Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale 3

di Andrea Montella

Due anni dopo, nel 1950, Palmiro Togliatti ebbe uno strano incidente stradale da cui uscì miracolosamente vivo, a Quincinetto, località al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, la sua auto venne investita da un camion. Appena superati i postumi dell’operazione al cervello, Togliatti incaricò Secchia di aprire un inchiesta “su tutti, nessuno escluso”. Come mai? Perché, cosa sospettava Palmiro Togliatti e di chi sospettava? Sospettava proprio dei russi e dei loro uomini nel PCI.

E infatti Togliatti poco dopo rimosse dai vertici del partito il filorusso Pietro Secchia, colui che nei calcoli di chi aveva organizzato l’attentato l’avrebbe dovuto sostituire alla guida del PCI.

Enrico Berlinguer, in partenza dopo una burrascosa visita ufficiale in Bulgaria nel 1973, era sopravvissuto miracolosamente ad un incidente stradale, in cui la sua macchina era stata investita da un camion e, se non fosse stata casualmente fermata da un palo di cemento, sarebbe precipitata in una scarpata. Nel libro “Sofia 1973: Berlinguer deve morire” di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti (Fazi Editore, 2005) si legge: “Se Berlinguer fosse morto nell’incidente stradale di Sofia o ne fosse uscito gravemente menomato, chi lo avrebbe sostituito al timone del partito? Il potente Cossutta?… Certo è che, quando il segretario tornò dalla Bulgaria, nel primo congresso utile lo destituì. Proprio come aveva fatto Togliatti con Secchia qualche tempo dopo l’incidente in Val d’Aosta”.

Dopo la morte di Berlinguer il filorusso Cossutta, candida alla successione il più filoanglosassone del PCI: Giorgio Napolitano (Espresso, 11/12/1997).

Negli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro (volume 5, pag. 379) è riportato un colloquio del 24 marzo 1978 quando, durante il rapimento Moro, su invito della moglie del presidente della Dc, Berlinguer si reca a casa loro. In quell’incontro la signora Eleonora esprime la convinzione che l’incolumità fisica del segretario comunista corra seri pericoli e lo invita a vigilare.

Fasanella e Giovanni Pellegrino nel libro La guerra civile (Rizzoli, 2000) evidenziano come i due statisti fossero nel mirino dei “burattinai” che in Italia manovravano gruppi filoamericani, come quello di Edgardo Sogno, che si era detto disposto a sparare sui politici che avrebbero stretto alleanze con i comunisti.

Gianni Agnelli non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti dei comunisti: riprendiamo alcune sue dichiarazioni contenute nell’articolo scritto da Massimo Giannini su La Repubblica del 25 gennaio 2003, in cui riporta le valutazioni che il padrone della Fiat dava della situazione politica nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il PCI in forte ascesa: “Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti….”. E negli anni Ottanta, in pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: “Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il PCI scompaia?”. Nello stesso articolo Giannini diceva: “Ma il suo vero cruccio è stato Enrico Berlinguer. Lo conobbe alla Federazione giovanile. «Si capisce subito che è un leader: come in un film, lo vedi scorrere insieme a tanta gente, la sua faccia spicca, ti rimane impressa, e ti dici: questo non passerà via così». Infatti non è passato via così. In un tetro settembre dell´80 si fermò alla Porta 5 di Mirafiori, a portare la solidarietà agli operai durante la terribile vertenza dei 14 mila licenziamenti alla Fiat. Per l´Avvocato fu una ferita mai rimarginata”.

Ulteriori conferme del ruolo degli Agnelli e della Fiat nella lotta contro il PCI e nell’interferire nelle vicende di questo nostro martoriato Paese appaiono con estrema chiarezza nelle pagine 340 e 341 del libro di Ferruccio Pinotti Fratelli d’Italia: “Ma più di un analista ha parlato dei finanziamenti degli Agnelli al Gran Maestro Salvini e a esponenti della P2 di Gelli. Su denuncia dell’ingegner Siniscalchi, il procuratore della Repubblica di Firenze, Giulio Catelani, aprì un’inchiesta sulla destinazione di 3.000 assegni emessi dall’azienda torinese fra il 1971 e il 1976 per un valore di 15 miliardi. Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat, e Luciano Macchia, funzionario dell’Ifi (la finanziaria attraverso la quale gli Agnelli controllano la Fiat) – entrambi collegati a Edgardo Sogno – ammisero che i finanziamenti andarono alla massoneria, al fine di impedire l’unità sindacale”.

Dall’autobiografia di Fassino Per passione (Rizzoli, 2003) si ricava anche il punto di vista dell’attuale gruppo dirigente sulle lotte alla Fiat dell’80 e sulla strategia del PCI di quegli anni (pag. 161): “Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”.

Una presa di distanza cinica che vuole chiudere con la storia rappresentata dal PCI e da Berlinguer, segno anche di una vera mutazione genetica di quel partito e degli uomini che lo dirigono, tutti politicamente alla destra di Berlinguer.

Il già citato Duane Clarridge, e il suo piano elaborato per la Cia, prevedono tre fasi prima di giungere ad un mutamento sostanziale nei rapporti tra gli Usa e il PCI. Vediamo di percorrere i fatti più rilevanti accaduti all’interno del Partito comunista dopo la stesura di quel progetto. Primo: morte di Enrico Berlinguer. Due: Dimissioni forzate di Alessandro Natta. Tre: Segreteria ad Achille Occhetto che con la Bolognina fa nascere il Pds e Rifondazione.

Con un ruolo preminente alla guida degli avvenimenti dall’interno del PCI, ci sono Napolitano e la sua corrente, i miglioristi. Sono loro che lanciano la campagna contro Natta per arrivare alla sua estromissione, usando anche Tango, l’inserto satirico del giornale del PCI ideato dal vignettista Sergio Staino e uscito dal 1986 al 1988. A prova di ciò riportiamo la polemica tra Staino, contro Napolitano e i miglioristi, uscita su La Repubblica dell’11 gennaio 2003. Intervistato da Massimo Vanni, che gli chiede: ‘Staino sorpreso?’ “Moltissimo, mi mette in crisi perché non capisco più dove sta andando il mondo. Sono all’Unità da più di venti anni, sono il più vecchio che c’è là dentro e il bello è che sono lì perché Napolitano e Macaluso mi hanno voluto. Quando l’ala migliorista prese il giornale Macaluso mi chiamò, nonostante i miei sentimenti di sinistra, nonostante i miei miti fossero Ingrao, Pintor e Pajetta. Dissi loro che volevo continuare nella mia opera di dissacrazione dei gruppi dirigenti: «È quello che vogliamo», mi dissero”. ‘E fu così?’ ”Furono i miglioristi i garanti del mio lavoro, mi difesero anche quando mettemmo nel mirino Natta, al tempo segretario”.

Fatto fuori Natta, ultimo dei berlingueriani, diventa segretario Achille Occhetto, il politico che durante la sua direzione del PCI siciliano propose “larghe intese” anche con settori politici compromessi con la mafia, come la corrente dell’andreottiano Salvo Lima e con quella Sicilia produttiva a cui non si doveva fare l’analisi del sangue. Dando così una deviata interpretazione del compromesso storico.

Quelle aperture evidenziavano un punto di debolezza del Partito comunista in Sicilia, al quale Enrico Berlinguer tentò di porre rimedio, negli anni successivi, inviandovi un migliorista “atipico” di indiscussa onestà come Pio La Torre.

Pio La Torre viene assassinato il 30 aprile 1982 nel tentativo di aggiustare la situazione. La Torre era in prima fila nelle lotte contro le installazioni di missili USA a Comiso. Aveva voluto fortemente che a Palermo arrivasse come prefetto antimafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fu il protagonista nella denuncia del ruolo del gran maestro della massoneria Giuseppe Mandalari e dei suoi legami con Cosa Nostra. Affrontò a muso duro Salvo Lima e Vito Ciancimino, i due politici della Democrazia cristiana che erano legati al capomafia Bernardo Provenzano. Indagava sul rapporto esistente tra il traffico di droga fra Sicilia e Stati Uniti, ed il conseguente riciclaggio di centinaia di miliardi di lire dell’epoca con le banche siciliane. Fu promotore in Parlamento della legge per la confisca dei beni dei mafiosi. Una legge che fu votata solo dopo la sua morte.

Le ragioni della morte di Pio La Torre si cominciano ad intravedere, come ben descritto nel libro di Lirio Abbate e Peter Gomez I complici – tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento (pagg. 105 – 110. Fazi Editore, 2007): “…nel 2001 quando i PM aprono il processo contro i killer del segretario generale del PCI, usando parole pesanti. Come pietre. Dice la Procura: «Mentre l’onorevole La Torre in maniera estremamente efficace e concreta spendeva il suo impegno politico, prima da parlamentare nazionale e componente della Commissione Parlamentare Antimafia, poi a partire dal settembre 1981 quale segretario regionale del PCI, altri numerosi e importanti esponenti politici colludevano con Cosa Nostra oppure con la loro inerzia, anche all’interno dello stesso Partito Comunista, finivano per accettare più o meno consapevolmente il progressivo infiltrarsi del sistema mafioso nei meccanismi della politica e della pubblica amministrazione».

Dice proprio così la Procura. Parla dei dirigenti del PCI inerti di fronte all’avanzare del sistema mafioso. E ha ragione.

Nel 1981-82 la questione pulizia interna al partito è in cima ai pensieri di La Torre. Il segretario sa di dover affrontare molte questioni scottanti. Vuole capire cosa sta accadendo e far chiarezza. Non solo a Palermo ma anche nei comuni vicini: Villabate, Bagheria, Termini Imerese, le terre dove Fontana, Castello e i loro amici la fanno da padroni.

Racconta Maria Fais, famiglia di solida tradizione comunista, protagonista del coordinamento antimafia e amica di La Torre: «Pio poneva con forza il problema di fare pulizia negli ambienti delle cooperative agrumicole di Villabate, Ficarazzi e Bagheria appartenenti all’area del PCI che operavano assieme a cooperative di altre aree politiche (democristiane e socialiste) in ordine all’accesso ai contributi AIMA per la distruzione degli agrumi in eccedenza. Alcuni compagni di base del PCI di Ficarazzi, compreso forse il segretario della sezione, gli avevano documentato che una delle suddette cooperative era di Ciaculli ed era formata da uomini del capomafia Michele Greco. Gli stessi compagni di Ficarazzi gli avevano riferito che le cooperative in argomento facevano truffe in danno della CEE mediante il rigonfiamento artificioso dei quantitativi di agrumi distrutti e che uno di coloro che dirigeva tale traffico era Antonino Fontana. Nel suo discorso al congresso dell’area metropolitana di Palermo, La Torre aveva duramente attaccato queste realtà. Poi aveva incaricato la commissione provinciale di controllo del partito di sottoporre a inchiesta disciplinare e, se del caso, espellere i dirigenti cooperativistici, oltre a Fontana, Carapezza e Mercante. Dopo la sua morte ho saputo che le misure disciplinari proposte non sono state attuate».

Anche altri testimoni, tutti iscritti nel PCI, confermano il suo racconto. Ferdinando Calaciura, il 22 aprile 1989, dice: «In quel periodo – e cioè nel giugno 1981 – il segretario della sezione di Ficarazzi del PCI, tale Ceruso, inviò un memoriale alla federazione provinciale, e a quella regionale e alla commissione nazionale di controllo del partito, accusando di gravi irregolarità alcuni rappresentanti della Lega delle Cooperative (che erano anche funzionari del partito ed esercitavano cariche in seno alle istituzioni) lamentando che la federazione provinciale del PCI avesse prestato copertura a tali irregolarità. I personaggi accusati dal Ceruso erano tali Fontana di Villabate e dintorni, cui il predetto Ceruso faceva carico di una spregiudicatezza nella commercializzazione degli agrumi, con particolare riferimento all’ammasso del prodotto per la sua distruzione e al mancato utilizzo, per la raccolta degli agrumi, dei braccianti che solitamente, nel passato, erano stati adibiti a tale attività […]. Nell’ottobre o novembre 1981, si tenne a Palermo il convegno per la costituzione della zona metropolitana del PCI e a detto convegno partecipò anche Pio La Torre, che ancora non era stato formalmente designato dall’Assemblea regionale del PCI segretario del partito in Sicilia, ma del quale già si sapeva che avrebbe assunto l’incarico. In tale occasione, il La Torre riprese con toni vivaci il problema sollevato dal Ceruso in precedenza, dato che in quell’assemblea, in diversi, avevano affrontato l’argomento. Anch’io ero presente a quell’assemblea. Il La Torre, indicando nominativamente i personaggi nei cui confronti erano stati avanzati sospetti di irregolarità (il Fontana era noto come Mister Miliardo), sollecitò una incisiva indagine da parte degli organi di controllo del partito e promise che le risultanze di tali indagini sarebbero state rese note e discusse nelle competenti assemblee di partito. Per quel che ne so, il risultato delle indagini della commissione provinciale di controllo fu che i suddetti quattro aderenti al PCI, anziché essere espulsi dalla Lega delle Cooperative e dal partito, furono spostati dal settore agrumicolo ad altro incarico e credo anche in posti di maggior prestigio».

Su ordine di Giovanni Falcone i carabinieri si mettono alla ricerca degli atti del convegno in cui La Torre aveva affrontato di petto la questione Fontana. Ma è fatica sprecata: il testo del discorso del segretario assassinato dalla mafia è inspiegabilmente scomparso dall’archivio del PCI siciliano.

Eppure anche il segretario della sezione di Ficarazzi, Vincenzo Ceruso, conferma di aver inviato delle denunce: «Il mio intento era quello di sensibilizzare gli organi centrali e regionali del partito per una esigenza di “pulizia” nell’ambito di tutte le cooperative e al fine di accertare se in effetti i malumori dei braccianti agricoli avessero un fondamento o meno; in altri termini, chiedevo un intervento degli organi competenti del partito al fine di accertare se anche nell’ambito delle nostre cooperative fossero state commesse delle irregolarità e, in caso affermativo, di adottare i consequenziali provvedimenti nei confronti dei responsabili. Nell’esposto inviato a Pietro Ingrao e alla direzione regionale del PCI, materialmente predisposto da mio figlio, ma da me elaborato (si era alla fine del 1981 e ai primi del 1982 e io ero cieco), venivano fatti i nomi del Fontana, del Mercante, del Carapezza e dello Spatafora perchè costoro erano, all’epoca, i dirigenti delle cooperative facenti capo al nostro partito…».

Ma nonostante gli esposti, le indagini interne, le lamentele, non accadde nulla. Anzi, dopo la morte di La Torre, molti militanti che si sono opposti a Fontana e al suo clan lasciano il partito. A volte ne vengono addirittura espulsi. Antonino Fontana continua invece a far carriera. Nel 1984 il nucleo operativo dei carabinieri lo denuncia «per associazione per delinquere finalizzata al conseguimento di illeciti profitti ai danni della CEE e per truffa aggravata e continuata». Parte un procedimento penale dal quale Fontana, nel 1989, non uscirà con un’assoluzione, ma solo grazie all’applicazione dell’amnistia.

Nemmeno le indagini della magistratura ne arrestano però l’ascesa. Nel 1985 Fontana viene candidato dal PCI alle elezioni per il consiglio comunale di Villabate, ottiene 3.113 preferenze, diventa vicesindaco e assessore ai Lavori Pubblici. La sua forza elettorale e i suoi agganci con i vertici regionali del partito sono tali che, nel 1987, in molti pensano seriamente di presentarlo alle elezioni nazionali. Ricorda l’avvocato Alfredo Galasso, ex dirigente del PCI e poi tra i fondatori della Rete di Leoluca Orlando: «Anche se nel partito non mi sono mai occupato della gestione di società o di altre strutture economiche, tuttavia mi ero reso conto – almeno a partire dai primi anni Ottanta – che la pratica consociativa si era spinta sino al punto da non contestare i rapporti di affari che alcune strutture economiche, cooperative e non (basti pensare a Tele L’ Ora) del partito avevano stretto con personaggi molto vicini al blocco politico-mafioso all’epoca dominante. Chi per primo aveva posto il problema dell’impossibilità di perpetuare questo sistema era stato sicuramente Pio La Torre, il quale aveva denunziato il pericolo – quantomeno a livello politico – di questa situazione e aveva, per questa ragione, promosso anche una inchiesta interna al partito nei confronti di Fontana, Mercante, Carapezza e di tale Spatafora. Questa inchiesta – svoltasi tra il 1981 e l’aprile 1982 – si era conclusa senza che fossero stati adottati provvedimenti disciplinari contro gli incolpati. I quali, peraltro, dopo la morte di La Torre erano tornati a svolgere ruoli di primo piano all’interno delle strutture economiche del Partito, senza che nessuno ne mettesse più in discussione l’operato. Ricordo, anzi, che nel 1987 – in occasione della preparazione delle liste per le elezioni politiche del 1987 – la segreteria siciliana del partito aveva proposto anche la candidatura di Fontana, la quale venne esclusa soltanto perchè io e Claudio Riolo avevamo proposto ad alcuni dirigenti nazionali, quali l’on. Violante e l’on. La Torre, la opportunità di escluderlo anche in considerazione del fatto che nei suoi confronti era stato instaurato un procedimento penale per truffa alla CEE. In effetti la nostra proposta venne accolta e Fontana non fu candidato».

Ma se a Roma, a Botteghe Oscure, si fiuta il pericolo lo stesso non accade in Sicilia. Qui gli uomini delle cooperative agricole hanno più di un estimatore. Continua Alfredo Galasso: «All’interno del partito lo schieramento che dava le maggiori garanzie di copertura politica all’operato di queste persone è senz’altro quello al quale facevano capo, tra i più i noti, il sen. Emanuele Macaluso, il sen. Michelangelo Russo, il sen. Domenico Bacchi, l’on. Lino Motta. Un avallo alla politica consociativa perseguita in Sicilia, dopo l’assassinio di La Torre, venne anche dal c.d. “patto dei produttori”, un’operazione politica decisa dalla direzione regionale del partito, della quale facevano parte alcuni dei personaggi ora menzionati, che aveva determinato l’apertura del partito alle imprese dei c.d. “cavalieri del lavoro catanesi” e conseguentemente la loro legittimazione alla partecipazione ad alcuni tra gli appalti di opere pubbliche più importanti di quegli anni».

Il fatto è che il PCI vive una fortissima contraddizione interna. Da una parte è il partito dell’antimafia, del sostegno ai magistrati e alle forze dell’ordine. Dall’altra aspira a tutti i costi a governare. Ha bisogno di una sponda politica nella Democrazia Cristiana e in Sicilia l’ha trovata negli amici di Giulio Andreotti, ovvero in Salvo Lima, Nino Drago e in una serie di uomini un tempo legati al principale protagonista del sacco di Palermo, l’ex sindaco Visto Ciancimino, nato a Corleone e soprattutto in ottimi rapporti con Provenzano. E non è tutto. I comunisti siciliani, o meglio una parte dei loro dirigenti, sono anche vittime di una grande illusione. Pensano sia possibile ottenere finanziamenti da cooperative e imprese e, al tempo stesso, non subire condizionamenti.

Spiegherà nel 2000 Napoleone Colajanni, personaggio storico del PCI, dal 1960 al 1988 membro del comitato centrale: «I soldi degli appaltatori li ho presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. C’erano tre regole: primo, non mettersi una lira in tasca, secondo, non dare nulla in cambio, terzo, non farsi pescare. Gli imprenditori palermitani ci davano solo gli avanzi per cautelarsi a sinistra: se poi trattavano con la mafia erano affari loro».

Il denaro ricevuto dagli imprenditori, continua Colajanni, serviva a pagare gli stipendi ai compagni, l’affitto della sede e parte dell’attività del partito. La forma era la sottoscrizione per il “Mese della stampa comunista”: «Ci davano i soldi per una sorta di assicurazione a sinistra. E in verità erano molto pochi in confronto a quelli che davano alla DC. Erano proprio avanzi. Robetta. Ma nessuna compromissione, perchè non davamo nulla in cambio».

In realtà, visto che la pratica oltre che politicamente imbarazzante era anche fuorilegge, rendeva il partito ricattabile e lo esponeva al rischio infiltrazione da parte di Cosa Nostra. E questo è proprio quello che sarebbe accaduto”.

L’avanzare della corruzione nel PCI siciliano e non solo, preoccupava fortemente Antonio Tatò, la persona che aveva la massima fiducia di Berlinguer, che in una relazione del 21/26 ottobre 1981, tratta dal già citato libro Caro Berlinguer, gli scrive: “Ma ti segnalo anche la necessità di considerare che i comportamenti politici di coloro, come noi comunisti, che vogliono risolvere la questione morale – intesa come corretto rapporto tra distinti ruoli dei partiti, dello Stato, delle istituzioni e delle organizzazioni di massa – non sono coerenti, troppo spesso, con la tua impostazione e con gli obiettivi che vogliamo conseguire. Può sembrare paradossale, ma una questione morale in questo preciso senso politico (e non una questione di moralità) è aperta anche dentro il nostro partito. Troppi compagni, specie nelle amministrazioni locali e nell’affrontare i problemi di queste istituzioni, finiscono per scadere nelle peggiori pratiche tipiche dei partiti governativi, ignorano il metodo democratico e la verifica di massa di certe proposte o scelte, prevaricano con intese fra partiti (leggi: spartizioni) l’autonomia dei Consigli, delle giunte, delle USL, delle aziende pubbliche, degli enti comunali, provinciali, regionali. E quando scendono o si lasciano trascinare su questo terreno commettono ingiustizie politiche, mortificano professionalità, deludono compagni ed elettori, diventano “uguali agli altri” e, di necessità, restano disarmati di fronte ai ricatti degli altri partiti e vi cadono. Ti dirò a voce ciò che accade qua e là: ma a proposito di autonomia di funzioni e di ruoli, e di ripristino di un pieno e corretto funzionamento della democrazia nella vita politica e sociale, un capitolo doloroso e preoccupante è quello della situazione sindacale. Io non so se riceverai un’informazione “degli organi competenti”, ma in vista del congresso ormai imminente della CGIL, questa informazione chiedila ed estendila con una riunione di comunisti autorevoli che lavorano nei sindacati, ma destando anche l’attenzione dei congressi regionali su un problema che sta investendo il corpo e l’orientamento della classe operaia e dei lavoratori in forme e con conseguenze, ripeto, preoccupanti”.

Sapendo quale forza si stava muovendo contro il PCI subito dopo prosegue: “P2: che fine ha fatto la legge approvata al Senato che mette la loggia eversiva fuori legge e che giace alla Camera, finita chissà dove, mentre i piduisti vengono allegramente perdonati dalle rispettive amministrazioni e rientrano ai loro posti boriosi e arroganti? Sulla P2 c’è stata una crisi di governo: sta avviandosi a una conclusione che è una burla, una beffa. Bisogna reinsorgere prontamente e a tappeto”.

Di fronte al sommarsi delle emergenze la risposta politica, invece, cominciava a farsi frammentaria, con alcune figure che cominciavano ad emergere come vere e proprie correnti interne, che facevano ostruzionismo e non seguivano le indicazioni della maggioranza del Partito. A proposito dei tagli imposti dalla legge Finanziaria di quell’anno, Tatò così stigmatizzava: “…c’è un orientamento assolutamente non univoco nel partito. I Colajanni, i Peggio, i Borghini, i Chiaromonte criticano a parole ma poi riesumano il vecchio e stracco discorso che «noi comunisti non possiamo essere gli affossatori del bilancio dello Stato» […] e dall’altra parte chi sta a contatto con la gente nelle fabbriche e nei quartieri, i Sindaci, gli amministratori, non sopporta questa linea falsamente responsabile e falsamente realistica e chiede una nostra contro-linea, che consenta di fare quelle spese che servono a cambiare e a migliorare la qualità della vita, chiede delle controproposte, delle contromisure. Il bla-bla-bla demagogico non corregge la condotta pratica ed opportunistica: ma il rischio del Partito è che si spacchi, si areni e si paralizzi proprio lungo queste due linee contrapposte ma entrambe insufficienti e disorientatrici: in una parola, non egemoniche, non di governo, non risolutrici dei problemi reali. […] Costo del lavoro: anche qui non si capisce bene dove stanno andando i sindacati, quale linea perseguono, a quale risultato puntano, che rispondenza ha questo disegno che hanno in pectore con lo stato d’animo e la volontà delle masse lavoratrici”.

Che nel PCI e nei sindacati ci fosse in corso un’eterodirezione era evidente per chi osservava con strumenti politici adeguati, quelle forme del potere politico, quello sostanziale, che è conosciuto coi nomi di poteri occulti, poteri forti, massoneria.

Ci sono esempi di come agirono questi poteri all’interno del Partito comunista, fregandosene delle norme statutarie e della democrazia interna: il primo riguarda il famoso “patto del garage” quando subito dopo il funerale di Berlinguer, Occhetto e D’Alema nel garage di Botteghe Oscure delinearono la transizione indicando in Alessandro Natta l’inevitabile passaggio, per giungere in seguito a D’Alema come naturale conclusione. Passaggio descritto da Fasanella e Martini nel libro D’Alema (Longanesi-Il Cammeo 1995)e da Emanuele Macaluso in 50 anni nel Pci (Rubbettino, 2003) pag.137.

Ne sono prova i finanziamenti che il Moderno, giornale dei “miglioristi”, riceveva da Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Informazioni emerse quando i giudici hanno indagato sulla corrente di Napolitano, in relazione allo scandalo delle tangenti della Metropolitana milanese.

Ulteriore prova di ingerenze esterne è il viaggio fatto nel maggio 1989 a New York e a Washington da Occhetto e Napolitano – che era già stato negli Usa in precedenti occasioni e che aveva con quel Paese una fitta rete di relazioni. Nella Grande Mela i due si sono incontrati con il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman, capo della potente lobby ebraica americana. L’incontro fu ripreso in un interessante articolo da Andrea Purgatori sul Corriere della Sera del 17 maggio, in cui Occhetto disse che era stato: “…superiore alle attese”. E il portavoce di Bronfman disse che era stato: “Un dialogo amichevole, costruttivo e caloroso con mutui benefici”.

1 Response to “Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale 3”


  1. 1 Maurizio Brombin giugno 3, 2012 alle 7:43 pm

    Il nostro partito, il Partito Comunista Italiano ha, da sempre, dato fastidio sia alla Chiesa che all’America, dovevano eliminarlo per sempre come fece la CIA in Bolivia con il CHE ERNESTO GUEVARA. L’era dei potenti, dei ricchi e della Chiesa, purtroppo, non è ancora finita. Sono, comunque, certo che ritorneremo più forti di prima e con il nostro simbolo “FALCE E MARTELLO”.
    La popolazione non votante e silenziosa attende un vero capo che ci riporti la serenità nei cuori e nelle famiglie, per intenderci un altro BERLINGUER.
    SALUTI A TUTTI I VERI COMPAGNI DAL COMPAGNO PEPPONE


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