Archivio per maggio 2010

Dalla crisi della democrazia sociale al leghismo

di Angelo Ruggeri*

su L’ERNESTO 1/2010 del 11/05/2010

Come e per quali cause si è formato il leghismo quale collante di un blocco sociale che trascina egemonicamente anche grandi “spezzoni” di classe operaia che la cultura “postmarxista” ha addirittura considerato estinta? Per diradare la nebbia di analisi sbagliate che ancora avvolgono il fenomeno leghista, occorre risalire alle sue cause strutturali, di tipo organico – come deve essere il tipo di indagine, quale il materialismo storico, senza cui tutte le analisi non hanno saputo mettere a fuoco la natura sociale e politica del leghismo – senza attardarsi sulle più “esteriori” e “simboliche” manifestazioni, come il razzismo e l’antimeridionalismo, che non sono cause ma effetti, sicuramente sgradevoli, che però hanno fatto perdere di vista i connotati della crisi che hanno partorito il leghismo.

Il leghismo occupa lo spazio lasciato dal PCI
Il leghismo si è potuto formare in tutto il Nord e Nord-Est (per ragioni strettamente connesse all’esistenza di un vasto sistema produttivo) in virtù del vuoto originato dalla crisi della democrazia di massa e del sistema democratico tra gli anni 1980-1990, e dal progressivo abbandono di una concezione classista dei rapporti tra società civile e società politica. Il leghismo ha ricoperto il vuoto nel “territorio” lasciato dal PCI e dalla sua programmazione democratica “globale”, in cui la piccola e media impresa erano inserite come alleate del movimento operaio e delle forze democratiche. Venendo meno tale programmazione, è venuto meno un movimento democratico e sociale di massa e il ruolo positivo dei ceti “medi”.
Questi ultimi, traditi dall’abbandono della democrazia sociale da parte dei vertici di partito e sindacato, sono stati sospinti ad una “reazione” cavalcata da destra, che ha favorito la nascita di un movimento reazionario di massa, che esalta i “diritti dell’individuo” contro “il pubblico”, con forme organico-popolari espresse in un linguaggio greve, che però esprime nei fatti l’ideologia della grande impresa ed il “senso comune” tipico della cultura ambrosiana.

Quella leghista è una cultura aziendalista, ma di “combattimento”, consona ai ceti “medi” e a quelli “bassi” egemonizzati dall’alta borghesia, cultura che affonda le sue radici nel “manchesterismo” lombardo dell’Ottocento, fatto di “capitani” d’industria “padroni del cielo e della terra” e quindi anche dei loro operai. Pronti a chiamare le truppe reali per la più cieca repressione, come ad essere filantropi e paternalisti per le loro fabbriche, i loro operai e i loro municipi intesi come un proprio “principato”. Un’ideologia, quella aziendalista, che egemonizza anche la sinistra e il Paese e in modo trasversale la società del Nord, nemica di quella cultura emersa nel grande tornante di lotta di classe degli anni ’60-’70, quando partito, movimenti, sindacati, lottarono contro il potere della grande impresa dentro l’impresa stessa e occupando il territorio sociale con la forza della democrazia di base organizzata, facendo crescere la cultura di massa e la democrazia sociale.

Il “leghismo”, come già il “diciannovismo” fascista, si presenta e viene percepito prima come movimento “rivoluzionario” e “antisistema” e poi come partito di massa e di integrazione sociale perché occupa lo spazio lasciatogli dai vertici di CGIL e PCI dopo la morte di Berlinguer, quando, ben prima della caduta dell’URSS, maturano l’opzione di far parte del sistema di potere capitalistico. Quindi accettano la strategia delle “riforme istituzionali” e, dunque, di sconvolgere il regime sociale e non solo politico nato dalla Resistenza. Strategia aperta – oltre che dalla destra DC e dal PSI di Craxi e Amato – da forze extraparlamentari ed eversive come la loggia massonica P2. Una strategia volta a sollecitare un’azione politica diretta a disintegrare e disorganizzare i partiti esistenti e a destrutturare il sistema politico-sociale-istituzionale. Per il tramite di “movimenti” –anch’essi “previsti” dal Piano di rinascita democratica della P2 – che, posti a cavallo dei tradizionali partiti della “destra” (e altri di quelli della “sinistra”), diventassero, come la Lega è diventata, il volano della delegittimazione dell’ordinamento democratico-sociale.

Cultura e ideologia leghiste
Il fenomeno leghista è figlio di una cultura “modernista” d’impresa degli anni ’80, aziendalista, efficientista e campanilista, che permea tutto il Nord e che la “sinistra”, soprattutto lombarda ed emiliana, ha legittimato. Tanto che fu Guido Fanti (presidente della Regione Emilia dal 1971 al 1975), a parlare per primo di “Padania” e, nel convegno “La repubblica della regioni”, ad intendere le regioni non come parte dello Stato, ma come soggetto, ponendosi come capo di un “nuovo regionalismo” sull’asse Emilia-Veneto.
La Lega è la punta di lancia – legittimata da tutte le forze parlamentari – di una ideologia, quella “federalista”, deputata ad assoggettare il territorio-sociale ai “vertici” del Comune, della Regione e dello Stato, allontanando di fatto la gente dalle istituzioni. Su questo si fonda la sua forza di incalzare Berlusconi per la costruzione del federalismo, avvalendosi dell’appoggio del Pds-Ds-Partito democratico (ultra federalista in Toscana e in Emilia) e della passività delle cosiddette “sinistre radicali”.

Ripristinare l’organizzazione di massa
Anziché sorprendersi dei successi del “leghismo”, occorre ripristinare l’organizzazione di massa come strumento di reale e non effimera “partecipazione”. I diritti vivono e non rimangono “sulla carta”, se sono sostenuti da un “potere sociale” che li promuova, nell’aspro conflitto con chi li disconosce e comprime: un potere sociale e democratico che contrasti la scissione “liberale” tra diritti “civili” e diritti “sociali”, volta a privilegiare astrattamente i primi sui secondi, poiché la storia conferma che i “diritti di libertà” sono illusori se non fondati sull’eguaglianza e quindi sull’emancipazione e la trasformazione della società.
Occorre dare quindi forza alla classe operaia: ripristinando, sul piano sociale, il diritto di sciopero, e, sul piano politico-istituzionale, il sistema elettorale proporzionale, l’unico capace di far pesare nello stato la forza d’urto del conflitto sociale. Un proporzionale “puro”, senza sbarramenti e premi di maggioranza che rendono possibili le più varie manipolazioni, volte a deformare la rappresentatività sociale ed escludere dal Parlamento forze di fatto disprezzate come “minoranze”: come se si possa definire “democrazia” un sistema che neghi a degli elettori una rappresentanza “proporzionata”, appunto, alla loro forza. Ciò per ridare centralità al Parlamento (e quindi alla sovranità popolare), rovesciando il meccanismo istituzionale bipolare che, dando un predominio al governo, lo rende “soggetto passivo”.

Limiti della “sinistra”
Una strategia che questa “sinistra”, che ha abbandonato il “territorio” ora riscopertosi “leghista” (e dove senza più le sezioni del partito di massa, il controllo è rimasto solo a Lions, massoneria e criminalità organizzata), non sembra voler perseguire. La “sinistra” mostra la sua complicità con i poteri della grande impresa, sia con il rovesciamento delle politiche di democratizzazione e socializzazione dei poteri nella fabbrica, nella società e nelle istituzioni territoriali locali, regionali e nazionali; sia con l’abbandono della “questione sociale” e della strategia di “riforme sociali” per attuare la programmazione e il controllo sociale dell’economia.
Così, al culmine dei “60 anni della Costituzione” – celebrati da un Napolitano che di fatto l’avversa in nome del Trattato Europeo – prende piede un quadro socio-politico che ci riporta al XIX secolo, quando non c’era il suffragio universale maschile e femminile, dominavano il censo e l’élite sociale e politica della nobiltà e della borghesia. Per cavalcare tale disegno reazionario e piduista mettendogli il sigillo di “sinistra” si è operata la “perversione” della teoria e della prassi del partito, del sindacato e lo “snaturamento” della democrazia.

Accettazione della libertà d’impresa
Intellettuali e politici della pseudo sinistra hanno reciso le connessioni col passato anche più recente, specialmente con il 900 per censurare la fase socio-culturale degli anni 60-70, dopo i quali è tornata egemone la cultura d’impresa, specie ambrosiana, da cui origina la cultura leghista che ha tinto di “verde” le province che la lotta di classe aveva colorato di “rosso” (ad esempio Varese che dal 6-7% degli anni 1940-50 aveva visto il PCI raggiungere il 32% dei voti).
Avendo ripristinato e assunto una nozione di “libertà” propria della borghesia d’impresa e di quella ambrosiana, in particolare, la “sinistra” stessa e i suoi intellettuali hanno optato per una critica che si identifica con quella laicista e radicale, che è individualista e antisociale quanto il mercato cui Pannella inneggia e che persino Ratzinger condanna, esaltando sul piano storico il marxismo sia come critica che come proposta e rivalutando il ruolo e la figura di Marx[1]. Un dato che dovrebbe far riflettere sinistra e intellettuali post-comunisti, specialmente quelli teorizzanti la c.d. “autonomia del politico”, paradigmatica di un “politico” separato dal sociale (e dalla società), proprio dei sistemi di governo dall’alto e del “capo” (presidenziale, premierato, cancellierato, ecc.), impegnati a legittimare il mercato, l’efficientismo, l’aziendalismo, il “federalismo”. Da essi non scaturirà certo una cultura sociale volta a contenere e sconfiggere l’ideologia del neoliberismo seduttore degli “esclusi” se e quando sono abbandonati al loro destino, privati di “certezze” su cui fondare la lotta, e quindi attratti dal “sovversivismo reazionario” leghista che da oltre un quindicennio raccoglie voti operai.

*Angelo Ruggeri è autore di Leghe e leghismo – L’ideologia, la politica, l’economia dei “forti” e l’antitesi federalista al potere dal basso, Quaderni del Centro culturale “Il Lavoratore”, Milano, 1997; ristampato dalla Durito Edizioni -2008.

[1] Cfr. Ratzinger – Benedetto XVI, Lettera enciclica Spe Salvi, 30 novembre 2007, § 20 (in http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html): “L’avanzare sempre più veloce dello sviluppo tecnico e l’industrializzazione con esso collegata crearono, tuttavia, ben presto una situazione sociale del tutto nuova: si formò la classe dei lavoratori dell’industria e il cosiddetto ‘proletariato industriale’, le cui terribili condizioni di vita Friedrich Engels nel 1845 illustrò in modo sconvolgente. […] Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l’ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario. Karl Marx raccolse questo richiamo del momento e, con vigore di linguaggio e di pensiero, cercò di avviare questo nuovo passo grande e, come riteneva, definitivo della storia verso la salvezza […]. Essendosi dileguata la verità dell’aldilà, si sarebbe ormai trattato di stabilire la verità dell’aldiquà. La critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica della politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose. […] Marx ha descritto la situazione del suo tempo ed illustrato con grande capacità analitica le vie verso la rivoluzione – non solo teoricamente: con il partito comunista, nato dal manifesto comunista del 1848, l’ha anche concretamente avviata. La sua promessa, grazie all’acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo. La rivoluzione poi si è anche verificata nel modo più radicale in Russia”.

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Russia: Back to URSS? L’offensiva in Ucraina

di Stefano Grazioli

su Limes – Rivista italiana di geopolitica del 11/05/2010

RUBRICA TRA NERO E CASPIO. I nuovi accordi tra Kiev e Mosca vanno al di là della semplice cooperazione economica e segnano una svolta geopolitica in favore del Cremlino. La Russia riafferma la solidità di una partnership privilegiata con l’Ucraina dopo i dissidi della Rivoluzione arancione.

Dopo il cambiamento di presidente e di governo tra gennaio e febbraio il nuovo tandem a Kiev formato da Victor Yanukovich e Mykola Azarov ha impresso una decisa accelerazione al riavvicinamento dell’Ucraina alla Russia, invertendo il percorso intrapreso dai rivoluzionari arancioni del 2004 Victor Yushchenko e Yulia Tymoshenko.

Forte della maggioranza parlamentare e appoggiata dall’opinione pubblica la nuova coppia che guida l’Ucraina sta seguendo un percorso che riporta Kiev e Mosca a stringere relazioni che vanno al di là della semplice cooperazione economica, ma che segnano una svolta geopolitica in favore del Cremlino.

Sono stati gli accordi di Kharkiv del 21 aprile, ratificati dalla Duma e dalla Rada il 27, a siglare in maniera decisiva il mutamento di direzione: il prolungamento del contratto sulla permanenza della flotta russa a Sebastopoli sino al 2042 è senz’altro il simbolo del ritorno in grande stile di Kiev sul binario russo, dando un colpo forse definitivo (gli accordi non sono irreversibili) a un possibile ingresso del Paese nella Nato per i prossimi decenni.

Nell’accordo del 1997 tra Russia e Ucraina era prevista permanenza sino al 2017 e di altri 5 anni nel caso uno dei partner non avesse comunicato almeno un anno prima che non avrebbe voluto rispettare la scadenza. Ora la data è quella del 2042, più altri 5 anni, sino al 2047. Tolta quindi dall’agenda l’entrata dell’Ucraina nella Nato e riportato il timone verso Mosca, il nuovo tandem a Kiev ha sorriso volentieri al ventaglio di proposte del Cremlino, con uno sguardo fondamentale alle casse dello stato e all’economia vicina al collasso.

Questo pragmatismo ha suscitato però le focose proteste dell’opposizione parlamentare, che ha accusato Yanukovich e Azarov di tradire gli interessi nazionali e di svendersi ai russi. L’ex eroina della rivoluzione arancione Tymoshenko ha affermato che il presidente vuole instaurare una dittatura e chiamato gli ucraini alla protesta di piazza.

Ma come in Parlamento l’ex premier sembra avere qualche difficoltà a tenere la leadership dell’opposizione (in realtà non ha un seggio e non riesce a bloccare i transfughi verso la maggioranza) anche nel Paese il carisma non sembra funzionare molto, se è vero che solo poco più del 20% degli ucraini è contrario alla permanenza russa a Sebastopoli, mentre oltre il 60% è favorevole, tra questi ovviamente la stragrande maggioranza di coloro che vivono nelle regioni dell’est, del sud e dei diretti interessati in Crimea, dove la base di Sebastopoli rappresenta anche un importante fattore economico e di stabilità. Agli ucraini importa poco della Nato, meglio qualche grivna in più nel portafoglio.

Oltre alla questione della flotta il riavvicinamento russo-ucraino passa attraverso il gas, non solo per i 40 miliardi di dollari spalmati su un decennio che vanno ad alleggerire la bolletta per Kiev secondo gli accordi di Kharkiv. L’idea di Putin di creare un’unica azienda fondendo il colosso nazionale Gazprom con quello ucraino Naftogaz è forse più di una boutade e, in attesa degli sviluppi, é al centro delle speculazioni degli osservatori. Se per alcuni è cosa ormai acquisita ed è solo una questione di tempo, per altri si è trattato di un messaggio incrociato dal Cremlino a qualche oligarca ucraino che avesse in mente di farsi qualche boccone dell’azienda statale da tempo in difficoltà.

C’è inoltre un’altra serie di settori nei quali la cooperazione tra Russia e Ucraina sta prendendo il volo, dal nucleare civile – con l’appoggio russo per la costruzione di due blocchi nella centrale di Khmelnytskyi per circa 5 miliardi di dollari e l’idea di una joint venture tra Rosatom ed Energoatom – all’industria aerospaziale, da quella navale a quella dei trasporti, con la firma dell’accordo di collaborazione nel settore che prevede tra l’altro il mega-piano di una nuova linea ferroviaria Mosca-Vienna attraverso l’Ucraina. Progetti economici, certo, che non celano comunque il senso geopolitico: il Cremlino ha trovato ora a Kiev un alleato che condivide una partnership privilegiata su un modello di sinergie e di integrazione.

Stefano Grazioli, giornalista e scrittore, esperto di spazio postsovietico, http://www.esreport.net

L’unione dei capitali UE e il coordinamento dei partiti comunisti

di Domenico Moro

da L’ernesto online

1.La più pericolosa forma “sovrana” della crisi

La crisi, iniziata con lo scoppio della bolla immobiliare Usa, ormai due anni or sono, è tutt’altro che terminata. Semmai ci fossero stati ancora dei dubbi, gli ultimi avvenimenti in Europa hanno rivelato quanto sia profonda questa crisi. Tanto profonda da accelerare la modificazione non solo degli assetti produttivi, ma anche della forma degli Stati. Questa crisi nasce dalla base reale dell’economia, che sconta una sovraccumulazione di capitale ormai arrivata a livelli insostenibili. Proprio per superarla, si sono prodotte bolle finanziare a ripetizione, che, una volta scoppiate, hanno riproposto la crisi su una base sempre più larga. Lo scoppio della bolla immobiliare, su cui si era retta la ripresa economica Usa dopo il 2001, ha quasi prodotto il collasso del sistema bancario, che è stato tamponato con l’immissione di una massa di liquidità senza precedenti. Con due risultati nefasti, però. Da un lato, quello di gonfiare in modo abnorme i debiti statali. Dall’altro, quello di creare una nuova base speculativa mediante lo spostamento della liquidità immessa nel sistema finanziario verso il mercato dei titoli del debito pubblico. Il paradossale risultato è che lo Stato è diventato, nello stesso tempo, prestatore di ultima istanza e oggetto della speculazione finanziaria, spesso da parte di quelle stesse istituzioni finanziarie che egli aveva salvato. La forma “sovrana” della crisi è quella più pericolosa, perché se si verifica la bancarotta degli stati, è il prestatore di ultima istanza che viene meno. Inoltre, se i titoli del debito pubblico si riducono a carta straccia sono le banche che li hanno in pancia a ritrovarsi a mal partito. In pratica, si riproporrebbe, senza che sia disponibile un paracadute di riserva, quello che è già accaduto alle banche nel 2008, piene di derivati basati su mutui americani con valore prossimo allo zero. Praticamente si rischierebbe un collasso del sistema bancario mondiale.

2.Le caratteristiche di una “strana” moneta e l’attacco all’euro.

A questo punto, dobbiamo chiederci: perché la crisi del debito sovrano ha messo in difficoltà maggiormente proprio l’Eurozona e l’euro? L’euro sconta una anomalia. Da una parte, è un valuta che unisce una delle aree più avanzate e economicamente potenti del Mondo. Dall’altra, contrariamente a qualsiasi altra valuta, dietro di essa non c’è uno Stato unitario. Di conseguenza, non c’è un unico bilancio pubblico, né un’unica politica fiscale. Bruxelles, di conseguenza, non può manovrare con la leva fiscale come fanno altri Stati e, ad esempio, non può emettere titoli del debito pubblico europeo. La Banca centrale europea è autonoma dai governi e non può stampare valuta a seconda delle necessità di finanziamento del potere politico. A questo si aggiunge il fatto che nell’Eurozona ci sono profondi squilibri economici. Differenze, anche maggiori, esistono anche altrove, negli Usa e in Cina ad esempio, ma per l’appunto sono riscontrabili nello stesso Stato, che in qualche modo le gestisce. Nell’Eurozona abbiamo grosso modo tre gruppi di Stati. Il primo è composto da Germania, Olanda e Belgio, che hanno strutture industriali con alta produttività e grazie all’euro hanno potuto esportare di più, ricavandone surplus commerciali molto grandi. Il secondo è composto da Paesi più deboli, come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, e la Spagna, che con l’euro non hanno più potuto ricorrere alle consuete svalutazioni competitive e hanno accumulato debiti commerciali enormi specie con il primo gruppo di Stati. In mezzo ci sono alcuni Paesi con situazioni molto differenziate, come l’Italia, la Francia, ecc. I debiti commerciali enormi dei Paesi più deboli hanno incentivato la crescita dei rispettivi debiti pubblici, a sostegno dell’economia privata in difficoltà competitiva. Inoltre, la massa di liquidità immessa a costi bassissimi negli anni scorsi, soprattutto a partite dagli Usa, ha facilitato in questi Paesi anche l’indebitamento delle famiglie. Ma il quadro non sarebbe completo né comprensibile se non considerassimo che lo squilibrio europeo si inserisce in uno squilibrio più generale. Il rapporto Germania – resto d’Europa si ripropone, a livello grande, nel rapporto tra gli Usa, il più grande debitore mondiale, e la Cina, il più grande creditore mondiale. A seguito dello scoppio della crisi dei subprime e a causa del rigonfiamento del debito pubblico gli Usa hanno trovato difficoltà a continuare a finanziarsi con la Cina, timorosa della svalutazione del dollaro e quindi dei titoli di Stato Usa. In particolare il dollaro si è svalutato verso l’euro, con il rischio che il risparmio mondiale venisse dirottato verso l’Eurozona. Dunque, l’attacco all’euro sfrutta le contraddizioni interne della valuta europea, si inquadra in una competizione con il dollaro per l’attrazione del surplus mondiale e si basa sul funzionamento dei mercati finanziari, in cui gli hedge fund muovono miliardi di dollari colpendo rapidamente Paesi e valute che prestino il fianco alle loro operazioni. L’attacco alla Grecia, al Portogallo e alla Spagna, poi, non è pericoloso solo perché una bancarotta di questi Paesi metterebbe in forse l’euro, ma anche perché provocherebbe forti predite tra le banche europee e ripercussioni pericolosissime su tutta l’economia. Infatti, le banche di Eurolandia sono fortemente esposte con il debito pubblico dei Paesi più deboli. Le banche tedesche, ad esempio, detengono 45,2 miliardi di dollari del debito greco, 238 di quello spagnolo e 47,4 di quello Portoghese.

3.Le contraddittorie tendenze verso uno Stato Ue e la necessità del coordinamento dei comunisti europei

Questa crisi, fra le altre cose, sta divaricando, fino quasi al limite della deflagrazione, le contraddizioni dell’economia mondiale. Abbiamo accennato a quella tra Usa e Cina. In Europa, la crisi greca ha messo allo scoperto l’anomalia dell’euro, una valuta senza Stato. E una moneta senza potere dello Stato non può andare lontano. Soprattutto in una fase di crisi mondiale in cui la competizione fra le frazioni di capitale si va facendo sempre più acuta. Per queste ragioni l’eurozona subisce pressioni fortissime a muoversi verso forme di unificazione sempre maggiore. Tuttavia questo movimento avviene in modo molto contraddittorio, perché numerosi sono i contrasti tra le varie frazioni del capitale europeo. Si sono delineate due tendenze. Una prevede addirittura una centralizzazione delle politiche fiscali ed un unico bilancio pubblico dell’Eurozona. Di fatto, questa tendenza prefigurerebbe uno Stato federale europeo. Un’altra tendenza, guidata dalla Germania, si oppone a questa posizione, e, più che un unico bilancio federale, prospetta un maggiore controllo sui bilanci nazionali. La Germania, infatti, teme di perdere la propria egemonia e di dover riequilibrare il proprio surplus commerciale. Quest’ultima posizione sembra per ora essere quella prevalente. Ad ogni modo, quei vincoli di bilancio ai singoli Stati che erano emersi con Maastricht saranno rafforzati, magari con una nuova Maastricht. Già ora sta verificandosi una imposizione centrale ai singoli stati di politiche fiscali restrittive e di tagli alla spesa pubblica, con una forte limitazione alla sovranità dei parlamenti nazionali. Noi, oggi, non possiamo dire con certezza che esito avranno le contraddizioni che sono scoppiate in questi mesi e quali tendenze si affermeranno. Ma sicuramente le cose difficilmente potranno rimanere così come sono. A questo proposito, la domanda che dobbiamo porci è: qual è il carattere della nuova Unione Europea che si sta delineando? Evidentemente una Europa basata sull’accordo dei capitali europei e non dei popoli europei. Circa cento anni fa Lenin sostenne che eventuali Stati Uniti d’Europa, stante il sistema capitalistico, non potevano che essere o impossibili o reazionari, come accordo contro i lavoratori e contro altri imperialismi. Oggi, sembra che quelle parole trovino riscontro nella realtà. Infatti, con una maggiore o una minore egemonia tedesca, questa è una Europa che si attrezza per la competizione valutaria, ovvero per la forma della competizione imperialistica di questo inizio di XXI secolo. E l’adeguamento a tale competizione, che passa per tagli alla spesa sociale e politiche fiscali restrittive, richiede lo schiacciamento dei lavoratori e delle loro condizioni di vita. La Ue ha imposto alla Grecia politiche sociali di lacrime e sangue, che sta estendendo al Portogallo e alla Spagna. Ma politiche simili sono in procinto di partenza in Francia e in Italia. Anche in Germania i salari sono fermi da molto tempo, a dispetto di una produttività che cresce sempre di più. I tagli alla spesa pubblica in questo contesto economico saranno controproducenti ed avranno, da una parte, il risultato di rendere più difficile contrastare la crisi e, dall’altro, quello di consentire la remunerazione di banche e possessori dei titoli di Stato, che la Bce garantirà in ultima istanza potendoli acquistare per la prima volta. La strada scelta dalla Ue, quella neomercantilista, basata sul privilegiare le esportazioni rispetto alla crescita del mercato interno, non farà altro che ampliare le contraddizioni a livello interno e tra aree economiche. Marx riteneva che l’accumulazione capitalistica avrebbe determinato due condizioni: in primo luogo, che il mondo sarebbe stato sempre più interdipendente e, in secondo luogo, che ogni soluzione ai problemi non potesse che essere globale. Questi dovevano essere i presupposti dell’azione dei comunisti. Il mondo, oggi, è divenuto interdipendente e le soluzioni non possono che essere globali. Lo stesso capitale lo dimostra con la sua tendenza a costruire Stati sempre più grandi. Ma le soluzioni del capitale non sono quelle giuste, come abbiamo visto. Il problema, infatti, come avvertiva sempre Marx, è che il governo capitalistico dell’accumulazione accresce, allo stesso tempo, le differenze e i divari e non è in grado di dare soluzioni globali. Oggi, quindi, è venuto il momento che al coordinamento dei capitali europei si contrapponga il coordinamento dei lavoratori e dei partiti comunisti europei. È la realtà stessa, con la sua durezza, che ci impone di affiancare alla dimensione nazionale anche quella europea, alla quale, prima ancora che dall’ideologia, siamo sollecitati dalle condizioni materiali dello scontro di classe. Le lotte a livello nazionale sono necessarie e sono il punto imprescindibile da cui partire, come hanno dimostrato i comunisti greci. Ma stare solo su quel terreno, quando l’avversario sta facendo un salto di qualità su scala continentale nella sua azione, vuol dire mettersi, già sul medio periodo, in una condizione di inferiorità. Per queste ragioni sarebbe necessario lanciare, già da ora, la proposta di un incontro dei partiti comunisti europei per svolgere una analisi della situazione e soprattutto per individuare i punti di una campagna politica che prepari iniziative contro l’Europa del capitale e per l’Europa dei lavoratori.

*Membro del comitato centrale PdCI, responsabile formazione del PdCI di Roma e dell’Associazione MarxXXI