ANDRE’ MEYER Il banchiere che mandava tutti a Cuccia

da Valori n.47 Marzo 2007

Sommario: Diceva di sé: «Perché essere antipatici quando, con minimo sforzo, si può essere odiosi?».
Autodidatta, ateo, di modi bruschi e sgradevoli, André Meyer ha bloccato con la sua banca e il suo potere lo sviluppo della democrazia, sia in Italia che nel resto del mondo.

di Andrea Montella
André Meyer nasce in Francia nel 1898: di origini modeste (suo padre era un venditore di stampe parigino), nel 1914 abbandona gli studi a sedici anni per fare il fattorino da un agente di cambio della Borsa di Parigi.
Esonerato dal servizio militare per una leggera malformazione cardiaca, il giovane Meyer ha comunque una tempra eccezionale ed è un lavoratore instancabile; dorme in media quattro ore e alle 6 del mattino è già al suo posto di lavoro alla “Baur et Fils” dopo essere passato nelle redazioni a ritirare i giornali, freschi di stampa, con le quotazioni delle Borse estere.
Divenuto agente di cambio, viene notato da David Weill della Lazard, banca con la quale inizia la sua collaborazione nel 1927.
La Lazard Frères, nata come impresa tessile grazie agli eredi di Abraham Lazard, ebreo boemo, emigrato da Praga in Francia nel 1792 sulle spinte di libertà e dei diritti civili del periodo rivoluzionario, ha un successivo sviluppo in America, a New Orleans, e in seguito a San Francisco con lo scoppio della febbre dell’oro californiano. È proprio in quel periodo che iniziano le fortune dei fratelli Lazard: grazie ad una serie di matrimoni ben congeniati, il commercio dei tessuti, l’oro e le valute, nel 1876 viene fondata la banca, che diventa leader nelle spedizioni navali di oro sulla rotta Europa-Usa e apre sedi a Parigi, Londra e New York.
André Meyer è in perfetta sintonia con la descrizione dei banchieri Lazard fornita da Anne Sabouret, autrice di “MM. Lazard Frères et Cie. Une Saga de la fortune” (Olivier Urban, Parigi 1987): «Banchieri di sinistra, radicalsocialisti, patrioti, anticlericali, visceralmente anticomunisti».
Sposatosi con Bella Leheman, della ben nota dinastia di “gnomi” (chissà se fu vero amore), iniziò da protagonista la carriera di banchiere in quella ristretta cerchia di uomini che, in Francia come nel resto del mondo, sono anche ai vertici della massoneria. Il successo di André Meyer è rapido quanto la sua sete di denaro e di potere: a trent’anni è partner della banca privata Lazard Frères.
Dieci anni dopo aveva contribuito a salvare la nota fabbrica d’auto Citroën, aveva fondato la prima società francese di credito al consumo e ricevuto la Legion D’Onore.
La banca Lazard supera indenne la crisi economica degli anni ’30, grazie alle sue conoscenze in tutti i gangli del potere ed evita la nazionalizzazione nel 1936, quando in Francia va al potere il Fronte popolare.
Costretto, in quanto ebreo, all’esilio dall’invasione nazista, si trasferisce negli Stati Uniti, dove rileva la succursale di New York della Lazard, che diventa in pochissimo tempo la più spregiudicata banca d’investimento americana.
Alla sua morte, avvenuta nel 1979 a 81 anni, lascia un capitale di 90 milioni di dollari; sembra però che la reale consistenza del suo patrimonio oscillasse da un minimo di 300 ad un massimo di 800 milioni di dollari. Chi lo ha conosciuto afferma che, per non essere colpito dalle tasse di successione, abbia passato gli ultimi dieci anni della sua vita a smantellare ed a occultare la sua ricchezza tramite varie donazioni di famiglia.
Meyer è stato l’eminenza grigia, dell’uomo considerato l’eminenza grigia della finanza italiana: Enrico Cuccia, iscritto alla loggia Giustizia e Libertà (codice OHN+071/M1) fu guidato da lui sia a livello nazionale che internazionale, sin dagli inizi della sua carriera, quando nel 1942 Cuccia, a soli 35 anni era un alto funzionario della Banca Commerciale e in quella veste partecipò agli incontri sul dopoguerra per stabilire quale assetto economico e politico dovesse avere l’Italia. Incontri avvenuti fra esponenti della massoneria italiana, come Ugo La Malfa e quella americana nella persona di George F. Kennan, allora membro della Fabian Society e del CFR; in quell’occasione Cuccia ebbe da André Meyer il massimo sostegno possibile.
Meyer e Cuccia si trovano alleati in diverse battaglie che hanno segnato le sorti del nostro Paese: i due avevano la stessa visione sul ruolo che in Italia doveva avere l’industria di Stato e Mediobanca, ovvero che dovevano sparire, essere privatizzate e lasciare spazio solo al capitalismo privato che aveva negli Agnelli le figure di maggior prestigio e dei quali curavano gli interessi economici.
Con molta discrezione iniziano la privatizzazione di Mediobanca attraverso Euralux, società lussemburghese che nel 1973 deteneva il 4,73% delle Generali, e aveva un CdA composto da Gianluigi Gabetti (Ifint, la finanziaria degli Agnelli), Antoine Barnheim della Lazard Frères, André Roosa presidente della Concordia assicurazioni delle Generali, Michel David Weill presidente della Lazard Frères Group ed altri. Entrando Euralux in Mediobanca si sarebbe modificato l’assetto a favore del capitale privato che, in questo modo, poteva iniziare un’imponente ristrutturazione in vasti settori sia finanziari che industriali, con una particolare attenzione verso i mezzi d’informazione.
Mentre gli Agnelli, infatti, controllavano la Rizzoli, una misteriosa società di Londra la Pearson, che controllava il Financial Times, l’Economist, la Penguin, la Westminster press ecc., deteneva anche il 50 per cento del nuovo raggruppamento Lazard partners. Questo progetto ricorda quell’auspicato intervento della massoneria, descritto nel Piano di rinascita democratica, che sarà realizzato in Italia da Silvio Berlusconi.
Nei loro piani non erano previsti né i comunisti, né Enrico Mattei, definito dai due “il demonio”. Il presidente dell’ENI voleva mettere in discussione in Italia famiglie considerate la struttura del capitalismo nostrano e nel settore energetico i grandi gruppi petroliferi, le famose Sette sorelle, che si avvalevano dei servigi della Lazard.
Mattei inoltre voleva espandersi anche nel settore della chimica; fu questa la ragione che spinse i due “gnomi” alla trasformazione della Montecatini – di cui Meyer era consigliere d’amministrazione – in Montedison.
Furono insieme anche nella lotta contro Michele Sindona, che voleva diventare il nuovo deus ex machina della finanza italiana e internazionale alleandosi con la Continental Illinois national bank, Paribas e Lehman e Brothers (azionista sino al 1969 di Mediobanca) e sostituire Cuccia in questo ruolo, utilizzando inoltre le enormi disponibilità di denaro della mafia. Ma sia Mattei che Sindona non hanno valutato nel dovuto modo il fatto che Cuccia era cugino di Vito Guarrasi, un avvocato siciliano che della mafia conosceva tutti i segreti.
Guarrasi soleva dire: «Clienti, soltanto clienti. Io sono come il medico: mi chiamano in situazioni disperate quando hanno  bisogno di farsi tirare fuori dai guai».
Guarrasi e Cuccia sono stati i punti di equilibrio della complessa situazione geopolitica in cui si trovava e si trova ancora oggi l’Italia. Il primo è stato probabilmente l’uomo di congiunzione e mediazione tra gli interessi americani ed il sistema mafioso. Il secondo ha rappresentato più direttamente gli interessi del vertice economico anglo-americano nel nostro Paese. Tutti e due hanno concorso a indebitare e togliere autonomia economica e politica all’Italia. Sono loro che hanno eseguito in modo attento e discreto le direttive nate nel periodo della guerra fredda, eliminando di volta in volta ogni ostacolo. Difatti chi si è messo contro di loro ha perso la battaglia e la vita.
Stessa sorte è toccata a Salvador Allende, il presidente del Cile, eletto democraticamente e rovesciato da un colpo di Stato nel 1973. Il golpe fu promosso dai militari cileni e appoggiato dal governo americano e dalla multinazionale ITT che sulla vicenda aveva come consulente la Lazard.
Possiamo ben dire, parafrasando Meyer, che hanno saputo con minimo sforzo rendersi odiosi.

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