Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale 1

di Andrea Montella

Il decennio 1973-1984, caratterizzato dal golpe in Cile e dall’assassinio di Allende, dal golpe in Argentina, dall’uccisione di Aldo Moro (1978) e dalla morte di Enrico Berlinguer (1984), ha rappresentato anni fondamentali per la storia italiana e internazionale, decisivi all’interno di un processo di ristrutturazione del sistema economico e politico a livello globale, che ha visto tra gli obiettivi principali dei poteri forti il rafforzamento del sistema capitalistico classico – quello conosciuto come modello liberale, che aveva nel blocco anglo-americano il suo vertice – su quello di Stato più conosciuto come sistema legato ai Paesi dell’Est Europa/Urss e infine sul modello renano, quello costruito nei Paesi nordici.

Lucida e lungimirante fu l’analisti che fece Enrico Berlinguer dei pericoli che correva il proletariato a livello internazionale e nazionale, grazie a questa politica aggressiva e golpista dell’imperialismo, nelle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile (Rinascita 12 ottobre 1973) contenenti le indicazioni di lotta che il suo partito doveva dare per impedirne la realizzazione: “L’obiettivo di una forza rivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattivi delle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Il punto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionario è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando mai unilateralmente questo o quello elemento.

La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime. Quello che è certo è che la generale trasformazione per via democratica che noi vogliamo compiere in Italia, ha bisogno, in tutte le sue fasi, e della forza e del consenso.

La forza si deve esprimere nella incessante vigilanza, nella combattività delle masse lavoratrici, nella determinazione a rintuzzare tempestivamente – ci si trovi al governo o all’opposizione – le manovre, i tentativi e gli attacchi alle libertà, ai diritti democratici e alla legalità costituzionale. Consapevoli di questa necessità imprescindibile, noi abbiamo messo sempre in guardia le masse lavoratrici e popolari, e continueremo a farlo, contro ogni forma di illusione o di ingenuità, contro ogni sottovalutazione di propositi aggressivi delle forze di destra. In pari tempo, noi mettiamo in guardia da ogni illusione gli avversari della democrazia. Come ha ribadito il compagno Longo al XIII Congresso, chiunque coltivasse propositi di avventura sappia che il nostro partito saprebbe combattere e vincere su qualunque terreno, chiamando all’unità e alla lotta tutte le forze popolari e democratiche, come abbiamo saputo fare nei momenti più ardui e difficili”.

Una lotta e una resistenza allo stremo delle forze, questo aveva previsto il segretario del PCI. Perché Berlinguer aveva compreso con estrema chiarezza che questo mutamento dei rapporti di forza doveva obbligatoriamente portare alla distruzione del progetto politico del suo partito, della possibilità da parte del proletariato di accedere al governo del Paese per via democratica. Sarebbe stato di fatto il crollo dell’impianto su cui si reggeva la nostra Costituzione, con il suo alto profilo valoriale rappresentato dall’antifascismo e dallo sbocco socialista.

In Italia i passaggi di questo disegno reazionario sarebbero stati: la creazione di un fortissimo debito pubblico che avrebbe legato mani e piedi questo Paese ai grandi gruppi bancari e finanziari e lo smantellamento delle industrie di Stato, che inizia con la privatizzazione di Mediobanca, per arrivare passo dopo passo alla privatizzazione di tutte le industrie di Stato e alla progressiva deindustrializzazione del Paese, per giungere alla disarticolazione della classe lavoratrice e alla conseguente sparizione del Partito comunista e della Dc, i due principali partiti di massa.

Per la sparizione della Dc fondamentale è stata l’eliminazione, da parte delle Brigate Rosse, del suo segretario Aldo Moro. Quella morte ha accelerato quei processi degenerativi di malcostume e corruzione che avevano visto nei periodi dei governi Andreotti-Craxi-Forlani la loro massima espressione.

Per quanto riguarda il PCI, questo lavorìo disgregante era svolto sicuramente da entità interne al partito, legate a quella internazionale capitalista, la massoneria, nemica giurata di ogni formazione comunista da quando i bolscevichi avevano preso il potere nella Russia zarista a scapito del progetto massonico-borghese di mettere al potere Kerenski. Dimostrando quindi che il capitalismo si poteva sconfiggere, a condizione, però, di una completa autonomia ideologica-politica e pratica, ovvero che i proletari prendessero nelle loro mani, come classe maggioritaria, le sorti dell’umanità e facessero della critica al sistema economico, alle sue crisi di sovrapproduzione e alla guerra imperialista, il loro orizzonte strategico.

Il fascismo e il nazismo sono stati, quindi, la risposta criminale dei capitalisti tesa a combattere il Comunismo e la sua capacità di critica e di egemonia con ogni mezzo. Fatto abbondantemente dimostrato dalla ricerca storica che, sino a quando i fascismi reprimevano i comunisti e le formazioni sindacali o si preparavano ad invadere la Russia, nessuno dei Paesi “democratici” ha mosso un dito contro questi regimi e partiti reazionari. L’esempio della Spagna nel periodo dal 1936 al 1939 è la più vistosa dimostrazione della collusione dei governi francesi e britannici con il nazi-fascismo: questi Paesi furono in prima fila nel sabotare gli aiuti sovietici bloccando le navi russe cariche di armi nei loro porti, come a Marsiglia dove fu impedito lo sbarco di 10.000 mitragliatrici, 250 aerei, 500 cannoni e 30 motosiluranti.

Anche nella fase di scontro con i fascisti, durante la Resistenza, per i dirigenti anglo-americani e nostrani il nemico principale era sempre il movimento comunista. Non era ancora terminata la seconda guerra mondiale, infatti, che: «Nel 1945 un folto gruppo di grandi industriali (tra cui Vittorio Valletta, Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio, Angelo Costa e Giovanni Falck) si riunisce a Torino – il 16 e 17 giugno – per decidere i piani per la “lotta al comunismo con qualsiasi mezzo”, sia con la propaganda che con l’organizzazione di gruppi armati, questi ultimi affidati a Tito Zaniboni, un ex deputato socialista vicino alla massoneria e autore di un attentato a Mussolini che aveva provocato dure ritorsioni contro la muratoria. Secondo un rapporto dei servizi segreti americani, “le spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare l’avventura”. I primi fondi, 120 milioni, sono stanziati subito e vengono depositati in Vaticano». (Dal libro di Ferruccio Pinotti “Fratelli d’Italia” pagg.359-360. BUR editore, 2007).

Le forze capitaliste potevano realizzare compiutamente questa lotta al Comunismo solo riuscendo ad isolare la componente più coerentemente marxista all’interno del PCI, quella rappresentata dal gruppo togliattiano, che aveva in Enrico Berlinguer il suo ultimo e più significativo rappresentante. L’operazione, guidata dai poteri forti, si sarebbe concretizzata solo favorendo contemporaneamente l’ascesa di due componenti: quella più filocapitalista, legata all’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, membro – con Tremonti, Gianni ed Enrico Letta, Cossiga, Ciampi – dell’Aspen Italia, conosciuto da lunga data, da quando lavorava a Capri durante la seconda guerra mondiale come impiegato nel campo di riposo dell’Aviazione Usa, per la massonica American Red Cross, come lui stesso afferma a pagina 9 della sua autobiografia Dal PCI al socialismo europeo (Editori Laterza, 2005).

E favorendo la nascita a “sinistra” di una componente filo-russa, guidata da Cossutta, legata alla parte peggiore dell’Urss, che congiuntamente avrebbe lavorato per isolare i togliattiani.

Un’operazione che sul medio-lungo periodo doveva, non solo modificare il PCI, ma modificare l’assetto politico-istituzionale del nostro Paese, cambiando in modo sostanziale i rapporti tra le classi, il sistema elettorale, la nostra Costituzione, considerata bolscevica dai gruppi reazionari nostrani e internazionali che hanno operato per impedire che nel processo di unificazione europea certi valori proletari, contenuti nella nostra Carta, come la centralità del lavoro, di autogoverno della produzione e la conseguente democrazia economica, venissero inseriti nel dibattito sulla Costituzione europea.

Purtroppo questo processo è stato favorito dal ritardo nell’analisi, da parte della maggioranza dei militanti del PCI, sul ruolo di queste componenti interne come portatrici di quel disegno disgregante voluto dal capitale, che procedeva di pari passo all’altro attacco portato dal terrorismo e dai “socialisti” di Craxi. Eppure Antonio Tatò in una nota a Berlinguer del 1978 aveva già colto a chi serviva il terrorismo e il craxismo e che si trattava: “di quella zona, non ancora individuata, del potere economico e finanziario, dell’apparato statale, della magistratura, dei servizi segreti, degli alti comandi della Difesa e degli Interni, che, se non manovra e dirige in prima persona le Brigate Rosse, quanto meno le copre e le protegge per evitare che si risalga ‘per li rami’ ”.

“Il terrorismo può scomparire (o venir ridotto a fenomeno marginale) attraverso due strade: o perché va decisamente più avanti la situazione politica, nel senso che si impone di più e più stabilmente la nostra linea, […] e allora destabilizzatori, provocatori e terroristi vengono piegati, isolati, emarginati politicamente; […] oppure perché la situazione politica va indietro, ossia è il PCI che viene isolato […] e allora il terrorismo, politicamente, viene riassorbito nel senso che non ha più ragion d’essere, gli uomini e le forze che lo manovrano e se ne avvalgono non ne avrebbero più bisogno, perché la situazione politica si è ‘normalizzata’ (Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer. Einaudi, 2003).

Ma questa lungimirante analisi, fatta nel 1978, contiene anche la critica più radicale da parte del gruppo berlingueriano all’azione politica di Craxi. “Craxi è un avventuriero, anzi un avventurista, […] uno dei più micidiali propagatori dei due morbi che stanno invadendo la sinistra italiana – l’irrazionalismo e l’opportunismo”. Il segretario del PSI veniva giustamente inquadrato come: “quel socialdemocratico di destra con venature fascistiche” l’avversario più ostile all’entrata del PCI nel governo, all’eurocomunismo e alla “terza via”.

Evidentemente il PCI e la sua politica di alleanze in Europa rappresentavano un reale pericolo per gli interessi complessivi del capitalismo.

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