Lettera Aperta a Ferrero, mai Pubblicata da Liberazione

Riflessioni sulla libertà di informazione nell’epoca della P2
e in vista della manifestazione per la libertà di stampa

di Andrea Montella
Caro Ferrero
Ho letto con molta attenzione il tuo articolo su L iberazione del 4
settembre dal titolo “Berlusconi e il piano P 2 sulla stampa” e condivido le
tue preoccupazioni sul degrado della democrazia e sull’attacco all’informazione nel nostro Paese.
Ma vorrei controbattere due affermazioni che fai e aggiungere che tutto
questo degrado non è frutto del caso e della sola cattiveria del “cavaliere
nero” (alias Berlusconi) ma è il risultato di decenni di anticomunismo
praticato costantemente da tutte le frange della borghesia, sia a livello
nazionale che internazionale.
L ’affermazione che Indro Montanelli è stato giornalista e scrittore
“apertamente di destra, ma dalla specchiata indipendenza e libertà”, fa a
pugni con la sua storia personale. “Cilindro” Montanelli è un caso di
beatificazione laica che ha dell’incredibile, dovuta ad alcuni suoi “vescovi”
come Travaglio o agli ex Pci ora Pd, che nasce dalla rimozione di fatti
gravissimi compiuti dal giornalista che danno la misura della forza politica
dell’opinionista di Fucecchio.
Montanelli, ringraziando Benito Mussolini, nel raccontare la sua esperienza
di comandante di una banda di Ascari durante la guerra d’Etiopia così si
esprimeva: «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci
dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era
ora» (Indro Montanelli X X Battaglione E ritreo, Panorama, Milano, 1936,
pag. 226).
In un pezzo per Civiltà Fascista (gennaio 1936) intitolato “Dentro la
guerra” scrisse della sua esperienza africana: «Non si sarà mai dei
dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale
superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno
finché non si sia data loro una civiltà». Ricordiamo che durante la
campagna d’Eritrea Montanelli aveva acquistato una dodicenne come
moglie.
Se a questo punto qualcuno potrebbe osservare “sono errori di gioventù”,
che giudizio dare dell’intervista rilasciata da Montanelli, alla bella età di 69
anni, alla Tiroler Tageszeitung il 28 marzo 1978, dodici giorni dopo il
rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse? «Nessuno può sapere
che cosa ci attende. Molto dipende dalla soluzione del caso Moro. Se Moro
dovesse ritornare a casa e riprendere la sua attività politica con l’aureola
del martire, allora andremmo verso un governo con i comunisti e più tardi
l’uscita dell’Italia dal P atto atlantico e ad una collocazione terzaforzista,
come la Jugoslavia. Se Moro sarà eliminato fisicamente (come Schleyer) o
se torna dopo una umiliante trattativa con le Brigate rosse, allora le cose
possono andare diversamente. In tal caso il compromesso storico
perderebbe il suo grande stratega e nessuno sarebbe in grado di raccogliere l’eredità di Moro».
Questa intervista che sembra un’indicazione precisa su come doveva finire
il presidente della Dc, il progetto del Pci e la Repubblica nata dalla
Resistenza è riportata nel libro di Sergio Flamigni La tela del ragno (Kaos
edizioni).
Gli episodi che ti ho appena riportato, e che sono solo una scelta tra tanti,
penso possano dimostrare come Montanelli si sia sempre adattato al padrone
più forte. Concedendosi magari il lusso di parlare fuori dai denti del
padrone più debole o del più ricattabile. Ma sempre in funzione
anticomunista.
Questo anticomunismo è stato alimentato nel nostro Paese dalle due ali
della borghesia, quella considerata più progressista e incarnata dai De
Benedetti, e quella più reazionaria, dei vari Valletta, Monti, Pesenti, Costa
e dai molti uomini con forti collegamenti con la macchina statale come
Mandelli e Cefis. E anche dalla complicità di molti vertici religiosi di un
po’ tutte le fedi.
Al vertice di questa politica anticomunista si sono posti da sempre gli Agnelli e
le loro strutture politico-culturali (ovviamente di stretta osservanza massonica,
loggia Montecarlo): padroni de La Stampa, della FIAT e presenti nel Corriere
della Sera, gli Agnelli sono la famiglia che, su mandato dei grandi banchieri
internazionali inseriti nel superesclusivo Gruppo dei 17 con Carlo De Benedetti
(vedi Il Mondo dell’11 maggio 1987), nel Bilderberg e nella Trilateral
Commission, aveva il compito di esercitare tutto il potere possibile in questa
parte del mondo per impedire al Pci di andare al governo e modificare, quindi,
gli assetti tra le classi nell’area del Mediterraneo, fondamentale nella più
generale lotta al comunismo, rappresentato dai Paesi dell’Est Europa.
In questo senso Berlusconi è una loro creatura, frutto di un progetto che
viene da lontano: «Nel 1945 un folto gruppo di grandi industriali (tra cui
V ittorio Valletta, Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio, Angelo
Costa e Giovanni Falck) si riunisce a Torino – il 16 e 17 giugno – per
decidere i piani per la “lotta al comunismo con qualsiasi mezzo”, sia con
la propaganda che con l’organizzazione di gruppi armati, questi ultimi
affidati a T ito Zaniboni, un ex deputato socialista vicino alla massoneria
e autore di un attentato a Mussolini che aveva provocato dure ritorsioni
contro la muratoria. Secondo un rapporto dei servizi segreti americani, “le
spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare
l’avventura”. I primi fondi, 120 milioni, sono stanziati subito e vengono
depositati in Vaticano». (da Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti, BUR).
Nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il Pci in forte ascesa, Gianni
Agnelli diceva dei comunisti: «Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare
perché rimangano spazi di libertà per tutti…». E negli anni Ottanta, in
pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: «Quanti anni ci vogliono
ancora, prima che il Pci scompaia?» (Massimo Giannini su la Repubblica,
25 gennaio 2003).
Per far sparire il Pci come voleva Agnelli c’è voluto il lavoro discreto,
riservato e occulto della massoneria e in particolare della P2, con il suo
progetto conosciuto come Piano di rinascita democratica, scoperto il 17
marzo 1981 ma redatto in precedenza.
Ripercorriamone la storia a partire da un torrido luglio del 1975: «Carlo De
Benedetti, leader degli industriali piemontesi, pupillo dell’Avvocato ed ex
compagno di scuola di Umberto, lanciò la “sfida imprenditoriale al P ci”.
L a tesi era suggestiva e partiva da un preciso presupposto. “Non sappiamo
se credere più nel rinnovamento della dc o nel revisionismo del pci”, aveva
detto poco prima l’Avvocato interpretando il disorientamento che
serpeggiava nell’armata industriale. L a Confindustria, insomma, prendeva
ufficialmente le distanze dal mondo politico tradizionale, condannava in
blocco la dc e prendeva atto che il “vuoto di potere” che si era determinato
non poteva essere colmato “dai logori schemi” in cui si muovevano gli
alleati dello scudo crociato: i repubblicani e i socialisti.
Di qui la conclusione piuttosto suggestiva di De Benedettti: è tempo scrisse,
che gli industriali si pongano “come ispiratori di una politica economica
generale, di un consenso che vada ben oltre la sola classe imprenditoriale”.
E d ancora: è tempo che “leader riconosciuti del mondo imprenditoriale e
manageriale siano corresponsabilizzati nella gestione vitale per la
ricostruzione del Paese”».
L a ricostruzione di questa strategia padronale è riportata nello splendido
libro di Cesare Roccati Umberto & C. – Gli anni caldi della Fiat
(Vallecchi, 1977).
Sempre in questo libro viene analizzato cosa c’era dietro la proposta di De
Benedetti (massone della loggia Cavour del Grande Oriente a Torino, con il
brevetto n. 21272 di maestro dal 18 marzo 1975): «Gli osservatori, allora si
interrogarono a lungo. E tutti concordarono su un punto: era finito il
tradizionale collateralismo con la dc ed iniziava per gli industriali l’era di
un “impegno diretto”, come “ministri” di un governo “tecnico”, o
addirittura come “ partito”».
Questo progetto maturato negli studi ovattati della Fondazione Agnelli, il
maggior laboratorio culturale d’Italia, è il canovaccio per far “scendere in
campo” gli imprenditori in politica. Identico nei contenuti al Piano di
rinascita democratica della P2.
L a massoneria con la P2 realizzò una sintesi politica extraistituzionale di
diversi interessi che andavano da quelli dell’alta                    borghesia
capitalistico-finanziaria a quelli dei manager di Stato a quelli religiosi tutti
accomunati dalla paura dell’ascesa del Pci di Berlinguer e dalle sue
proposte politiche del Compromesso storico e dell’Eurocomunismo.
Non è certo frutto della sfortuna che tutti i politici che hanno provato a
realizzare politiche a favore del Pci siano stati assassinati o siano stati
isolati in modo brutale nell’opinione pubblica con l’uso dei classici
espedienti dei servizi segreti: Moro e Olof Palme assassinati. In seguito
inchieste parlamentari, giornalistiche e di studiosi come Sergio Flamigni, il
professor Giuseppe De Lutiis, Mario Guarino, Gianni Flamini solo per
citarne alcuni, hanno dimostrato che in tutti e due i casi la P2 ha avuto un
ruolo fondamentale nella loro eliminazione.
Sino a giungere agli omicidi selettivi di destra e di “sinistra” praticati nel
nostro Paese, che hanno fatto piazza pulita, come diceva il golpista
E dgardo Sogno dei traditori in seno alla borghesia che volevano aperture
politiche al Pci.
Ma in questa politica anticomunista non hanno avuto un ruolo anche certe
formazioni estremiste e socialiste? Come Potere operaio di Toni Negri e
L otta Continua di Adriano Sofri e il Psi di Craxi. Oggi, come allora
mediaticamente coccolati dai giornali padronali? Quanto spazio hanno
avuto e hanno costoro sui media “democratici” nel realizzare quel processo
di revisione continua della storia e della politica, tanto utile per
determinare un radicamento di massa di quell’anticomunismo borghese di
cui Berlusconi è il caso estremo e palese?
In questo processo degenerativo della democrazia hanno avuto un ruolo sia
i Montanelli che gli Scalfari, uno sul fronte della destra politica e l’altro su
quello della sinistra. Tutti e due convergevano nei momenti elettorali sulla
Dc e sinergicamente hanno alimentato l’anticomunismo. Straordinarie
coincidenze anche nelle date di nascita dei loro giornali: Il Giornale esce
nel giugno del 1974 e la Repubblica a gennaio del 1976. Anni fondamentali
e di forte ascesa del Pci. Il Giornale e la Repubblica nel loro modo di agire
nel sistema mediatico ricoprono il ruolo del poliziotto buono e di quello
cattivo durante gli interrogatori. Sia il cattivo che il buono, vogliono la
stessa cosa e lavorano per la stessa struttura…
Gli effetti di questa politica unitaria massonico-borghese hanno trasformato
la società, le istituzioni, i partiti e la nostra Costituzione. E il PD e PDL
non sono quelle formazioni politiche descritte nel Piano di rinascita
democratica nel capitolo Procedimenti? Dove al punto d si afferma:
«…usare gli strumenti finanziari stessi per l’immediata nascita di due
movimenti: l’uno a sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra
e Dc di sinistra), e l’altra sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori,
liberali e democratici della Destra nazionale)». L a nostra estromissione,
dai vari Parlamenti, con i vergognosi e antidemocratici sbarramenti
elettorali da tutti sostenuti, non è andato nella direzione del progetto
piduista? E oggi quale mezzo di comunicazione di massa gestito dai padroni
non vuole un sistema politico più consono ai bisogni dell’impresa, più
accentrato, meno democratico e con i politici asserviti a questo o a quel
padrone in ascesa sul mercato?
Con queste argomentazioni rispondo all’affermazione che fai nel tuo
articolo che Silvio Berlusconi «ha sempre avuto una concezione tutta e solo
“proprietaria”, nel senso classico e peggiore del termine, quello
ottocentesco, dei giornali e delle televisioni. Per il premier, cioè, i media o
sono “i suoi” o non devono mai disturbare il manovratore».
L a massima libertà concessa attualmente a un cittadino è per quale padrone
tifare. Cosa cambia per un proletario se il padrone dei giornali e delle Tv si
chiama Berlusconi o Murdoch o De Benedetti o Agnelli? L’informazione da
quando c’è stato un incremento delle T v private è migliorata? Ha
contribuito a migliorare il nostro Paese, lo ha reso più civile ed evoluto?
L a risposta alla luce dei fatti non può che essere negativa. Quindi non è la
quantità di televisioni e di giornali che garantisce la qualità
dell’informazione. L a qualità dell’informazione è strettamente legata alla
possibilità da parte dei lavoratori del settore, di raccontare la verità sociale
che sta dietro ad un fatto di cronaca, che non può essere raccontato in modo
asettico o a favore degli interessi del padrone di turno.
Chi può garantire un’informazione che non sia solo uno strumento dei
padroni per espandere la loro egemonia e un semplice strumento di guerra
psicologica in funzione antiproletaria? Io penso che solo lottando per
togliere ai padroni i mezzi di comunicazione, dandoli in gestione
direttamente ai lavoratori di quel settore si possa ottenere un riequilibrio
verso un sistema dell’informazione che sappia coniugare democrazia,
informazione corretta e reale indipendenza, che sono fondamentali per una
crescita civile del nostro Paese.
Quindi lavoriamo per liberare la società da questa dittatura mediatica
facendo noi come comunisti, chiarezza sino in fondo, sul ruolo dei media
nell’era del progetto piduista capitalista, costruendo una proposta politica
contro la privatizzazione dei mezzi d’informazione e facendo del nostro
giornale uno strumento di lotta politica e un modello di informazione
veritiera come lo fu l’Unità. Un giornale costruito da dirigenti politici che
sapevano collocare anche la libertà d’informazione e le alleanze all’interno
delle dinamiche della lotta di classe.
Saluti comunisti
Andrea Montella
16 settembre 2009

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