La crisi finanziaria in Europa: una lettura di Tiziano Cavalieri

Le borse europee sono in fibrillazione in ragione prevalentemente delle oscillazioni al ribasso dei titoli bancari. Il sistema bancario e finanziario europeo ed internazionale sono pieni di titoli del debito pubblico di alcuni paesi, in particolare Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Ungheria ed altri. Si tratta di titoli del debito pubblico ora ritenuti poco sicuri, poco “liquidi”, ossia difficilmente trasformabili in tempi brevi in moneta senza subire una perdita sul loro valore nominale, si teme sulla capacità dei paesi che li hanno emessi di rimborsarli al loro valore nei tempi previsti o in tempi ragionevoli per chi investe, le banche temono di doverli cancellare come crediti inesigibili o di metterli in bilancio svalutati. Qualcuno, strumentalmente, mette in dubbio la stessa sostenibilità del debito pubblico italiano.

La tesi che qui si sostiene è che all’origine della crisi finanziaria in corso non è il debito pubblico, ma l’indebitamento (pubblico e privato) netto di un paese con l’estero. L’attacco generalizzato al debito pubblico nasconde l’intenzione di lasciare completamente senza alcuna protezione la classe dei salariati. La conseguenza è che il lavoro sarà sotto il ricatto della disoccupazione e dell’impoverimento. Lo scopo è quello di lasciare mano libera alle imprese nella gestione della forza lavoro, di azzerare i diritti sindacali. Il caso delle condizioni poste dalla Fiat per investire a Somigliano mi sembra emblematico ed è destinato ad estendersi in altre imprese.

La cosiddetta crisi del debito pubblico della Grecia, ossia la difficoltà a finanziare i debiti in scadenza, aveva alla fine indotto i paesi dell’euro ed il fondo monetario ad intervenire, non per salvare la Grecia ma per salvare le banche e gli investitori esteri in titoli del debito pubblico greco. Alla fine del 2008 le banche e gli investitori tedeschi possedevano 23,2 miliardi di titoli del debito pubblico greco, quelli francesi 41,1 miliardi, quelli italiani 16,4 miliardi. L’intervento predisposto prevede che si acquistino quei titoli in mano alle banche ritenuti di difficile esigibilità, che in tal modo passeranno dalle Banche e dagli investitori privati agli Stati, che per recuperarli hanno messo in capo ai lavoratori greci delle condizioni impossibili.

Le difficoltà finanziarie della Grecia sono determinate dal fatto che il suo debito pubblico è espressione di un debito netto verso l’estero, ed è possibile ripagarlo solo con avanzi del suo interscambio commerciale con l’estero. La cosiddetta comunità internazionale impone alla Grecia di realizzarlo attraverso una diminuzione delle importazioni ottenuta con il taglio immediato della spesa pubblica e , in tempi più lunghi, con la riduzione dei salari di tutti i lavoratori come effetto naturale della crescita della disoccupazione. Alla fine di questo processo la Grecia potrà riequilibrare l’interscambio con l’estero ma si ritroverà con un livello del reddito molto più basso, quindi con alta disoccupazione ed impoverimento dei ceti popolari. Rimane comunque difficile che possa in tempi ragionevoli per gli investitori rimborsare il debito accumulato.

Quello che abbiamo detto per la Grecia vale anche per Spagna, Portogallo ed Irlanda. Il debito pubblico di questi paesi è in mano anche a banche ed investitori italiani per un importo a fine 2008 di circa 55 miliardi ed è aumentato nel corso del 2009, probabilmente per l’andamento dei tassi di interesse che guidano gli spostamenti finanziari.

Il debito pubblico non è alto solo in questi paesi, la Spagna ha un debito rapportato al prodotto interno minore di quello della Germania, la loro difficoltà a rifinanziare il debito non deriva dall’altezza del debito in sé, deriva dal fatto che quei paesi hanno accumulato un debito netto con l’estero molto alto, risultato di un decennio di crescenti disavanzi dell’interscambio con l’estero. Attualmente il debito netto con l’estero ha raggiunto l’ 83 per cento del prodotto interno nel caso della Grecia, ha raggiunto il 110 per cento nel caso del Portogallo, ha raggiunto il 93 per cento nel caso della Spagna, ha raggiunto il 67 per cento nel caso dell’Irlanda. Nell’area dell’euro la Germania ha al contrario un credito netto sull’estero enorme, pari al 37 per cento del suo prodotto interno. In altri termini si può dire che la Germania è cresciuta grazie al debito degli altri paesi. Qualcuno ama invece dire che i paesi indebitati hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, in realtà la Germania, adottando una politica di crescita basata sulle esportazioni e non sulla domanda interna, è cresciuta grazie a quanto crescevano le altre economie e le loro importazioni.

La Germania imponendo, ed adottando per sé medesima, una politica deflazionistica (eufemismo per dire taglio dello stato sociale) da un lato trasferirà su di sé medesima la deflazione che impone agli altri paesi, dall’altro le sarà difficile recuperare i propri crediti. Al contrario potrebbe spenderli aumentando le importazioni dai paesi in disavanzo, come può accadere se aumenta salari e consumi sociali, se fa crescere la propria occupazione. Non si deve dimenticare che in Germania la disoccupazione è alta.

Apparentemente in modo incomprensibile, la Germania sta adottando una politica deflazionistica al proprio interno. Il problema è quindi quello di darsi spiegazione di questa scelta. La si capisce se si pensa che non esiste la Germania, ma esiste l’operaio tedesco ed il capitalista tedesco: se l’investitore tedesco non riscuoterà il suo credito, lo girerà allo Stato ossia alla collettività e continuerà a riscuoterne gli interessi. Non solo, griderà al fatto che il debito pubblico diventa insostenibile e che quindi si dovrà tagliare lo stato sociale. Fare politiche di crescita della domanda interna può essere per il capitalista indesiderabile , infatti con la crescita dell’occupazione i rapporti di forza possono spostarsi a vantaggio dei salariati.

Le manovre deflazionistiche di riduzione del debito pubblico adottate da tutti i paesi non risolvono il problema dell’instabilità e crisi finanziaria, al contrario la stanno aggravando. Infatti non risolvono il problema che sta all’origine ossia quello degli squilibri commerciali che in Europa invece di ridursi si sono accentuati nel corso dell’ultimo decennio. Il ritorno della preoccupazione di crisi finanziaria di una lunga serie di paesi fortemente indebitati sull’estero deriva da qui.

Se si aggiunge che in alcune sedi monetarie ed istituzioni (quali l’OCSE) si suggerisce alle banche centrali di rialzare i tassi di interesse si può capire l’allarme che circola sui mercati finanziari. Fin qui la crisi finanziaria è stata tenuta in qualche modo sotto controllo per una politica monetaria di tassi di interesse prossimi allo zero nei rapporti interbancari e sul debito pubblico. Il rialzo dei tassi di interesse, o semplicemente una diminuzione del prodotto interno rispetto ai tassi, renderebbe più difficile per i paesi indebitati con l’estero rifinanziare il debito, ma avrebbe anche effetti negativi di ritorno sugli altri paesi , quindi per chi vive di salario in tutti i paesi.

Dalla crisi finanziaria si esce solo con una crescita che si ponga l’obbiettivo di riequilibrare nel medio lungo periodo gli squilibri fra i vari paesi attraverso una convergenza verso i più alti livelli di reddito. Nel frattempo per tenere bassi i saggi di interesse sui debiti pubblici e fermare gli attacchi speculativi occorre dare certezza di finanziamento dei debiti pubblici concedendo alla banca centrale europea il potere, che adesso le manca, di prestatore di ultima istanza. Occorre pensare ad una banca centrale come la Federal Reserve americana, capace di comprare i titoli dei debiti pubblici in scadenza emettendo lei titoli di debito sulla cui liquidità e solvibilità non esistono problemi. Infatti l’eurozona non ha e non avrà disavanzi commerciali con l’estero rilevanti e persistenti , e non avrà quindi un debito netto in mano all’estero. Sembra l’uovo di Colombo eppure non ci si sta muovendo in questa direzione.

Se tutti i lavoratori di tutti i paesi sono sotto attacco dovrebbe esistere una base per l’unità dei lavoratori di tutta l’Europa, i movimenti operai e sindacali dei singoli paesi non possono pensare di salvarsi singolarmente da una deflazione generalizzata. Fuori da questa unità prevarranno le destre, come si può ben capire se ci sono motivi fondati nel leggere questa crisi come il risultato di una crescita decennale diventata insostenibile degli squilibri fra i diversi paesi; una crisi che apre un aspro conflitto, ora solo latente, fra gli Stati e che può essere controllata solo se scaricheranno la crisi sulle condizioni dei lavoratori riportandole a molto tempo addietro. Sono già in atto all’interno dei singoli paesi, in particolare quelli più deboli, sconvolgimenti sociali ed istituzionali storici che lasceranno mano libera ai ceti capitalistici.

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