meno obbligatoria di quel che è previsto nella Costituzione. Alcuni esempi.
a) Nel progetto si legge che «l’azione penale deve restare obbligatoria, ma i criteri di priorità nel suo esercizio non possono continuare a essere meramente discrezionali. Si potrebbe ipotizzare un sistema “misto” nel quale i consigli giudiziari riformati, sulla base delle indicazioni dei capi degli uffici, formulano proposte di priorità valevoli per ciascuna regione; il Csm rimette dette proposte alle Camere, le quali rassegnano le proprie osservazioni; infine, il Csm definisce i criteri territoriali di priorità in sede di approvazione delle cosiddette “tabelle” degli uffici giudiziari. Nella relazione annuale al parlamento, poi, il Csm dovrebbe riferire sulle priorità individuate e sulla concreta applicazione dei criteri dettati da parte dei singoli uffici giudiziari». E’ forse la trovata più grave e incostituzionale, che introdurrebbe nella giustizia una sorta di devolution delle priorità sui reati da perseguire e da tralasciare, variabili da regione a regione. Il tutto con il contributo di soggetti estranei all’ordine giudiziario e all’organo di autogoverno, come i nuovi «laici» nominati dalle regioni nei consigli giudiziari e le Camere. In Lombardia gli uomini di Formigoni, in Sicilia gli emissari di Cuffaro, e così via contribuiranno a decidere quali reati privilegiare e quali tralasciare. Si accettano scommesse.
b) «La separazione delle carriere», si legge più avanti, «rappresenta un rimedio peggiore del male, rischiando di contribuire alla formazione di magistrati dall’ottica esclusivamente e pregiudizialmente accusatoria. II vero antidoto contro l’affievolimento nell’azione di molti pm della “cultura della prova”, vice versa, è la circolazione obbligatoria e periodica dei magistrati nelle diverse funzioni, con l’obbligo di esercizio di funzioni giudicanti prima dell’accesso a quelle requirenti, e con un limite di permanenza de-cennale nelle diverse funzioni». Ecco un’altra tipica manifestazione di sudditanza programmatica al berlusconismo: si gabellano proposte del genere come geniali mediazioni «per scongiurare la separazione delle carriere». Ma per scongiurare la separazione della carriere, se davvero non la si vuole, basta non proporla. Senza introdurre soluzioni caotiche come questa. Quando, al convegno, l’avvocato dalemiano pugliese Gianni Di Cagno spiega che ogni dieci anni i giudici dovranno diventare pm, e viceversa, con migrazioni di massa di migliaia di magistrati da un ufficio all’altro, i magistrati non sanno se ridere o piangere. Il pm milanese Armando Spataro parla di «una sciocchezza assoluta, demagogica, senza fondamento razionale: anche se scaglionata nel tempo, sarebbe totalmente ingestibile, salvo creare dei centri di permanenza temporanea anche per i magistrati…». Idem il presidente dell’Anm Giro Riviezzo, che dice «no agli automatismi, si alla rotazione, no a tourbillon impazziti che disperdono le professionalità».
c) «Limitare il fenomeno dell’esercizio non sempre sufficientemente meditato da parte del gip e del pm in tema di sequestro e soprattutto di privazione della libertà personale. Fermo restando che, in proposito, appare assolutamente indispensabile un più equilibrato rapporto di organico tra gip e pm, considerato che la situazione attuale espone inevitabilmente il giudice ai rischi di un atteggiamento meramente passivo rispetto alle richieste cautelari provenienti dalle procure». Anche qui, sudditanza assoluta nei confronti delle campagne politico-mediatiche di Berlusconi & C. sul presunto «appiattimento» dei gip sui pm, peraltro mai suffragate da dati statistici. Chi l’ha detto che i gip accolgono supinamente le richieste di cattura e di sequestro dei pm? Le cifre dicono, anzi, tutto il contrario: accade spessissimo che i giudici disattendano le richieste delle procure, sia in tema di misure cautelari o preventive, sia in materia di patteggiamenti, riti abbreviati, rinvii a giudizio e condanne. Basti pensare al rinvio a giudizio dei vertici del Ros per la mancata perquisizione del covo di Riina a Palermo, contro il parere della procura che aveva chiesto la prescrizione per il generale Mori e il capitano Ultimo. E basti pensare all’assoluzione del marocchino Mohamed Bakri dall’accusa di terrorismo islamico decretata dal gip Clementina Forleo contro la richiesta di condanna del pm Armando Spataro. In entrambi i casi, le disparità di vedute fra i gip e i pm hanno dato origine a polemiche a non finire: non, stavolta, per l’appiattimento dei giudici sulle procure, ma al contrario per il non-appiattimento.
La stessa soggezione culturale alle parole d’ordine dei berluscones emerge dalla denuncia di D’Alema, che definisce «dannose» le varie componenti culturali nel Csm (le cosiddette correnti) e le accusa di «tutela corporativa». Fondata o infondata che sia, la critica è fuori bersaglio: l’eventuale corporativismo non dipende dall’esistenza o meno delle correnti, ma dalla natura stessa del concetto di autogoverno previsto dalla Costituzione: per limitarla, i costituenti posero rimedio con la presenza di membri laici eletti dal parlamento. Che altro si vuole? Impedire ai giudici di avere culture politiche e giuridiche differenti? Si pretendono giudici che non pensano? Anche qui sembra di sentir parlare qualcuno del governo. Così come quando il presidente Ds chiede di indagare sulle carte giudiziarie finite sui giornali a proposito delle scalate estive dei «furbetti del quartierino»: a parte l’ineleganza di occuparsi di una vicenda che coinvolge anche Unipol e il suo presidente (col quale D’Alema intratteneva affettuosi rapporti telefonici nel bel mezzo dell’arrampicata sulla Bnl): un rilievo che sottende una preoccupante ignoranza del diritto, visto che nessuna delle notizie pubblicate dai giornali erano segrete e dunque non c’e nulla da indagare. Almeno sui giornalisti e sui magistrati. C’è invece molto da indagare su certi finanzieri azzurri, bianchi e rossi, e sui loro amici politici.
Ritorno ai Valori
Il dato più sconcertante del solenne convegno di Italianieuropei dedicato a «Giustizia e politica: appunti per un programma di governo» è però ancora un altro. E’ cioè il nome di uno dei relatori invitati al dibattito: Giancarlo Elia Valori, oggi presidente dell’Unione Industriali del Lazio, dell’autostrada Milano-Serravalle e dell’associazione Italia-Francia, e ieri tante altre cose. Trattandosi di un personaggio dalle molte vite e dalle molte facce, che ha la fortuna di vivere in un paese di smemorati, un breve riassunto delle puntate precedenti può esser utile. Nato a Meolo (Venezia) 72 anni fa, figlio di un compagno di scuola di Amintore Fanfani, il piccolo Giancarlo si trasferisce con la famiglia a Roma. La domenica serve messa nella cappella di Vicolo della Luce, a due passi da San Pietro, dove celebra la messa papa Giovanni XXIII. Presa la doppia laurea in scienze politiche e in economia, si da alla politica candidandosi per la Dc alle amministrative del 1966. II che non gli impedisce, nei primi anni Settanta, di entrare nella massoneria. Il passaggio alle partecipazioni statali è quasi automatico. Nel ‘73 il massone democristiano è funzionario alla Rai del fanfaniano-opusdeino Ettore Bernabei. Due anni dopo all’Italstat. Tre anni dopo nella loggia P2, dove raggiungerà ben presto il grado di «maestro», subito sotto il venerabile Licio GeIIi. Nell’81 è vicepresidente della Sme, il colosso agro-industriale dell’Iri, dove qualche anno dopo sarà protagonista di epici scontri con Prodi. E continua a bazzicare il clan Fanfani, oltre a essere molto introdotto nella magistratura, romana e non solo. C’è chi è pronto a giurare che la sua ultima amicizia con il procuratore generale romano Carmelo Spagnuolo, suo fratello di loggia P2, non sia estranea alla brillante conclusione di un’indagine sulla gestione allegra della Rai: tutti prosciolti. Suo fratello Leo, dirigente dell’Eni in Argentina, lo mette in contatto con il dittatore Arturo Frondizi e poi con Juan Domingo Peron, che diventa suo amico. Sarà proprio Valori a presentarlo a Gelli e ad affittare un Dc8 Alitalia per riportarlo in Argentina con la moglie Isabelita quando la coppia presidenziale, già cacciata una volta da Buenos Aires, torno al potere sul balcone della Casa Rosada. Valori per i dittatori ha un’autentica attrazione, un trasporto spontaneo. Gli basta un viaggio a Bucarest per innamorarsi perdutamente di Ceausescu, al quale dedica subito un’agiografia. Segue la traduzione italiana dell’opera omnia del tiranno da lui curata per SugarCo (l’editrice di Craxi e De Michelis). Nel 1980 firma a Bucarest per conto dell’Iri un accordo miliardario con il Conducator per donare alla Romania una centrale nucleare. Poi si dedica a un altro apostolo della democrazia: Kim II Sung, conosciuto in una missione in Corea del Nord grazie ai buoni uffici del PCI. Un colpo di fulmine. Valori torna in Italia con un documento che lo nomina rappresentante commerciale di P’yong-yang in tutta Europa. A quel punto, gli manca solo la Cina. Valori scrive un libro encomiastico sulla rivoluzione culturale, L’eredita di Mao, recensito con tutti gli onori dal Corriere della Sera del piduista Franco Di Bella. E diventa, come per incanto, docente emerito a Pechino, cosi emerito da riuscire a organizzare nel ’95 il pellegrinaggio di Gianfranco Fini alla Grande Muraglia. Tutto ciò non gli impedisce di intrattenere affettuose amicizie con la Cia e con Israele. Lo Stato ebraico entra nelle sue mire e spire a metà degli anni Novanta: a mo’’ di captatio benevolentiae, Valori scrive una biografia di Ben Gurion per la Rizzoli; subito dopo ottiene una laurea honoris causa e una cattedra a Gerusalemme; si candida ad asfaltare il deserto con una splendida «autostrada della pace»; e dà una mano a Fini per la sua prima visita in Israele. Secondo Alberto Statera, uno dei pochi giornalisti italiani che abbia osato raccontare le sue gesta, Valori gestisce pure «una fiorente industria di lauree honoris causa». Cossiga, altro amicone, l’ha nominato cavaliere di Gran Croce, il governo francese gli ha regalato la Legion d’Onore.
Intanto, dietro le quinte, si muove un altro Valori. Quello in versione grembiulino e compasso. S’iscrive alla loggia Romagnosi nel ’65, insieme a Gelli. Lo presenta un altro futuro piduista: il suo dentista, Antonio Colasanti, Segretario dell’Istituto per le relazioni internazionali, Valori presenta Gelli a Peron poco prima che quest’ultimo ritorni in patria (e al potere) dopo un pò d’esilio. Gelli vola subito a Buenos Aires con una lettera d’accreditamento firmata da Valori presso l’ex presidente Frondizi. E’ il maggio ’73: Licio diventa ambasciatore della massoneria argentina in Italia, e il mese successivo scorta Peron per la grande rimpatriata, con passaporto diplomatico argentino e conseguente immunità. E quando, poco dopo, riorganizza la P2, Valori è della brigata. Arricchisce il gotha dei suoi amici con il generale Giuseppe Santovito (P2, scandali e depistaggi vari), col faccendiere Francesco Pazienza e soprattutto con Mino Pecorelli. Ogni domenica, dopo aver santificato la festa, Valori è solito appartarsi con il giornalista piduista (che su OP lo chiama affettuosamente «Fior di Loto») per un proficuo scambio di informazioni: almeno finchè Pecorelli può parlare. Poi, un giorno, lo trovano morto ammazzato.
Imbarazzante financo per Gelli, Valori viene espulso dalla P2 dopo una rissa per strani affari di carni. Anche la massoneria «regolare», loggia Romagnosi, gli dà il benservito. Ma quando, nel maggio ’81, i giornali pubblicano le liste di Gelli, c’e pure il suo nome. Si scopre cosi che il pio Giancarlo, «cameriere di Spada e Kappa» del papa, pappaeciccia di vescovi e cardinali, adora il Padreterno dei cattolici almeno quanto il Grande Architetto dell’Universo. Essendo vicepresidente della Sme, azienda pubblica, finisce sotto inchiesta davanti all’apposita commissione insediata dall’Iri per espellere i piduisti. Ma è una burla: viene assolto, come quasi tutti gli altri boiardi in grembiulino. Anzi, fa carriera: da vice a presidente della Sme. Ora a proteggerlo non c’e più soltanto Fanfani, ormai in declino: ci sono pure i suoi nuovi amici Giulio Andreotti e Antonio Gava, il fior fiore della Dc. Prodi, presidente dell’Iri, vorrebbe privatizzare la Sme e cacciare lui. Statera sostiene addirittura che Valori si sarebbe salvato «minacciando Prodi con indagini giudiziarie». Sia come sia, è un fatto che l’uomo di giudici ne conosce parecchi (negli anni Ottanta ne scarrozzava a decine in convegni organizzati in luoghi ameni). E poi sindacalisti come Pietro Larizza, giornalisti come Carlo Rossella, top manager come Cesare Romiti, giuristi come Antonio Baldassarre. Nel ‘92, causa Tangentopoli, rotolano le teste dei suoi vecchi padrini democristiani, ma Valori non s’impressiona. Aggancia Gianfranco Fini e abborda Lamberto Dini. Con Berlusconi non c’e bisogno di presentazioni: stavano insieme nella P2. Così, quando la Sme finisce privatizzata, per lui è gia pronta la poltrona di presidente della società Autostrade. Walter Veltroni gli dedica mezza pagina d’intervista sull’Unita. Dini sceglie la sua villa romana per annunciare agli amici l’imminente discesa in campo con un partito tutto suo, Rinnovamento italiano. E gli affari proseguono, come quello principesco fra Autostrade e Omnitel per l’uso dei 3 mila chilometri di cavi in fibra ottica che corrono sotto l’asfalto. Per il Pds è un referente insostituibile nel ramo opere pubbliche. Qualche ulivista lo vorrebbe alle Ferrovie, qualcun altro alla Stet. Antonio Di Pietro, appena divenuto ministro dei Lavori pubblici, se lo vede piombare in ufficio con alcune richieste niente male: il superprogetto per la variante di valico Bologna-Firenze, un appalto senza gara per la Salemo-Reggio Calabria e soprattutto il rinnovo della concessione statale ad Autostrade, che scade nel 2018, fino al 2033. Risposta del ministro: tre no.
Nell’ultima vita, Valori lascia Autostrade per diventare il capo degli industriali del Lazio e, per qualche mese, anche del consorzio Blu che concorre alle licenze per i telefonini Umts (per quella gara verrà rinviato a giudizio per turbativa d’asta, e poi assolto). Ma conserva la presidenza della Milano-Serravalle, l’autostrada che ha fatto litigare il sindaco ambrosiano Gabriele Albertini con gli ultimi due presidenti della provincia: la forzista Ombretta Colli e il diessino Filippo Penati, anche per via dei rapporti decisamente troppo intimi fra l’azionista privato, l’ex latitante e plurinquisito Marcellino Gavio, e il diessino Pierluigi Bersani. Intanto continua a scrivere libri e a presentarli con tutta la Roma che conta. Al vernissage del luglio scorso per I giusti in tempi ingiusti (Rizzoli), c’erano padre Giovanni Marchesi di Civiltà Cattolica e l’arcivescovo Gioia, il rabbino capo di New York Schnaier, quello di Roma Riccardo Di Segni e l’ambasciatore israeliano Hehud Gol. «Mi auguro», dichiara ecumenico l’ex amico di Ceausescu, di Kim II Sung e dei dittatori argentini, «che questo libro possa essere un piccolo grande seme per la causa della pace». II 14 ottobre il presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra (Margherita) gli conferisce il premio Provincia Capitale in condominio con uno scampato al lager di Dachau, con Giovanni Bollea, con Carla Fracci, con Gianni Letta, con l’Opera romana pellegrinaggi e con l’associazione Un ponte per. Magari, intendiamoci, meritava quello e altri premi. Quel che forse non meritava era un invito dalla fondazione dalemian-amatiana a dare un contributo al programma dell’Unione sulla giustizia. Di sicuro non lo meritano gli elettori del centro-sinistra, i quali ora avrebbero diritto a una risposta: a quale titolo un ex piduista viene chiamato a discutere del programma del prossimo governo per la giustizia?
In fondo la loggia P2 ha gia contribuito da par suo al programma di questo governo, che ne ha copiato il leggendario «Piano di rinascita democratica» senza neppure versare il copyright al venerabile Licio. A meno che qualcuno, nell’Unione, non pensi che anche quel piano, come le leggi vergogna di Berlusconi, non sia tutto da buttare. Che contenga «parti buone da salvare». Nel qual caso, ce lo facciano sapere subito. Possibilmente prima delle elezioni.

Lettera di due metalmeccanici FIOM al PRC e alla FdS

Cari Ferrero, Grassi, Diliberto,

vi scriviamo nel tentativo di aprire un ragionamento che ad oggi resta tra i “non detti” della FdS e che, ci rendiamo conto, rischia di essere un terreno di scontro tra le forze in campo ma riteniamo non più rimandabile e che possa servire a riempire di contenuti un congresso della FdS che altrimenti risulterebbe essere vuoto, senza idee, frutto di un’operazione di vertice. Ci riferiamo al rapporto dei comunisti con il sindacato e poniamo la questione oggi, nei giorni in cui si evidenzia sempre con maggiore chiarezza che il sindacato dei meccanici è la punta avanzata di una lotta di classe a cui i comunisti, hanno abdicato ;

Il PRC, “Liberazione” e la FdS, si stanno giustamente “spendendo” parecchio in vista della prossima manifestazione del 16 ottobre, questo è sicuramente un buon segno rispetto al passato, anche in funzione di quel ritorno alla classe e al lavoro di massa tanto chiacchierato da tutti dopo le sconfitte elettorali, purtroppo però non possiamo esimerci dallo scrivervi.

Due sono  – da iscritti al PRC e quindi interni alla FdS –  le questioni che ci stanno profondamente a cuore.

Troppo spesso le lodevoli e pregiate parole a sostegno della FIOM non sono sostanziate dai “fatti”, riteniamo infatti che al “teorico” matrimonio ideale con le istanze sindacali  non ci sia una conseguente “prassi” all’interno del PRC prima e della FdS poi.

Crediamo che sia il momento di cambiare rotta!

Scriviamo questo perché, innanzitutto teniamo a ricordarvi che all’ultimo comitato centrale  – che lanciava la manifestazione del 16 ottobre –  , la Fiom è dovuta tornare a fronteggiare il dissenso della minoranza interna, di cui fa parte a pieno titolo l’area “riformista” della Cgil Lavoro Società che  ha proposto un documento alternativo, carico di aperture a Cisl e Uil per “un nuovo contratto nazionale” che tenesse conto “delle necessità della competizione e della produttività”. Fortunatamente tale proposta, immediatamente percepita dal Comitato centrale come una capitolazione della Fiom, è stata bocciata – 92 a 26 – dal voto finale. Ad  intervenire a sostegno del documento alternativo è stato il rappresentante dell’area di Lavoro Società nella Fiom tale Augustin Breda , quindi il paradosso ci sembra evidente o no?

A questo punto ci domandiamo e vi domandiamo. Come la mettiamo?

Come è possibile per noi del PRC e della FIOM costruire un percorso politico con Lavoro Società che contribuisce e cerca ogni volta di mettere all’angolo e isolare la Fiom?

Dopo la non bellissima figura che il PRC ha fatto all’ultimo congresso della CGIL evitando accuratamente di schierarsi a  sostegno della battaglia dei compagni della FIOM sostenitori della mozione “La CGIL che vogliamo”,  sostenendo di fatto, a parole, una posizione superpartes ma che, in realtà, celava, anche maldestramente, una simpatia e condivisione della posizioni di Lavoro Società, il che sarebbe anche legittimo se frutto di una elaborazione del Partito, ma diviene assolutamente miope se all’orizzonte c’è l’accordo elettoralistico con una formazione “politica” da far sedere al tavolo della FdS.

A  proposito del “non schieramento” vogliamo sottoporre alla vostra attenzione ed ai vostri ricordi un estratto della  tesi n.37 di Antonio Gramsci del Congresso di Lione  – III congresso del PCdI –  nel 1926  – sembra così lontano ma non lo è –

“Il rapporto tra sindacati e partito è uno speciale rapporto di direzione che si realizza mediante la attività che i comunisti esplicano in seno ai sindacati. I comunisti si organizzano nei sindacati e in tutte le formazioni di massa e partecipano in prima fila alla vita di queste formazioni e alle lotte che esse conducono, sostenendovi il programma e le parole d’ordine del loro partito. Ogni tendenza a estraniarsi dalla vita delle organizzazioni, qualunque esse siano, in cui è possibile prendere contatto con le masse lavoratrici, è da combattere come pericolosa deviazione, indizi di pessimismo e sorgente di passività”.

E della tesi n.38

“Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere.”

Ora anche se a quasi 100 anni di distanza e con tutte le differenze del caso ci verrebbe da chiederci: qual è oggi il rapporto tra il Prc ed il sindacato, qualunque sindacato?  Come può oggi un Partito Comunista abdicare all’elaborazione  teorica sulle questioni del lavoro, derubricando il lavoro stesso dalla propria agenda, togliendone centralità a favore di altre questioni, certamente importanti ma che, pensiamo, sono spesso slegate dalla vita quotidiana di ognuno. Pensiamo, insomma, che rimettere al centro delle pratiche dei comunisti il Lavoro e il relativo conflitto Capitale vs Lavoro, sia anche mettere al centro tutto il resto; il lavoro è il collante di una società ed è da questo collante che bisogna partire o ripartire. Come si può contraddire le tesi che vi abbiamo sottoposto senza una riflessione critica e quindi come si può sostenere la FIOM se poi nei fatti si appoggia  una posizione diversa ed alternativa alla linea di maggioranza della FIOM o peggio non si sostiene alcuna posizione?

La Seconda questione strettamente alla prima la poniamo in quanto iscritti entrambi ad un partito il PRC che ancora  – fortunatamente, anche se non sappiamo ancora per quanto – , si richiama al comunismo.

Proviamo a spiegarci: ritenete – a nostro avviso, ma non solo nostro –  erroneamente che tutto quello che i comunisti debbono fare in una realtà conflittuale di fabbrica è portare la loro solidarietà, e sostenere la lotta spontanea dei lavoratori. Va bene, ma non è sufficiente. Oggi purtroppo siamo di fronte ad una contraddizione di proporzioni enormi che non solo coinvolge un numero elevatissimo di realtà produttive e di lavoratori,  – come ben sapete – ma è il risultato di una crisi generalizzata del capitale e, dunque, non si tratta di affrontare e vincere tantissime singole battaglie parcellizzate e diverse, ma di una lotta della classe contro la classe sua antagonista.

Quest’ultimo punto è fondamentale.
Se per i lavoratori di ogni fabbrica, ufficio, ecc   – come noi che vi scriviamo –  è giusto e sufficiente non far chiudere l’impianto e conservare il posto di lavoro sia pure cambiando chi estorcerà – a noi – il plusvalore prodotto,  – battaglia che svolgiamo come sindacato e con il sindacato –  per un partito che si chiama comunista quest’obbiettivo minimo – economico – non è assolutamente sufficiente.

Diventa necessario per il partito dei comunisti, mentre sostiene con tutte le energie ogni singola lotta e tutte queste lotte insieme, svolgere un ruolo molto diverso da quello di ciascun singolo lavoratore e, anche, del sindacato: deve sviluppare una strategia, una linea politica, proposte praticabili seppure difficili, suggerendo percorsi e metodi di lotta che leghino tutte le situazioni e trasformino le tantissime “vertenze” in un’unica lotta, politica, di classe, con una precisa prospettiva che non soddisfi solo la giusta e primaria necessità della salvaguardia del posto di lavoro e degli impianti, ma faccia della vittoria un caposaldo di ripartenza di altre e più avanzate lotte consapevoli della classe nel suo complesso.

Insomma un partito se vuole essere comunista non può comportarsi da sindacato – magari rileggere le tesi riportate sopra può essere sufficiente a comprendere quanto diciamo.

E’ purtroppo vero – come dice e scrive più di qualcuno –  che il sindacato di classe non c’è più da molto tempo, ma questo non autorizza il partito ad assumerne la supplenza.

Bisognerebbe a nostro avviso – riallacciandoci al primo quesito ­-, cogliere l’occasione, mantenendo il proprio ruolo di partito e la propria pro-positività,  chiamare a svolgere il loro ruolo i comunisti presenti nelle organizzazioni sindacali per metterne alle strette,  finalmente in modo concreto e sulle lotte operaie, le direzioni opportuniste, portando essi quelle proposte e iniziative di impostazione sindacale.

Sostenere la necessità di lotta delle masse cari Dirigenti, non può risolversi in “codismo” nelle manifestazioni.

Insomma in parole povere, sarebbe, il tempo che chi si dice comunista e vuole dirigere il processo di liberazione del lavoro salariato dallo sfruttamento del capitale, la smettesse con reticenze e mezze proposte, che si spingesse oltre l’orizzonte dell’esistente, desse effettiva fiducia alla classe e operasse come i comunisti debbono cercare sempre di operare, senza dare patente di “serietà” e affidabilità a questo o quell’imprenditore privato che perseguirà sempre e soltanto il proprio profitto. Cosi come sarebbe ora di smetterla di riporre eccessiva fiducia in istituzioni, autorità e strutture di uno Stato che – forse lo abbiamo definitivamente dimenticato – resta di classe e a difesa esclusiva degli interessi della classe dominante, chiunque lo gestisca, dal Berlusconi al Bersani di turno.

Per essere credibile, una piattaforma e un programma anticapitalistica coerente dovrebbe innanzitutto essere stabilmente alternativo e antagonista sia al modello neoliberista temperato del PD che a quello reazionario e “di comando” del PdL.

Battere le destre va bene, comprendiamo bene tutti, quali pericoli corra l’attuale sistema democratico e la sua carta costituzionale, ma questo non giustifica la subalternità al centrosinistra; dal battere le destre a diventare subalterni al centrosinistra, ”ce ne passa“ cari compagni.

Per non ripetere gli errori del passato quindi bisognerebbe invece approfittare della difficoltosa e contraddittoria ripresa di un minimo di opposizione e di lotta sociale contro le politiche reazionarie di Berlusconi e di Confindustria per provare a costruire una piattaforma anticapitalista che sappia rappresentare in maniera sufficientemente stabile, in questa fase difficile e non breve, gli interessi delle classi lavoratrici, riconnettendo finalmente il ruolo di “utilità” dei comunisti alla difesa di quegli stessi interessi.

Riaggregare quindi i comunisti la sinistra anticapitalista attorno alla difesa degli interessi di classe,  – e la FdS poteva e doveva servire a questo scopo –  promuovendo un vasto movimento anticapitalista, aprendo anche alla propria sinistra  – diaspora comunista, movimenti, sindacalismo conflittuale e di classe – , trovando l’unità d’azione nelle battaglie politiche e sociali, più che costruire attraverso operazioni di vertice ed autoreferenziali, nuovi poli elettorali di sinistra

Cari compagni,  senza alcuna svolta di prospettiva, senza una svolta radicale di posizioni, programmi, e perche no, gruppi dirigenti, siamo di fronte all’ennesima riproposizione di una cultura neoriformista che ha attraversato negli ultimi decenni filoni molto diversi della sinistra italiana, uno spazio oggi che si appresta ad occupare in maniera molto intelligente Nichi Vendola insieme a SeL, uno spazio stretto, uno spazio che sembrerebbe tenere a battesimo, purtroppo, nell’eterno nome del “nuovo” anche la Federazione della Sinistra.

Non abbiamo bisogno di questo, abbiamo bisogno di altro,  – abbiamo bisogno di un partito comunista e di una sinistra anticapitalista che incarni in se le parole di Sanguineti quando ci ricordava:

<< I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato. Restaurare l’odio di classe per contrastare l’oblìo di sé in cui la classe operaia, inibita da una cultura dominata dalla tv, è immersa>>

Fraternamente vostri

Christian Di Nicola Comitato direttivo FIOM-CGIL Roma Nord

Iscritto al circolo PRC “Laurentino Che Guevara” di Roma.

Ciro Risolo Comitato direttivo FIOM-CGIL Roma Sud

Iscritto al circolo PRC “Laurentino Che Guevara” di Roma.

Decolla a Pisa l’Hub bipartisan della guerra


di Manlio Dinucci

E’ ufficiale: Pisa avrà «l’onore» – come l’ha definito il sindaco Marco Filippeschi (Pd) – di ospitare, presso il suo aeroporto militare, l’Hub aereo nazionale delle forze armate, dedicato alla gestione dei flussi di personale e materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi, e viceversa, con «tempestività ed efficacia». Lo ha appena deciso la Commissione difesa del Senato.
La relazione è stata presentata da Luigi Ramponi, ex generale già addetto militare a Washington (dove ha ricevuto dal Presidente la medaglia al merito), fondatore di An, oggi nel Pdl. Premesso che la realizzazione di questo «polo aereo»  era un’esigenza assai sentita dalle Forze armate, ne ha illustrato le caratteristiche: sarà una «struttura di grandi dimensioni» che, utilizzando soluzioni logistiche già sperimentate nel settore civile, dovrà essere connessa con le principali vie di comunicazione stradale, ferroviaria e navale, gestire la ricezione, lo stoccaggio e lo smistamento dei materiali, ricevere e gestire vettori di trasporto aereo (militari e civili) sia di grandi che di medie dimensioni, ed essere in grado di gestire «contemporaneamente più operazioni di imbarco e sbarco di personale e materiali». Il costo preventivato è di circa 63 milioni di euro, di cui 37 per le infrastrutture e 26 per i mezzi e i materiali.
Il sen. Mauro Del Vecchio, ex generale già comandante Nato/Isaf in Afghanistan e oggi nel Pd, ha fatto eco a Ramponi, dichiarando che il polo aereo soddisfa un’esigenza assai sentita dalle Forze armate: la realizzazione dell’Hub  è quindi «particolarmente importante». Questo il giudizio di merito. Poi, per salvare la faccia di «partito di opposizione», il Pd ha espresso un voto di astensione per bocca del sen.  Gian Piero Scanu. La commissione, avendo il numero legale, ha quindi espresso parere favorevole.
La notizia sarà stata accolta con grande soddisfazione dal comando della base Usa di Camp Darby, che potrà disporre del limitrofo Hub di Pisa: una «struttura di grandi dimensioni», sovradimensionata rispetto alle esigenze delle forze armate italiane, in grado di gestire «contemporaneamente più operazioni di imbarco e sbarco di personale e materiali». E, nell’ufficio del sindaco di Pisa, si sarà tirato un sospiro di sollievo e brindato per la gioia. Il progetto dell’Hub militare, annunciato il 2 agosto dal portavoce della 46a Brigata aerea, sembrava infatti messo in dubbio dal ministro della difesa Ignazio La Russa che, in visita nella città il 14 settembre, aveva dichiarato: «Al momento non c’é alcuna decisione presa». Il perché ora è evidente: il portavoce dell’aeronautica aveva presentato il progetto dell’Hub come già deciso, quando ancora non era stato inoltrato in Parlamento.  Il ministro della difesa lo ha infatti presentato solo il 30 settembre. Intanto, però, l’aeronautica militare aveva pubblicato, il 3 agosto, un avviso di gara per la fornitura di mezzi, equipaggiamenti e sistemi per «il costituendo Hub aereo nazionale presso l’aeroporto militare di Pisa». E il sindaco Filippeschi, scattando sull’attenti all’annuncio dell’aeronautica, aveva definito l’Hub militare «un onore per la nostra città». Quando ancora il Parlamento ne era all’oscuro.
(il manifesto, 19 ottobre 2010)

Vicenda poltrone Frau. Montezemolo e i suoi servetti: Bertinotti e Fini

Poltrona Frau, silenziatore alla Camera

“L’interrogazione non è ammessa” Dava fastidio a Montezemolo. Nel 2006 Carlo Ciccioli di An chiese conto del prezzo fissato in Borsa, ma per Bertinotti e Fini non doveva

di Sandra Amurri e Giorgio Meletti
Autunno 2006. Governa Romano Prodi, presidente della Camera è Fausto Bertinotti. Carlo Ciccioli, medico-psichiatra di Ancona, da pochi mesi deputato  di An, apprende che l’imminente quotazione in Borsa della Poltrona Frau di Tolentino (Mc) si presta a molti interrogativi. Si documenta e il 6 novembre presenta un’interrogazione parlamentare urgente.
Il salvataggio della Poltrona Frau vede  protagonista il fondo Charme, fondo di private equity strutturato come società di diritto lussemburghese. Tra i soci fondatori, oltre a Luca Cordero di Montezemolo (ai tempi presidente di Confindustria, Ferrari e Fiat), gli imprenditori Diego Della Valle, Gianni Punzo, Isabella Seragnoli, Vittorio Merloni, il patron di Technogym Nerio Alessandri, le famiglie Marsiaj e Montinari, più le banche Deutsche Bank, UniCredit e Monte dei Paschi di Siena.

Le domandee il mercato
Il deputato Ciccioli, nell’interrogazione con oggetto “Quotazione in borsa dell’azienda Frau”, chiede di sapere se “il prezzo delle azioni, valutate in un range compreso tra  1,80 ed  2,20 euro, è stato fissato all’importo più alto; se sul mercato verranno collocate circa 49 milioni di azioni per un aumento di capitale pari a circa 108 milioni di euro; se tale importo è all’incirca pari alla massa dell’indebitamento dell’azienda risultante a giugno 2006; se, raffrontato con l’utile di esercizio dell’azienda al 2006 il rapporto tra prezzo dell’azione e utile è pari a 196, cioè un multiplo assolutamente abnorme rispetto ai normali standard di mercato; se quindi la quotazione delle azioni risulterebbe assolutamente sproporzionata e superiore al valore effettivo dell’azienda”, facendo presente che “solo 18 milioni di euro del capitale raccolto sarebbero destinati alla riduzione dell’indebitamento, rispetto ad uno sbilancio di ben 108 milioni di euro”.

Una speculazione finanziaria?
Ciccioli chiede anche di sapere se “l’operazione di risanamento aziendale non sia di fatto una spregiudicatissima speculazione finanziaria, se gli organismi preposti al controllo e all’autorizzazione per le quotazioni in borsa (Tesoro, Banca d’Italia, Consob) hanno esperito le procedure previste e monitorato, senza timori reverenziali, l’effettiva situazione economica e finanziaria della società”.
Ed ecco il colpo di scena. L’interrogazione viene ritenuta irricevibile e bloccata dalla Presidenza della Camera. Un funzionario, racconta l’attonito Ciccioli, spiega che “il titolo è sotto quotazione, e quindi si tratterebbe di un’interrogazione price sensitive”. La motivazione è risibile: sia perché l’azione Poltrona Frau non è ancora quotata in Borsa, sia perché con lo stesso criterio risulterebbero vietate tutte le interrogazioni su società quotate, perché suscettibili di influenzarne il corso borsistico.  Ciccioli protesta e il funzionario replica: “La direttiva è del presidente Bertinotti e solo lui la può cambiare”.
La mattina dopo il deputato va alla Camera e viene affrontato da Fini, secondo il suo racconto, con queste parole: “Montezemolo mi ha chiamato stamattina alle sette e mi ha detto: un tuo deputato delinquente ha presentato un’interrogazione sulla quotazione in borsa della Poltrona Frau. Quel deputato sei tu. Come ti è venuto in mente di  turbare i nostri rapporti con Montezemolo? Ma non vedi che sta anche attaccando il governo Prodi? Ritira immediatamente quell’interrogazione”. Ciccioli, che si aspettava elogi per l’iniziativa da vero deputato d’opposizione, trasalisce: come ha fatto la sua interrogazione, mai pubblicata, ad arrivare in tempo reale a Montezemolo? Comunque reagisce all’ordine di Fini: “Non ci penso neanche”.

Gli amici di Luca
Un’ora dopo il secondo assalto. Ciccioli viene raggiunto dall’amico Ignazio La Russa che lo prende sottobraccio per ammansirlo: “Ma che ti sei messo in testa? Ma non vedi che manco Bertinotti te la pubblica? Hai ragione, ho capito, sei orgoglioso, il bel gesto lo hai fatto, adesso però è meglio che lasci stare, quell’interrogazione rovinerebbe i nostri rapporti con Montezemolo. Non ti preoccupare, te la faccio decadere io, ma non ti sognare di ripresentarla”. Ciccioli insiste: “Ma ho già mandato il comunicato stampa a Il Giornale e a Libero”. La Russa è tranquillo: “Non ti preoccupare, ai giornali penso io”. Subito dopo è un altro deputato di An, Italo Bocchino, a dirgli una parola buona: “Hai vissuto il tuo attimo da eroe ma ora rinsavisci”. Arriva infine la lettera di Bertinotti con la motivazione ufficiale della bocciatura dell’interrogazione. Fa riferimento all’articolo 139 bis del regolamento della Camera, secondo cui il Presidente valuta l’ammissibilità delle interrogazioni con riguardo, tra l’altro, “alla tutela della sfera personale e dell’onorabilità dei singoli”.

Il convegno dei Radicali
Il deputato di An, che non ha seguito Fini ma è rimasto con La Russa nel Pdl di Berlusconi, non ha mai digerito la faccenda. E infatti, a distanza di quattro anni, il 23 luglio scorso, ha raccontato tutto nel corso del convegno “Democrazia senza partiti”, organizzato dai Radicali Marche ad Ancona. Il suo intervento è stato registrato e pubblicato sul blog “Popinga” <http://scaloni.it/popinga/fini-ciccioli-e-poltrona-frau/>  (fondato da Marco Scaloni nel 2004). Oggi Ciccioli non solo conferma tutto, ma esibisce tutti i documenti del caso, accuratamente custoditi in una cartellina.
Alla domanda se il suo racconto non suoni come una vendetta nei confronti di Fini, che proprio in questi giorni ha cominciato a parlare di Montezemolo come suo possibile partner politico, risponde:  “Macché vendetta! Questa storia chiama in causa un sistema: l’intreccio tra Confindustria, banche, capitalismo e politica, senza esclusione di bandiere. Una storia su cui nessun giornalista ha voluto fare inchieste e nessun magistrato ha voluto vedere chiaro”.

Secondo Ciccioli la quotazione in Borsa ha permesso ai soci del fondo Charme, vendendo solo il 23% delle azioni Frau, di rientrare di tutto il denaro investito nel 2003 per acquistare il 75% del capitale.