Archivio per giugno 2010

Contro l’ennesima Bolognina difendiamo il partito e la presenza dei comunisti nel nostro paese.

I primi effetti della crisi di sovrapproduzione che il capitalismo sta vivendo in forma acuta da almeno due anni, cominciano a farsi sentire. In Grecia, lo smantellamento dello stato sociale. E da noi? La ricetta Pomigliano: tempi di lavoro da robot, taglio delle pause, salari più bassi, divieto di ammalarsi ed eliminazione del diritto di sciopero, in una parola, subalternità totale alle esigenze dell’impresa.

La filosoFiat di Marchionne è chiara: o gli operai accettano di peggiorare le loro condizioni di lavoro pagando anche il prezzo di un arretramento politico e sociale o dovranno andare ad ingrossare il già ampio esercito dei disoccupati.

Gli operai secondo la filosoFiat di Marchionne, dovrebbero accettare le logiche disumane della globalizzazione che annientano i consumi del mercato interno, dopo aver distrutto il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi, per puntare tutto sulle esportazioni di prodotti di bassa qualità. Per realizzare ciò la Fiat, portabandiera del padronato, vuole disarticolare i sindacati italiani, scardinare la Costituzione – continuando il piano della P2 – e tutte le conquiste di welfare che ne sono derivate grazie ad anni di lotte, per rendere le condizioni dei lavoratori italiani simili a quelle dei paesi in via di sviluppo.

Si vuole introdurre in Italia il meccanismo delle “zone franche”, zone industriali dove i salari, i diritti, i tempi di lavoro sono completamente sganciati dalla legislazione e dalla contrattazione nazionale, come le maquiladora delle zone di confine del Messico con gli Stati Uniti.

In questa sua azione la Fiat ha trovato interlocutori attenti e disponibili nei governi, che hanno concesso sostegni economici notevoli, come la fiscalizzazione degli oneri sociali, cassa integrazione speciale, aiuti e sovvenzioni per gli investimenti, esportazioni, ricerca, e via dicendo: in totale essa ha incassato dal 2004 al 2009 ben 800 milioni di euro, senza dovere rendere conto a nessuno.

In contemporanea il governo Berlusconi procede nella sua politica di macelleria sociale, scaricando sulle masse popolari la grave crisi economica e finanziaria che padronato e banche hanno creato.

Di fronte a tanta arroganza classista è triste constatare come i gruppi dirigenti del nostro partito continuino a galleggiare col solito politicismo, sprecando tempo nella costruzione dall’alto di contenitori che appaiono congegnati più per cancellare il nostro partito e l’esperienza dei comunisti in Italia, che per unire su contenuti e mobilitazioni vere, forze politiche e sociali diverse.

Col congresso di Chianciano pensavamo di aver battuto, la Bolognina liquidazionista e politicista di Bertinotti e Vendola, evidentemente ci eravamo sbagliati perchè essa esiste ancora e fa di tutto per contrastare il progetto di ricostruzione di un grande partito comunista.

Per quanto ci riguarda pensiamo che per mantenere aperta la questione comunista sia indispensabile preservare l’autonomia politica, culturale ed organizzativa dei comunisti e riteniamo profondamente in mala fede, coloro che pensano che si possa tenere aperta la questione comunista anche dall’interno di un più ampio partito della sinistra.

E triste dover constatare come in ampie parti dei nostri gruppi dirigenti stia avanzando il ritorno di un moderatismo politico che individua in questo centro sinistra il soggetto con cui stipulare alleanze organiche, col risultato di un appannamento della nostra autonomia politica e della nostra alternatività strategica.

Non si vuole prendere atto che nel nostro paese non esiste il centro destra e il centro sinistra, ma solo due destre eterodirette dalla massoneria (4.000 massoni solo nel Pd). Due destre, una populista e sovversiva che disprezza le istituzioni e le libertà democratiche e una che si presenta col volto interclassista, buonista, ma che in realtà è profondamente confindustriale e che quando ha governato ha fatto di tutto per rappresentare al meglio gli interessi del padronato e della borghesia Italiana, portando avanti anch’essa il Piano di rinascita della P2.

Un esempio pratico di come strutturalmente siano uguali lo possiamo trarre anche dalla vicenda Pomigliano: il Pdl elogia e saluta entusiasta la filosoFiat di Marchionne, mentre il Pd dice che il piano Marchionne va accettato, augurandosi che rimanga un caso particolare.

Per un partito comunista promuovere una politica di alleanze per far crescere un grande fronte unitario e popolare anticapitalista, è un dovere e una necessità per realizzare obiettivi parziali e strategici, come la costruzione di un’alternativa sociale e politica nel nostro paese, ma questo non và confuso, con alleanze per governare regioni, province e grandi comuni, o addirittura come si e fatto nel passato partecipando addirittura al governo nazionale del paese.

In Toscana numerosi circoli e intere federazioni, si sono battute contro il nuovo ingresso nella maggioranza, questo anche perché era palese che la nostra presenza nella passata legislatura non aveva assolutamente modificato il modello di sviluppo liberista toscano.

Ma a quanto pare, le alleanze di governo, per una parte del gruppo dirigente regionale si fanno a prescindere dai contenuti programmatici e a prescindere dal consenso che queste scelte hanno nel partito.

Infatti nel programma di Rossi,con buona pace del confronto partecipativo e democratico si delega la gestione e la programmazione dei beni comuni e dei servizi essenziali a mega oldyng ( società di famiglia pubblico private ) escludendo di fatto scelte concrete contro la privatizzazione dei servizi pubblici e per la ripubblicizzazione dell’acqua, così come si continua ad andare avanti con le grandi opere come l’Alta velocità, il Corridoio tirrenico, la costruzione di nuovi inceneritori e rigassificatori e progetti tipo il “tubone” nella zona del cuoio pisana che provocherà distruzione ambientale e un enorme sperpero di denaro pubblico.

Sono anni che il nostro partito, assieme a varie forze di movimento è impegnato contro la costruzione dei Cie (Centro identificazione ed espulsione) in Toscana, perché essi fanno parte delle politiche di esclusione e respingimento, politiche che contribuiscono ad alimentare culture razziste. Riteniamo grave al tal proposito la mozione approvata dalla maggioranza di centrosinistra col consenso del gruppo della Federazione della sinistra, ma consideriamo questo come l’effetto del mancato rispetto della dialettica e dei meccanismi democratici all’interno del partito, che dà come frutti quel moderatismo di cui parlavamo sopra e che come circoli non siamo più disposti ad accettare.

I circoli e i compagni che hanno sottoscritto questo documento ribadiscono che i problemi presenti nel partito sono problemi di linea politica e non di tipo organizzativo e che al centro della questione c’è l’esistenza stessa del partito comunista.

Per queste ragioni ribadiamo la richiesta di congresso regionale e comunichiamo che ci muoveremo su tutto quello che riterremo utile, per realizzare questo obiettivo, come rete dei circoli comunisti. Invitiamo infine gli altri circoli a condividere con noi questa battaglia in difesa del partito e della presenza dei comunisti nel nostro paese. Gli attuali gruppi dirigenti hanno dimostrato, insuccesso dopo insuccesso, fino ad arrivare a non essere più credibili: diano una dimostrazione di responsabilità ritornando a fare lavoro di massa, andando a ricostruire il partito nei territori e nei luoghi di lavoro.

Circolo di Lari, Circolo di Casciana Terme, Circolo di San Miniato, Circolo di Santa Maria a Monte, Circolo A. Tognetti di Pisa.

22/06/2010 Pisa

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La mafia braccio armato dell’altra massoneria

da La Stampa 31 Maggio 2010

rapporti inediti della stagione delle stragi: uomini di Cosa nostra infiltrati nelle logge siciliane

di FRANCESCO LA LICATA, GUIDO RUOTOLO

ROMA
Novembre del 2002. Documento della Dia, Divisione investigativa antimafia, alla Procura antimafia di Firenze che indaga sulle stragi del ‘93. «Cosa nostra, storicamente, per raggiungere determinati obiettivi essenziali – condizionamento dei processi e realizzazione di grossi arricchimenti – si è sempre mossa attivando da una parte referenti politico-istituzionali, dall’altra ponendo in essere azioni delittuose, alla bisogna, anche estreme.
Altra determinante leva di pressione è stata sicuramente quell’alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù – Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano – Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che come si vedrà più avanti ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».
Il rapporto della Dia si dilunga sui rapporti di Savona con i mafiosi della famiglia Lo Nigro, e più in generale della massoneria deviata con Cosa nostra: «Questo particolare aspetto relazionale deviante della massoneria, viene definito “mafioneria”; una sorta di ordinamento composto da mafiosi e massoni, che trova ambiti ben definiti in un’area oscura della politica, connotata da una perversa logica di potere».
C’è un passaggio dell’informativa della Dia del 2002 che richiama alle polemiche di questi giorni sulla strategia stragista finalizzata a favorire la discesa in campo di nuovi soggetti politici: «L’avvio di una trattativa, nella logica pragmatica mafiosa, con le Istituzioni non poteva che prevedere l’apporto e l’intervento di soggetti asserviti a Cosa nostra… in questo quadro si inserisce il ruolo svolto dall’indagato Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc (poi la sua posizione è stata archiviata nell’ambito del fascicolo sui mandanti delle stragi di Firenze, Roma e Milano, ndr), collegato con la famiglia dominante del quartiere Brancaccio di Palermo, capeggiata all’epoca dai fratelli Graviano, cui l’Inzerillo era asservito».
Inzerillo (condannato in Appello, l’11 gennaio del 2010, a 5 anni e 4 mesi per concorso in associazione mafiosa) in quell’autunno del ‘93 è impegnato nella nascita di un partito politico, Sicilia Libera. «La possibilità di poter disporre di una forza politica da inserire poi in un più ampio raggruppamento, che fosse espressione di un vero soggetto politico, avrebbe consentito a Cosa nostra, secondo il suo progetto, di poter realizzare direttamente e senza alcuna mediazione quegli affari abbisognevoli di appoggi di natura politica, ma anche di poter condizionare con subdoli interventi l’andamento dei processi avviati contro i propri sodali». Sempre la Dia, ma dieci anni prima (10 agosto 1993). Un documento corposo analizza scenari e moventi all’indomani delle stragi di luglio di Roma e Milano: «Lo scenario criminale delineato sullo sfondo di questi attentati ha messo in evidenza da un lato l’interesse alla loro esecuzione da parte della mafia, ma ha lasciato altresì intravedere l’intervento di altre forze criminali in grado di elaborare quei sofisticati progetti necessari per il conseguimento di obiettivi di portata più ampia e travalicanti le eigenze specifiche dell’organizzazione mafiosa».
Si sofferma sul punto il rapporto della Dia: «Si potrebbe pensare a una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergano finalità diverse. Un gruppo che, in mancanza di una base costituita da autentici rivoluzionari si affida all’apporto operativo della criminalità organizzata. Gli esempi di organismi nati da commistioni tra mafia, eversione di destra, finanzieri d’assalto, funzionari dello Stato infedeli e pubblici amministratori corrotti non mancano».
Infine un accenno alla massoneria: «Recenti indagini – si legge nel rapporto Dia del 10 agosto 1993 – hanno evidenziato la presenza di uomini di “cosa nostra” nelle logge palermitane e trapanesi, senza dimenticare il ruolo chiave svolto alla fine degli anni ‘70 da Michele Sindona nei contatti tra gli ispiratori di progetti golpisti ed elementi di spicco della mafia siciliana».
Un salto di un anno. Siamo al 4 marzo del 1994. Questa volta si tratta di una informativa all’autorità giudiziaria da parte della Dia. Settanta pagine corpose. Un capitolo importante è dedicato al regime carcerario, al 41 bis: «Solo alcuni giorni prima degli attentati di Milano e Roma, il ministro di grazia e giustizia aveva disposto il rinnovo dei provvedimenti di sottoposizione al regime speciale per circa 284 detenuti appartenenti a organizzazioni mafiose.
La logica che ha fatto considerare vincente l’attuazione di una campagna del terrore deve aver avuto alla base il convincimento che, dovendo scegliere se affrontare una situazione di caos generale o revocare i provvedimenti di rigore nei confronti dei mafiosi, le Autorità dello Stato avrebbero probabilmente optato per la seconda soluzione, facilmente giustificabile con motivazioni garantiste o, come avvenuto in passato, affidando all’oblio, agevolato dall’assenza di nuovi fatti delittuosi eclatanti, una normalizzazione di fatto».

La crisi finanziaria in Europa: una lettura di Tiziano Cavalieri

Le borse europee sono in fibrillazione in ragione prevalentemente delle oscillazioni al ribasso dei titoli bancari. Il sistema bancario e finanziario europeo ed internazionale sono pieni di titoli del debito pubblico di alcuni paesi, in particolare Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Ungheria ed altri. Si tratta di titoli del debito pubblico ora ritenuti poco sicuri, poco “liquidi”, ossia difficilmente trasformabili in tempi brevi in moneta senza subire una perdita sul loro valore nominale, si teme sulla capacità dei paesi che li hanno emessi di rimborsarli al loro valore nei tempi previsti o in tempi ragionevoli per chi investe, le banche temono di doverli cancellare come crediti inesigibili o di metterli in bilancio svalutati. Qualcuno, strumentalmente, mette in dubbio la stessa sostenibilità del debito pubblico italiano.

La tesi che qui si sostiene è che all’origine della crisi finanziaria in corso non è il debito pubblico, ma l’indebitamento (pubblico e privato) netto di un paese con l’estero. L’attacco generalizzato al debito pubblico nasconde l’intenzione di lasciare completamente senza alcuna protezione la classe dei salariati. La conseguenza è che il lavoro sarà sotto il ricatto della disoccupazione e dell’impoverimento. Lo scopo è quello di lasciare mano libera alle imprese nella gestione della forza lavoro, di azzerare i diritti sindacali. Il caso delle condizioni poste dalla Fiat per investire a Somigliano mi sembra emblematico ed è destinato ad estendersi in altre imprese.

La cosiddetta crisi del debito pubblico della Grecia, ossia la difficoltà a finanziare i debiti in scadenza, aveva alla fine indotto i paesi dell’euro ed il fondo monetario ad intervenire, non per salvare la Grecia ma per salvare le banche e gli investitori esteri in titoli del debito pubblico greco. Alla fine del 2008 le banche e gli investitori tedeschi possedevano 23,2 miliardi di titoli del debito pubblico greco, quelli francesi 41,1 miliardi, quelli italiani 16,4 miliardi. L’intervento predisposto prevede che si acquistino quei titoli in mano alle banche ritenuti di difficile esigibilità, che in tal modo passeranno dalle Banche e dagli investitori privati agli Stati, che per recuperarli hanno messo in capo ai lavoratori greci delle condizioni impossibili.

Le difficoltà finanziarie della Grecia sono determinate dal fatto che il suo debito pubblico è espressione di un debito netto verso l’estero, ed è possibile ripagarlo solo con avanzi del suo interscambio commerciale con l’estero. La cosiddetta comunità internazionale impone alla Grecia di realizzarlo attraverso una diminuzione delle importazioni ottenuta con il taglio immediato della spesa pubblica e , in tempi più lunghi, con la riduzione dei salari di tutti i lavoratori come effetto naturale della crescita della disoccupazione. Alla fine di questo processo la Grecia potrà riequilibrare l’interscambio con l’estero ma si ritroverà con un livello del reddito molto più basso, quindi con alta disoccupazione ed impoverimento dei ceti popolari. Rimane comunque difficile che possa in tempi ragionevoli per gli investitori rimborsare il debito accumulato.

Quello che abbiamo detto per la Grecia vale anche per Spagna, Portogallo ed Irlanda. Il debito pubblico di questi paesi è in mano anche a banche ed investitori italiani per un importo a fine 2008 di circa 55 miliardi ed è aumentato nel corso del 2009, probabilmente per l’andamento dei tassi di interesse che guidano gli spostamenti finanziari.

Il debito pubblico non è alto solo in questi paesi, la Spagna ha un debito rapportato al prodotto interno minore di quello della Germania, la loro difficoltà a rifinanziare il debito non deriva dall’altezza del debito in sé, deriva dal fatto che quei paesi hanno accumulato un debito netto con l’estero molto alto, risultato di un decennio di crescenti disavanzi dell’interscambio con l’estero. Attualmente il debito netto con l’estero ha raggiunto l’ 83 per cento del prodotto interno nel caso della Grecia, ha raggiunto il 110 per cento nel caso del Portogallo, ha raggiunto il 93 per cento nel caso della Spagna, ha raggiunto il 67 per cento nel caso dell’Irlanda. Nell’area dell’euro la Germania ha al contrario un credito netto sull’estero enorme, pari al 37 per cento del suo prodotto interno. In altri termini si può dire che la Germania è cresciuta grazie al debito degli altri paesi. Qualcuno ama invece dire che i paesi indebitati hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, in realtà la Germania, adottando una politica di crescita basata sulle esportazioni e non sulla domanda interna, è cresciuta grazie a quanto crescevano le altre economie e le loro importazioni.

La Germania imponendo, ed adottando per sé medesima, una politica deflazionistica (eufemismo per dire taglio dello stato sociale) da un lato trasferirà su di sé medesima la deflazione che impone agli altri paesi, dall’altro le sarà difficile recuperare i propri crediti. Al contrario potrebbe spenderli aumentando le importazioni dai paesi in disavanzo, come può accadere se aumenta salari e consumi sociali, se fa crescere la propria occupazione. Non si deve dimenticare che in Germania la disoccupazione è alta.

Apparentemente in modo incomprensibile, la Germania sta adottando una politica deflazionistica al proprio interno. Il problema è quindi quello di darsi spiegazione di questa scelta. La si capisce se si pensa che non esiste la Germania, ma esiste l’operaio tedesco ed il capitalista tedesco: se l’investitore tedesco non riscuoterà il suo credito, lo girerà allo Stato ossia alla collettività e continuerà a riscuoterne gli interessi. Non solo, griderà al fatto che il debito pubblico diventa insostenibile e che quindi si dovrà tagliare lo stato sociale. Fare politiche di crescita della domanda interna può essere per il capitalista indesiderabile , infatti con la crescita dell’occupazione i rapporti di forza possono spostarsi a vantaggio dei salariati.

Le manovre deflazionistiche di riduzione del debito pubblico adottate da tutti i paesi non risolvono il problema dell’instabilità e crisi finanziaria, al contrario la stanno aggravando. Infatti non risolvono il problema che sta all’origine ossia quello degli squilibri commerciali che in Europa invece di ridursi si sono accentuati nel corso dell’ultimo decennio. Il ritorno della preoccupazione di crisi finanziaria di una lunga serie di paesi fortemente indebitati sull’estero deriva da qui.

Se si aggiunge che in alcune sedi monetarie ed istituzioni (quali l’OCSE) si suggerisce alle banche centrali di rialzare i tassi di interesse si può capire l’allarme che circola sui mercati finanziari. Fin qui la crisi finanziaria è stata tenuta in qualche modo sotto controllo per una politica monetaria di tassi di interesse prossimi allo zero nei rapporti interbancari e sul debito pubblico. Il rialzo dei tassi di interesse, o semplicemente una diminuzione del prodotto interno rispetto ai tassi, renderebbe più difficile per i paesi indebitati con l’estero rifinanziare il debito, ma avrebbe anche effetti negativi di ritorno sugli altri paesi , quindi per chi vive di salario in tutti i paesi.

Dalla crisi finanziaria si esce solo con una crescita che si ponga l’obbiettivo di riequilibrare nel medio lungo periodo gli squilibri fra i vari paesi attraverso una convergenza verso i più alti livelli di reddito. Nel frattempo per tenere bassi i saggi di interesse sui debiti pubblici e fermare gli attacchi speculativi occorre dare certezza di finanziamento dei debiti pubblici concedendo alla banca centrale europea il potere, che adesso le manca, di prestatore di ultima istanza. Occorre pensare ad una banca centrale come la Federal Reserve americana, capace di comprare i titoli dei debiti pubblici in scadenza emettendo lei titoli di debito sulla cui liquidità e solvibilità non esistono problemi. Infatti l’eurozona non ha e non avrà disavanzi commerciali con l’estero rilevanti e persistenti , e non avrà quindi un debito netto in mano all’estero. Sembra l’uovo di Colombo eppure non ci si sta muovendo in questa direzione.

Se tutti i lavoratori di tutti i paesi sono sotto attacco dovrebbe esistere una base per l’unità dei lavoratori di tutta l’Europa, i movimenti operai e sindacali dei singoli paesi non possono pensare di salvarsi singolarmente da una deflazione generalizzata. Fuori da questa unità prevarranno le destre, come si può ben capire se ci sono motivi fondati nel leggere questa crisi come il risultato di una crescita decennale diventata insostenibile degli squilibri fra i diversi paesi; una crisi che apre un aspro conflitto, ora solo latente, fra gli Stati e che può essere controllata solo se scaricheranno la crisi sulle condizioni dei lavoratori riportandole a molto tempo addietro. Sono già in atto all’interno dei singoli paesi, in particolare quelli più deboli, sconvolgimenti sociali ed istituzionali storici che lasceranno mano libera ai ceti capitalistici.

La Fiat vuol distruggere il contratto nazionale

di Giorgio Cremaschi

Pubblichiamo integralmente, nel sito della Rete28Aprile, il testo del diktat della Fiat ai sindacati. E’ una fiera degli orrori che è bene che ognuno legga, visto che nessun giornale sinora l’ha pubblicata.
Una stampa e un palazzo compiacenti hanno cancellato la sostanza delle posizioni della Fiat per Pomigliano d’Arco. L’azienda non ha aperto nessun tavolo di trattativa, ma ha consegnato ai sindacati un documento che è un drammatico diktat che scardina alla radice il contratto nazionale e i diritti dei lavoratori. (…)
I 18 turni sono il meno, anche se pesantissimi nelle loro modalità, l’attacco sulle pause, sulla mensa, la riduzione dei salari sono anch’essi fatti gravissimi, ma non danno il senso ancora della brutalità delle richieste Fiat. L’azienda infatti chiede:
– La deroga al contratto nazionale sullo straordinario obbligatorio aumentandolo fino all’80%.
– La deroga al contratto nazionale sui recuperi produttivi. L’abolizione del pagamento dei 3 giorni di malattia in casi di assenze superiori a una certa percentuale.
– L’obbligo di esigibilità per tutte le organizzazioni sindacali su straordinari e flessibilità, pena sanzioni verso i sindacati e le Rsu.
– L’obbligo di obbedienza per i lavoratori alle nuove regole di flessibilità pena il licenziamento
.
Tutto questo stravolge sugli orari di lavoro e sui diritti il contratto nazionale, ne rappresenta una sostanziale cancellazione,porta  lo stabilimento Fiat di Pomigliano fuori dalla contrattazione collettiva dei metalmeccanici. Più vicino alle condizioni sindacali americane che a quelle italiane.
Una stampa e un’opinione pubblica interessate alla verità dovrebbero chiedersi del perché la Fiat si comporta come nessuna multinazionale ha finora pensato fare in Italia e se questo, più di tutte le altre chiacchiere, non voglia dimostrare che la Fiat non è più italiana. Ma la sostanza è che si vuole imporre una modifica della Costituzione in nome della salvaguardia dell’occupazione. E’ esattamente quello che annuncia Tremonti, quando dichiara di voler superare l’articolo 41 della Costituzione repubblicana, in nome della libertà d’impresa. La Fiat è oggi apripista delle posizioni più reazionarie e antisindacali del governo. La Fiom si trova da sola, circondata dalla complicità e dalla paura, a dover fronteggiare quest’attacco che è a tutti i diritti del lavoro. Deve assolutamente reggere, anche da sola, nel nome di tutti questi diritti

Reagire al degrado

di Angelo Orsi*

L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica – uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del Nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte, una crisi drammatica.
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia – segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 –, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico.
Quali sono i segnali di un degrado  che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
In primo luogo, la crisi istituzionale, che ci mostra una democrazia sulla strada dell’eutanasia, soppiantata dal populismo mediatico. Come è possibile che un presidente del Consiglio intervenga telefonicamente in quasi ogni programma televisivo di discussione politica per aggredire, ingiuriare, e minacciare conduttori non graditi, giornalisti scomodi, e persino il pubblico non accomodante? E come è possibile che simili ricorrenti performances passino sotto silenzio, o tutt’al più vengano un po’ bonariamente offerte al sorriso dei lettori, da qualche giornale non proprio ossequiente? Com’è possibile che un programma televisivo – che può essere definito “di regime” – come il famigerato “Porta a porta” abbia un potere decisamente superiore a quello delle due Camere? E come stupirsene, d’altro canto, se si bada alla inefficienza vergognosa della Camera dei Deputati e, ancor più, del Senato della Repubblica? Inefficienza, badiamo bene, non legata semplicemente alla scarsa “voglia di lavorare” dei nostri rappresentanti, bensì alla pesante involuzione del sistema parlamentare, nel degrado della democrazia rappresentativa. Abbiamo assistito impotenti, ancorché, molti tra noi, via via più indignati, alla confusione deliberata di spazi pubblici e spazi privati, all’emergere di criteri di selezione del ceto politico del tutto impropri: avvenenza fisica, look, “visibilità” acquisita in televisione, disponibilità sessuale. E, naturalmente, favori ricevuti che devono essere a un certo punto “ricambiati”.
Il voto di scambio è oggi persino più grave che in passato, a dispetto dell’azione della magistratura. E’ un voto che passa attraverso organizzazioni criminali, che, per quel che è dato di sapere, sono strettamente legate alle fortune finanziarie e all’ascesa politica di alcuni personaggi oggi ai vertici del potere, e in particolare di uno di loro. I poteri locali, segnatamente nel Sud d’Italia, sono spesso intrecciati ai poteri nascosti, ed efficientissimi, delle “cosche” e delle “cupole”: ma la mafia ormai ha raggiunto, oltre che le grandi città del Nord, le istituzioni finanziarie, avvicinandosi al cuore del potere politico.
Di questo passo, lo Stato sarà  appaltato ai capibastone, così come, nel succedersi di maggioranze governative, esso ha ceduto, sovente a prezzi irrisori, proprietà, competenze, controlli a privati. Il demone della privatizzazione e dell’aziendalizzazione, del resto, ha non da oggi equiparato, largamente, “destra” e “sinistra”. Il governo italiano è ormai, in modo non solo palese ma sfrontato, ridotto al ruolo di super-comitato d’affari di comitati d’affari. La politica fiscale, per fare un solo esempio, ne è la prova assoluta.
E sul fronte dell’etica pubblica si assiste a un degrado di cui mai era visto l’eguale. Un giornalista di destra, legato all’area governativa, dopo aver rotto con il suo capo, ha coniato il termine “mignottocrazia”, per definire la situazione in atto nella politica italiana: difficile dire meglio. E superfluo insistere sul tema, utile tuttavia a dare il segno estremo di una decadenza che sta toccando il fondo, tipica delle epoche degli imperi al tramonto. Ma, nello stesso tempo, questa leadership immorale mostra un  ossequio grottesco nei confronti della Chiesa cattolica, accettandone  i diktat, e sollecitandone l’appoggio in cambio di favori economici e a livello di potere; ma lasciando cadere nel vuoto gli appelli che da essa giungono a una politica dell’accoglienza e del rispetto verso i migranti, ormai ridotti al rango di “non persone”, tanto nella legislazione in atto e nelle scelte politiche, quanto in un diffuso senso comune che, fondato sull’ignoranza e sulla paura del diverso, è ormai semplicemente razzista.
E che dire dell’indifferenza colpevole davanti alle questioni ambientali? La gran parte del ceto politico, anche di opposizione appare del tutto sordo, o quanto meno in ritardo, su quello che appare il tema dei temi del prossimo avvenire, e non solo italiano, ma evidentemente mondiale.
Davanti al degrado, sintomo e insieme causa, ma anche strumento di salvaguardia delle cricche affaristiche che “governano” la cosa pubblica, il controllo dell’informazione appare un punto dirimente. Di qui la politica volta a mettere le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo, a controllare la stampa e l’editoria, i tentativi di esercitare la censura sulla Rete e quant’altro. Com’è possibile che il presidente del Consiglio, a capo del maggiore impero mediatico europeo, sia lasciato libero di decidere i giornalisti, i conduttori, i dirigenti del servizio pubblico, ma anche, addirittura, di larga parte della carta stampata? E sempre nell’indifferenza, o quanto meno nella sottovalutazione della cosiddetta “pubblica opinione”.
L’altro punto essenziale del programma dei berlusconidi, veri e propri cloni del “capo”, di cui eseguono senza alcuna esitazione o dubbio le direttive, tutte fondate sul perseguimento degli interessi di un individuo e delle sue clientele, è la drastica messa sotto controllo della magistratura, come Terzo Potere indipendente dagli altri due. La legge sulle intercettazioni telefoniche rappresenta un punto di incontro tra due distinti attacchi: alla libertà d’informazione e all’indipendenza (e alla stessa efficienza) della magistratura, straordinario regalo alla grande criminalità, da quella in colletti bianchi a quella della lupara. Un evidente do ut des, da cui il primo a trarre benefici è il “capo del governo”, e la banda di affaristi che gli si raduna intorno, dentro e fuori le istituzioni.
Il catalogo, insomma, è lungo. Catalogo di inefficienze e nefandezze, di menzogne e di sprechi, di iniquità sociali e di bassezze morali, che stanno devastando il panorama italiano: dall’ambiente alle istituzioni, dal futuro delle giovani generazioni, completamente azzerato, alla ricerca, vittima di un vero attacco persecutorio, gravissimo nelle sue conseguenze a medio e lungo termine,  dalla scuola all’università, messe sotto accusa in quanto ultimi santuari di un sapere critico, dalla cultura, in tutta evidenza considerata un “comparto superfluo”, ove non si contenti di fornire circenses alla plebe…
Ma oggi non solo non ne possiamo più  di circenses, ma ci manca il panem. Gli operai sui tetti delle fabbriche, dipendenti che si incatenano ai cancelli delle officine, la sequenza di suicidi di lavoratori e persino di imprenditori, il libero vagare sulla scena finanziaria e “imprenditoriale” di fallimentatori di professioni, spregiudicati avventurieri della finanza, che sono responsabili della gran parte del dissesto del sistema produttivo… Oggi esisterebbero le condizioni oggettive per una riscossa di quella parte d’Italia che si riconosce nelle ragioni dei proletari, dei subalterni, dei giovani disoccupati e sottoccupati: di quella parte d’Italia che si è richiamata storicamente alla Sinistra. E invece?  Il paradosso che stiamo vivendo è che al cospetto di una crisi epocale del capitalismo, la Sinistra appare morente: dovrebbe essere la sua stagione, dopo il crollo del biennio “rivoluzionario” 1989/91, e invece essa appare afasica e impacciata, a esser eufemistici, incapace di elaborare strategie, dominata da un personale politico troppo sovente inadeguato, rissoso, e, talora, autoreferenziale.
L’alternativa, a livello nazionale, e locale, sembra impossibile. Eppure essa è necessaria, non per la “rivincita” della Sinistra, ma per la salvezza dell’Italia. Oggi, più che mai il motto “socialismo o barbarie” suona come lo squillo di tromba che deve ridestarci e spingerci all’azione, in modo serio e meditato, ma determinato e capace di superare, innanzi tutto, la tendenza pericolosa della difesa dell’ “identità” di micropartiti e, addirittura, di frazioni di micropartiti. Dall’altro canto, tuttavia, occorre tenere ferma la barra sull’alternativa radicale a un sistema in cui le complicità e le connivenze tra istituzioni, forze politiche di vario orientamento, gruppi di interesse, stanno distruggendo il Paese, il suo tessuto connettivo, la sua forza propulsiva, e la stessa capacità di preservare la propria memoria, l’avvenire della gioventù, la cui esistenza è ridotta a un precariato ormai devastante su tutti i piani, condannata a vivere l’istante come se fosse eterno.
Siamo davanti a un passaggio decisivo: o lasciare andare alla deriva la barca, aspettando il cozzo contro gli scogli, o tentare di indirizzarne la rotta. Siamo pochi? Siamo molti? Intanto, contiamoci. E scendiamo allo scoperto, rompendo gli indugi, vincendo i timori, superando antiche divisioni, pronti ad allearsi con chiunque, pur di raggiungere l’obiettivo: che, detto in una sola parola, enfatica, ma oggi inevitabile, è la salvezza d’Italia, cominciando, magari, da Torino e dal Piemonte. Non ci preoccupiamo se l’espressione suoni retorica e magari richiami echi mazziniani, o garibaldini: non ce ne preoccupiamo, in quanto riteniamo il Risorgimento un grande moto progressivo, la cui importanza rimane fondante per la nostra storia.
Dunque occorre radunare le forze, puntando su tutti coloro, singoli o esponenti di associazioni, circoli, gruppi organizzati, abbiano innanzi tutto la consapevolezza del momento epocale in cui ci troviamo e in secondo luogo in un momento storico in cui la gran parte del ceto intellettuale è troppo intento a badare ai fatti propri, o in attesa di una comparsata in un talk show televisivo, per scendere in campo contro la menzogna e l’indifferenza, occorre che qualcuno faccia sentire una voce di verità, e rischi, di persona, pur di suscitare un moto generale di reazione: che, riteniamo, debba essere innanzi tutto eticamente fondato.
Da questa prima riunione, certamente interlocutoria, vorremmo che uscissero proposte, intendimenti, volontà: di agire, di superare vecchi e nuovi steccati, di unirsi in un ideale Partito della Salvezza contro il Partito in atto, della Devastazione. Occorre agire ora, prima che sia troppo tardi. Correremo il rischio di sbagliare, certo, ma almeno, domani, non saremo tormentati dal senso di colpa di non aver tentato finché era possibile. Ora, dunque. Non domani.
Affrontiamo, insieme, fin da oggi,  il fatidico “Che fare?”. Ma esprimiamo da oggi, la nostra volontà  di fare.

*Angelo d’Orsi è professore di Storia del pensiero politico contemporaneo nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino. Si occupa da anni, oltre che di questioni di metodo storico e di storia della storiografia, di storia della cultura e degli intellettuali. Tra i suoi ultimi libri: La cultura a Torino tra le due guerre (Einaudi, Torino 2000); Intellettuali nel Novecento italiano (Einaudi, Torino 2001); La città, la storia, il secolo. Cento anni di storiografia a Torino (Il Mulino, Bologna 2001); Allievi e maestri (Celid, Torino 2002); I chierici alla guerra (Bollati Boringhieri 2005); Guernica (Donzelli 2007); 1989 (Ponte alle Grazie 2009).

Dieci tesi su crisi, egemonia valutaria e imperialismo

Oltre la diarchia euro-dollaro.
di Vladimiro Giacchè

*All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci*
Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi. L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1). In altre parole: la finanza non è la malattia. È la droga che ha permesso di non avvertirne i sintomi. Con il risultato di cronicizzarla e di renderla più acuta. La malattia, ossia la crisi da sovrapproduzione di capitale e di merci, si è infine manifestata con violenza nell’estate del 2007, e assume ormai le caratteristiche di una vera e propria “crisi generale” che investe almeno l’intero occidente capitalistico, se non il mondo intero.

*L’egemonia del dollaro è un elemento fondamentale del meccanismo che ha portato all’attuale crisi*
Ma cosa ha reso possibile il credito facile? Rispondere a questa domanda è molto semplice: la politica monetaria espansiva della Federal Reserve statunitense, che è entrata in azione a più riprese. Questa politica monetaria ha favorito la creazione della bolla della new economy (1999-2000), è stata giocata in chiave anti-recessiva nel 2001 (con la scusa dell’11 settembre – mentre la recessione era iniziata già nel marzo 2001), e poi ha accompagnato la bolla immobiliare sino a quando essa è scoppiata nel 2006. Il punto fondamentale da intendere è che questa politica è stata resa possibile da una caratteristica unica del dollaro: il suo status di valuta internazionale di riserva, il suo continuare ad essere “moneta mondiale” a dispetto del venir meno della convertibilità in oro (1971) e di una bilancia commerciale in passivo dal 1976. Solo questo “esorbitante privilegio” del dollaro, legato in particolare al pagamento in dollari delle materie prime (soprattutto energetiche), ha consentito agli Stati Uniti di continuare ad attrarre capitali pur facendo una politica di bassi tassi di interesse. Qualsiasi altro Paese che, come gli Usa, consumasse più di quanto produceva avrebbe pagato una politica monetaria così espansiva con una crisi del debito come quella patita da molti Paesi emergenti.

*Il dollaro non è più il dominatore incontrastato della scena valutaria mondiale…*

Il predominio del dollaro però, da almeno 10 anni, non è più un dominio incontrastato. Con l’affacciarsi sulla scena mondiale dell’euro, per la prima volta nella storia il dollaro ha un antagonista temibile. Precisamente questo era il disegno perseguito da chi ha voluto l’euro. Leggiamo Guido Carli, tra i negoziatori italiani del trattato di Maastricht: “La realizzazione del trattato di Maastricht significherebbe la sottrazione agli Stati Uniti di quasi metà del potere di signoraggio monetario di cui dispongono… L’Unione economica e monetaria prefigura la nascita di uno strumento monetario di riserva internazionale che potenzialmente può cancellare molto del potere di attrazione che oggi ancora il dollaro riveste, per assenza di valide alternative. Conquistare potere di signoraggio significa anche acquisire la capacità di attirare capitali, di spostare risorse, di partecipare da posizioni di forza alla distribuzione mondiale del lavoro e del capitale(2)”. La creazione stessa dell’euro è insomma in se stessa un progetto imperialistico: è il tentativo di opporre all’imperialismo americano un nascente imperalismo europeo, che si esprime in un’area valutaria autonoma e in grado di competere con l’area (inizialmente molto più vasta) del dollaro. In effetti, nei dieci anni che ci separano dall’entrata in vigore dell’euro, il dollaro ha perso molte posizioni nei confronti dell’euro, e non solo. La rendita di posizione del dollaro viene erosa in più direzioni, come prova tra l’altro la crescita delle quotazioni dell’oro, che dal 2002 ad oggi ha più che triplicato il proprio valore. La cosiddetta “guerra al terrorismo”, ed in particolare l’aggressione all’Iraq, che non a caso ha visto gran parte dei governi europei fortemente contrari, ha rappresentato anche un capitolo di questo confronto valutario, in quanto aveva tra i suoi obiettivi quello di proteggere il pagamento del petrolio in dollari(3).

*…ma mantiene il proprio ruolo come valuta internazionale di riserva*

In ogni caso il dollaro, pur svalutandosi (anche a causa dell’aumento del debito pubblico connesso alle spese militari sostenute in Afghanistan e in Iraq), non crolla. Questo anche perché massicci acquisti di titoli di Stato americani da parte di Giappone e Cina, e il tasso di cambio non fluttuante tra dollaro e yuan cinese consentono di mantenere relativamente stabili (anche se comunque declinanti) le ragioni di scambio del dollaro. Di fatto la Cina per un verso ha visto la propria bilancia commerciale rafforzata dalle esportazioni verso gli Usa, dall’altro ha contribuito a mantenere la capacità di spesa (cioè di consumo) dei cittadini americani anormalmente alta comprando titoli di Stato Usa, e quindi impedendone un deprezzamento e l’innescarsi di una crisi debitoria americana.

*La crisi sconvolge gli equilibri del sistema valutario mondiale e aggiunge un nuovo fronte alle difficoltà per il dollaro…*

In modo solo apparentemente paradossale, la crisi – che ha tra le sue cause scatenanti la politica monetaria espansiva statunitense resa possibile da questi massicci acquisti di titoli di Stato Usa – evidenzia il disordine del sistema valutario attuale e mette definitivamente in crisi gli equilibri valutari in essere. Con le parole del governatore della Banca centrale cinese: “lo scoppio della crisi ed il suo propagarsi al mondo intero riflettono l’intrinseca vulnerabilità e i rischi sistemici insiti nell’attuale configurazione del sistema monetario internazionale.” Più in particolare, essa evidenzia il fatto che “una valuta internazionale di riserva… non dovrebbe essere legata alle condizioni economiche e agli interessi nazionali di un singolo Stato(4)”.
In questo senso, la crisi mette in primo luogo a rischio il dominio del dollaro e il suo status di valuta internazionale di riserva. Questo fronte si aggiunge al dibattito, che coinvolge molti Paesi produttori di materie prime, circa l’opportunità di agganciare il prezzo delle materie prime stesse non più ad una singola valuta, ma ad un paniere di valute. Vanno inoltre menzionate le difficoltà di un controllo geopolitico Usa sui Paesi produttori di petrolio, evidenziate dall’andamento tutt’altro che favorevole della guerra in Iraq. Non meno importante è il sempre minore controllo degli Stati Uniti su una sua tradizionale area di influenza economica e valutaria quale l’America Latina, simboleggiato dall’accordo valutario recentemente stipulato con la Cina dall’Argentina, che consentirà di regolare in yuan le transazioni commerciali tra i due Paesi(5). A questo vanno aggiunte le crescenti difficoltà a finanziare i titoli di Stato americani (a gennaio 2009 si sono avute vendite nette di titoli di Stato Usa a lungo termine per un valore di 43 miliardi di dollari), tanto che la stessa Federal Reserve si è vista costretta ad acquistarli direttamente(6).

*…ma crea problemi non meno seri all’euro*

Se Sparta piange, Atene non ride. Intanto, il problema del crescente debito pubblico accomuna Unione Europea e Stati Uniti(7). Inoltre l’Est europeo è tra le aree più colpite dalla crisi, in quanto maggiore era stato negli anni immediatamente precedenti l’utilizzo della leva del credito(8). Quasi tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale si trovano in gravi difficoltà. Destinatari di finanziamenti esteri per oltre 1.000 miliardi di dollari soltanto nel 2007 (quasi la metà dell’intera domanda mondiale), questi paesi vengono sorpresi dalla crisi con enormi deficit di bilancio, un credito interno in forte espansione e in genere anche notevoli bolle immobiliari. Una marcata svalutazione delle valute locali è già in atto in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Serbia, Repubblica Ceca, Romania e Ucraina. Non diversa è la situazione dei paesi baltici.
Molti di questi Paesi sono sull’orlo di una crisi del debito, secondo il classico copione più volte andato in scena nelle economie emergenti: rapido deflusso dei capitali stranieri in ragione del forte debito estero, forte svalutazione (che causa un ulteriore aumento del debito estero), crisi economica più o meno generalizzata. È importante notare che, se questi rischi si materializzassero, sarebbero colpite in prima linea le banche di Paesi come l’Austria, la Spagna e l’Italia, le quali – assieme a Svizzera e Svezia – rappresentano i principali creditori dell’economie dell’Est europeo. Ma, più in generale, sarebbe minacciata la convergenza delle monete locali verso l’euro e la stessa stabilità politica dell’Unione Europea sarebbe sottoposta a forti tensioni. La debolezza dell’euro negli ultimi tempi, pur in presenza di Stati Uniti in crisi profonda, trova qui una delle sue principali radici. È pur vero che la crisi attuale spinge questi Paesi ad accelerare la loro marcia per l’ingresso nella zona euro (di recente il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura proposto che chiesto che questi Paesi adottino la moneta unica anche senza entrare formalmente nell’eurozona, per evitare i vincoli di bilancio richiesti!(9) ). Il punto è che proprio la crisi allontana questi Paesi dall’euro.
Sta di fatto che oggi sta diventando realtà lo storico spauracchio dell’Unione Europea: ossia shock asimmetrici (una crisi che colpisce alcuni paesi più di altri) e differenziali tra le economie che si ampliano anziché ridursi. Questo è già un fatto compiuto se confrontiamo i paesi della zona euro con quelli che si trovano alla sua periferia. Ed è tutt’altro che escluso che la stessa situazione si riproponga anche all’interno dell’eurozona.
La verità è che questa crisi mette impietosamente in luce i limiti strutturali della costruzione europea: imperniata sulle esigenze dei mercati dei capitali, e priva proprio per questo di una politica economica comune (perché si trattava di salvaguardare la possibilità per i capitali di scegliere il Paese di volta in volta più “conveniente”), essa ha fatto completo fallimento. Il disastro attuale è il risultato necessario di una costruzione che ha ricercato la “competitività” nella concorrenza fiscale, nell’attacco ai diritti del lavoro e nell’erosione progressiva del welfare state. Nella conseguente attuale afasia dell’Unione Europea, emergono poi le “soluzioni” proposte dagli Stati membri, con misure scoordinate e non di rado ad esplicito contenuto protezionistico.
Tutto questo negli ultimi mesi ha favorito il dollaro(10).

*La crisi e il conseguente disordine valutario non rafforza il bipolarismo euro/dollaro*
La crisi ha avuto un fortissimo impatto sui rapporti di cambio. Per certi versi, essa ha potuto dare l’illusione di un rafforzamento del bipolarismo euro/dollaro, tramite il crollo di molte valute “periferiche”. Ad esempio, essa ha colpito severamente la sterlina, per la quale è iniziata probabilmente la fine come valuta autonoma: come dimostra il suo crollo sia rispetto al dollaro che rispetto all’euro – conseguente al crollo della sua industria finanziaria ed alla fortissima crescita dell’indebitamento pubblico resosi necessario per puntellarla(11). Ma anche alcuni dei progetti di unione valutaria regionale sono stati almeno rallentati dalla crisi: è il caso, ad esempio, del progetto di valuta araba del Golfo (che ha comunque un motivo di debolezza strutturale nell’eccessivo legame delle singole valute locali con il dollaro(12) ).
Per contro, ci sono anche valute che rispetto al dollaro e all’euro sono cresciute troppo, al punto da scegliere di effettuare svalutazioni competitive: è il caso del franco svizzero(13). Va poi considerato anche il revival dell’oro, che negli ultimi mesi appare più correlato alla crescita del debito pubblico in Europa e Usa che alla debolezza del solo dollaro. Sono altrettanti segnali dell’incrinarsi del bipolarismo valutario che sino a pochi anni fa sembrava il futuro prossimo del sistema monetario internazionale. L’auspicio di Carli sembra ormai azzardato: l’euro non riuscirà a dividere con il dollaro lo status di valuta internazionale di riserva. E non per la forza della valuta americana, ma perché stanno entrando in gioco nuovi attori. Uno su tutti: la Cina.

*L’attacco cinese al predominio del dollaro, con la proposta di una riforma del sistema monetario internazionale, segnala un passaggio di fase*
È in questo contesto che va inserita la proposta, avanzata il 23 marzo dal governatore della Banca del Popolo cinese, di una “riforma creativa” del sistema monetario internazionale in direzione di “una valuta internazionale di riserva con un valore stabile, che sia emessa in base a regole precise e la cui offerta sia gestibile”, con l’obiettivo di “salvaguardare la stabilità economica e finanziaria a livello mondiale”(14). Le tre caratteristiche ideali indicate sono precisamente il contrario di quello che rappresenta oggi la valuta americana: una valuta estremamente instabile, emessa su basi discrezionali e offerta in quantità eccessiva e destabilizzante. Non è il caso di entrare nei dettagli tecnici della proposta cinese, imperniata sulla creazione di una valuta internazionale basata sui diritti speciali di prelievo (DSP) del Fondo Monetario Internazionale. Anche perché l’aspetto importante della proposta non è la sua concreta realizzabilità, ma il messaggio lanciato agli Usa e al mondo: l’era del dollaro è finita. L’unica vera nuova Bretton Woods, di cui si è tanto cianciato a sproposito in questi mesi, sarebbe questa: una riforma del sistema valutario internazionale. Precisamente il grande tema che è stato esorcizzato dall’inizio della crisi. La proposta cinese ha incontrato subito approvazione da parte della Russia, e anche da Chavez, che ha avanzato una proposta interessante (anche se interessata): fare in modo che la nuova valuta internazionale sia garantita (come un tempo dall’oro), dalle riserve petrolifere. Anche il premio nobel Stiglitz si è espresso a favore di una profonda riforma del sistema monetario internazionale(15).

*In parallelo, si rafforza il ruolo internazionale dello yuan*
Perché proprio ora? Perché è forte il timore che il governo Usa, il cui indebitamento cresce in misura preoccupante, possa decidere di risolvere la situazione come altre volte in passato: svalutando drasticamente il dollaro (o addirittura con un default)(16). Cosa che comporterebbe una perdita di valore dei debiti espressi in dollari (a cominciare dai 10 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa in circolazione), e anche delle riserve di dollari nei forzieri delle banche centrali: e in particolare la Cina ha oltre la metà delle sue riserve (del valore di 2.000 miliardi di dollari) impiegate in dollari.
Ma la proposta di riforma del sistema monetario internazionale non è l’unica misura assunta dalla Cina. Abbiamo citato sopra l’accordo valutario con l’Argentina, che segue di pochi giorni analoghi accordi stipulati con Corea del Sud, Malesia, Indonesia, Hong Kong e Bielorussia. L’obiettivo è chiaro: porre le basi per una valuta asiatica imperniata sullo yuan e in grado di competere con dollaro ed euro. Del resto, già da tempo si parla di una Asian Currency Unit, analoga all’Ecu (il progenitore diretto dell’euro) .

*Si profila un sistema monetario internazionale in cui i rapporti tra le valute esprimeranno lo scardinamento delle antiche gerarchie economiche. A meno che…*
È probabile che la crisi attuale avrà tra i suoi effetti quello di sconvolgere le gerarchie attuali tra le valute. In astratto, tra gli effetti più prevedibili c’è la fine del vero e proprio assurdo economico per cui il Paese più indebitato del mondo esprime anche la principale valuta internazionale di riserva. C’è un unico piccolo problema a complicare il quadro: il paese più indebitato del pianeta è anche quello di gran lunga più armato. Non è una novità. Adolf Hitler decise di dare il via alla Seconda guerra mondiale allorché il suo ministro delle finanze, Hjalmar Schacht, gli comunicò che la Germania era sull’orlo della bancarotta a causa del debito accumulato e della produzione bellica in eccesso.

NOTE
1-Per maggiori approfondimenti sul punto rinvio a: V. Giacché, “Crisi economica e crisi dell’ideologia neoliberale”, in Proteo, n. 3/2008, pp. 83-86 e “Le ragioni della crisi e le ragioni dei comunisti”, comunicazione sulla crisi finanziaria alla Direzione nazionale PdCI, 4 febbraio 2009: http://www.comunisti-italiani.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=5228 .

2-G. Carli (con P. Peluffo), Cinquant’anni di vita italiana, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 412 sg. Corsivi miei.

3-Sul tema vedi A. Burgio, M. Dinucci, V. Giacché, Escalation. Anatomia della guerra infinita, Roma, DeriveApprodi, 2005, e in particolare il cap. 2, “L’economia della guerra infinita”, pp. 113-188. Per una rilettura dei conflitti interimperialistici che tiene conto della dimensione valutaria vedi V. Giacché, La debolezza della forza. L’imperialismo americano e i suoi problemi, in L. Vasapollo (a cura di), Il piano inclinato del capitale. Crisi, competizione globale e guerre, Milano, Jaca Book, 2003, partic. pp. 177 sgg.

4-Z. Xiaochuan, Reform the International Monetary System , 23 marzo 2009 (vedi sul sito della Banca del Popolo cinese: http://www.pbc.gov.cn/english/ ).

5-F. Rampini, “L’Argentina tradisce il dollaro: accordo valutario con la Cina”, la Repubblica, 1° aprile.

6-M. Mackenzie, “Foreign investors slash US holdings”, Financial Times, 17 marzo 2009; F. Russo, “Bernanke gicoa il grande bluff”, Finanza & Mercati, 20 marzo 2009; A. Greco, “La Fed che batte moneta allarma i mercati”, la Repubblica, 20 marzo 2009.

7-Vedi ad es. B. Romano, “Dal debito rischi per l’eurozona”, 28 marzo 2009.

8-L. Ahamed, “Subprime Europe”, Herald Tribune, 10 marzo 2009; S. Tong, “Getting a lift from falling dollar”, Herald Tribune, 24 marzo 2009.

9-Cfr. “Single currency gains new appeal for outsiders” e J. Cienski, “Warsaw to speed euro adoption”, Financial Times, 29 ottobre 2008; S. Wagstyl, “IMF urges eastern EU states to adopt euro”, Financial Times, 6 aprile 2009, e “ECB rejects calls for euro short cuts”, Financial Times, 7 aprile 2009.

10-Vedi ad es. “Flucht in Sicherheit belastet Euro”, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 31 marzo 2009.

11-N. Dennis, E. Bintliff, “Sterling pays price for asset purchase plan”, Financial Times, 20 gennaio 2009.

12-R. Sorrentino, “A rischio la moneta del Golfo”, Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2009.

13-R. Sorrentino, “Berna potrebbe innescare una corsa alle svalutazioni”, Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2009.

14-Z. Xiaochuan, Reform the International Monetary System , cit.

15-“China promotes overhaul of global monetary system”, Herald Tribune, 24 marzo 2009; H. Morris, “UN hears calls to end dollar’s reserve status”, Financial Times, 27 marzo 2009: D. Pilling, China is just sabre-rattling over the dollar”, Financial Times, 2 aprile 2009;

16-Y. Qiao, “How Asia can protect itself from a dollar default”, Financial Times, 1° aprile 2009.

Fonte: Marxismo Oggi, 2009/1

PERCHE’ OBAMA VUOLE PARLARE CON NAPOLITANO

IL RIFORMISTA
di venerdì 21 maggio 2010

di LUIGI SPINOLA
Tutto quello che mi è stato detto di «lui è vero. Il Presidente Giorgio Napolitano è uno straordinario gentiluomo. Un leader mondiale. E per la sua leadership, presidente, la ringrazio». Era parso ai più irrituale, sorprendente perfino per il Quirinale, lo sperticato elogio che Barack Obama aveva rivolto a Giorgio Napolitano al termine del loro incontro romano, alla vigilia del G8. Quasi un endorsement, più che una cortesia diplomatica, a uno statista scelto come interlocutore privilegiato.

Ora che la crisi della nostra moneta costringe Barack Obama a pensare la fin qui trascurata Europa, quell’invito personale consegnato a luglio diventa più pressante.

Nell’ansiosa conversazione transatlantica che si è aperta nelle ultime settimane, il presidente degli Stati Uniti vuole sentire anche la voce del presidente italiano. Perché nei giorni in cui Obama al telefono incalza l’ondeggiante leadership europea, suggerendo try something big», Napolitano dice le stesse cose. Gli americani apprezzano. E visto che ormai i più convinti sostenitori dell’integrazione europea stanno a Washington, vogliono conoscere le valutazioni di un fiero europeista.

Così quel viaggio americano che al Quirinale avevano messo in agenda per settembre-ottobre, con un piccola forzatura al cerimoniale è stato anticipato. La richiesta è arrivata alla nostra ambasciata a Washington solo venerdì scorso. Martedì Giorgio Napolitano sarà alla Casa Bianca, per rassicurare Barack Obama sulla tenuta politica ed economica del vecchio continente. Trentadue anni dopo essere stato il primo dirigente comunista italiano a poter mettere i piedi sul suolo degli Stati Uniti.

Giorgio Napolitano agli americani interessa già allora. Ma per poterci parlare devono incontrarlo in segreto, racconta l’Ambasciatore Richard Gardner nel suo Mission Italy: on the frontlines of the Cold War. L’Italia dove Gardner sbarca nella primavera del  `77 è «il problema politico più grave che abbiamo in Europa» sentenzia Zbigniew Brzenzinski, Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Jimmy Carter. Neanche la nuova Casa Bianca democrat vuole il compromesso storico. Ma decide di avviare i primi, segretissimi contatti con il Pci «da amici di cui potevamo fidarci per la loro completa discrezione».

Per il primo incontro Richard Gardner sceglie Giorgio Napolitano «un leader intelligente, pragmatico, sinceramente impegnato nel tentativo di portare i comunisti verso la socialdemocrazia europea». E’ l’inizio di un dialogo intenso – sull’eurocomunismo, le prove tecniche atlantismo – di cui non deve rimanere traccia.

Gardner evita perfino di mandare telegrammi, riferisce a voce a Washington al vertice del Dipartimento di Stato. La breccia però si apre. E arriva anche il primo visto per gli Stati Uniti. A metà degli anni `70 Napolitano era stato invitato dal Mit. Ma l’America kissingeriana aveva detto no. Il viaggio della primavera del `78 somiglia a una tournée, tra Yale, Princeton e incontri nelle redazioni dei principali quotidiani liberal, dal Washington Post al New York Times. Ma quando torna, su Rinascita confessa che «le ingenuità, gli schemi e i pregiudizi pesano molto, si fa fatica a inquadrarci».

Da allora però, Napolitano negli Stati Uniti di casa. E quando diventa Presidente della Repubblica è Richard Gardner – con il quale i rapporti sono ancora molto stretti – a spiegare agli americani che il primo (post) comunista al Quirinale «è un vero statista, un vero democratico, e un sincero amico degli Stati Uniti». Due anni dopo anche Henry Kissinger, in un incontro organizzato a Villa Madama da Aspenia, abbozza un’autocritica per la diffidenza di un tempo.

Il pressante invito recapitato venerdì al Quirinale ha quindi una lunga storia alle spalle. Ma dopo il rigido incontro con George W. Bush nel dicembre 2007, il cambio di passo con Barack Obama alla Casa Bianca è evidente. Non è, sia chiaro, una questione di “chimica personale”, fattore irrilevante nelle scelte diplomatiche del pragmatico Obama.

Da quell’incontro di luglio i messaggi, anche indiretti, tra Washington e Roma si sono moltiplicati.

Il pubblico elogio della riforma sanitaria pronunciato da Napolitano è stato apprezzato.

Si scoprono sintonie sulla “green economy”.

Al Quirinale registrano una «sensibilità comune sulle questioni sociali». E la visione delle missioni internazionali tratteggiata da Napolitano nei viaggi in Turchia, Libano, Siria è coerente con l’approccio obamiano alla questione mediorientale.

Ma è l’Europa malata a rendere urgente il consulto di Washington. La paura del contagio costringe un presidente americano fin qui poco interessato a noi, a prendere sul serio la nostra debolezza. Politica oltre che economica. Evidente negli ondeggiamenti dei decisori europei, che secondo Giorgio Napolitano hanno causato «pesanti perdite di prestigio».

Prima di partire, il presidente della Repubblica ha fatto il punto della crisi con il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. Ed è previsto anche un colloquio con Giulio Tremonti.

Napolitano peraltro sarà assistito a Washington da Franco Frattini. Ma al netto dei contenuti tecnici del colloquio, l’impressione è che alla Casa Bianca interessi soprattutto sciogliere il vecchio rompicapo di Henry Kissinger:

«Quando voglio parlare con l’Europa, non so chi chiamare». Dopo la lunga operazione di moral suasion telefonica con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, ora Barack Obama ci prova con un europeista convinto.

Obama vuole Napolitano a Washington per curare al meglio il malato europeo  UNA LUNGA STORIA. Per i primi contatti (segreti) con il Pci scelsero  lui. E fu il primo dirigente comunista italiano a poter entrare negli Usa. Ora che cercano un europeista convinto, gli americani lo aspettano con urgenza alla Casa Bianca.