Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale 4

di Andrea Montella

Ma chi sono questi Bronfman? Ne fa un “autorevole” ritratto Stephen Fox nel suo libro Potere e sangue il crimine organizzato nell’America del XX Secolo (EST Marco Tropea Editore, 1996) pagg. 23-24: “Pur senza avere legami culturali significativi con l’alcool, alcuni ebrei colsero ugualmente al volo le occasioni finanziarie offerte dal proibizionismo. Il grande contrabbando ebraico cominciò in Canada con i fratelli Bronfman. La loro famiglia era emigrata nel 1889 dalla Bessarabia, in Russia, trasferendosi nel Saskatchewan. Dei quattro figli maschi, Sam e Harry erano i più energici. Dapprima i Bronfman gestirono degli alberghi nel Saskatchewan e nel Manitoba – alberghi noti ad alcuni come bordelli. («Se lo erano» osservò Sam in seguito «erano i migliori del West!»). In parte per rifornire quegli alberghi, i Bronfman divennero importatori, e poi produttori di liquori. Quando l’America scelse il proibizionismo, i loro prodotti finirono al sud. «Di solito viaggiavamo a nord e a sud con liquori che non avremmo dovuto avere» rievocò anni dopo un dipendente. «I Bronfman compilavano per noi i certificati indicando la qualità di liquore…I permessi erano firmati da Harry ed erano tutti perfettamente legali. Il liquore era discreto, ma usciva tutto dallo stesso barile, anche se aveva cinque o sei etichette diverse».

Il contrabbando dal Canada comportava la sua parte di corruzione e di rischi. Un cognato dei Bronfman restò ucciso nel 1922. Un altro cognato fu accusato di aver venduto del whisky a un agente del proibizionismo; per toglierlo dai guai, Harry a sua volta si attirò l’accusa di aver influenzato la giuria, ma se la cavò in appello. L’attività familiare, in compenso, continuava a prosperare. I Bronfman si trasferirono a Montreal nel 1924 e aprirono la loro prima distilleria. Mentre Harry seguiva la produzione, Sam agiva negli Stati Uniti, concludendo accordi con i contrabbandieri. «Preparavamo un carico di merce, prendevamo i contanti e lo trasportavamo» spiegò Sam. «Naturalmente, sapevamo dove andava a finire, ma non c’era nessuna prova legale».

Nel 1928 i Bronfman avevano fatta tanta strada da acquistare la Joseph E. Seagram & Sons, un’antica distilleria canadese. Da allora in poi i prodotti Bronfman furono venduti sotto quel nome rispettato. Come quartier generale della società, i Bronfman costruirono un bizzarro castello feudale in miniatura al numero 1430 di Peel Street, a Montreal. Là venivano ricevuti i contrabbandieri americani, con un ufficio speciale tutto loro per sbrogliare gli affari”.

Ma i nomi dei contrabbandieri con cui trattavano i Bronfman, come si legge nelle pagine 27, 30-31, 42, 53-54, 58 sono: Meyer Lansky, Joe Reinfeld, Charlie Solomon, Frank Costello, il fior fiore della criminalità organizzata.

Possibile che Occhetto e Napolitano non sapessero chi fossero i Bronfman?

Sei mesi dopo il viaggio negli Usa, con la scusa della caduta del Muro di Berlino, Occhetto compie un vero “golpe” nel PCI con la “svolta della Bolognina”.

Magri ricorda così i fatti nel suo libro Il sarto di Ulm (Il Saggiatore. 2009) pag. 393: “La mattina del 12 novembre del 1989 Occhetto si presentò quindi inatteso a una piccola assemblea di reduci della Resistenza in un quartiere di Bologna. Prese la parola senza accennare al nome, ma ribadendo che, ormai, la caduta del muro mostrava quanto il mondo cambiasse velocemente e quanto il Pci dovesse cambiarsi per non restare in coda. Era però presente, gradito ospite, un giovane redattore dell’Unità che alla fine della riunione, non innocentemente, gli chiese: «Rinunciamo anche al nome comunista?». E lo sciagurato rispose: «Tutto è possibile». In poche ore i giornali furono informati e non faticarono a decifrare la frase; la mattina dopo uscirono con grossi titoli, con o senza interrogativo: «Il Pci cambia nome». Io trasecolai, ed entrando a Montecitorio incontrai Natta e gli chiesi: «Ma tu lo sapevi?». Lui, alzando le braccia tristemente mi rispose: «Niente affatto».

Vent’anni dopo, malgrado ripetuti interrogatori, non sono riuscito a sapere chi tra gli altri sapesse qualcosa, e quanto sapesse. Mi sono fatto così quest’idea: pienamente al corrente dell’iniziativa erano i più fidati amici del segretario (Petruccioli, Mussi, la famiglia Rodano), alcuni altri erano stati consultati in via di ipotesi ma la maggioranza, anche tra i dirigenti più importanti, ne sapeva quanto me, cioè nulla.

Possiamo dire che il PCI è morto di morte violenta, e che Occhetto ne è stato il killer che prima, però, per realizzare il suo intento ha dovuto uccidere il centralismo democratico. Racconta Magri a pag. 392:

Il modo. Se quella proposta avesse seguito l’iter normale, cioè legittimo (discussione in Direzione, poi nel Comitato centrale, poi inevitabilmente nelle sezioni), non solo i tempi si sarebbero allungati, ma rischiava di non passare. Occorreva dunque mettere il partito di fronte a un fatto compiuto e non reversibile, se non al prezzo di liquidare chi l’aveva avanzata”. Cioè il segretario killer.

I tre segretari del PCI
Non sempre la violenza si estrinseca in modo appariscente: dove gli attentati clamorosi non riescono si possono seguire altre strade.

Diversi autori fanno notare la coincidenza delle morti per ictus dei tre più autorevoli segretari del PCI: Togliatti, Longo, Berlinguer.

Il giornalista Aldo Rizzo nel suo libro Chi è di scena, volti e immagini del potere nel mondo (Laterza, 1989) rileva la tragica coincidenza che portò alla morte, colpiti dallo stesso male, i tre segretari.

Più esplicito in questo senso è Ettore Bernabei nel suo libro-intervista L’uomo di fiducia (Mondadori, 1999) che, parlando dell’ictus che aveva portato alla morte Luigi Longo dice: “…Non era certo persona che facesse vita sregolata. Così, noto che tre segretari del PCI sono morti allo stesso modo, tutti e tre per un ictus” e alla domanda dell’intervistatore “Ha dubbi su Togliatti?” risponde: “I sovietici non amavano Togliatti e quell’anno, quando arrivò a Yalta per curarsi, mandarono all’aeroporto per riceverlo personaggi di quart’ordine, una procedura inequivocabile sotto i sovietici: significava che eri caduto in disgrazia. Lui si mise nelle mani dei loro medici e chi sa che i loro medici non siano stati troppo bravi?”.

Le morti dei tre segretari avvengono in coincidenza di eventi che li vedevano protagonisti, in quanto propositori di analisi e di azioni politiche che avrebbero modificato profondamente gli equilibri geopolitici in questa parte del mondo.

Palmiro Togliatti


Togliatti muore nel 1964 mentre sta scrivendo, a Yalta in Crimea, il famoso Memoriale (pubblicato immediatamente dal suo successore Luigi Longo) dove analizzava criticamente i limiti della politica della corsa al riarmo da parte dei due blocchi e considerava fondamentale l’azione dei comunisti all’interno di una strategia di pace, cogliendo appieno le sensibilità che le nuove generazioni stavano maturando su questo problema e che, pochi anni dopo, avrebbero dato vita a quel fenomeno mondiale che fu il Sessantotto. Togliatti rifletteva su possibili alleanze con parti del mondo cattolico e democratico, sensibili a queste tematiche.

Luigi Longo

Luigi Longo muore nel 1980, dopo aver lavorato durante gli anni della sua segreteria per creare le condizioni, in accordo con l’analisi del Memoriale, per una politica di apertura e di dialogo con le nuove generazioni e dopo aver sviluppato, durante la segreteria di Berlinguer, quella politica delle alleanze che si chiamerà Compromesso storico. Si deve a Longo il primo serio tentativo di sbloccare la situazione politica italiana, ingessata dagli accordi di Yalta, dai veti americani e russi e dai dirigenti dei partiti italiani loro alleati.

Negli anni della sua segreteria, dal 1964 al 1972, il PCI aveva saputo togliere dalle mani degli avversari politici la questione democratica: i comunisti si erano dimostrati in Emilia Romagna, Toscana e Umbria, dove avevano governato, rispettosi delle regole democratiche, non in modo formale ma sostanziale, ottimi amministratori immuni da politiche di stampo mafioso e clientelare. Inoltre garantivano una maggior trasparenza perché non disposti a coprire eventuali abusi fatti da loro dirigenti e amministratori. Grazie a questa coerente scelta politica il PCI otteneva una vastissima egemonia tra i proletari e disarticolava il centro, sottraendo elettori in aree tradizionalmente conservatrici.

Longo, quindi, grazie al consenso acquisito stava per realizzare una serie di azioni politiche che avrebbero prodotto interessanti aperture al suo Partito, avendo trovato interlocutori importanti all’interno del mondo cattolico; uomini politici, Moro in particolare, che si rendevano conto che la continua ascesa elettorale del partito dei lavoratori poneva la questione comunista al centro dell’agenda politica come un problema non più eludibile.

Con Longo muore una figura autorevole del Partito comunista che non ne avrebbe mai permesso lo scioglimento, perché riteneva che la storia e l’azione politica del PCI non fosse paragonabile con quella dei Paesi dell’Est: Longo è stato il comunista che ha fatto criticare l’Urss quando invase la Cecoslovacchia nel ‘68, dalle colonne de l’Unità, dando mandato ad Ingrao per un articolo che è stato il primo “strappo” visibile con quel Paese e con quel modo di intendere il comunismo.

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer muore durante un comizio a Padova nel 1984, parlando della P2 e del pericolo per la democrazia rappresentato dal craxismo e dal sistema di corruzione introdotto da quella politica.

In Italia era in atto uno scontro durissimo, dove il bersaglio, dopo l’uccisione di Moro, erano il proletariato e il PCI.

Berlinguer è stato il continuatore delle elaborazioni dei segretari precedenti, dando forza alle intuizioni di Togliatti e Longo: aveva raccolto la sfida lanciata dai poteri forti nazionali e internazionali che si manifestavano nel nostro Paese anche tramite il fenomeno dell’eversione governata, che mirava ad impedire l’entrata dei comunisti nel governo di una nazione che era la quinta potenza economica mondiale, con una forte industria di Stato e collocata nel Mediterraneo, un’area fondamentale per gli equilibri strategici, sbocco naturale verso l’Africa e il Medio Oriente.

Ed è in questo quadro, nazionale e internazionale, che si inseriscono il golpe in Cile contro Salvador Allende e gli omicidi politici di figure come Aldo Moro e Olof Palme: fare terra bruciata attorno ai sostenitori di politiche che modificassero gli assetti di potere determinatisi con la seconda guerra mondiale. Ma l’immobilismo politico, sia a livello nazionale che a livello internazionale, era per Berlinguer, il grimaldello che avrebbe aiutato alla lunga il sistema capitalistico a ristrutturarsi, facendo pagare sia i prezzi politici che quelli economici alle classi subalterne, accelerando nel contempo la crisi dei Paesi dell’Est per riassorbirli nel suo sistema economico.

Il segretario del PCI aveva così chiaro lo stato di difficoltà e la prossima degenerazione dell’Est europeo che nel 1981 afferma in modo inequivocabile la fine della loro azione propulsiva e il Pcus di rimando gli impedisce di parlare al suo congresso.

Nel contempo Berlinguer aveva cercato di creare le basi per una politica internazionale dei comunisti più rispondente alle esigenze delle nuove generazioni, aveva visto nel processo di unificazione europeo la possibilità di esercitare una battaglia tesa a far recepire i valori della nostra Carta costituzionale, dall’Antifascismo, ai diritti dei lavoratori, all’egualitarismo.

Questo processo doveva avviare la discussione su come ristrutturare tutto il sistema delle relazioni internazionali e dei loro organi di rappresentanza, per dare pari dignità ad ogni Stato membro, modificando in questo modo i rapporti di forza a favore dei Paesi più poveri.

Un altro contributo apportato da Enrico Berlinguer è quello di aver emarginato nella società italiana il fenomeno del terrorismo, individuando in quell’azione il tentativo da parte del capitalismo di isolare il proletariato dai suoi alleati, accusandolo di contiguità, per poi arrivare, in seguito, alla distruzione dell’avanguardia politica della classe, come prevedeva tra i suoi obiettivi strategici il Piano di rinascita democratica della P2.

Berlinguer sapeva bene che non era possibile passare dalla prima alla seconda Repubblica senza distruggere nella società l’egemonia del PCI come forza organizzata. Anche sul cambio del nome del partito, di cui si era discusso nei primi anni ‘80, Berlinguer sarebbe stato un ostacolo insormontabile, non ritenendolo un fatto meramente formale, ma che implicava la revisione della propria identità e storia. Berlinguer vivo sarebbe stato un serio impedimento a questa strategia antidemocratica, quindi ecco che il grande capitale finanziario si attiva con tutte le sue strutture per realizzare il progetto di cambiamento del PCI, anche in modo violento.

Vogliamo infine ricordare un fatto di cronaca poco noto, pubblicato in una breve sul Corriere della Sera del 20 giugno 1984: durante il ricovero di Enrico Berlinguer nell’ospedale di Padova, un austriaco, Alfred Michlbauer, armato di un coltello era stato arrestato davanti alla camera di rianimazione del segretario del PCI il giorno 11 giugno. Come se qualcuno non volesse lasciare a metà il lavoro.

La tragica fine di Enrico Berlinguer era stata annunciata sotto forma di romanzo da Leonardo Sciascia nel libro il Contesto che fu lo spunto per il film di Francesco Rosi Cadaveri eccellenti.

Come spesso accade gli artisti sanno comprendere con molto anticipo i percorsi della storia.

Questo articolo vuole essere un momento di riflessione, per valutare se queste morti, in particolare quella di Enrico Berlinguer, non siano state sottovalutate e troppo presto liquidate come frutto del naturale percorso della vita o se, invece, non siano state accuratamente preparate per arrivare alla situazione attuale.

Le difficoltà che abbiamo oggi nel ricostruire una formazione politica comunista, in grado di esercitare egemonia nella società, derivano dall’indebolimento teorico e dalla perdita di capacità di analisi della realtà sociale nei compagni, frutto di un’azione a tenaglia determinatasi con l’aver abbracciato teorie politiche antimarxiste di derivazione operaista-spontaneista.

Idee veicolate “a sinistra” dal gruppo economico legato a Repubblica, Micromega, il Manifesto e ora da il Fatto Quotidiano, che hanno introdotto da un lato elementi di quel radicalismo reazionario – sviluppati da Nietzsche, Junger, Schmitt, – e attualizzati da Toni Negri, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Asor Rosa, Marco Revelli Edward Goldsmith, Serge Latouche Aldo Bonomi e Fausto Bertinotti. Lo stesso gruppo economico, con l’altra ganascia della tenaglia, ha ridotto il pensiero comunista nei limiti della cultura individualista e liberale dei vari Bobbio, Scalfari, Pannella e Bonino, mettendo le basi della politica così come enunciato nel mai abbastanza conosciuto Piano di rinascita democratica della P2.

Questo gruppo di potere governava il nostro Paese con i suoi partiti la Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri e Radicali con l’appoggio esterno del Msi e nel periodo 1992-93 si ristruttura, su input atlantico, dopo aver raggiunto il massimo dell’impopolarità per continuare in peggio il saccheggio della nazione, tentando di lasciar fuori dal gioco una parte di sé, Cosa Nostra.

Ma la mafia grazie ai proventi della droga, ai traffici di ogni genere e alla speculazione edilizia non può più essere lasciata fuori dal gioco. E lo dimostra con la stagione delle bombe e delle stragi. Vuole che il gruppo di potere “egemone” venga ad una trattativa, come sta ricordando in questi giorni il giovane Ciancimino. La trattativa si fa con il governo Amato che è stato in carica dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1993, mentre la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, è del 23 maggio 1992. La strage di via d’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e tutta la scorta è del 19 luglio 1992. Il governo Ciampi è stato in carica dal 28 aprile 1993 al 10 maggio 1994. Il 14 maggio 1993, esplode un’autobomba a Roma in via Fauro di fronte a un palazzo sede di società di copertura dei servizi segreti. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 avviene la strage di via dei Georgofili a Firenze. Il 27 luglio altri attentati mafiosi vengono compiuti a Roma alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e a Milano, in via Palestro. Tutte stragi perpetrate per eliminare persone ostili alla trattativa, mentre i governi diretti da uomini che formeranno i partiti di centrosinistra trattano con la mafia. Forza Italia, il partito di Berlusconi e della mafia nasce proprio a seguito di quella trattativa.

Con il PCI di Enrico Berlinguer questa trattativa non sarebbe stata possibile e per il nostro Paese probabilmente ci sarebbe stata una vera speranza di cambiamento, la mafia sarebbe stata sconfitta e non avrebbe potuto entrare direttamente in politica, cosicché il berlusconismo non sarebbe mai esistito.

E’ straordinario vedere che coloro i quali hanno svenduto il patrimonio di storia e di lotte del PCI hanno percorso assieme al loro codazzo di ruffiani straordinarie carriere, sino a giungere ai massimi vertici dello Stato, come Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti. Come del resto chi ha diretto movimenti estremisti: Mambro e Fioravanti, Gianni Alemanno, Toni Negri, Toni Capuozzo, Paolo Liguori, Paolo Mieli, Adriano Sofri e famiglia, Lucia Annunziata e Gianni Riotta.

Un po’ a Mediaset un po’ in Rai, un po’ al Corriere della Sera, un po’ a la Stampa e a la Repubblica, ma anche al Sole24Ore.
Poi negano che ci sia stata la trattativa.

Fondamentale quindi ricostruire una capacità critica verso queste forme del pensiero borghese e verso questi figuri, che sono state la causa dei fallimenti politici dei vari movimenti che si sono succeduti dagli anni Settanta in poi e che erano speculari come obiettivi politici a quelle componenti interne al PCI, miglioristi e cossuttiani, che avevano lo scopo di distruggere l’egemonia comunista nel nostro Paese, come affermato dalla massoneria già dal 1980 e denunciato dalle pagine de l’Unità il 15 Ottobre 1980.

La crisi con suoi pericoli ci impone di bloccare questa deriva a cui gli attuali gruppi dirigenti delle varie formazioni di sinistra non sono in grado di fare argine in quanto sono il prodotto di quella operazione anti-PCI che abbiamo prima descritto nelle sue articolazioni.

Occorre richiedere a tutti i compagni più coscienti l’immediata stesura del programma, strutturato sulla Costituzione del 1948 e la contemporanea stesura dello statuto comunista, per la nascita in tempi brevissimi del Partito Comunista d’Italia di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer.

Non dobbiamo rifondare… ma solo riprenderci la nostra storia.

1 Response to “Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale 4”


  1. 1 La Cinzia maggio 29, 2012 alle 10:59 pm

    Non ho mai creduto alla morte “naturale” di Enrico Berlinguer. Ed oggi, ho trovato questo bell’articolo, digitando su google “dubbi sulla morte di Berlinguer”. Di fatto, da sempre ho chiesto al proposito, ricevendo sempre la stessa risposta: “ictus”. Come se fosse normale… E poi mi sono chiesta: ma solo io ho questo dubbio, da quando avevo 18 anni? Grazie per il vostro sospetto, mi sento meno sola, adesso. Continuerò la mia ricerca.


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