Archivio per marzo 2010

Spese Militari: caccia F-35

La Corte dei conti Usa: prezzo raddoppiato e ritardo di due anni per il progetto internazionale

Manlio Dinucci

Il costo del cacciabombardiere F-35 Lightning II è lievitato da 50 a 113 milioni di dollari per aereo: ne dà notizia Il Sole 24 Ore (18 marzo). Non è uno scoop: un anno fa avevamo scritto su il manifesto (15 aprile 2009) che «il caccia verrà a costare più del previsto». Lo provava già allora il fatto che, per acquistarne 131, il governo italiano aveva deciso di stanziare 12,9 miliardi di euro.
Ora la Corte dei conti Usa conferma che il costo è quasi raddoppiato e, di fronte un ritardo di due anni e mezzo sui tempi previsti, il Pentagono chiede alla Lockheed di modificare il contratto e trasformarlo a prezzo fisso. Il Congresso dovrà riapprovare il programma  il più costoso della storia militare Usa (323 miliardi di dollari per 2457 aerei)  «benché nessuno si aspetti un suo ridimensionamento».
Nel Parlamento italiano invece tutto tace, grazie al fatto che la partecipazione al programma dell’F-35 è sostenuta da uno schieramento bipartisan. Il primo memorandum d’intesa venne  firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come  partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia.
Vi sono impegnate oltre 20 industrie, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica,  Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre come Aerea e Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre 1200 ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia  destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo il governo ha stanziato 605 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia: non dice però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche.
Intanto l’aeronautica italiana continua a ripetere che «vuole il caccia F-35» e lo stesso fa la marina. Intervistato dal Sole 24 Ore (5 febbraio), il gen. Giuseppe Bernardis, nuovo capo di stato maggiore dell’aeronautica, ha detto che «i soldi per l’acquisto di nuovi velivoli sono sufficienti», ma scarseggiano quelli per l’addestramento.
Per far tornare i conti, l’aeronautica vuole limitare l’acquisto del caccia Eurofighter Typhoon (costruito da un consorzio europeo) a 96 aerei anziché 121, e cerca di vendere una ventina di Typhoon di seconda mano alla Romania e altri paesi. Si dà quindi priorità al caccia della Lockheed, superiore (garantisce Il Sole 24 Ore) per la sua «invisibilità e la sua capacità di attacco». Una scelta non solo militare ma politica, che lega l’Italia ancora più strettamente al carro da guerra del Pentagono.

(il manifesto, 20 marzo 2010)

www.disarmiamoli.org

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Cena a Managua con Camillo l’ultimo latitante di via Fani

ANDREA COLOMBARI, RAPHAEL ZANOTTI


da la stampa

C’ è il Papa, c’è suo padre con il Pontefice, c’è lui bambino che gioca con una palla nei Giardini Vaticani. Poi altre foto di una Roma in bianco e nero, e poco più in là, sulla parete, le mandibole di grossi squali toro. «Alcune persone sono già morte quando nascono, la loro è una vita in attesa della morte. Io invece ho avuto molte vite». Sei ergastoli sulle spalle e mai un giorno di galera: lo immagineresti deciso e imperioso l’uomo che da 28 anni è uno dei più grandi ricercati d’Italia. E invece eccolo qui, Alessio Casimirri, 59 anni, basso e ben piazzato, capelli neri e maglietta rossa aderentissima infilata nei pantaloni. La voce esce stridula, esitante: «Siete italiani? Anche io lo ero». Casimirri ne ha avute tante, di vite. In quella di adesso fa il ristoratore, sospeso tra il suo locale storico a Managua, La Cueva del Buzo, e le battute di caccia subacquea a San Juan Del Sur, dove da poche settimane ha aperto il suo secondo ristorante, il Dona Ines.

Nella vita precedente era «Camillo», nome di battaglia dell’unico brigatista ancora latitante che fece parte del commando Moro. Prima ancora, un bambino cresciuto tra i palazzi papalini, dove il padre è stato per trent’anni il potentissimo capo dell’ufficio stampa della Sala Vaticana. «Scrivere un libro sulla mia vita? Ci ho pensato più volte. Ma vorrei andare oltre: pensavo a un film a Hollywood, come mio padre». Ci sarebbe materiale per Freud, se non fosse imbarazzante. Nel suo locale in Nicaragua, mentre infila un Dvd nel registratore per mostrare le sue imprese di pescatore subacqueo, Casimirri racconta: «Il film del mandolino del capitano Corelli (quello con Nicholas Cage protagonista, ndr) è la storia di mio padre. Mi raccontava fin da piccolo della sua campagna a Cefalonia. Tutti gli episodi sono veri, anche la ragazza, solo che non era greca, era croata. Si chiamava Nada, mio padre andò a prenderla in Grecia dopo la guerra e la portò in Italia. Poi però si lasciarono».

Casimirri non ha più i baffi come nella foto che campeggia sul menù del suo locale, quella in cui in posa plastica e muta mimetica esibisce orgoglioso due prede ancora gocciolanti. Sa tutto della pesca subacquea e delle prede: come si spostano, cosa mangiano, quando. Ma non appena si tocca l’argomento Moro, si chiude a riccio. Nel libro, o nel film, ci sarà un capitolo anche sul rapimento? «Non mi toccare questo tasto» dice facendo intuire che smetterà di parlare. L’Italia ha chiesto più volte la sua estradizione ma il Nicaragua dei sandinisti si è sempre opposto: sebbene entrato nel Paese sotto falso nome, Casimirri si è sposato con una nicaraguense, ha avuto tre figli ed è diventato cittadino del Nicaragua a tutti gli effetti. Niente da fare. Nel 2006 un italiano lo ha riconosciuto in Costarica, a El Ostional, cittadina a un passo dal confine.

Ci andava spesso, aveva aperto un altro locale. L’italiano ha fatto una soffiata ai Servizi, è stata organizzata una trappola per catturarlo. Ma qualcuno, forse, lo ha avvertito: «Vedo persone strane che girano nel mio locale, l’Italia vuole per forza arrestarmi. Ma io il giorno del rapimento Moro insegnavo educazione fisica in una scuola» ha dichiarato a El Nuevo Diario, giornale di Managua, nell’unica intervista che abbia mai rilasciato. A El Ostional non si è fatto più vedere. L’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli è andato su tutte le furie: «Così non lo prenderemo mai». È l’ultimo rimasto. Rita Algranati, la sua ex moglie, è stata catturata nel 2004 in Egitto con il suo nuovo compagno. Casimirri, nel suo locale dove si cena con 50 dollari in un Paese dove un taxista ne guadagna 400 al mese, invece parla di pesci e di gare subacquee.

Su un tavolino, le coppe: campione nazionale di pesca subacquea del Nicaragua, più altre due della gara a El Ostional del 2009. Ci ha messo solo tre anni a ritornarci. Al tavolo affianco siede l’anziana madre. «Da quando è morto mio padre, tutti le chiedono i documenti del suo archivio personale – spiega Casimirri – ma lei non li dà». Al momento di pagare fa 49 dollari. Carta di credito? «Eh, così fa di più». Qualcosa di italiano pare gli sia rimasto. Nonostante le numerose richieste italiane, il governo nicaraguense si è sempre opposto all’estradizione di Alessio Casimirri. L’ultimo rifiuto è arrivato dalla Corte Suprema di Managua nel 2005. I primi tentativi risalgono all’inizio degli anni Novanta, ovvero dopo la sconfitta elettorale dei sandinisti che avevano offerto ospitalità alla primula romana. Di fatto si arenano subito. Casimirri, che è arrivato in Nicaragua nel 1982 sotto falso nome, nel 1986 sposa Raquel Garcia Jarquin, cittadina nicaraguense, e diventa nicaraguense anche lui. La cittadinanza gli viene revocata però nel 1993, quando si scopre che si è sposato con falsi documenti. Casimirri affronta un periodo di latitanza, che però termina dopo poco, quando la sua posizione tornerà legale. Viene bocciata anche un’ulteriore richiesta del 1999.

Taormina: ci terremo Berlusconi fino al 2020

15-03-2010

di Alessandro Gilioli <http://domani.arcoiris.tv/?author=197>

*L’avvocato Carlo Taormina racconta i piani segreti del presidente del Consiglio: “Lo conosco bene. Andrà alle elezioni nel 2011. Farà fuori Schifani come ha fatto fuori Pisanu e Pera. Hanno preso il sopravvento Bondi, Cicchitto e Verdini”*

“Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam”.

Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a*“Piovono Rane”* dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.

*Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?*
La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale.

*Mi spieghi meglio.*
Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere ( ed ha ottenuto ) il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma finirà in un cassetto.

*E perché?*
Perché il processo breve gli serve solo per alzare il prezzo della trattativa. A un certo punto rinuncia al processo breve per avere in cambio il legittimo impedimento, cioè la possibilità di non presentarsi alle udienze dei suoi processi e di ottenere continui rinvii. Guardi, la trattativa è già in corso e l’Udc, ad esempio, ha detto che se lui rinuncia al processo breve, vota a favore del legittimo impedimento.

*E poi che succede? Che c’entra il Lodo Alfano bis?*
Vede, la legge sul legittimo impedimento è palesemente incostituzionale, e quindi la Consulta la boccerà. Però intanto resterà in vigore per almeno un anno e mezzo: appunto fino alla bocciatura della Corte Costituzionale. E Berlusconi nel frattempo farà passare il Lodo Alfano bis, come legge costituzionale, quindi intoccabile dalla Consulta.

*Mi faccia capire: Berlusconi sta facendo una legge – il legittimo impedimento -che già sa essere incostituzionale?*
Esatto. Non può essere costituzionale una legge in cui il presupposto dell’impedimento è una carica, in questo caso quella di presidente del consiglio. Non esiste proprio. L’impedimento per cui si può rinviare un’udienza è un impegno di quel giorno o di quei giorni, non una carica. Ad esempio, quando io avevo incarichi di governo, molte udienze a cui dovevo partecipare si facevano di sabato, che problema c’è? E si possono tenere udienze anche di domenica. Chiunque, quale che sia la sua carica, ha almeno un pomeriggio libero a settimana. Invece di andare a vedere il Milan, Berlusconi potrebbe andare alle sue udienze. E poi, seguendo la logica di questa legge, la pratica di ottenere rinvii potrebbe estendersi quasi all’infinito. Perché mai un sindaco, ad esempio, dovrebbe accettare di essere processato? Forse che per la sua città i suoi impegni istituzionali sono meno importanti? E così via. Insomma questa legge non sta in piedi, è destinata a una bocciatura alla Consulta. E Berlusconi lo sa, ma intanto la fa passare e la usa per un po’ di tempo, fino a che appunto non passa il Lodo Alfano bis, con cui si sistema definitivamente.

*Come fa a esserne così certo?*
Ho lavorato per anni per Berlusconi, conosco le sue strategie. Quando ero il suo consulente legale e mi chiedeva di scrivergli delle leggi che lo proteggessero dai magistrati, non faceva certo mistero del loro scopo ad personam. E io gliele scrivevo anche meglio di quanto facciano adesso Ghedini e Pecorella.

*Tipo?*
Quella sulla legittima suspicione, mi pare fossimo nel 2002. Gli serviva per spostare i suoi processi da Milano a Roma. Lui ce la chiese apertamente e noi, fedeli esecutori della volontà del principe, ci siamo messi a scriverla. E abbiamo anche fatto un bel lavoretto, devo dire: sembrava tutto a posto. Poi una sera di fine ottobre, verso le 11, arrivò una telefonata di Ciampi.

*Che all’epoca era Presidente della Repubblica.*
Esatto. E Ciampi chiese una modifica.

*Quindi?*
Quindi io dissi a Berlusconi che con quella modifica non sarebbe servita più a niente. Lui ci pensò un po’ e poi rispose: “Intanto facciamola così, poi si vede”. Avevo ragione io: infatti la legge passò con quelle modifiche e non gli servì a niente.

*Pentito?*
Guardi, la mia esperienza al Parlamento e al governo è stata interessantissima, direi quasi dal punto di vista scientifico. Ma molte cose che ho fatto in quel periodo non le rifarei più. Non ho imbarazzo a dire che ho vissuto una crisi morale, culminata quando ho visto come si stava strutturando l’entourage più ristretto del Cavaliere.

*A chi si riferisce?*
A Cicchitto, a Bondi, a Denis Verdini, ma anche a Ghedini e Pecorella. Personaggi che hanno preso il sopravvento e che condizionano pesantemente il premier. E l’hanno portato a marginalizzare – a far fuori politicamente – persone come Martino, Pisanu e Pera. E adesso stanno lavorando su Schifani.

*Prego?*
Sì, il prossimo che faranno fuori è Schifani. Al termine della legislatura farà la fine di Pera e Pisanu.

*Ma mancano ancora tre anni e mezzo alla fine della legislatura…*
Non credo proprio. Penso che appena sistemate le sue questioni personali, diciamo nel 2011, Berlusconi andrà alle elezioni anticipate.

*E perché?*
Perché gli conviene farlo finché l’opposizione è così debole, se non inesistente. Così vince un’altra volta e può aspettare serenamente che scada il mandato di Napolitano, fra tre anni, e prendere il suo posto.

*Aiuto: mi sta dicendo che avremo Berlusconi fino al 2020?*
E’ quello a cui punta. E in assenza di un’opposizione forte può arrivarci tranquillamente.

Carlo Taormina, avvocato, ex deputato e sottosegretario dei governi Berlusconi uno e due.

Questa intervista è apparsa sul blog “Piovono Rane”, curato da Alessandro Gilioli

La ‘ndrangheta parla romanesco. E si affilia alla massoneria

da http://roma.indymedia.org

Lunedì 04/01/2010 – 12:43

INCHIESTADal porto di Gioia Tauro al mercato di Piazza Vittorio a Roma. Gli affari dei Molè e gli investimenti nel Lazio.
Punta decisamente a Roma la ‘ndrangheta, soprattutto come territorio per il riciclaggio dei capitali accumulati nelle tradizionali attività criminali. E nella lunga marcia di conquista silenziosa della capitale si allea e stringe accordi con pezzi di massoneria, rappresentanti del Rotary Club negli Usa ed ex appartenenti alla P2.
L’operazione “Maestro” dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria – che ha portato agli arresti 29 persone – ha smantellato l’influenza della ‘ndrina Molè sul Porto di Gioia Tauro. L’affare d’oro, in questo caso, era la gestione dell’importazione di scarpe e abbigliamento dalla Cina. Pezzi destinati al commercio nel centro Italia, dal mercato all’ingrosso che gira intorno a Piazza Vittorio a Roma, fino ai distributori cinesi di Prato.
Tra gli arrestati ci sono due imprenditori che gravitavano nell’area dei Castelli romani, amministratori di un albergo di lusso alle porte di Roma, dove, secondo la Dda, le ‘ndrine della piana di Gioia Tauro stavano investendo i milioni di euro provenienti dal commercio con la Cina. Si tratta di Angelo Boccardelli, segretario dell’ex ambasciatore di San Marino Giacomo Maria Ugolini, gran maestro della loggia del Titano, e di Giorgio Balestrieri, vice presidente del Rotary Club di New York e tessera numero 907 della loggia P2. Due pezzi importanti dell’area grigia di contiguità tra la ‘ndrangheta e la massoneria.
Boccardelli e Balestrieri, grazie ad una fondazione dedicata all’ex ambasciatore Ugolini, avevano da tempo avviato una serie di affari nel campo turistico vicino Roma. Già nel 2003 la fondazione oggi guidata dai due accusati di concorso esterno in associazione mafiosa aveva acquistato l’ex residenza di Sophia Loren, valutata diversi milioni di euro. Un affare andato in porto anche grazie all’interessamento dell’allora vice presidente del Consiglio Regionale del Lazio Renzo Carella, secondo quanto riferito in un’intervista al Corriere della sera. Nel 2005 i due imprenditori dirottarono il proprio interesse sull’albergo Villa Vecchia di Monte Porzio Catone, entrando subito dopo in affari – secondo i magistrati di Reggio Calabria – con esponenti delle cosche calabresi.
Sulla gestione dell’albergo si era scatenata poi una vera e propria guerra tra diversi gruppi della ‘ndrangheta, a dimostrazione dell’estremo interesse per i gruppi criminali calabresi nell’investimento nelle strutture turistiche del Lazio.
Il curriculum di Giorgio Balestrieri – qualora fossero confermate le accuse – disegna uno scenario di penetrazione della ‘ndrangheta preoccupante. Ufficiale della marina militare dal 1963 al 1981 – secondo il curriculum disponibile su diversi siti – il suo nome risulta nell’elenco degli affiliati alla P2 sequestrato nel marzo 1981 a Castiglion Fibocchi. Secondo il suo profilo professionale, Balestrieri oggi si occupa di tecnologie militari e di sicurezza, dopo essere stato ufficiale Nato per diciotto anni. È l’unico dei 29 indagati a non essere stato arrestato: per i Carabinieri del Ros è ufficialmente irreperibile.

“Berlusconi? Cade a marzo” Intervista a Daniele Luttazzi intervista del 05/11/2009

da la Stampa

Andrea Scanzi
Il satirico più amato e odiato d’Italia non si ferma. Nuova stagione teatrale (Va’ dove ti porta il clito), tournèe musicale per i club, palestra comica nel suo blog, blitz a RaiNews (“la giornalista è una mia amica”) e un libro per Feltrinelli (La guerra civile fredda). Daniele Luttazzi è ovunque, tranne che in tivù. E ha una certezza: “Silvio Berlusconi è finito, a marzo cade”. Ecco un’intervista senza rete, in esclusiva per questo blog.

Perché riprendere la parodia di Susanna Tamaro?
“In origine era uno spettacolo del ’96, l’autrice mi fece causa e la perse. La prima di una lunga serie. L’ho riscritto per più di metà, il tono è satirico-surreale. Il libro della Tamaro esprimeva tutti quei valori, per me decrepiti, che ne spiegavano il successo. Valori da spazzare via con la satira: si percepiva che portavano con sé qualcosa di fascistoide. Ora quei valori sono diventati un programma di governo. Un incubo esistenziale per molti. Non a caso adesso l’autrice scrive per Famiglia Cristiana”.

Lo spettacolo comincia con un’affermazione impegnativa: “Questo monologo celebra la fine del regno birbonico”.
“Con la bocciatura del Lodo Alfano, Berlusconi giustamente dovrà andare a processo. Tutto un sistema di potere che convergeva sulla sua figura si dissolverà come neve al sole. Credo verso marzo. Andremo a elezioni anticipate, governo tecnico, eccetera. Berlusconi è finito: do questa bella notizia ai lettori. Ora bisogna occuparsi di chi Berlusconi ce l’ha messo. Ovvero gli italiani. Berlusconi è l’ennesima espressione dell’eterno fascismo italico, che come un fiume carsico viene ciclicamente in superficie e provoca danni. Come diceva Petrolini quando qualcuno dal loggione lo importunava: “Io non ce l’ho con te, ce l’ho con quello accanto a te che non te butta de sotto”. Ecco: gli italiani sono quelli accanto a lui. Berlusconi è finito, il berlusconismo no”.

Se gli italiani restano malati di fascismo congenito, perché Berlusconi cadrà a marzo?
“Alcuni indicatori – settori della finanza, economia, politica, industria, Vaticano, USA- segnalano, come un aumento di radon dal sottosuolo, che Berlusconi anche per loro è superato. Da adesso fino a marzo sarà solo un problema di tempi tecnici. Berlusconi andrà a processo, verrà condannato e materialmente salterà. E’ stato già mollato. Servono altri personaggi, dicono Fini. Lo Stato, a quel livello cui noi non abbiamo accesso, non può permettere che uno come Berlusconi demolisca i fondamenti della Costituzione”.

C’entra anche l’immagine dell’Italia all’estero?
“Un po’ sì. Non è possibile che gli italiani siano diventati lo zimbello d’Europa per colpa di una persona malata, che ha problemi con le donne e con l’universo mondo. Questo però, attenzione, è solo l’epifenomeno. E’ molto più grave che Tremonti e Berlusconi, da un punto di vista economico, non abbiano fatto nulla per uscire dalla crisi economica. Assolutamente nulla, anche se il Tg1 di Minzolini non lo dice”.

Anche il Vaticano ha scaricato Berlusconi?
“Sì. La Chiesa è così: finché Berlusconi ha uno stalliere mafioso in casa, va bene. Falso in bilancio, corruzione, leggi ad personam: okay. Se però Berlusconi va a letto con una puttana, allora no, questo non si può fare. Spero che abbiano capito che non esiste una persona più profondamente anticattolica di Berlusconi. I suoi riferimenti sono altri, il suo stesso mausoleo non brilla certo per simbolismi cristiani”.

Lei non è mai stato tenero con il Pd. E’ diventato più indulgente dopo le primarie?
“No. Lo dicevo anche due anni fa, in due interviste a Repubblica e Unità. Stavano tirando la volata a Veltroni e mi chiesero cosa pensassi del Pd. Io risposi che il Pd era un’inevitabile stronzata. Tagliarono domanda e risposta. Il Pd è un progetto inconsistente e sbagliato. Anche la narrazione del Pd è inadeguata. Il Pd non sa chi rappresenta: a chi parla? Cosa dice? Non lo sa. Va sempre in televisione, ma parla a vanvera. Non ha alcuna efficacia. Sentire D’Alema che parla di “amalgama non riuscito” e vederli ancora impegnati nelle baruffe chiozzotte, non stupisce. Però, anche qua: perché un satirico due anni fa c’era arrivato e gli Scalfari no? Stanno ancora lì a fare propaganda”.

Chiederlo a lei fa un po’ ridere, ma esiste un problema di libertà d’informazione?
“Certo. All’origine di tutto c’è il conflitto di interessi berlusconiano. Inoltre, in Italia, la voce libera da appartenenze non ha accesso. Esistono clan di sinistra, clan di destra, chiesa, massonerie. Ciascuno difende interessi particolari. Io aspetto ancora che Repubblica faccia una seria inchiesta sulla Sorgenia di De Benedetti, sui progetti Sorgenia di produrre energia bruciando paglia o metano ad Aprilia e in Val D’Orcia. Oltretutto il progetto Aprilia fu autorizzato da Pierluigi Bersani, quando era ministro. E aspetto ancora che qualcuno chieda conto ai maggiori propagandisti italiani della guerra in Iraq, Giuliano Ferrara e Carlo Rossella, delle centinaia di migliaia di morti innocenti. L’ottava puntata di Decameron parlava di questo, ma mi hanno sospeso alla quinta”.

Internet è più libero?
“Su Internet ho enormi riserve. Innanzitutto è un Panopticon micidiale: i carcerati sono anche i carcerieri. Chi interviene in un blog, è osservatore e osservato. I suoi gusti sono monitorati sempre. La tua personalità viene trasferita interamente in Rete, fino al caso micidiale di Facebook. A quel punto non avrai più difese: c’è un’area del pudore che Internet violenta costantemente. Baudelaire diceva che l’artista è sempre quello che mantiene viva la sua vulnerabilità, la sua sensibilità. Quello che non viene ottuso dall’alienazione. Se non ti proteggi, ti offri alla violenza. Il web diventa uno spazio molto impudico. Inoltre il web favorisce il populismo, come dimostra il caso Grillo. Fra l’altro, la sua “democrazia dal basso” non è che marketing partitico in cui sono esperti quelli della Casaleggio Associati, la società che ne segue le mosse. Il modello è la guerrilla advertising del Bivings Group”.

Però almeno Grillo ha sciolto l’ambiguità: non più satirico, ma politico. Quello che lei gli aveva chiesto dopo il primo V Day.
“Sì e no. L’ambiguità non è stata risolta completamente. Grillo ha creato un partito. Da quel momento, ogni suo punto di vista è pregiudiziale. Fine della satira. Adesso i suoi sono comizi. A pagamento. La satira è politica, ma l’attività partitica è un’altra cosa. Al Franken, grande satirico, si è candidato coi democratici, ora è senatore, e ha subito smesso di fare spettacoli satirici. Grillo no”.

Il satirico, in tutto questo, che ruolo ha?
“Far ridere commentando i fatti. Quando funziona, i bersagli non ridono. Il satririco inquadra il problema e lo mette in prospettiva. Non dà indicazioni su come comportarsi o dire per chi votare, ma fa sì che ognuno si interroghi e cominci un percorso personale di approfondimento. L’arte fa questo: ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. Rimane. La satira ha il ruolo della poesia: apparentemente nullo. Ma bisogna credere in ciò che si fa. Poi, una volta scoperte certe cose, il pubblico potrà anche rimpiangere il Matrix di prima, perché magari aveva un buon sapore. Ma il compito del satirico resta quello: provare a svelare il Matrix”.

Molti satirici si sono avvicinati a Di Pietro. Lo stesso Travaglio, da lei “lanciato” in tivù, non lo nasconde. Luttazzi no. Perché?
“Sarebbe un atteggiamento di parte. La satira non è propaganda per questo o quel partito. Con la sua arte, il satirico ricrea un’agorà in cui suggerisce dubbi e lascia liberi di decidere. L’arte ha tempi più lunghi della politica, ma è inesorabile. La satira ha una sua nobiltà, di tipo artistico, molto più potente della semplice denuncia partitica. L’artista è il primo che deve mettersi in discussione, non deve credere di avere sempre ragione. Si tratta di rispettare il pubblico, non di plagiarlo. Io ho ricevuto una solida educazione cattolica. Agli inizi mi capitava di dire battute sulla religione che mi facevano molto ridere, anche se non le condividevo ideologicamente. Dopo vent’anni, ho scoperto che quelle mie battute avevano ragione. Devi fidarti della piccola verità che c’è in una risata. La satira ti rende terzo a te stesso”.

Tutte queste cose, lei potrebbe dirle da Santoro, ma non ci va. Non potrebbe sfruttare lo spazio come Sabina Guzzanti?
“E’ una buona obiezione, ma io conosco il potere del contesto. Ho rifiutato anche Celentano e la conduzione di Sanremo: certi contesti sono più forti di te. Basta leggere McLuhan. Se vai a Sanremo, sei Sanremo. Non sei tu”.

Michele Santoro non è Sanremo. C’è Vauro, c’è Travaglio.
“Vero, ma anche lì c’è un contesto. Santoro è in onda per ordine di un giudice. La dirigenza Rai ha detto esplicitamente che, se potesse, lo farebbe subito fuori. Io non vado in un posto che è una riserva e un altro deve garantire per me. La satira è libera. Quando accetti anche solo un controllo minimo, hai accettato un limite alle tue opinioni. La satira non può avere limiti, a parte quelli di legge”.

Tutto bello, ma così lei si preclude una fetta smisurata di pubblico.
“Non faccio satira “per andare in tv”. Ci vado se posso fare satira. La satira è come un’arte marziale. Quando porti il colpo, la forza che ci metti è l’ultimo dei problemi. Posso colpirti con molta più efficacia col minimo di potenza, se so il fatto mio. Infatti io non colpisco mai a vuoto. A differenza del Pd”.

Lettera Aperta a Ferrero, mai Pubblicata da Liberazione

Riflessioni sulla libertà di informazione nell’epoca della P2
e in vista della manifestazione per la libertà di stampa

di Andrea Montella
Caro Ferrero
Ho letto con molta attenzione il tuo articolo su L iberazione del 4
settembre dal titolo “Berlusconi e il piano P 2 sulla stampa” e condivido le
tue preoccupazioni sul degrado della democrazia e sull’attacco all’informazione nel nostro Paese.
Ma vorrei controbattere due affermazioni che fai e aggiungere che tutto
questo degrado non è frutto del caso e della sola cattiveria del “cavaliere
nero” (alias Berlusconi) ma è il risultato di decenni di anticomunismo
praticato costantemente da tutte le frange della borghesia, sia a livello
nazionale che internazionale.
L ’affermazione che Indro Montanelli è stato giornalista e scrittore
“apertamente di destra, ma dalla specchiata indipendenza e libertà”, fa a
pugni con la sua storia personale. “Cilindro” Montanelli è un caso di
beatificazione laica che ha dell’incredibile, dovuta ad alcuni suoi “vescovi”
come Travaglio o agli ex Pci ora Pd, che nasce dalla rimozione di fatti
gravissimi compiuti dal giornalista che danno la misura della forza politica
dell’opinionista di Fucecchio.
Montanelli, ringraziando Benito Mussolini, nel raccontare la sua esperienza
di comandante di una banda di Ascari durante la guerra d’Etiopia così si
esprimeva: «Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci
dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era
ora» (Indro Montanelli X X Battaglione E ritreo, Panorama, Milano, 1936,
pag. 226).
In un pezzo per Civiltà Fascista (gennaio 1936) intitolato “Dentro la
guerra” scrisse della sua esperienza africana: «Non si sarà mai dei
dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale
superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno
finché non si sia data loro una civiltà». Ricordiamo che durante la
campagna d’Eritrea Montanelli aveva acquistato una dodicenne come
moglie.
Se a questo punto qualcuno potrebbe osservare “sono errori di gioventù”,
che giudizio dare dell’intervista rilasciata da Montanelli, alla bella età di 69
anni, alla Tiroler Tageszeitung il 28 marzo 1978, dodici giorni dopo il
rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse? «Nessuno può sapere
che cosa ci attende. Molto dipende dalla soluzione del caso Moro. Se Moro
dovesse ritornare a casa e riprendere la sua attività politica con l’aureola
del martire, allora andremmo verso un governo con i comunisti e più tardi
l’uscita dell’Italia dal P atto atlantico e ad una collocazione terzaforzista,
come la Jugoslavia. Se Moro sarà eliminato fisicamente (come Schleyer) o
se torna dopo una umiliante trattativa con le Brigate rosse, allora le cose
possono andare diversamente. In tal caso il compromesso storico
perderebbe il suo grande stratega e nessuno sarebbe in grado di raccogliere l’eredità di Moro».
Questa intervista che sembra un’indicazione precisa su come doveva finire
il presidente della Dc, il progetto del Pci e la Repubblica nata dalla
Resistenza è riportata nel libro di Sergio Flamigni La tela del ragno (Kaos
edizioni).
Gli episodi che ti ho appena riportato, e che sono solo una scelta tra tanti,
penso possano dimostrare come Montanelli si sia sempre adattato al padrone
più forte. Concedendosi magari il lusso di parlare fuori dai denti del
padrone più debole o del più ricattabile. Ma sempre in funzione
anticomunista.
Questo anticomunismo è stato alimentato nel nostro Paese dalle due ali
della borghesia, quella considerata più progressista e incarnata dai De
Benedetti, e quella più reazionaria, dei vari Valletta, Monti, Pesenti, Costa
e dai molti uomini con forti collegamenti con la macchina statale come
Mandelli e Cefis. E anche dalla complicità di molti vertici religiosi di un
po’ tutte le fedi.
Al vertice di questa politica anticomunista si sono posti da sempre gli Agnelli e
le loro strutture politico-culturali (ovviamente di stretta osservanza massonica,
loggia Montecarlo): padroni de La Stampa, della FIAT e presenti nel Corriere
della Sera, gli Agnelli sono la famiglia che, su mandato dei grandi banchieri
internazionali inseriti nel superesclusivo Gruppo dei 17 con Carlo De Benedetti
(vedi Il Mondo dell’11 maggio 1987), nel Bilderberg e nella Trilateral
Commission, aveva il compito di esercitare tutto il potere possibile in questa
parte del mondo per impedire al Pci di andare al governo e modificare, quindi,
gli assetti tra le classi nell’area del Mediterraneo, fondamentale nella più
generale lotta al comunismo, rappresentato dai Paesi dell’Est Europa.
In questo senso Berlusconi è una loro creatura, frutto di un progetto che
viene da lontano: «Nel 1945 un folto gruppo di grandi industriali (tra cui
V ittorio Valletta, Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio, Angelo
Costa e Giovanni Falck) si riunisce a Torino – il 16 e 17 giugno – per
decidere i piani per la “lotta al comunismo con qualsiasi mezzo”, sia con
la propaganda che con l’organizzazione di gruppi armati, questi ultimi
affidati a T ito Zaniboni, un ex deputato socialista vicino alla massoneria
e autore di un attentato a Mussolini che aveva provocato dure ritorsioni
contro la muratoria. Secondo un rapporto dei servizi segreti americani, “le
spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare
l’avventura”. I primi fondi, 120 milioni, sono stanziati subito e vengono
depositati in Vaticano». (da Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti, BUR).
Nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il Pci in forte ascesa, Gianni
Agnelli diceva dei comunisti: «Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare
perché rimangano spazi di libertà per tutti…». E negli anni Ottanta, in
pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: «Quanti anni ci vogliono
ancora, prima che il Pci scompaia?» (Massimo Giannini su la Repubblica,
25 gennaio 2003).
Per far sparire il Pci come voleva Agnelli c’è voluto il lavoro discreto,
riservato e occulto della massoneria e in particolare della P2, con il suo
progetto conosciuto come Piano di rinascita democratica, scoperto il 17
marzo 1981 ma redatto in precedenza.
Ripercorriamone la storia a partire da un torrido luglio del 1975: «Carlo De
Benedetti, leader degli industriali piemontesi, pupillo dell’Avvocato ed ex
compagno di scuola di Umberto, lanciò la “sfida imprenditoriale al P ci”.
L a tesi era suggestiva e partiva da un preciso presupposto. “Non sappiamo
se credere più nel rinnovamento della dc o nel revisionismo del pci”, aveva
detto poco prima l’Avvocato interpretando il disorientamento che
serpeggiava nell’armata industriale. L a Confindustria, insomma, prendeva
ufficialmente le distanze dal mondo politico tradizionale, condannava in
blocco la dc e prendeva atto che il “vuoto di potere” che si era determinato
non poteva essere colmato “dai logori schemi” in cui si muovevano gli
alleati dello scudo crociato: i repubblicani e i socialisti.
Di qui la conclusione piuttosto suggestiva di De Benedettti: è tempo scrisse,
che gli industriali si pongano “come ispiratori di una politica economica
generale, di un consenso che vada ben oltre la sola classe imprenditoriale”.
E d ancora: è tempo che “leader riconosciuti del mondo imprenditoriale e
manageriale siano corresponsabilizzati nella gestione vitale per la
ricostruzione del Paese”».
L a ricostruzione di questa strategia padronale è riportata nello splendido
libro di Cesare Roccati Umberto & C. – Gli anni caldi della Fiat
(Vallecchi, 1977).
Sempre in questo libro viene analizzato cosa c’era dietro la proposta di De
Benedetti (massone della loggia Cavour del Grande Oriente a Torino, con il
brevetto n. 21272 di maestro dal 18 marzo 1975): «Gli osservatori, allora si
interrogarono a lungo. E tutti concordarono su un punto: era finito il
tradizionale collateralismo con la dc ed iniziava per gli industriali l’era di
un “impegno diretto”, come “ministri” di un governo “tecnico”, o
addirittura come “ partito”».
Questo progetto maturato negli studi ovattati della Fondazione Agnelli, il
maggior laboratorio culturale d’Italia, è il canovaccio per far “scendere in
campo” gli imprenditori in politica. Identico nei contenuti al Piano di
rinascita democratica della P2.
L a massoneria con la P2 realizzò una sintesi politica extraistituzionale di
diversi interessi che andavano da quelli dell’alta                    borghesia
capitalistico-finanziaria a quelli dei manager di Stato a quelli religiosi tutti
accomunati dalla paura dell’ascesa del Pci di Berlinguer e dalle sue
proposte politiche del Compromesso storico e dell’Eurocomunismo.
Non è certo frutto della sfortuna che tutti i politici che hanno provato a
realizzare politiche a favore del Pci siano stati assassinati o siano stati
isolati in modo brutale nell’opinione pubblica con l’uso dei classici
espedienti dei servizi segreti: Moro e Olof Palme assassinati. In seguito
inchieste parlamentari, giornalistiche e di studiosi come Sergio Flamigni, il
professor Giuseppe De Lutiis, Mario Guarino, Gianni Flamini solo per
citarne alcuni, hanno dimostrato che in tutti e due i casi la P2 ha avuto un
ruolo fondamentale nella loro eliminazione.
Sino a giungere agli omicidi selettivi di destra e di “sinistra” praticati nel
nostro Paese, che hanno fatto piazza pulita, come diceva il golpista
E dgardo Sogno dei traditori in seno alla borghesia che volevano aperture
politiche al Pci.
Ma in questa politica anticomunista non hanno avuto un ruolo anche certe
formazioni estremiste e socialiste? Come Potere operaio di Toni Negri e
L otta Continua di Adriano Sofri e il Psi di Craxi. Oggi, come allora
mediaticamente coccolati dai giornali padronali? Quanto spazio hanno
avuto e hanno costoro sui media “democratici” nel realizzare quel processo
di revisione continua della storia e della politica, tanto utile per
determinare un radicamento di massa di quell’anticomunismo borghese di
cui Berlusconi è il caso estremo e palese?
In questo processo degenerativo della democrazia hanno avuto un ruolo sia
i Montanelli che gli Scalfari, uno sul fronte della destra politica e l’altro su
quello della sinistra. Tutti e due convergevano nei momenti elettorali sulla
Dc e sinergicamente hanno alimentato l’anticomunismo. Straordinarie
coincidenze anche nelle date di nascita dei loro giornali: Il Giornale esce
nel giugno del 1974 e la Repubblica a gennaio del 1976. Anni fondamentali
e di forte ascesa del Pci. Il Giornale e la Repubblica nel loro modo di agire
nel sistema mediatico ricoprono il ruolo del poliziotto buono e di quello
cattivo durante gli interrogatori. Sia il cattivo che il buono, vogliono la
stessa cosa e lavorano per la stessa struttura…
Gli effetti di questa politica unitaria massonico-borghese hanno trasformato
la società, le istituzioni, i partiti e la nostra Costituzione. E il PD e PDL
non sono quelle formazioni politiche descritte nel Piano di rinascita
democratica nel capitolo Procedimenti? Dove al punto d si afferma:
«…usare gli strumenti finanziari stessi per l’immediata nascita di due
movimenti: l’uno a sinistra (a cavallo fra Psi-Psdi-Pri-Liberali di sinistra
e Dc di sinistra), e l’altra sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori,
liberali e democratici della Destra nazionale)». L a nostra estromissione,
dai vari Parlamenti, con i vergognosi e antidemocratici sbarramenti
elettorali da tutti sostenuti, non è andato nella direzione del progetto
piduista? E oggi quale mezzo di comunicazione di massa gestito dai padroni
non vuole un sistema politico più consono ai bisogni dell’impresa, più
accentrato, meno democratico e con i politici asserviti a questo o a quel
padrone in ascesa sul mercato?
Con queste argomentazioni rispondo all’affermazione che fai nel tuo
articolo che Silvio Berlusconi «ha sempre avuto una concezione tutta e solo
“proprietaria”, nel senso classico e peggiore del termine, quello
ottocentesco, dei giornali e delle televisioni. Per il premier, cioè, i media o
sono “i suoi” o non devono mai disturbare il manovratore».
L a massima libertà concessa attualmente a un cittadino è per quale padrone
tifare. Cosa cambia per un proletario se il padrone dei giornali e delle Tv si
chiama Berlusconi o Murdoch o De Benedetti o Agnelli? L’informazione da
quando c’è stato un incremento delle T v private è migliorata? Ha
contribuito a migliorare il nostro Paese, lo ha reso più civile ed evoluto?
L a risposta alla luce dei fatti non può che essere negativa. Quindi non è la
quantità di televisioni e di giornali che garantisce la qualità
dell’informazione. L a qualità dell’informazione è strettamente legata alla
possibilità da parte dei lavoratori del settore, di raccontare la verità sociale
che sta dietro ad un fatto di cronaca, che non può essere raccontato in modo
asettico o a favore degli interessi del padrone di turno.
Chi può garantire un’informazione che non sia solo uno strumento dei
padroni per espandere la loro egemonia e un semplice strumento di guerra
psicologica in funzione antiproletaria? Io penso che solo lottando per
togliere ai padroni i mezzi di comunicazione, dandoli in gestione
direttamente ai lavoratori di quel settore si possa ottenere un riequilibrio
verso un sistema dell’informazione che sappia coniugare democrazia,
informazione corretta e reale indipendenza, che sono fondamentali per una
crescita civile del nostro Paese.
Quindi lavoriamo per liberare la società da questa dittatura mediatica
facendo noi come comunisti, chiarezza sino in fondo, sul ruolo dei media
nell’era del progetto piduista capitalista, costruendo una proposta politica
contro la privatizzazione dei mezzi d’informazione e facendo del nostro
giornale uno strumento di lotta politica e un modello di informazione
veritiera come lo fu l’Unità. Un giornale costruito da dirigenti politici che
sapevano collocare anche la libertà d’informazione e le alleanze all’interno
delle dinamiche della lotta di classe.
Saluti comunisti
Andrea Montella
16 settembre 2009

Ma Dell’Utri che c’entra?

da Il Fatto Quotidiano del 4 Marzo 2010

L’inedito di Pasolini, l’Eni e quei misteriosi legami siciliani

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Palermo – E adesso ?lo scoop letterario di Marcello Dell’Utri può diventare un input giudiziario, provocando la riapertura dell’inchiesta sull’uccisione di Pier Paolo Pasolini, assassinato all’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975. E’ l’avvocato Stefano Maccioni (che un anno fa, assieme alla criminologa Simona Ruffini, depositò alla Procura di Roma un’istanza per riaprire le indagini sulla morte del poeta) a chiedere oggi ai magistrati il sequestro del misterioso dattiloscritto in possesso del senatore bibliofilo. Secondo Dell’Utri, si tratta di quindici pagine che costituirebbero un sunto di “Lampi sull’Eni’”: il capitolo scomparso del romanzo “Petrolio”, l’ultima opera letteraria di Pasolini, pubblicata postuma da Einaudi nel 1992.

E’ il romanzo che per la prima volta denuncia con illuminante chiarezza le origini della strategia della tensione in Italia, culminata nella stagione delle stragi impunite, orchestrata e finanziata – secondo Pasolini – da potentati economici, in un gioco perverso tollerato persino dai più alti rappresentanti delle istituzioni. Un romanzo che Pasolini non riuscì a terminare proprio perché fu assassinato e che potrebbe costituire addirittura la ragione della sua eliminazione. “Riterrei necessario – annuncia Maccioni – che il pm Diana De Martino provvedesse al sequestro del manoscritto, poiché tale documento potrebbe costituire il movente dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini”. Un omicidio, con ogni probabilità, di chiara matrice “politica”. Perché il capitolo misteriosamente scomparso è così importante?

“Lampi sull’Eni” potrebbe costituire proprio il cuore di “Petrolio”, spiegando tutti i retroscena della morte del presidente dell’Eni Enrico Mattei, precipitato nelle campagne di Bascapé in seguito a un attentato camuffato da incidente aereo nel 1962. Quell’incidente che Amintore Fanfani definì “il primo gesto terroristico del nostro paese”. Sostiene ora Dell’Utri, l’unico che ha in mano quelle pagine e che le ha lette in attesa, come dice, di ricevere l’intero capitolo di 78 pagine: “Parlano dell’Eni, di loschi intrecci, di particolari sulla morte di Mattei. Contengono feroci accuse a Cefis. E’ più di un giallo, perché si collega ad altri enigmi. La morte di Mauro De Mauro, quella dello stesso Pasolini”. Che significa tutto ciò? Per l’ex pm di Pavia Vincenzo Calia, che negli anni passati ha indagato sulla fine di Mattei, l’attentato di Bascapé sarebbe il frutto di un complotto tutto italiano, orchestrato “con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato” e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.

Per questo motivo sarebbe morto, nel 1970, Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora di Palermo, impegnato a scavare sulla morte del presidente dell’Eni mentre scriveva la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sul caso Mattei. Per lo stesso motivo, Pasolini, ucciso ufficialmente in un’assurda lite tra “froci”, potrebbe essere rimasto vittima di un agguato studiato a tavolino. In “Petrolio”, infatti, lo scrittore alludeva a pesanti responsabilità di Eugenio Cefis, successore di Mattei alla presidenza dell’Eni e poi presidente di Montedison, nella scomparsa del suo predecessore. Alle stesse conclusioni, a quanto pare, era giunto pure De Mauro, che, per raccogliere notizie sulla fine di Mattei si era rivolto all’avvocato Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia. Ma chi era Cefis? Dal dopoguerra in poi è stato il grande vecchio della finanza italiana, protagonista di un sistema che, secondo Massimo Teodori, componente radicale della Commissione sulla Loggia P2, “diviene progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche, condiziona pesantemente la stampa, usa illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, pratica l’intimidazione e il ricatto, compie manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompe politici, stabilisce alleanze con ministri, partiti e correnti”.

Ma non solo. Secondo una nota del Sismi, “la loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis, che l’ha gestita fino a quando è rimasto presidente della Montedison”. Nelle pagine di “Petrolio”, proprio Cefis appare come un protagonista. Nel romanzo, infatti, compaiono sia Mattei sia Cefis, rispettivamente con i nomi di fantasia di Bonocore e Troya. E, in un appunto, Pasolini è più che esplicito: “Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni, e ciò implica la soppressione del suo predecessore”. Ecco perché, nella sua complessa inchiesta giudiziaria sulla fine di Mattei (conclusa con un’archiviazione), il pm Calia ipotizza un legame tra le morti del presidente dell’Eni, di De Mauro e di Pasolini. Ed ecco perché le quindici pagine affidate a sorpresa a Marcello Dell’Utri possono fare paura a molti. Da dove provengono?

Il senatore del Pdl, dopo aver svelato che è stato “un privato” a mettere a disposizione il capitolo mancante di “Petrolio”, si è affrettato a precisare: “Sia chiaro che questo documento riguarda un periodo lontano, quindi parla di un Eni che non c’entra con l’attuale. Dico questo perché non si pensi a manovre”.

Ma Gianni D’Elia, autore de “Il petrolio delle stragi” (Edizioni Effigie), tra i massimi studiosi dell’opera di Pasolini, non ci crede: “Quel capitolo, ritenuto un documento storico sulle stragi in Italia, è stato rubato da casa di Pasolini. In termini giuridici è un corpo del reato. Se è vero, Dell’Utri deve dire come ?lo ha avuto, chi glielo ha dato, per quali fini”. E ancora: “Ho scritto che c’era una continuità tra il potere proto-piduista di Cefis e il potere attuale, ma mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte”.

D’Elia ricorda che “una delle tante società offshore della Edilnord era intestata al padre dell’avvocato Previti e si chiamava, con poca fantasia, Cefinvest”. E conclude: “Mi chiedo: chi vogliono colpire? Quali traffici ci sono ora con l’Eni? Questa è una storia che non finisce qui”. Sono molti, infatti, i punti da chiarire sulla improvvisa ricomparsa del capitolo mancante di “Petrolio”: perché spunta proprio adesso? Chi ?lo ha tenuto nascosto fino ad oggi? E perché arriva proprio a Dell’Utri, il cui padre Alfredo, deceduto nel 1971, fu socio di Vito Guarrasi, l’uomo di Cefis in Sicilia (come è scritto nella scheda biografica dell’avvocato palermitano redatta dalla Dia e agli atti del processo De Mauro in corso a Palermo) dal 1948 al 1950 nella società per azioni Ra.Spe.Me. per la vendita di prodotti medicinali?