Biografia di Toni Negri (prima parte)

Toni Negri Potere Operaio Superclan
Uomini, culture, tecniche dell’eversione imperialista

di Andrea Montella

Antonio Negri, più conosciuto come Toni, nasce nel 1933 in una casa alla periferia di Padova, da Aldina Malvezzi e Nerio Negri.
Toni Negri frequenta la scuola, con ottimi risultati, tanto da essere considerato dagli insegnanti dell’istituto “Antoniano”, gestito dai gesuiti, l’allievo più promettente di quel periodo.
Ma i giovani in quegli anni non vivevano certamente in condizioni di normalità, erano catapultati nel mezzo di un conflitto mondiale e l’Italia lacerata negli animi e distrutta materialmente dalla criminale politica del regime fascista viveva drammi personali che mettevano a dura prova equilibri ed emotività, lasciando spesso nel loro animo segni indelebili.
Ed anche la famiglia di Toni Negri fu toccata da uno di questi drammi: nell’inverno del 1943, nella regione dell’Isonzo, i partigiani delle Brigate Garibaldi composte in maggioranza da comunisti, giustiziano il fratello bersagliere, passato con i fascisti del battaglione Mussolini della Repubblica Sociale. La morte del figlio crea nella cattolicissima madre, una forte tensione emotiva, la induce a portare a casa il corpo del figlio tenendolo con sé per diverso tempo, facendo vivere a tutto il resto della famiglia una situazione ai limiti della disperazione. Quell’episodio probabilmente segnerà il giovane Negri per il resto della vita.
Poco dopo la famiglia è colpita da un nuovo lutto: muore il padre Nerio, la signora Aldina Malvezzi da quel momento deve crescere i figli da sola.
Il tempo trascorre e il giovane Negri, diligentemente, prosegue gli studi e come alle elementari, così al liceo “Tito Livio”, frequentato in precedenza da un altro famoso anticomunista Giorgio Napolitano, continua ad avere ottimi voti e il plauso degli insegnanti.
Toni è un ragazzo religiosamente motivato, frequenta la parrocchia ed è sempre presente alla messa domenicale.
Dopo la maturità si iscrive a filosofia all’Università di Padova, lì è inserito negli ambienti della goliardia e dirige il giornale universitario “Bo'”, dal nome del palazzo dell’ateneo; ma è in parrocchia che Toni Negri incontra la politica: attraverso don Antonio Sartorato entra nella GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica). Con lui vi entrano anche due suoi inseparabili amici: Paolo Ceccarelli, che farà l’architetto nella capitale lombarda e Gianfranco Poggi, figlio del presidente del tribunale di Padova, che insegnerà come sociologo ad Harvard, negli Stati Uniti.
A Padova arriva, in quel periodo, Mario Rossi, ex delfino di Luigi Gedda, l’anticomunista che fondò nel 1948 i Comitati civici. Rossi si era convertito all’impegno democratico e attorno a lui si forma nell’Azione cattolica un nucleo di giovani molto attivi che avevano come figura dirigente Toni Negri, essi erano: Enzo Scotti, Dino de Poli, Wladimiro Dorigo, Giovanni Vattimo, Carlo Carretto ed Emanuele Milani.
Toni Negri grazie al suo iperattivismo trova in quel periodo anche il plauso del giovane deputato veneto Mariano Rumor.
Nel 1954 Mario Rossi è attaccato da Pio XII ed è allontanato, inizia in quel momento la diaspora del gruppo a lui legato; una parte di questi giovani si dà al giornalismo, altri si danno alla politica.
Negri abbandona la carica di delegato diocesano ed entra nella Democrazia cristiana a fianco di Luigi Carraro; subito dopo attraversa un periodo di forte crisi personale e se ne va in Sicilia a lavorare con il sociologo Danilo Dolci. L’esperienza dura poco, non ha tempo da perdere, deve laurearsi.
Nel 1955, il futuro capo di Autonomia operaia, discute la tesi con un docente di filosofia morale notoriamente di destra, Umberto Padovani, che gliela firma.
Ma Toni Negri, in quel periodo, è nelle grazie del rettore Enrico Opocher che lo prende con sé e lo nomina suo assistente.
Vediamo ora chi sono gli sponsor di Toni Negri in quel periodo: il vescovo di Padova, monsignor Bortignon e il filosofo “socialista” Norberto Bobbio. Si potrebbe dire il diavolo e l’acqua santa o meglio l’acqua santa e il diavolo, mantenendo l’ordine espositivo dei nomi.
Non dobbiamo meravigliarci che come sostenitori di Negri ci siano uomini di curia e laici: in quel periodo la Chiesa e le forze laiche stavano perfezionando un’alleanza, iniziata sotterraneamente, durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel Concilio Vaticano II sarebbe diventata la politica di apertura da parte del mondo cattolico alla borghesia e al suo partito occulto – la Massoneria – per combattere il Comunismo, comune nemico. Stavano cercando i quadri e i manovali per quel progetto.
A renderci edotti e a conforto di quanto abbiamo esposto su questa alleanza anticomunista tra Chiesa e Massoneria scrive Roberto Fabiani nel suo libro I massoni in Italia (capitolo sesto In nome del Padre, del Figlio e del fratello – pagina 78 – edito da L’Espresso): “Adesso stavano lì, in quella saletta disadorna della Casa di Gesù Divin Maestro, ai castelli romani, in vista del lago di Albano. Da una parte Esposito (padre paolino, ndr), con il suo parlare irruento ma capace di lunghi silenzi. Dall’altra Giordano Gamberini, Gran Maestro della massoneria italiana (valdese, ndr), più magro e spiritato che mai. Avevano un interesse in comune: capirsi. I presupposti per l’incontro c’erano tutti. Esposito sapeva che quella guerra secolare era nata da un equivoco; e sapeva anche che il pontefice regnante Giovanni Battista Montini, da sostituto alla segreteria di Stato, con quella roccia di Pio XII, una volta aveva confidato al rettore dell’università Pro Deo, Felix Morlion: “Quando i tempi saranno maturi si farà pace tra chiesa e massoneria. Sono sicuro che ci arriveremo: la chiesa toglierà la scomunica e i massoni faranno la loro parte deponendo le armi. Ma ci vuole tempo. Tempo e prudenza”.
Alla fine del ’67 Esposito sapeva da fonte diretta che il tempo era arrivato. Sapeva che le dichiarazioni Dignitatis humanae e Nostrae aetatae, approvate dal Concilio ecumenico Vaticano secondo, erano state elaborate da prelati che avevano frequentazioni di logge massoniche. Sì, perché il fatto che nei templi della libera muratoria sedessero dignitari della chiesa cattolica non era affatto leggenda né materia per libellisti come molti credevano o speravano, ma rispondeva a pura verità. E di questi prelati-massoni il più autorevole aveva la statura, la dimensione culturale e l’apertura mentale del cardinale Franziskus König, arcivescovo di Vienna”.

Qui dobbiamo fare una breve riflessione sui personaggi, di alto rango, citati dal Fabiani: Giovanni Battista Montini (Paolo VI) e Felix Morlion: chi erano costoro?
Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini nasce alle ore 22 del 26 settembre 1897 a Concesio nei pressi di Brescia ed è il secondogenito di Giorgio e Giuditta Alghisi. E sin qui tutto normale. Ma analizzando con più attenzione il parentado troviamo che da parte di madre, tra gli Alghisi, le presenze massoniche non mancano, tant’è che sui loro tombali, nel cimitero di Verolavecchia, si trovano dei bassorilievi di indiscutibile simbologia massonica. Inoltre per capire meglio chi fosse Montini bisogna rammentare che nella Basilica di San Pietro a Roma, sulla porta in bronzo detta “Porta del Bene e del Male”, inaugurata nel giorno del suo compleanno nel 1977, dallo scultore Luciano Minguzzi, Paolo VI si è fatto ritrarre, sul pannello 12, di profilo con le mani giunte e munite di guanti. Sul guanto della mano sinistra era scolpita una stella nel cerchio che nel linguaggio massonico rappresenta il pentalfa simbolo di colui che si dedica a grandi imprese. Ma la stella nel cerchio è anche la stella delle BR. Quella rappresentazione di Paolo VI suscitò le ire dei prelati più tradizionalisti che ne imposero la rimozione e la sua sostituzione. Ma se ne trova traccia sull’inserto speciale de L’Osservatore Romano di domenica 25 settembre 1977 a pagina XI.
Montini di “grandi imprese” ne ha fatte molte: tra queste ricordiamo quella del lontano 1942 quando era Segretario di Stato, dove ha organizzato per conto di Earl Brennan dell’OSS, i servizi segreti americani durante la seconda guerra mondiale, una rete spionistica che utilizzava la struttura diplomatica del Vaticano per far giungere a Washington le mappe dell’industria bellica giapponese. Questa operazione era nota col nome in codice di Progetto vascello.
La seconda impresa è stata quella di aver permesso la fuga dei criminali nazisti, fascisti e degli ustascia croati; infatti Montini aveva sotto la sua supervisione l’ufficio che rilasciava i documenti per l’espatrio dei “rifugiati”. Una rete di complicità lavorava per impedire la cattura di personaggi come Walter Rauff, l’inventore delle camere a gas mobili. Questo criminale venne usato congiuntamente dal Vaticano e dagli americani, dal 1944 al 1949, con lo scopo di mettere in piedi un’organizzazione capace di far fuggire molte migliaia di agenti della Gestapo ed SS, da usare in seguito in funzione anticomunista. Usarono per i loro loschi traffici dalla Caritas Internationalis, al vescovo Alois Hudal del Collegium Teutonicum, al prete Krunoslav Draganovic, consigliere del dittatore croato Ante Pavelic. Questa rete era chiamata la “via dei conventi”.

Felix Andrew Morlion domenicano belga fondatore del servizio segreto dei cattolici europei, la Pro Deo con base a Lisbona ha avuto ottimi rapporti con i servizi segreti americani sin dal 1943 quando si alleò con William Donovan capo dell’OSS che gli aprì un’ulteriore base negli Stati Uniti e poi nel 1944 un’altra direttamente in Vaticano, utile anche per passare informazioni sulla situazione sul fronte tedesco. Nel 1945 segretario di Morlion è Giulio Andreotti, che diventerà il deux ex machina della politica italiana e considerato dagli autori di uno studio sulla Massoneria The messianic legacy di Michael Baigent e Henry Lincoln, come uno dei triumviri del Priorato di Sion. Nel dopoguerra Morlion opererà nel nostro Paese con il suo nucleo di spie in funzione anticomunista e stabilirà stretti rapporti con l’Accademia del Mediterraneo americano del massone della Gran Loggia degli Alam, Giovanni Francesco Alliata di Montereale, arrestato nel 1974 con l’accusa di cospirazione dal giudice Giovanni Tamburino che indagava sulla Rosa dei venti.
Nel 1968 si interessò delle attività di Morlion, Mino Pecorelli futuro direttore di OP, che sull’ultimo numero di Mondo d’oggi fece uscire una foto in cui apparivano il padre domenicano con tre uomini della CIA: i quattro erano in compagnia dei ministri Giuseppe Spataro e Mariano Rumor; inoltre il giornale annunciava un articolo sensazionale sui rapporti intercorsi tra la Gestapo, la CIA, il Vaticano, i servizi segreti di tre Paesi della NATO, la Fiat, la Montecatini, la Michelin, la Bata, l’ambasciatrice americana Mary Luce e l’ordine dei domenicani. In seguito ci fu un’interpellanza parlamentare del senatore della sinistra indipendente Luigi Anderlini sui rapporti tra SIFAR e la Pro Deo che chiedeva l’allontanamento di Morlion dall’Italia.
Il fondatore della Pro Deo alla fine degli anni Sessanta aveva preso contatto con l’Aginter press di Yves Guerin Serac a Lisbona. Serac è uno dei più grandi provocatori del nostro tempo, esperto di operazioni coperte anticomuniste.
Padre Morlion lo troviamo anche nell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, in quanto abitava in via Pola 23 a Roma in un appartamento sovrastante e identico nella planimetria, a quello del bulgaro Serghej Antonov, accusato da Ali Agka di essere uno dei suoi complici. Ma quella casa fu frequentata anche da Francesco Pazienza e Michael Leeden, il primo uomo della P2, legato a Santovito direttore del SISMI e piduista a sua volta, il secondo esponente dell’amministrazione Carter e successivamente di quella di Reagan, esperto di terrorismo e mediatore ufficioso tra i servizi segreti americani e quelli Italiani, vicino ad ambienti altolocati della P2. Nelle sue visite in Italia risiedeva nell’appartamento di Ferdinando Pavone, uomo legato alla società Agusta, alla Theodore G. Shackley (Tgs), ex capo stazione CIA a Roma negli anni Sessanta. Il Pavone inoltre tramite la Fma di Vaduz operava poi attraverso la Banque de Commerce et Placements (Bcp) sempre di Vaduz.

Ma torniamo alla “pace”, o meglio all’accordo anticomunista, tra Chiesa e Massoneria, sancito in un documento di trenta righe firmato da Paolo VI il 19 luglio 1974 e spedito agli episcopati di tutto il mondo.
Il 1974 è un anno particolarmente importante sia a livello nazionale che internazionale: è l’anno dello scandalo “Watergate” che porta alla destituzione del presidente americano Richard Nixon; in Portogallo c’è la “rivoluzione dei garofani” condotta dall’esercito su mandato Usa, che fa cadere la dittatura e ripristina la democrazia; in Italia c’è il referendum sul divorzio in cui viene respinta la proposta abrogativa del governo Rumor; poco dopo ci sono le stragi fasciste di Brescia e del treno Italicus; l’India fa esplodere la sua prima bomba atomica, in Cile Pinochet annulla tutte le riforme introdotte da Allende; la stampa americana accusa la CIA e Henry Kissinger di aver appoggiato il golpe di Pinochet. Ma il 1974 è anche l’anno della svolta dentro le Brigate Rosse: il 17 giugno vengono uccisi nella sede del MSI di Padova Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. L’omicidio dei due fascisti è il primo effettuato dall’organizzazione e determina una feroce battaglia politica tra i capi storici, che erano contrari e l’uomo del Superclan di Simioni nelle BR, Mario Moretti, favorevole alla svolta. L’8 settembre le forze dell’ordine arrestano nei pressi del passaggio a livello di Pinerolo i “vecchi” capi delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini.
Questa decapitazione delle Br è l’articolazione all’interno dei gruppi dell’estremismo politico di questa strategia anticomunista, che venne sostenuta oltre che da settori cattolici anche da settori dell’Internazionale socialista, grazie all’opera meticolosa del Partito laburista d’Israele. Vedi Sergio Flamigni a pagina 107 del libro Convergenze parallele Kaos Edizioni.

Ma torniamo al professore padovano che nel 1958 entrò nel Partito socialista e fu eletto il 6 novembre 1960 consigliere comunale. La scelta socialista era accompagnata da una critica sistematica alla politica del Pci. È proprio col Psi che Toni Negri si dà la patente di “uomo di sinistra” ed entra in contatto con quei personaggi fondamentali per la sua seconda carriera, quella di politico
In questo periodo lavora con Raniero Panzieri, dopo Morandi uno degli uomini più influenti del Partito socialista, l’uomo che elaborò in Sicilia, nel 1955, un anno prima dei fatti d’Ungheria (e in politica l’anticipo è tutto), un progetto politico precursore del centrosinistra, dove i socialisti rompevano l’alleanza con i comunisti, il Blocco del Popolo, e aprivano a soluzioni centriste. Panzieri è l’ideatore dei Quaderni rossi, la rivista apre un forte dibattito nella sinistra marxista, ma si sposta progressivamente su posizioni radical-borghesi, sino a diventare la fucina dell’operaismo, primo germe di quella cultura anticomunista che contaminerà una parte delle generazioni degli anni Settanta. (vedi nel sito http://www.dossetti.com il n° 26 della rivista Bailamme intervista a Rita di Leo “Per una storia di Classe Operaia”; Storia del Partito Radicale in http://www.radicalparty.org/party/teo_1.htm, L’Espresso 11 dicembre 1997 pag. 83, 85 “Vado con la Dc, gridò l’operaista”).
Toni Negri scrive anche sul quindicinale socialista Progresso Veneto e diventa azionista della Marsilio, la casa editrice di Cesare De Michelis, fratello di Gianni amico di famiglia dell’ex moglie – Paola Meo – figlia del famoso architetto che su commissione del patriarcato di Venezia ha costruito, negli anni Cinquanta, mezza città; in quegli anni il patriarca di Venezia era Giovanni Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII artefice del Concilio Vaticano II.
Un’altra conoscenza di quel mondo laico e trasversale che si dimostrerà molto utile per Toni Negri, è quella con Marco Pannella. Degli antichi rapporti tra il futuro leader radicale e il professore di Padova è lo stesso Negri che racconta un episodio, denso di significati, accaduto in Francia – Pannella era giornalista al quotidiano Il Giorno di Mattei – nel periodo della guerra d’Algeria: “Lo conosco da sempre Marco dai tempi dell’Unuri. Poi una volta, all’inizio degli anni Sessanta, me lo ritrovai davanti improvvisamente a Parigi, a Saint-Germain, e gli passai una valigia del reseau (la rete, ndr) algerino. Non era certo un non violento, allora! C’è sottesa, fra noi, una sorta di generazionale fratellanza”.
Questa dichiarazione sul ruolo di Negri come passatore di valige particolari è nel libro di Mauro Suttora Pannella & Bonino SpA edito dalla Kaos Edizioni, a pagina 141 e nota numero 49.
La fratellanza con Marco Pannella e con i radicali si dimostrerà molto utile anche in seguito. Difatti Toni Negri per sfuggire il carcere sfruttò l’occasione che abilmente il Partito radicale gli presentò: quella di diventare parlamentare nelle sue liste. Esattamente la stessa scelta fatta in tempi più recenti da altri soggetti che, apparentemente diversi e distanti come percorsi politici, hanno conti aperti con la giustizia: il fratello massone Silvio Berlusconi, Craxi, Dell’Utri e Previti. Possiamo dire che Negri ha come costante quella di insegnare le cose peggiori.
È utile ricordare che il Partito radicale, durante il congresso di Rimini del 1987, tramite le persone di Marco Pannella, Francesco Rutelli e Giovanni Negri si fece promotore di un incontro con Egidio Carenini, piduista e membro della Dc e Maurizio Gelli, figlio del più noto Licio, con lo scopo di valutare la possibilità di presentare alle elezioni il “capo” della P2. (vedi Trame Atlantiche pag. 418 di Sergio Flamigni e Cicciobello del potere pag. 54 di Lucio Giunio Bruto, Kaos Edizioni

Il rapporto di Toni Negri con i socialisti veneti negli anni Sessanta si dimostra molto fruttuoso tanto che gli permetteranno di uscire, dopo la parentesi dei Quaderni rossi di Panzieri, con il suo nuovo giornale: Classe Operaia, che sarà stampato, per un certo periodo, nella tipografia di De Michelis. La rivista chiuderà nel ’66 con l’autoscioglimento del gruppo.

L’anno 1964 è per Negri il periodo dell’impegno universitario, dei suoi saggi come: Stato e diritto nel giovane Hegel e dell’analisi dello Stato francese nel Cinquecento, ma è anche l’anno delle interminabili discussioni con Tronti, Arquati e un ventenne Cacciari, pupillo del professore padovano, che nel ’69 entrerà nel Pci da posizioni non comuniste, oggi milita nella Margherita e, infine, insegna nell’università di don Verzé, prete molto caro a Berlusconi e Formigoni.
Cacciari e Negri hanno in comune oltre alle teorie politiche e filosofiche nichiliste anche un’inquietante coincidenza: hanno tutti e due un parente, a cui sono stati molto legati, che si erano schierati dopo l’8 settembre con la Repubblica sociale e che vengono giustiziati dai partigiani. Cacciari porta ancora al polso l’orologio di questo zio.
Massimo Cacciari è uno dei più attivi divulgatori del pensiero negativo, nichilista, legato al gruppo formatosi attorno alla casa editrice Adelphi di Roberto Calasso, seguace del pensiero gnostico del banchiere massone Raffaele Mattioli, fondatore nel 1946 di Mediobanca e padre spirituale di Enrico Cuccia. Mattioli è il massone che si fece seppellire, alla sua morte, nella tomba dell’eretica tanto cara ai cultori della gnosi, Guglielma la Boema, nell’abbazia di Chiaravalle. Abbazia alle porte di Milano dedicata a San Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle) grande sponsor dei Templari, i primi banchieri della storia, divulgatori del pensiero gnostico nel mondo cristiano.
La gnosi è la corrente di pensiero filosofico-religiosa dell’élite del capitalismo, la parte egemone. È la religione dei padroni del mondo.
Se volete ulteriori conferme sulla particolare religione dei banchieri andate all’abbazia di Chiaravalle il mattino di ogni 27 luglio e assisterete ad una messa in latino, sulla tomba che fu dell’eretica e che oggi è di Mattioli e consorte.
Massimo Cacciari è accolto nel Pci come uomo di sinistra grazie alla sua militanza in Potere operaio, ma quei dirigenti hanno involontariamente scambiato l’organizzazione di Cacciari con la classe operaia e prendono uno dei più grossi abbagli della loro storia, sottovalutando i danni che i quadri di questa formazione nichilista hanno compiuto scientemente tra le masse popolari.
Il Cacciari pensiero diverrà fondamentale per creare quello stato d’animo adatto a traghettare uomini di formazione marxista verso il post-marxismo gnostico; negli anni Ottanta in Italia si tengono una serie di convegni filosofici – la maggior parte a Venezia – a cui partecipano anche molti dirigenti del Pci. E così i dirigenti comunisti vengono esposti al fascino di un pensiero lontanissimo dal loro: quello dell’attivista e aristocratico reazionario Ernst Jünger. Terminologie come moltitudini, biopolitica, operaio massa che oggi circolano nel lessico delle formazioni di sinistra sono care oltre che a Jünger, a Carl Schmitt e agli iniziati della destra più reazionaria che hanno lavorato per togliere ogni identità di classe al proletariato, trasformandolo in un’entità indistinta, un ceto, impedendogli di riconoscersi e di cementare quella solidarietà che è a fondamento di ogni sforzo che una classe con piena coscienza di sé fa per riformare in modo rivoluzionario la società.
Il lavoro dall’interno di Cacciari, come agente di Potere Operaio contro il Pci è un’azione complessa e su vari piani, tutta tesa ad impedire che si consolidi il consenso attorno ai dirigenti comunisti e a destabilizzarne il rapporto sociale. Questo “intervento” è descritto nel libro di Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia Operazione Moro pagg. 188-189 edito da Franco Angeli nel 1984, che riporta brani della rivista Quindici dove il Cacciari enuncia: “…questa unità (tra chi deve lavorare per far esplodere le contraddizioni del Pci e quelli che devono preoccuparsi di costruire i primi passi della nuova organizzazione della classe – ndr) non potrà essere “vissuta” alla giornata o giudicata col metro dell’attivismo cieco, anche se “fuori” (le virgolette sono sempre di Cacciari), in certe fasi, non conterà neppure affermarla!” e prosegue l’analisi “Per le opposizioni tattiche e le lunghe marce al riparo, non c’è più posto nel partito. Ciò è l’opposto di una indicazione frazionistica. Ciò significa lotta aperta, politica su determinate posizioni strategiche – lotta che potrà anche passare per la porta stretta della “democrazia interna”, etc., ma soltanto per conquistare i più ampi canali di circolazione, nel partito, del discorso di classe, della prospettiva rivoluzionaria, nazionale e internazionale. Non una frazione individuabile, organizzata formalmente – ma un lavoro, una certa azione, un certo intervento, un discorso alternativo “disteso” sulla struttura del partito, in grado di creare tutta una serie di punti di riferimento generali, a livello di base e di iniziative di classe. Soprattutto: un’azione che non si presenti mai subalterna alle scadenze e alle esigenze “ufficiali”, ma che abbia una propria continuità e una propria autonomia, che sia misurata tutta sulla crescita del movimento di classe, tutta e direttamente.
Questa crescita va centrata su due obiettivi, strategicamente connessi: rottura della “disponibilità” riformistica del partito attraverso un lavoro positivo di lotta e confronto politico al suo interno (lavoro pronto a “partecipare” al momento della “nuova sintesi” social-democratica) – unificazione strategica progressiva, sulla base delle prossime scadenze di lotta, con i movimenti di classe e il movimento studentesco; di un processo organizzativo rivoluzionario che può essere soltanto coinvolgendo in sé tutte le forze disponibili e attraverso la crisi di tutte le “istituzioni”date”.
Un lavoro di lungo periodo quello di Massimo Cacciari, un lavoro disteso sulla struttura del partito, fatto di piani paralleli, di un’azione contro il Pci dall’interno, che non è in contraddizione con quella esterna di Negri e Piperno, ma la presuppone.
Non deve stupire quindi se il 7 dicembre 2002, troviamo una lunga intervista a Massimo Cacciari sul giornale di Marcello Dell’Utri, il Domenicale. È il naturale approdo di due personalità, con un percorso convergente, che hanno fatto dell’anticomunismo una ragione di vita.
È grazie al lavoro interno al Pci di Cacciari ed esterno, nei movimenti, di Negri, Piperno e soci per far perdere identità al proletariato, che inizia quel processo di omologazione revisionista tra destra e sinistra, tra fascismo e antifascismo per cui oggi troviamo intellettuali di destra come Franco Cardini, Marco Tarchi, Eduardo Zarelli e il “copista” Aldo Bonomi che circolano nei movimenti legati al Social forum, nei centri sociali e nelle varie formazioni di sinistra, nessuna esclusa, che ne escono così sempre più denaturate.

Ma ritorniamo a Negri che nel frattempo prepara il concorso che gli farà guadagnare nel 1967 una cattedra, quella di dottrina dello Stato. Vincere quel concorso fu facile: le complicazioni vennero in seguito. La delibera, con la quale il consiglio di facoltà dell’Università di Padova accettava il neodocente insediandolo alla cattedra, fu rinviata per “irregolarità formale” dal ministero della Pubblica Istruzione, di cui era responsabile il patavino Luigi Gui.
Una cosa è certa: quando alla seconda delibera Negri passa per un pelo, lo deve al voto determinante di un liberale, amico di Opocher, giunto apposta da Parigi dov’era in vacanza, e di un socialdemocratico, che divenne poi giudice costituzionale.
Il trentaquattrenne professore padovano ottiene l’ordinariato e, realizzando quello che aveva prefigurato, ha la possibilità materiale di dedicarsi alla politica.
Con l’immancabile Cacciari e con Asor Rosa, Negri vive la breve esperienza di Contropiano; poi con l’esplodere delle lotte operaie e studentesche “incontra” quel gruppo di studenti, tra cui Piperno e Scalzone con i quali farà nascere Potere operaio.
Toni Negri di questa organizzazione è il teorico e lo stratega. Il professore vuole un’organizzazione di tipo particolare, ma non comunista, come lui stesso dirà molti anni dopo in un articolo apparso su il Manifesto (20 maggio 1998, pag. 23) “una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop”.
Com’è preciso nella descrizione di Potere operaio, il nostro erudito di Padova, che acuto accostamento con la loggia massonica degli Illuminati di Baviera, una setta che faceva dell’omicidio politico selettivo e del terrorismo una virtù. Forse l’aspirazione di Toni Negri è quella di far sapere che più che professore è un Maestro. Chissà?
Potere operaio serve come laboratorio a Toni Negri per creare le condizioni culturali e psicologiche in molti giovani per fare il salto di “qualità” necessario ed approdare a quel radicalismo borghese dove l’elemento terroristico è una variante prevista dell’agire, una versione aggiornata dell’arditismo dannunziano. Il frutto di questo lavoro è la nascita di Autonomia operaia il movimento dei “militanti nella società”, in una “società non più organizzabile” e dunque da distruggere.
In questo periodo Negri scrive molto: un saggio su Cartesio, Proletari e Stato, La forma Stato, ma soprattutto Il dominio e il sabotaggio, elaborato su misura per il movimento del ’77; è un pamphlet della rivolta, ne vende più di ventimila copie, dove scrive: “Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata”. E ancora, parlando dei suoi progetti e del ruolo che avrebbe voluto assegnare a sé e alla classe operaia: “Un animale vivo, feroce coi suoi nemici, selvaggio nella considerazione di sé, delle sue passioni, così ci piace prevedere la costituzione della dittatura comunista. L’ordine delle funzioni e dei contenuti non può che instaurarsi sulla vitalità della bestia proletaria…” Questa concezione vitalistica era stata mutuata dal protofascista principe di Montenevoso Gabriele D’Annunzio e da Marinetti con alcuni circoli italiani e parigini più accesamente antisocialisti, era stata la base culturale del diciannovismo e dello squadrismo fascista. Questa tecnica comunicativa eccita gli animi di giovani non proprio formati dal punto di vista teorico marxista, più abituati a usare in politica le viscere che il cervello e diventare inconsapevolmente strumento dell’eversione anticomunista.
E Padova, città politicamente clerico-fascista, dove si eclissarono i servizi segreti della Repubblica sociale di Mussolini, diventa la capitale dell’Autonomia.

A questo punto possiamo cominciare a porci una domanda: per quale ragione tutti i mezzi di comunicazione di destra di centro e “sinistra” continuano ad affermare che il professor Antonio Negri è il pensatore più a sinistra che il nostro Paese abbia prodotto?. E guai a contraddirli. Anzi assistiamo ad una corsa tra i media nel sostenere sia Negri che tutto il suo codazzo.
Ma noi proletari seguaci del motto “la verità è rivoluzionaria” e che sappiamo distinguere tra un militante di sinistra e un personaggio sinistro procediamo nel nostro lavoro e non ci curiam di loro e diciamo che per comprendere meglio il tipo politico al quale appartiene Toni Negri bisogna riflettere anche sul periodo storico su cui s’innesta la sua azione.
Nel nostro Paese la lotta politica dal dopoguerra sino a pochi anni fa è stata caratterizzata dall’esplicita esclusione dei comunisti da parte dei partiti che hanno rappresentato i vari governi di centro e di centrosinistra. Ma questo non toglieva all’opposizione comunista la possibilità di crescere e di aumentare il suo radicamento nella società. Tant’è che il Pci continuava a estendere il suo consenso ad ogni tornata elettorale, sino a giungere a metà degli anni Settanta quasi a superare la Democrazia cristiana. Il Pci ha saputo trasformare la protesta giovanile di quegli anni in proposta politica sino a rivendicare il governo del Paese.
Ma per realizzare questo obiettivo i comunisti dovevano frantumare il fronte avverso nel loro Paese e a livello mondiale. Il compromesso storico di Enrico Berlinguer e la politica estera dell’eurocomunismo avevano questo scopo: realizzare le condizioni internazionali per far uscire l’Europa e il nostro Paese dalla gabbia degli accordi di Yalta.
Questo non faceva certo piacere a chi governava, su mandato atlantico, questa parte importante del mondo.
Forze economiche, politiche e religiose scesero in campo per impedire che tutto questo accadesse.
Difatti la Confindustria, in modo lungimirante, aveva investito da tempo parecchi soldi per scongiurare ogni spostamento a sinistra dell’asse politico di questo Paese. Il 26 luglio 1964, a Milano, l’allora presidente del “sindacato” degli imprenditori Furio Cicogna chiese agli associati una “contribuzione straordinaria” pari a 4.000 delle vecchie lire per ogni dipendente. Furono raccolti ben 32 miliardi dell’epoca, corrispondenti oggi a circa 100 milioni di euro (200 miliardi di vecchie lire).
Gli apparati eversivi non vivono d’aria e per realizzare i progetti hanno bisogno di strutture e mezzi importanti: radio, tv, case editrici, giornali, giornalisti, avvocati, abitazioni, mezzi per rapidi spostamenti, corruzione e armi, tutto questo richiede bilanci, non trasparenti ma di solida consistenza.
Queste forze si sono mosse sul terreno del doppio Stato, da una parte una legalità ufficiale e dall’altra una “legalità” sotterranea, che si nutriva di regole inconfessabili ma ferree, fatte valere da catene di comando diverse da quelle palesi: massoneria, gladio, servizi segreti, NATO.
Tutto è stato tentato ed utilizzato per impedire che i comunisti andassero a governare. In una prima fase fu utilizzato il terrorismo di marca fascista, che con lo stragismo servì per esasperare gli animi della popolazione e costruire i presupposti di un’eterodiretta risposta di “sinistra” a quel fenomeno.
Comincia la stagione del terrorismo “rosso” con i suoi omicidi selettivi, di cui l’omicidio del professor Bachelet e dell’onorevole Aldo Moro furono le manifestazioni più evidenti.

Uno dei massimi esponenti del doppio Stato fu sicuramente Edgardo Sogno che definiva Enrico Berlinguer un “pericolo gravissimo per la democrazia” e che con i suoi accoliti “finanziati da Fiat, Confindustria, ministero della Difesa e degli Esteri avevano assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti”. Chissà se Moro era stato avvisato di tutto questo?
L’obiettivo dichiarato da Edgardo Sogno era: “impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni” (da il Manifesto 9 dicembre 1990). A un personaggio di così alto spessore democratico sono stati dedicati anche una lapide commemorativa e i funerali di Stato.
L’intervento di Toni Negri nelle vicende del nostro paese si inserisce proprio a cavallo tra il periodo del fenomeno eversivo di destra e il lavoro che gli apparati anticomunisti facevano per costruire quell’humus culturale a sinistra che sarebbe approdato al terrorismo di segno opposto.
Negri ha contribuito a costruire, assieme ai vari Sofri, Piperno, Scalzone le basi culturali e ideologiche per realizzare la seconda parte del programma descritto da Edgardo Sogno quello di sparare ai traditori che volevano dare ai comunisti la possibilità di governare e quindi trasformare questo Paese.
Sparare a coloro che i padroni imperialisti ritenevano non affidabili rispetto ai loro piani scaricando nel contempo sulla sinistra la responsabilità di quelle morti. Un vero colpo da Maestri massoni.
Ed è all’interno di questa strategia anticomunista che Toni Negri poco prima e durante il periodo del rapimento Moro, compie diversi viaggi negli Stati Uniti. Particolarmente a New York e Washington dove, tra l’altro, ha tenuto un convegno con esponenti dell’autonomia italiana, francese, tedesca, belga, inglese, americana e di altri paesi.
In quel periodo per un comunista conosciuto non c’era possibilità di metter piede sul suolo americano; tant’è che al parlamentare del Pci Pajetta negarono il visto d’ingresso.
Ma per il professore padovano le visite negli Stati Uniti erano un fatto abituale. Quei viaggi potevano avvenire in quanto la borghesia americana era ben conscia che da quei soggiorni non aveva nulla di cui preoccuparsi. Infatti uno dei massimi organismi preposto allo studio e alla “soluzione” dei problemi dell’imperialismo americano la Fondazione Rockefeller, nota in tutto il mondo per il suo accanito anticomunismo, gli ha donato una borsa di studio, gli ha permesso d’insegnare, sicuramente non come costruire una società socialista, e tramite la stessa Fondazione Negri ha allargato i suoi contatti “accademici”.
Chiunque di noi abbia letto saggi o storie di spionaggio o visto qualche buon film sulla materia sa che gli “strateghi” della CIA, FBI, CFR e Pentagono arrivano dalle università. Non stiamo parlando dei manovali dell’eversione ma delle menti raffinate come quelle di Edward Lutwak, Zbigniew Brzezinski o di Samuel P. Huntington.
Su tutto quel periodo yankee, del professore padovano non ci sembra che si sia mai parlato molto e tantomeno indagato. Possiamo a questo punto affermare senza possibilità di essere smentiti che il professore patavino è stato pagato da una formazione anticomunista.

Ritornando nel nostro Paese e su quel periodo vediamo in cosa consisteva l’azione dei gruppi dirigenti di Potere operaio e di Lotta continua, organizzazione nata anch’essa da esponenti di Potop, in particolar modo dal ramo pisano; avevano forse l’intenzione di costruire una vera alternativa politica al Pci? No di certo, il loro compito era quello di costruire nelle nuove generazioni uno stato d’animo ipercritico a sinistra, si doveva costruire una cultura estrema. Infatti quei gruppi sono stati sciolti, con molta oculatezza quando il Pci aveva raggiunto il massimo del consenso tra il 1975 e 1976, lasciando i militanti nella disperazione politica spingendo di fatto molti di essi verso quelle formazioni, eterodirette da massoni e servizi segreti collegati alla NATO, che praticavano il terrorismo.
Per arrivare a cosa? Al rifiuto della legalità sancita dalla nostra Costituzione, nata dalla lotta antifascista. Una Costituzione che doveva essere difesa e sviluppata, la legalità doveva essere materia di lotta politica, si doveva partire da quel livello di democrazia raggiunto per andare oltre, ma costoro hanno preferito scientemente fare una politica che introduceva in una parte delle generazioni di quel periodo lo stesso schema mentale della criminalità organizzata; difatti quelle organizzazioni, egemonizzate dalla cultura nichilista negriana, hanno ritenuto politicamente corretto organizzare rapine in banca, sequestri di persone e pestaggi di dissenzienti. Facendo passare, nell’opinione pubblica, con l’ausilio dei mezzi di comunicazione padronali, che i comunisti sono degli irresponsabili, violenti, privi di etica e di moralità. E sono proprio le parole di Negri a rivelare le sue intenzioni, nello scritto Il Dominio e il sabotaggio che abbiamo in parte già analizzato in precedenza, dove afferma: “Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…” e conclude il paragrafo sentendo il bisogno di chiarire – come se ce ne fosse bisogno – che occorre insistere sul fatto che “…la connessione autovalorizzazione-sabotaggio, ed il suo reciproco, non ci  permette di aver nulla a che fare con il socialismo con la sua tradizione, tanto più con il riformismo e l’eurocomunismo. Scherzando sarebbe proprio il caso di dire che siamo un’altra razza”.
(fine prima parte – segue)

2 Responses to “Biografia di Toni Negri (prima parte)”


  1. 1 mauro suttora febbraio 22, 2010 alle 10:44 am

    grazie per la citazione del libro Pannella & Bonino (Kaos)


  1. 1 Biografia di Toni Negri (prima parte) | Politica Italiana Trackback su febbraio 21, 2010 alle 10:45 pm

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