Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista

di Sergio Bontempelli

Pisa, 18 Febbraio 2010

Care compagne, cari compagni,

scrivo a tutti voi questa comunicazione, per ora in forma confidenziale, per far conoscere a persone che stimo, con le quali ho condiviso una parte rilevante del mio impegno politico e pubblico, le ragioni del mio dissenso su alcune scelte recenti di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra.

Sembra passata un’era geologica da quando il Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, decise – in piena campagna elettorale, sotto i riflettori di un’intensa propaganda sulla “sicurezza” – di varare una legge in materia di immigrazione per garantire diritti anche ai migranti irregolari. Un gesto volutamente provocatorio, volto a contrastare le retoriche securitarie e ad affermare i diritti di tutti. E soprattutto un gesto coraggioso, controcorrente, compiuto (è bene ripeterlo) in piena campagna elettorale da un esponente di un partito – il PD – tutt’altro che sordo alle sirene della “sicurezza”.

Sembra un’era geologica fa, appunto: eppure è passato solo un anno. Oggi, il candidato PD alla Presidenza della Regione Enrico Rossi, pur tra mille distinguo, si dichiara disponibile alla localizzazione sul territorio di un “centro” per immigrati irregolari: e i partiti della sinistra, da sempre contrari ai CIE, dichiarano il loro sostegno al candidato Rossi.

Certo, ci sono i distinguo, le condizioni da porre al governo: i “centri”, dice Rossi, dovranno essere gestiti dal volontariato, e dovranno consentire la regolarizzazione dei migranti. Peccato che quelle condizioni (ammesso e non concesso che si possano condividere) siano inesigibili: i “centri” sono regolati da leggi nazionali, non possono essere utilizzati per regolarizzare ma solo per espellere, e sono gestiti direttamente dal Ministero dell’Interno. Oltretutto, da anni il volontariato più lungimirante e attivo (a partire dalla Caritas e dalle organizzazioni della Chiesa cattolica) si rifiuta di gestire i centri-lager, e ne chiede anzi il superamento o l’abolizione.

È bene ricordare che la Regione Toscana – governata dal centro-sinistra, con Rifondazione che per anni è rimasta all’opposizione – ha sempre contrastato la proposta di installare sul proprio territorio un “CIE” (all’epoca si chiamava ancora “CPT”, centro di permanenza temporanea): e lo ha fatto con una campagna pubblica, coinvolgendo associazioni, comunità migranti, organizzazioni sindacali e del volontariato, settori della Chiesa e del mondo religioso, persino Sindaci e autorità amministrative. Dico queste cose perché – immodestamente – mi considero uno dei protagonisti di quella battaglia, condotta anni fa con amici, amiche, compagni e compagne attivi nel territorio regionale.

Oggi assistiamo a un paradosso davvero singolare: mentre la sinistra abbandona definitivamente il suo ruolo di opposizione e consolida il suo appoggio al PD, questo non produce un significativo spostamento dello stesso PD su posizioni democratiche e antirazziste. Al contrario, spinge l’intera coalizione a tornare indietro, e ad avallare posizioni “securitarie”. In questo modo – permettetemi di dirlo con franchezza – si getta un’ombra sul ruolo stesso della sinistra, sulla sua importanza sociale, sulla sua capacità di esercitare una positiva influenza nel quadro politico.

Le conseguenze di una scelta di questo genere possono essere devastanti.

Devastanti, anzitutto, per chi – come me e come molti altri – opera da anni nella prossimità con i migranti, nel sostegno ai loro diritti e ai loro percorsi di cittadinanza. In un clima nazionale così difficile, segnato dal diffondersi di discriminazioni, violenze razziste e da una paurosa involuzione autoritaria delle istituzioni a tutti i livelli, chi lavora fianco a fianco con i migranti rischia di ritrovarsi isolato. In Toscana, poi, il Partito Democratico – che è la principale forza di governo in molti comuni – sta maturando posizioni via via più arretrate: ovunque, nei territori governati dal centro-sinistra, si invocano espulsioni, si procede alla distruzione dei campi rom, si cancellano diritti e garanzie per i più deboli. Le forme più avanzate di dialogo tra le istituzioni locali e l’associazionismo – dalla Consulta sull’immigrazione dell’ANCI regionale ai tavoli locali di mediazione con le Questure sui permessi di soggiorno – vengono smantellate o svuotate. Il compito della sinistra dovrebbe essere quello di contrastare questi processi, non di avallarli con l’appoggio, pur critico, a posizioni “securitarie” del principale partito di governo regionale.

Ma la scelta di sostenere in questo modo il candidato Rossi è devastante anche per il merito della specifica questione di cui stiamo parlando: la legittimità dei CIE, dei centri di espulsione per migranti irregolari. Da almeno dieci anni esiste una corposa letteratura che si sforza di analizzare, dati alla mano, gli effetti che queste strutture producono. Prima la Corte dei Conti, poi addirittura una commissione istituita nel 2007 presso il Ministero dell’Interno – fonti ufficiali, dunque, e in qualche modo “insospettabili” – avevano dimostrato che i “centri” non solo violano i diritti e le libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, ma non servono allo scopo dichiarato.

E infatti la stragrande maggioranza dei migranti “reclusi” nei centri, dopo aver subito angherie, vessazioni e violazioni dei diritti umani più elementari, non viene alla fine allontanata dall’Italia. Molti cittadini stranieri vengono al contrario “liberati” sul territorio nazionale, e continuano a circolare da “irregolari”: se vengono nuovamente rintracciati, possono finire in carcere per violazione delle norme in materia di immigrazione.

Si crea così un circuito perverso, un passaggio continuo dal carcere al CIE/CPT. È evidente, in questo quadro, che i “centri” non servono affatto ad allontanare i migranti: piuttosto, alimentano la criminalizzazione e la marginalizzazione dei lavoratori stranieri. Riempiono le carceri, già drammaticamente sovraffollate, con persone che hanno l’unica colpa di non avere i documenti di soggiorno. Rappresentano cioè, alla fin fine, uno dei pilastri delle politiche neoliberiste: una forma di criminalizzazione della povertà e della marginalità sociale, dove la detenzione diventa strumento ordinario di governo e di controllo delle “classi pericolose”.

Tutte cose che vengono occultate dalle dichiarazioni irresponsabili di Rossi sulla “umanizzazione” dei CIE: e che invece conosceva bene Nichi Vendola quando, da governatore pugliese in quota Rifondazione, propose l’abolizione dei “centri”, ottenendo il consenso di quasi tutti i presidenti delle Regioni italiane (era il 2005, eppure anche questo sembra preistoria…).

Conosciamo tutti le difficoltà di questa fase. So bene, e non mi nascondo, quanto sia complesso “rompere” con il Partito Democratico su una questione così spinosa – e impopolare, almeno in questo momento – come quella delle politiche migratorie. So che chi ha gestito le trattative con il PD si è trovato di fronte ad un “ricatto” per certi versi ben congegnato: chinare la testa, e avallare di fatto le politiche securitarie, oppure condannarsi a condurre una campagna elettorale tutta in salita. Queste cose le so bene, e non me le nascondo.

Eppure, se la sinistra non riesce a ricomporre il mondo del lavoro, e a contrastare l’artificiosa divisione nativi/migranti, si condanna all’inutilità sociale e politica, e in definitiva alla sconfitta: anche sul terreno propriamente elettorale, che è certo quello più difficile e impervio.

E forse, paradossalmente, proprio la questione dei CIE/CPT si prestava meglio di altre a mostrare la necessità di una ricomposizione sociale, di un superamento della divisione “razziale” delle classi lavoratrici. Perché se i CIE non servono allo scopo dichiarato – che è quello di allontanare i “clandestini” – costano, in compenso, un sacco di soldi: e impiegano una enorme quantità di energie, umane, materiali e finanziarie che potrebbero essere utilizzate in altro modo.

Si poteva, e forse si doveva, partire di qui: a chi e a cosa servono i CIE/CPT? A chi e a cosa servono le politiche migratorie repressive? Quali sono gli “italiani” – o i “toscani” – che trarrebbero giovamento dall’installazione di una struttura del genere sul proprio territorio? Davvero le politiche migratorie proibizioniste sono fatte “per gli italiani”? Non servono, piuttosto, a eludere i nodi della crisi economica, spostando l’attenzione dalle responsabilità “in alto” – la politica, la finanza – per trovare un capro espiatorio “in basso” (i migranti, i segmenti più deboli e indifesi del mondo del lavoro)?

D’altra parte, se persino il Ministro Maroni ha avuto qualche esitazione nell’avallare la campagna di criminalizzazione dei migranti in occasione dei recenti fatti di Milano, significa che esistono -esistono ancora – i margini per contrastare la deriva securitaria delle politiche pubbliche.

Senza contare il fatto che qui non siamo a Milano, ma in Toscana. E una decennale deriva delle forze politiche di centro-sinistra non ha ancora cancellato un tessuto vivo di associazioni, organizzazioni di volontariato, gruppi sensibili e attivi su queste questioni. Si poteva, e si doveva, costruire con questo mondo una campagna pubblica coraggiosa, intelligente, lungimirante. Forse, chissà, un approccio di questo genere – attento alla relazione con la società e non solo alle trattative interne alla politica – avrebbe spinto lo stesso Rossi a tornare sui suoi passi. E magari l’alleanza si sarebbe fatta lo stesso, ma in condizioni più avanzate.

È stata fatta la scelta opposta. I motivi si possono capire, ma le conseguenze sono e saranno devastanti: perché contribuiranno alla spaventosa involuzione politica della Toscana, a cui stiamo assistendo già da diversi anni. La sinistra, inoltre, si condanna ad apparire residuale e ininfluente, e a perdere per questa via i suoi consensi. Forse questo non impedirà, oggi, di ottenere uno spazio istituzionale nel consiglio regionale – capisco che sia prezioso, in un momento in cui la visibilità politica della sinistra è ridotta a zero -, ma non arresterà la progressiva marginalizzazione di Rifondazione Comunista, della Federazione e delle forze politiche ad essa legate.

Per tutti questi motivi, ritengo che la scelta fatta sia disastrosa: per i migranti anzitutto, ma anche per la tenuta democratica della Toscana, per le politiche che si annunciano con la prossima legislatura.

Perciò, a malincuore – e per la prima volta dal 1991 – non voterò per la sinistra alle prossime elezioni regionali, né sosterrò in un alcun modo il candidato Rossi alla Presidenza della Toscana. Spero vivamente che le scelte compiute siano oggetto di un dibattito più approfondito, e che ci siano margini per tornare indietro e per ripensare il ruolo della sinistra nel contesto politico regionale. Io sono e resto disponibile ad una discussione con i compagni e le compagne, con cui ho condiviso tanti anni di passione e impegno civile.

Un caro saluto a tutti/e

Sergio Bontempelli

1 Response to “Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista”


  1. 1 Noemi febbraio 28, 2010 alle 6:55 pm

    I compagni e le compagne, in 10 giorni neanche un commento? State discutendo? Io però vado a lavare i panni sporchi in piazza che mi è sempre piaciuto


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