Archivio per febbraio 2010

Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Rifondazione Comunista

di Sergio Bontempelli

Pisa, 18 Febbraio 2010

Care compagne, cari compagni,

scrivo a tutti voi questa comunicazione, per ora in forma confidenziale, per far conoscere a persone che stimo, con le quali ho condiviso una parte rilevante del mio impegno politico e pubblico, le ragioni del mio dissenso su alcune scelte recenti di Rifondazione Comunista e della Federazione della Sinistra.

Sembra passata un’era geologica da quando il Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, decise – in piena campagna elettorale, sotto i riflettori di un’intensa propaganda sulla “sicurezza” – di varare una legge in materia di immigrazione per garantire diritti anche ai migranti irregolari. Un gesto volutamente provocatorio, volto a contrastare le retoriche securitarie e ad affermare i diritti di tutti. E soprattutto un gesto coraggioso, controcorrente, compiuto (è bene ripeterlo) in piena campagna elettorale da un esponente di un partito – il PD – tutt’altro che sordo alle sirene della “sicurezza”.

Sembra un’era geologica fa, appunto: eppure è passato solo un anno. Oggi, il candidato PD alla Presidenza della Regione Enrico Rossi, pur tra mille distinguo, si dichiara disponibile alla localizzazione sul territorio di un “centro” per immigrati irregolari: e i partiti della sinistra, da sempre contrari ai CIE, dichiarano il loro sostegno al candidato Rossi.

Certo, ci sono i distinguo, le condizioni da porre al governo: i “centri”, dice Rossi, dovranno essere gestiti dal volontariato, e dovranno consentire la regolarizzazione dei migranti. Peccato che quelle condizioni (ammesso e non concesso che si possano condividere) siano inesigibili: i “centri” sono regolati da leggi nazionali, non possono essere utilizzati per regolarizzare ma solo per espellere, e sono gestiti direttamente dal Ministero dell’Interno. Oltretutto, da anni il volontariato più lungimirante e attivo (a partire dalla Caritas e dalle organizzazioni della Chiesa cattolica) si rifiuta di gestire i centri-lager, e ne chiede anzi il superamento o l’abolizione.

È bene ricordare che la Regione Toscana – governata dal centro-sinistra, con Rifondazione che per anni è rimasta all’opposizione – ha sempre contrastato la proposta di installare sul proprio territorio un “CIE” (all’epoca si chiamava ancora “CPT”, centro di permanenza temporanea): e lo ha fatto con una campagna pubblica, coinvolgendo associazioni, comunità migranti, organizzazioni sindacali e del volontariato, settori della Chiesa e del mondo religioso, persino Sindaci e autorità amministrative. Dico queste cose perché – immodestamente – mi considero uno dei protagonisti di quella battaglia, condotta anni fa con amici, amiche, compagni e compagne attivi nel territorio regionale.

Oggi assistiamo a un paradosso davvero singolare: mentre la sinistra abbandona definitivamente il suo ruolo di opposizione e consolida il suo appoggio al PD, questo non produce un significativo spostamento dello stesso PD su posizioni democratiche e antirazziste. Al contrario, spinge l’intera coalizione a tornare indietro, e ad avallare posizioni “securitarie”. In questo modo – permettetemi di dirlo con franchezza – si getta un’ombra sul ruolo stesso della sinistra, sulla sua importanza sociale, sulla sua capacità di esercitare una positiva influenza nel quadro politico.

Le conseguenze di una scelta di questo genere possono essere devastanti.

Devastanti, anzitutto, per chi – come me e come molti altri – opera da anni nella prossimità con i migranti, nel sostegno ai loro diritti e ai loro percorsi di cittadinanza. In un clima nazionale così difficile, segnato dal diffondersi di discriminazioni, violenze razziste e da una paurosa involuzione autoritaria delle istituzioni a tutti i livelli, chi lavora fianco a fianco con i migranti rischia di ritrovarsi isolato. In Toscana, poi, il Partito Democratico – che è la principale forza di governo in molti comuni – sta maturando posizioni via via più arretrate: ovunque, nei territori governati dal centro-sinistra, si invocano espulsioni, si procede alla distruzione dei campi rom, si cancellano diritti e garanzie per i più deboli. Le forme più avanzate di dialogo tra le istituzioni locali e l’associazionismo – dalla Consulta sull’immigrazione dell’ANCI regionale ai tavoli locali di mediazione con le Questure sui permessi di soggiorno – vengono smantellate o svuotate. Il compito della sinistra dovrebbe essere quello di contrastare questi processi, non di avallarli con l’appoggio, pur critico, a posizioni “securitarie” del principale partito di governo regionale.

Ma la scelta di sostenere in questo modo il candidato Rossi è devastante anche per il merito della specifica questione di cui stiamo parlando: la legittimità dei CIE, dei centri di espulsione per migranti irregolari. Da almeno dieci anni esiste una corposa letteratura che si sforza di analizzare, dati alla mano, gli effetti che queste strutture producono. Prima la Corte dei Conti, poi addirittura una commissione istituita nel 2007 presso il Ministero dell’Interno – fonti ufficiali, dunque, e in qualche modo “insospettabili” – avevano dimostrato che i “centri” non solo violano i diritti e le libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, ma non servono allo scopo dichiarato.

E infatti la stragrande maggioranza dei migranti “reclusi” nei centri, dopo aver subito angherie, vessazioni e violazioni dei diritti umani più elementari, non viene alla fine allontanata dall’Italia. Molti cittadini stranieri vengono al contrario “liberati” sul territorio nazionale, e continuano a circolare da “irregolari”: se vengono nuovamente rintracciati, possono finire in carcere per violazione delle norme in materia di immigrazione.

Si crea così un circuito perverso, un passaggio continuo dal carcere al CIE/CPT. È evidente, in questo quadro, che i “centri” non servono affatto ad allontanare i migranti: piuttosto, alimentano la criminalizzazione e la marginalizzazione dei lavoratori stranieri. Riempiono le carceri, già drammaticamente sovraffollate, con persone che hanno l’unica colpa di non avere i documenti di soggiorno. Rappresentano cioè, alla fin fine, uno dei pilastri delle politiche neoliberiste: una forma di criminalizzazione della povertà e della marginalità sociale, dove la detenzione diventa strumento ordinario di governo e di controllo delle “classi pericolose”.

Tutte cose che vengono occultate dalle dichiarazioni irresponsabili di Rossi sulla “umanizzazione” dei CIE: e che invece conosceva bene Nichi Vendola quando, da governatore pugliese in quota Rifondazione, propose l’abolizione dei “centri”, ottenendo il consenso di quasi tutti i presidenti delle Regioni italiane (era il 2005, eppure anche questo sembra preistoria…).

Conosciamo tutti le difficoltà di questa fase. So bene, e non mi nascondo, quanto sia complesso “rompere” con il Partito Democratico su una questione così spinosa – e impopolare, almeno in questo momento – come quella delle politiche migratorie. So che chi ha gestito le trattative con il PD si è trovato di fronte ad un “ricatto” per certi versi ben congegnato: chinare la testa, e avallare di fatto le politiche securitarie, oppure condannarsi a condurre una campagna elettorale tutta in salita. Queste cose le so bene, e non me le nascondo.

Eppure, se la sinistra non riesce a ricomporre il mondo del lavoro, e a contrastare l’artificiosa divisione nativi/migranti, si condanna all’inutilità sociale e politica, e in definitiva alla sconfitta: anche sul terreno propriamente elettorale, che è certo quello più difficile e impervio.

E forse, paradossalmente, proprio la questione dei CIE/CPT si prestava meglio di altre a mostrare la necessità di una ricomposizione sociale, di un superamento della divisione “razziale” delle classi lavoratrici. Perché se i CIE non servono allo scopo dichiarato – che è quello di allontanare i “clandestini” – costano, in compenso, un sacco di soldi: e impiegano una enorme quantità di energie, umane, materiali e finanziarie che potrebbero essere utilizzate in altro modo.

Si poteva, e forse si doveva, partire di qui: a chi e a cosa servono i CIE/CPT? A chi e a cosa servono le politiche migratorie repressive? Quali sono gli “italiani” – o i “toscani” – che trarrebbero giovamento dall’installazione di una struttura del genere sul proprio territorio? Davvero le politiche migratorie proibizioniste sono fatte “per gli italiani”? Non servono, piuttosto, a eludere i nodi della crisi economica, spostando l’attenzione dalle responsabilità “in alto” – la politica, la finanza – per trovare un capro espiatorio “in basso” (i migranti, i segmenti più deboli e indifesi del mondo del lavoro)?

D’altra parte, se persino il Ministro Maroni ha avuto qualche esitazione nell’avallare la campagna di criminalizzazione dei migranti in occasione dei recenti fatti di Milano, significa che esistono -esistono ancora – i margini per contrastare la deriva securitaria delle politiche pubbliche.

Senza contare il fatto che qui non siamo a Milano, ma in Toscana. E una decennale deriva delle forze politiche di centro-sinistra non ha ancora cancellato un tessuto vivo di associazioni, organizzazioni di volontariato, gruppi sensibili e attivi su queste questioni. Si poteva, e si doveva, costruire con questo mondo una campagna pubblica coraggiosa, intelligente, lungimirante. Forse, chissà, un approccio di questo genere – attento alla relazione con la società e non solo alle trattative interne alla politica – avrebbe spinto lo stesso Rossi a tornare sui suoi passi. E magari l’alleanza si sarebbe fatta lo stesso, ma in condizioni più avanzate.

È stata fatta la scelta opposta. I motivi si possono capire, ma le conseguenze sono e saranno devastanti: perché contribuiranno alla spaventosa involuzione politica della Toscana, a cui stiamo assistendo già da diversi anni. La sinistra, inoltre, si condanna ad apparire residuale e ininfluente, e a perdere per questa via i suoi consensi. Forse questo non impedirà, oggi, di ottenere uno spazio istituzionale nel consiglio regionale – capisco che sia prezioso, in un momento in cui la visibilità politica della sinistra è ridotta a zero -, ma non arresterà la progressiva marginalizzazione di Rifondazione Comunista, della Federazione e delle forze politiche ad essa legate.

Per tutti questi motivi, ritengo che la scelta fatta sia disastrosa: per i migranti anzitutto, ma anche per la tenuta democratica della Toscana, per le politiche che si annunciano con la prossima legislatura.

Perciò, a malincuore – e per la prima volta dal 1991 – non voterò per la sinistra alle prossime elezioni regionali, né sosterrò in un alcun modo il candidato Rossi alla Presidenza della Toscana. Spero vivamente che le scelte compiute siano oggetto di un dibattito più approfondito, e che ci siano margini per tornare indietro e per ripensare il ruolo della sinistra nel contesto politico regionale. Io sono e resto disponibile ad una discussione con i compagni e le compagne, con cui ho condiviso tanti anni di passione e impegno civile.

Un caro saluto a tutti/e

Sergio Bontempelli

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Biografia di Toni Negri (prima parte)

Toni Negri Potere Operaio Superclan
Uomini, culture, tecniche dell’eversione imperialista

di Andrea Montella

Antonio Negri, più conosciuto come Toni, nasce nel 1933 in una casa alla periferia di Padova, da Aldina Malvezzi e Nerio Negri.
Toni Negri frequenta la scuola, con ottimi risultati, tanto da essere considerato dagli insegnanti dell’istituto “Antoniano”, gestito dai gesuiti, l’allievo più promettente di quel periodo.
Ma i giovani in quegli anni non vivevano certamente in condizioni di normalità, erano catapultati nel mezzo di un conflitto mondiale e l’Italia lacerata negli animi e distrutta materialmente dalla criminale politica del regime fascista viveva drammi personali che mettevano a dura prova equilibri ed emotività, lasciando spesso nel loro animo segni indelebili.
Ed anche la famiglia di Toni Negri fu toccata da uno di questi drammi: nell’inverno del 1943, nella regione dell’Isonzo, i partigiani delle Brigate Garibaldi composte in maggioranza da comunisti, giustiziano il fratello bersagliere, passato con i fascisti del battaglione Mussolini della Repubblica Sociale. La morte del figlio crea nella cattolicissima madre, una forte tensione emotiva, la induce a portare a casa il corpo del figlio tenendolo con sé per diverso tempo, facendo vivere a tutto il resto della famiglia una situazione ai limiti della disperazione. Quell’episodio probabilmente segnerà il giovane Negri per il resto della vita.
Poco dopo la famiglia è colpita da un nuovo lutto: muore il padre Nerio, la signora Aldina Malvezzi da quel momento deve crescere i figli da sola.
Il tempo trascorre e il giovane Negri, diligentemente, prosegue gli studi e come alle elementari, così al liceo “Tito Livio”, frequentato in precedenza da un altro famoso anticomunista Giorgio Napolitano, continua ad avere ottimi voti e il plauso degli insegnanti.
Toni è un ragazzo religiosamente motivato, frequenta la parrocchia ed è sempre presente alla messa domenicale.
Dopo la maturità si iscrive a filosofia all’Università di Padova, lì è inserito negli ambienti della goliardia e dirige il giornale universitario “Bo'”, dal nome del palazzo dell’ateneo; ma è in parrocchia che Toni Negri incontra la politica: attraverso don Antonio Sartorato entra nella GIAC (Gioventù Italiana Azione Cattolica). Con lui vi entrano anche due suoi inseparabili amici: Paolo Ceccarelli, che farà l’architetto nella capitale lombarda e Gianfranco Poggi, figlio del presidente del tribunale di Padova, che insegnerà come sociologo ad Harvard, negli Stati Uniti.
A Padova arriva, in quel periodo, Mario Rossi, ex delfino di Luigi Gedda, l’anticomunista che fondò nel 1948 i Comitati civici. Rossi si era convertito all’impegno democratico e attorno a lui si forma nell’Azione cattolica un nucleo di giovani molto attivi che avevano come figura dirigente Toni Negri, essi erano: Enzo Scotti, Dino de Poli, Wladimiro Dorigo, Giovanni Vattimo, Carlo Carretto ed Emanuele Milani.
Toni Negri grazie al suo iperattivismo trova in quel periodo anche il plauso del giovane deputato veneto Mariano Rumor.
Nel 1954 Mario Rossi è attaccato da Pio XII ed è allontanato, inizia in quel momento la diaspora del gruppo a lui legato; una parte di questi giovani si dà al giornalismo, altri si danno alla politica.
Negri abbandona la carica di delegato diocesano ed entra nella Democrazia cristiana a fianco di Luigi Carraro; subito dopo attraversa un periodo di forte crisi personale e se ne va in Sicilia a lavorare con il sociologo Danilo Dolci. L’esperienza dura poco, non ha tempo da perdere, deve laurearsi.
Nel 1955, il futuro capo di Autonomia operaia, discute la tesi con un docente di filosofia morale notoriamente di destra, Umberto Padovani, che gliela firma.
Ma Toni Negri, in quel periodo, è nelle grazie del rettore Enrico Opocher che lo prende con sé e lo nomina suo assistente.
Vediamo ora chi sono gli sponsor di Toni Negri in quel periodo: il vescovo di Padova, monsignor Bortignon e il filosofo “socialista” Norberto Bobbio. Si potrebbe dire il diavolo e l’acqua santa o meglio l’acqua santa e il diavolo, mantenendo l’ordine espositivo dei nomi.
Non dobbiamo meravigliarci che come sostenitori di Negri ci siano uomini di curia e laici: in quel periodo la Chiesa e le forze laiche stavano perfezionando un’alleanza, iniziata sotterraneamente, durante l’ultimo conflitto mondiale e che nel Concilio Vaticano II sarebbe diventata la politica di apertura da parte del mondo cattolico alla borghesia e al suo partito occulto – la Massoneria – per combattere il Comunismo, comune nemico. Stavano cercando i quadri e i manovali per quel progetto.
A renderci edotti e a conforto di quanto abbiamo esposto su questa alleanza anticomunista tra Chiesa e Massoneria scrive Roberto Fabiani nel suo libro I massoni in Italia (capitolo sesto In nome del Padre, del Figlio e del fratello – pagina 78 – edito da L’Espresso): “Adesso stavano lì, in quella saletta disadorna della Casa di Gesù Divin Maestro, ai castelli romani, in vista del lago di Albano. Da una parte Esposito (padre paolino, ndr), con il suo parlare irruento ma capace di lunghi silenzi. Dall’altra Giordano Gamberini, Gran Maestro della massoneria italiana (valdese, ndr), più magro e spiritato che mai. Avevano un interesse in comune: capirsi. I presupposti per l’incontro c’erano tutti. Esposito sapeva che quella guerra secolare era nata da un equivoco; e sapeva anche che il pontefice regnante Giovanni Battista Montini, da sostituto alla segreteria di Stato, con quella roccia di Pio XII, una volta aveva confidato al rettore dell’università Pro Deo, Felix Morlion: “Quando i tempi saranno maturi si farà pace tra chiesa e massoneria. Sono sicuro che ci arriveremo: la chiesa toglierà la scomunica e i massoni faranno la loro parte deponendo le armi. Ma ci vuole tempo. Tempo e prudenza”.
Alla fine del ’67 Esposito sapeva da fonte diretta che il tempo era arrivato. Sapeva che le dichiarazioni Dignitatis humanae e Nostrae aetatae, approvate dal Concilio ecumenico Vaticano secondo, erano state elaborate da prelati che avevano frequentazioni di logge massoniche. Sì, perché il fatto che nei templi della libera muratoria sedessero dignitari della chiesa cattolica non era affatto leggenda né materia per libellisti come molti credevano o speravano, ma rispondeva a pura verità. E di questi prelati-massoni il più autorevole aveva la statura, la dimensione culturale e l’apertura mentale del cardinale Franziskus König, arcivescovo di Vienna”.

Qui dobbiamo fare una breve riflessione sui personaggi, di alto rango, citati dal Fabiani: Giovanni Battista Montini (Paolo VI) e Felix Morlion: chi erano costoro?
Giovanni Battista Enrico Antonio Maria Montini nasce alle ore 22 del 26 settembre 1897 a Concesio nei pressi di Brescia ed è il secondogenito di Giorgio e Giuditta Alghisi. E sin qui tutto normale. Ma analizzando con più attenzione il parentado troviamo che da parte di madre, tra gli Alghisi, le presenze massoniche non mancano, tant’è che sui loro tombali, nel cimitero di Verolavecchia, si trovano dei bassorilievi di indiscutibile simbologia massonica. Inoltre per capire meglio chi fosse Montini bisogna rammentare che nella Basilica di San Pietro a Roma, sulla porta in bronzo detta “Porta del Bene e del Male”, inaugurata nel giorno del suo compleanno nel 1977, dallo scultore Luciano Minguzzi, Paolo VI si è fatto ritrarre, sul pannello 12, di profilo con le mani giunte e munite di guanti. Sul guanto della mano sinistra era scolpita una stella nel cerchio che nel linguaggio massonico rappresenta il pentalfa simbolo di colui che si dedica a grandi imprese. Ma la stella nel cerchio è anche la stella delle BR. Quella rappresentazione di Paolo VI suscitò le ire dei prelati più tradizionalisti che ne imposero la rimozione e la sua sostituzione. Ma se ne trova traccia sull’inserto speciale de L’Osservatore Romano di domenica 25 settembre 1977 a pagina XI.
Montini di “grandi imprese” ne ha fatte molte: tra queste ricordiamo quella del lontano 1942 quando era Segretario di Stato, dove ha organizzato per conto di Earl Brennan dell’OSS, i servizi segreti americani durante la seconda guerra mondiale, una rete spionistica che utilizzava la struttura diplomatica del Vaticano per far giungere a Washington le mappe dell’industria bellica giapponese. Questa operazione era nota col nome in codice di Progetto vascello.
La seconda impresa è stata quella di aver permesso la fuga dei criminali nazisti, fascisti e degli ustascia croati; infatti Montini aveva sotto la sua supervisione l’ufficio che rilasciava i documenti per l’espatrio dei “rifugiati”. Una rete di complicità lavorava per impedire la cattura di personaggi come Walter Rauff, l’inventore delle camere a gas mobili. Questo criminale venne usato congiuntamente dal Vaticano e dagli americani, dal 1944 al 1949, con lo scopo di mettere in piedi un’organizzazione capace di far fuggire molte migliaia di agenti della Gestapo ed SS, da usare in seguito in funzione anticomunista. Usarono per i loro loschi traffici dalla Caritas Internationalis, al vescovo Alois Hudal del Collegium Teutonicum, al prete Krunoslav Draganovic, consigliere del dittatore croato Ante Pavelic. Questa rete era chiamata la “via dei conventi”.

Felix Andrew Morlion domenicano belga fondatore del servizio segreto dei cattolici europei, la Pro Deo con base a Lisbona ha avuto ottimi rapporti con i servizi segreti americani sin dal 1943 quando si alleò con William Donovan capo dell’OSS che gli aprì un’ulteriore base negli Stati Uniti e poi nel 1944 un’altra direttamente in Vaticano, utile anche per passare informazioni sulla situazione sul fronte tedesco. Nel 1945 segretario di Morlion è Giulio Andreotti, che diventerà il deux ex machina della politica italiana e considerato dagli autori di uno studio sulla Massoneria The messianic legacy di Michael Baigent e Henry Lincoln, come uno dei triumviri del Priorato di Sion. Nel dopoguerra Morlion opererà nel nostro Paese con il suo nucleo di spie in funzione anticomunista e stabilirà stretti rapporti con l’Accademia del Mediterraneo americano del massone della Gran Loggia degli Alam, Giovanni Francesco Alliata di Montereale, arrestato nel 1974 con l’accusa di cospirazione dal giudice Giovanni Tamburino che indagava sulla Rosa dei venti.
Nel 1968 si interessò delle attività di Morlion, Mino Pecorelli futuro direttore di OP, che sull’ultimo numero di Mondo d’oggi fece uscire una foto in cui apparivano il padre domenicano con tre uomini della CIA: i quattro erano in compagnia dei ministri Giuseppe Spataro e Mariano Rumor; inoltre il giornale annunciava un articolo sensazionale sui rapporti intercorsi tra la Gestapo, la CIA, il Vaticano, i servizi segreti di tre Paesi della NATO, la Fiat, la Montecatini, la Michelin, la Bata, l’ambasciatrice americana Mary Luce e l’ordine dei domenicani. In seguito ci fu un’interpellanza parlamentare del senatore della sinistra indipendente Luigi Anderlini sui rapporti tra SIFAR e la Pro Deo che chiedeva l’allontanamento di Morlion dall’Italia.
Il fondatore della Pro Deo alla fine degli anni Sessanta aveva preso contatto con l’Aginter press di Yves Guerin Serac a Lisbona. Serac è uno dei più grandi provocatori del nostro tempo, esperto di operazioni coperte anticomuniste.
Padre Morlion lo troviamo anche nell’inchiesta sull’attentato a Giovanni Paolo II, in quanto abitava in via Pola 23 a Roma in un appartamento sovrastante e identico nella planimetria, a quello del bulgaro Serghej Antonov, accusato da Ali Agka di essere uno dei suoi complici. Ma quella casa fu frequentata anche da Francesco Pazienza e Michael Leeden, il primo uomo della P2, legato a Santovito direttore del SISMI e piduista a sua volta, il secondo esponente dell’amministrazione Carter e successivamente di quella di Reagan, esperto di terrorismo e mediatore ufficioso tra i servizi segreti americani e quelli Italiani, vicino ad ambienti altolocati della P2. Nelle sue visite in Italia risiedeva nell’appartamento di Ferdinando Pavone, uomo legato alla società Agusta, alla Theodore G. Shackley (Tgs), ex capo stazione CIA a Roma negli anni Sessanta. Il Pavone inoltre tramite la Fma di Vaduz operava poi attraverso la Banque de Commerce et Placements (Bcp) sempre di Vaduz.

Ma torniamo alla “pace”, o meglio all’accordo anticomunista, tra Chiesa e Massoneria, sancito in un documento di trenta righe firmato da Paolo VI il 19 luglio 1974 e spedito agli episcopati di tutto il mondo.
Il 1974 è un anno particolarmente importante sia a livello nazionale che internazionale: è l’anno dello scandalo “Watergate” che porta alla destituzione del presidente americano Richard Nixon; in Portogallo c’è la “rivoluzione dei garofani” condotta dall’esercito su mandato Usa, che fa cadere la dittatura e ripristina la democrazia; in Italia c’è il referendum sul divorzio in cui viene respinta la proposta abrogativa del governo Rumor; poco dopo ci sono le stragi fasciste di Brescia e del treno Italicus; l’India fa esplodere la sua prima bomba atomica, in Cile Pinochet annulla tutte le riforme introdotte da Allende; la stampa americana accusa la CIA e Henry Kissinger di aver appoggiato il golpe di Pinochet. Ma il 1974 è anche l’anno della svolta dentro le Brigate Rosse: il 17 giugno vengono uccisi nella sede del MSI di Padova Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. L’omicidio dei due fascisti è il primo effettuato dall’organizzazione e determina una feroce battaglia politica tra i capi storici, che erano contrari e l’uomo del Superclan di Simioni nelle BR, Mario Moretti, favorevole alla svolta. L’8 settembre le forze dell’ordine arrestano nei pressi del passaggio a livello di Pinerolo i “vecchi” capi delle Brigate Rosse, Curcio e Franceschini.
Questa decapitazione delle Br è l’articolazione all’interno dei gruppi dell’estremismo politico di questa strategia anticomunista, che venne sostenuta oltre che da settori cattolici anche da settori dell’Internazionale socialista, grazie all’opera meticolosa del Partito laburista d’Israele. Vedi Sergio Flamigni a pagina 107 del libro Convergenze parallele Kaos Edizioni.

Ma torniamo al professore padovano che nel 1958 entrò nel Partito socialista e fu eletto il 6 novembre 1960 consigliere comunale. La scelta socialista era accompagnata da una critica sistematica alla politica del Pci. È proprio col Psi che Toni Negri si dà la patente di “uomo di sinistra” ed entra in contatto con quei personaggi fondamentali per la sua seconda carriera, quella di politico
In questo periodo lavora con Raniero Panzieri, dopo Morandi uno degli uomini più influenti del Partito socialista, l’uomo che elaborò in Sicilia, nel 1955, un anno prima dei fatti d’Ungheria (e in politica l’anticipo è tutto), un progetto politico precursore del centrosinistra, dove i socialisti rompevano l’alleanza con i comunisti, il Blocco del Popolo, e aprivano a soluzioni centriste. Panzieri è l’ideatore dei Quaderni rossi, la rivista apre un forte dibattito nella sinistra marxista, ma si sposta progressivamente su posizioni radical-borghesi, sino a diventare la fucina dell’operaismo, primo germe di quella cultura anticomunista che contaminerà una parte delle generazioni degli anni Settanta. (vedi nel sito http://www.dossetti.com il n° 26 della rivista Bailamme intervista a Rita di Leo “Per una storia di Classe Operaia”; Storia del Partito Radicale in http://www.radicalparty.org/party/teo_1.htm, L’Espresso 11 dicembre 1997 pag. 83, 85 “Vado con la Dc, gridò l’operaista”).
Toni Negri scrive anche sul quindicinale socialista Progresso Veneto e diventa azionista della Marsilio, la casa editrice di Cesare De Michelis, fratello di Gianni amico di famiglia dell’ex moglie – Paola Meo – figlia del famoso architetto che su commissione del patriarcato di Venezia ha costruito, negli anni Cinquanta, mezza città; in quegli anni il patriarca di Venezia era Giovanni Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII artefice del Concilio Vaticano II.
Un’altra conoscenza di quel mondo laico e trasversale che si dimostrerà molto utile per Toni Negri, è quella con Marco Pannella. Degli antichi rapporti tra il futuro leader radicale e il professore di Padova è lo stesso Negri che racconta un episodio, denso di significati, accaduto in Francia – Pannella era giornalista al quotidiano Il Giorno di Mattei – nel periodo della guerra d’Algeria: “Lo conosco da sempre Marco dai tempi dell’Unuri. Poi una volta, all’inizio degli anni Sessanta, me lo ritrovai davanti improvvisamente a Parigi, a Saint-Germain, e gli passai una valigia del reseau (la rete, ndr) algerino. Non era certo un non violento, allora! C’è sottesa, fra noi, una sorta di generazionale fratellanza”.
Questa dichiarazione sul ruolo di Negri come passatore di valige particolari è nel libro di Mauro Suttora Pannella & Bonino SpA edito dalla Kaos Edizioni, a pagina 141 e nota numero 49.
La fratellanza con Marco Pannella e con i radicali si dimostrerà molto utile anche in seguito. Difatti Toni Negri per sfuggire il carcere sfruttò l’occasione che abilmente il Partito radicale gli presentò: quella di diventare parlamentare nelle sue liste. Esattamente la stessa scelta fatta in tempi più recenti da altri soggetti che, apparentemente diversi e distanti come percorsi politici, hanno conti aperti con la giustizia: il fratello massone Silvio Berlusconi, Craxi, Dell’Utri e Previti. Possiamo dire che Negri ha come costante quella di insegnare le cose peggiori.
È utile ricordare che il Partito radicale, durante il congresso di Rimini del 1987, tramite le persone di Marco Pannella, Francesco Rutelli e Giovanni Negri si fece promotore di un incontro con Egidio Carenini, piduista e membro della Dc e Maurizio Gelli, figlio del più noto Licio, con lo scopo di valutare la possibilità di presentare alle elezioni il “capo” della P2. (vedi Trame Atlantiche pag. 418 di Sergio Flamigni e Cicciobello del potere pag. 54 di Lucio Giunio Bruto, Kaos Edizioni

Il rapporto di Toni Negri con i socialisti veneti negli anni Sessanta si dimostra molto fruttuoso tanto che gli permetteranno di uscire, dopo la parentesi dei Quaderni rossi di Panzieri, con il suo nuovo giornale: Classe Operaia, che sarà stampato, per un certo periodo, nella tipografia di De Michelis. La rivista chiuderà nel ’66 con l’autoscioglimento del gruppo.

L’anno 1964 è per Negri il periodo dell’impegno universitario, dei suoi saggi come: Stato e diritto nel giovane Hegel e dell’analisi dello Stato francese nel Cinquecento, ma è anche l’anno delle interminabili discussioni con Tronti, Arquati e un ventenne Cacciari, pupillo del professore padovano, che nel ’69 entrerà nel Pci da posizioni non comuniste, oggi milita nella Margherita e, infine, insegna nell’università di don Verzé, prete molto caro a Berlusconi e Formigoni.
Cacciari e Negri hanno in comune oltre alle teorie politiche e filosofiche nichiliste anche un’inquietante coincidenza: hanno tutti e due un parente, a cui sono stati molto legati, che si erano schierati dopo l’8 settembre con la Repubblica sociale e che vengono giustiziati dai partigiani. Cacciari porta ancora al polso l’orologio di questo zio.
Massimo Cacciari è uno dei più attivi divulgatori del pensiero negativo, nichilista, legato al gruppo formatosi attorno alla casa editrice Adelphi di Roberto Calasso, seguace del pensiero gnostico del banchiere massone Raffaele Mattioli, fondatore nel 1946 di Mediobanca e padre spirituale di Enrico Cuccia. Mattioli è il massone che si fece seppellire, alla sua morte, nella tomba dell’eretica tanto cara ai cultori della gnosi, Guglielma la Boema, nell’abbazia di Chiaravalle. Abbazia alle porte di Milano dedicata a San Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle) grande sponsor dei Templari, i primi banchieri della storia, divulgatori del pensiero gnostico nel mondo cristiano.
La gnosi è la corrente di pensiero filosofico-religiosa dell’élite del capitalismo, la parte egemone. È la religione dei padroni del mondo.
Se volete ulteriori conferme sulla particolare religione dei banchieri andate all’abbazia di Chiaravalle il mattino di ogni 27 luglio e assisterete ad una messa in latino, sulla tomba che fu dell’eretica e che oggi è di Mattioli e consorte.
Massimo Cacciari è accolto nel Pci come uomo di sinistra grazie alla sua militanza in Potere operaio, ma quei dirigenti hanno involontariamente scambiato l’organizzazione di Cacciari con la classe operaia e prendono uno dei più grossi abbagli della loro storia, sottovalutando i danni che i quadri di questa formazione nichilista hanno compiuto scientemente tra le masse popolari.
Il Cacciari pensiero diverrà fondamentale per creare quello stato d’animo adatto a traghettare uomini di formazione marxista verso il post-marxismo gnostico; negli anni Ottanta in Italia si tengono una serie di convegni filosofici – la maggior parte a Venezia – a cui partecipano anche molti dirigenti del Pci. E così i dirigenti comunisti vengono esposti al fascino di un pensiero lontanissimo dal loro: quello dell’attivista e aristocratico reazionario Ernst Jünger. Terminologie come moltitudini, biopolitica, operaio massa che oggi circolano nel lessico delle formazioni di sinistra sono care oltre che a Jünger, a Carl Schmitt e agli iniziati della destra più reazionaria che hanno lavorato per togliere ogni identità di classe al proletariato, trasformandolo in un’entità indistinta, un ceto, impedendogli di riconoscersi e di cementare quella solidarietà che è a fondamento di ogni sforzo che una classe con piena coscienza di sé fa per riformare in modo rivoluzionario la società.
Il lavoro dall’interno di Cacciari, come agente di Potere Operaio contro il Pci è un’azione complessa e su vari piani, tutta tesa ad impedire che si consolidi il consenso attorno ai dirigenti comunisti e a destabilizzarne il rapporto sociale. Questo “intervento” è descritto nel libro di Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia Operazione Moro pagg. 188-189 edito da Franco Angeli nel 1984, che riporta brani della rivista Quindici dove il Cacciari enuncia: “…questa unità (tra chi deve lavorare per far esplodere le contraddizioni del Pci e quelli che devono preoccuparsi di costruire i primi passi della nuova organizzazione della classe – ndr) non potrà essere “vissuta” alla giornata o giudicata col metro dell’attivismo cieco, anche se “fuori” (le virgolette sono sempre di Cacciari), in certe fasi, non conterà neppure affermarla!” e prosegue l’analisi “Per le opposizioni tattiche e le lunghe marce al riparo, non c’è più posto nel partito. Ciò è l’opposto di una indicazione frazionistica. Ciò significa lotta aperta, politica su determinate posizioni strategiche – lotta che potrà anche passare per la porta stretta della “democrazia interna”, etc., ma soltanto per conquistare i più ampi canali di circolazione, nel partito, del discorso di classe, della prospettiva rivoluzionaria, nazionale e internazionale. Non una frazione individuabile, organizzata formalmente – ma un lavoro, una certa azione, un certo intervento, un discorso alternativo “disteso” sulla struttura del partito, in grado di creare tutta una serie di punti di riferimento generali, a livello di base e di iniziative di classe. Soprattutto: un’azione che non si presenti mai subalterna alle scadenze e alle esigenze “ufficiali”, ma che abbia una propria continuità e una propria autonomia, che sia misurata tutta sulla crescita del movimento di classe, tutta e direttamente.
Questa crescita va centrata su due obiettivi, strategicamente connessi: rottura della “disponibilità” riformistica del partito attraverso un lavoro positivo di lotta e confronto politico al suo interno (lavoro pronto a “partecipare” al momento della “nuova sintesi” social-democratica) – unificazione strategica progressiva, sulla base delle prossime scadenze di lotta, con i movimenti di classe e il movimento studentesco; di un processo organizzativo rivoluzionario che può essere soltanto coinvolgendo in sé tutte le forze disponibili e attraverso la crisi di tutte le “istituzioni”date”.
Un lavoro di lungo periodo quello di Massimo Cacciari, un lavoro disteso sulla struttura del partito, fatto di piani paralleli, di un’azione contro il Pci dall’interno, che non è in contraddizione con quella esterna di Negri e Piperno, ma la presuppone.
Non deve stupire quindi se il 7 dicembre 2002, troviamo una lunga intervista a Massimo Cacciari sul giornale di Marcello Dell’Utri, il Domenicale. È il naturale approdo di due personalità, con un percorso convergente, che hanno fatto dell’anticomunismo una ragione di vita.
È grazie al lavoro interno al Pci di Cacciari ed esterno, nei movimenti, di Negri, Piperno e soci per far perdere identità al proletariato, che inizia quel processo di omologazione revisionista tra destra e sinistra, tra fascismo e antifascismo per cui oggi troviamo intellettuali di destra come Franco Cardini, Marco Tarchi, Eduardo Zarelli e il “copista” Aldo Bonomi che circolano nei movimenti legati al Social forum, nei centri sociali e nelle varie formazioni di sinistra, nessuna esclusa, che ne escono così sempre più denaturate.

Ma ritorniamo a Negri che nel frattempo prepara il concorso che gli farà guadagnare nel 1967 una cattedra, quella di dottrina dello Stato. Vincere quel concorso fu facile: le complicazioni vennero in seguito. La delibera, con la quale il consiglio di facoltà dell’Università di Padova accettava il neodocente insediandolo alla cattedra, fu rinviata per “irregolarità formale” dal ministero della Pubblica Istruzione, di cui era responsabile il patavino Luigi Gui.
Una cosa è certa: quando alla seconda delibera Negri passa per un pelo, lo deve al voto determinante di un liberale, amico di Opocher, giunto apposta da Parigi dov’era in vacanza, e di un socialdemocratico, che divenne poi giudice costituzionale.
Il trentaquattrenne professore padovano ottiene l’ordinariato e, realizzando quello che aveva prefigurato, ha la possibilità materiale di dedicarsi alla politica.
Con l’immancabile Cacciari e con Asor Rosa, Negri vive la breve esperienza di Contropiano; poi con l’esplodere delle lotte operaie e studentesche “incontra” quel gruppo di studenti, tra cui Piperno e Scalzone con i quali farà nascere Potere operaio.
Toni Negri di questa organizzazione è il teorico e lo stratega. Il professore vuole un’organizzazione di tipo particolare, ma non comunista, come lui stesso dirà molti anni dopo in un articolo apparso su il Manifesto (20 maggio 1998, pag. 23) “una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop”.
Com’è preciso nella descrizione di Potere operaio, il nostro erudito di Padova, che acuto accostamento con la loggia massonica degli Illuminati di Baviera, una setta che faceva dell’omicidio politico selettivo e del terrorismo una virtù. Forse l’aspirazione di Toni Negri è quella di far sapere che più che professore è un Maestro. Chissà?
Potere operaio serve come laboratorio a Toni Negri per creare le condizioni culturali e psicologiche in molti giovani per fare il salto di “qualità” necessario ed approdare a quel radicalismo borghese dove l’elemento terroristico è una variante prevista dell’agire, una versione aggiornata dell’arditismo dannunziano. Il frutto di questo lavoro è la nascita di Autonomia operaia il movimento dei “militanti nella società”, in una “società non più organizzabile” e dunque da distruggere.
In questo periodo Negri scrive molto: un saggio su Cartesio, Proletari e Stato, La forma Stato, ma soprattutto Il dominio e il sabotaggio, elaborato su misura per il movimento del ’77; è un pamphlet della rivolta, ne vende più di ventimila copie, dove scrive: “Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come segno di colleganza di classe. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata”. E ancora, parlando dei suoi progetti e del ruolo che avrebbe voluto assegnare a sé e alla classe operaia: “Un animale vivo, feroce coi suoi nemici, selvaggio nella considerazione di sé, delle sue passioni, così ci piace prevedere la costituzione della dittatura comunista. L’ordine delle funzioni e dei contenuti non può che instaurarsi sulla vitalità della bestia proletaria…” Questa concezione vitalistica era stata mutuata dal protofascista principe di Montenevoso Gabriele D’Annunzio e da Marinetti con alcuni circoli italiani e parigini più accesamente antisocialisti, era stata la base culturale del diciannovismo e dello squadrismo fascista. Questa tecnica comunicativa eccita gli animi di giovani non proprio formati dal punto di vista teorico marxista, più abituati a usare in politica le viscere che il cervello e diventare inconsapevolmente strumento dell’eversione anticomunista.
E Padova, città politicamente clerico-fascista, dove si eclissarono i servizi segreti della Repubblica sociale di Mussolini, diventa la capitale dell’Autonomia.

A questo punto possiamo cominciare a porci una domanda: per quale ragione tutti i mezzi di comunicazione di destra di centro e “sinistra” continuano ad affermare che il professor Antonio Negri è il pensatore più a sinistra che il nostro Paese abbia prodotto?. E guai a contraddirli. Anzi assistiamo ad una corsa tra i media nel sostenere sia Negri che tutto il suo codazzo.
Ma noi proletari seguaci del motto “la verità è rivoluzionaria” e che sappiamo distinguere tra un militante di sinistra e un personaggio sinistro procediamo nel nostro lavoro e non ci curiam di loro e diciamo che per comprendere meglio il tipo politico al quale appartiene Toni Negri bisogna riflettere anche sul periodo storico su cui s’innesta la sua azione.
Nel nostro Paese la lotta politica dal dopoguerra sino a pochi anni fa è stata caratterizzata dall’esplicita esclusione dei comunisti da parte dei partiti che hanno rappresentato i vari governi di centro e di centrosinistra. Ma questo non toglieva all’opposizione comunista la possibilità di crescere e di aumentare il suo radicamento nella società. Tant’è che il Pci continuava a estendere il suo consenso ad ogni tornata elettorale, sino a giungere a metà degli anni Settanta quasi a superare la Democrazia cristiana. Il Pci ha saputo trasformare la protesta giovanile di quegli anni in proposta politica sino a rivendicare il governo del Paese.
Ma per realizzare questo obiettivo i comunisti dovevano frantumare il fronte avverso nel loro Paese e a livello mondiale. Il compromesso storico di Enrico Berlinguer e la politica estera dell’eurocomunismo avevano questo scopo: realizzare le condizioni internazionali per far uscire l’Europa e il nostro Paese dalla gabbia degli accordi di Yalta.
Questo non faceva certo piacere a chi governava, su mandato atlantico, questa parte importante del mondo.
Forze economiche, politiche e religiose scesero in campo per impedire che tutto questo accadesse.
Difatti la Confindustria, in modo lungimirante, aveva investito da tempo parecchi soldi per scongiurare ogni spostamento a sinistra dell’asse politico di questo Paese. Il 26 luglio 1964, a Milano, l’allora presidente del “sindacato” degli imprenditori Furio Cicogna chiese agli associati una “contribuzione straordinaria” pari a 4.000 delle vecchie lire per ogni dipendente. Furono raccolti ben 32 miliardi dell’epoca, corrispondenti oggi a circa 100 milioni di euro (200 miliardi di vecchie lire).
Gli apparati eversivi non vivono d’aria e per realizzare i progetti hanno bisogno di strutture e mezzi importanti: radio, tv, case editrici, giornali, giornalisti, avvocati, abitazioni, mezzi per rapidi spostamenti, corruzione e armi, tutto questo richiede bilanci, non trasparenti ma di solida consistenza.
Queste forze si sono mosse sul terreno del doppio Stato, da una parte una legalità ufficiale e dall’altra una “legalità” sotterranea, che si nutriva di regole inconfessabili ma ferree, fatte valere da catene di comando diverse da quelle palesi: massoneria, gladio, servizi segreti, NATO.
Tutto è stato tentato ed utilizzato per impedire che i comunisti andassero a governare. In una prima fase fu utilizzato il terrorismo di marca fascista, che con lo stragismo servì per esasperare gli animi della popolazione e costruire i presupposti di un’eterodiretta risposta di “sinistra” a quel fenomeno.
Comincia la stagione del terrorismo “rosso” con i suoi omicidi selettivi, di cui l’omicidio del professor Bachelet e dell’onorevole Aldo Moro furono le manifestazioni più evidenti.

Uno dei massimi esponenti del doppio Stato fu sicuramente Edgardo Sogno che definiva Enrico Berlinguer un “pericolo gravissimo per la democrazia” e che con i suoi accoliti “finanziati da Fiat, Confindustria, ministero della Difesa e degli Esteri avevano assunto l’impegno di sparare contro i traditori pronti a fare il governo con i comunisti”. Chissà se Moro era stato avvisato di tutto questo?
L’obiettivo dichiarato da Edgardo Sogno era: “impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni” (da il Manifesto 9 dicembre 1990). A un personaggio di così alto spessore democratico sono stati dedicati anche una lapide commemorativa e i funerali di Stato.
L’intervento di Toni Negri nelle vicende del nostro paese si inserisce proprio a cavallo tra il periodo del fenomeno eversivo di destra e il lavoro che gli apparati anticomunisti facevano per costruire quell’humus culturale a sinistra che sarebbe approdato al terrorismo di segno opposto.
Negri ha contribuito a costruire, assieme ai vari Sofri, Piperno, Scalzone le basi culturali e ideologiche per realizzare la seconda parte del programma descritto da Edgardo Sogno quello di sparare ai traditori che volevano dare ai comunisti la possibilità di governare e quindi trasformare questo Paese.
Sparare a coloro che i padroni imperialisti ritenevano non affidabili rispetto ai loro piani scaricando nel contempo sulla sinistra la responsabilità di quelle morti. Un vero colpo da Maestri massoni.
Ed è all’interno di questa strategia anticomunista che Toni Negri poco prima e durante il periodo del rapimento Moro, compie diversi viaggi negli Stati Uniti. Particolarmente a New York e Washington dove, tra l’altro, ha tenuto un convegno con esponenti dell’autonomia italiana, francese, tedesca, belga, inglese, americana e di altri paesi.
In quel periodo per un comunista conosciuto non c’era possibilità di metter piede sul suolo americano; tant’è che al parlamentare del Pci Pajetta negarono il visto d’ingresso.
Ma per il professore padovano le visite negli Stati Uniti erano un fatto abituale. Quei viaggi potevano avvenire in quanto la borghesia americana era ben conscia che da quei soggiorni non aveva nulla di cui preoccuparsi. Infatti uno dei massimi organismi preposto allo studio e alla “soluzione” dei problemi dell’imperialismo americano la Fondazione Rockefeller, nota in tutto il mondo per il suo accanito anticomunismo, gli ha donato una borsa di studio, gli ha permesso d’insegnare, sicuramente non come costruire una società socialista, e tramite la stessa Fondazione Negri ha allargato i suoi contatti “accademici”.
Chiunque di noi abbia letto saggi o storie di spionaggio o visto qualche buon film sulla materia sa che gli “strateghi” della CIA, FBI, CFR e Pentagono arrivano dalle università. Non stiamo parlando dei manovali dell’eversione ma delle menti raffinate come quelle di Edward Lutwak, Zbigniew Brzezinski o di Samuel P. Huntington.
Su tutto quel periodo yankee, del professore padovano non ci sembra che si sia mai parlato molto e tantomeno indagato. Possiamo a questo punto affermare senza possibilità di essere smentiti che il professore patavino è stato pagato da una formazione anticomunista.

Ritornando nel nostro Paese e su quel periodo vediamo in cosa consisteva l’azione dei gruppi dirigenti di Potere operaio e di Lotta continua, organizzazione nata anch’essa da esponenti di Potop, in particolar modo dal ramo pisano; avevano forse l’intenzione di costruire una vera alternativa politica al Pci? No di certo, il loro compito era quello di costruire nelle nuove generazioni uno stato d’animo ipercritico a sinistra, si doveva costruire una cultura estrema. Infatti quei gruppi sono stati sciolti, con molta oculatezza quando il Pci aveva raggiunto il massimo del consenso tra il 1975 e 1976, lasciando i militanti nella disperazione politica spingendo di fatto molti di essi verso quelle formazioni, eterodirette da massoni e servizi segreti collegati alla NATO, che praticavano il terrorismo.
Per arrivare a cosa? Al rifiuto della legalità sancita dalla nostra Costituzione, nata dalla lotta antifascista. Una Costituzione che doveva essere difesa e sviluppata, la legalità doveva essere materia di lotta politica, si doveva partire da quel livello di democrazia raggiunto per andare oltre, ma costoro hanno preferito scientemente fare una politica che introduceva in una parte delle generazioni di quel periodo lo stesso schema mentale della criminalità organizzata; difatti quelle organizzazioni, egemonizzate dalla cultura nichilista negriana, hanno ritenuto politicamente corretto organizzare rapine in banca, sequestri di persone e pestaggi di dissenzienti. Facendo passare, nell’opinione pubblica, con l’ausilio dei mezzi di comunicazione padronali, che i comunisti sono degli irresponsabili, violenti, privi di etica e di moralità. E sono proprio le parole di Negri a rivelare le sue intenzioni, nello scritto Il Dominio e il sabotaggio che abbiamo in parte già analizzato in precedenza, dove afferma: “Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna…” e conclude il paragrafo sentendo il bisogno di chiarire – come se ce ne fosse bisogno – che occorre insistere sul fatto che “…la connessione autovalorizzazione-sabotaggio, ed il suo reciproco, non ci  permette di aver nulla a che fare con il socialismo con la sua tradizione, tanto più con il riformismo e l’eurocomunismo. Scherzando sarebbe proprio il caso di dire che siamo un’altra razza”.
(fine prima parte – segue)

I tre segretari del PCI

Riflessioni sulla morte dei tre segretari del PCI e la situazione attuale

di Andrea Montella

Il decennio 1973-1984, caratterizzato dal golpe in Cile e dall’assassinio di Allende, dal golpe in Argentina, dall’uccisione di Aldo Moro (1978) e dalla morte di Enrico Berlinguer (1984), ha rappresentato anni fondamentali per la storia italiana e internazionale, decisivi all’interno di un processo di ristrutturazione del sistema economico e politico a livello globale, che ha visto tra gli obiettivi principali dei poteri forti il rafforzamento del sistema capitalistico classico – quello conosciuto come modello liberale, che aveva nel blocco anglo-americano il suo vertice – su quello di Stato più conosciuto come sistema legato ai Paesi dell’Est Europa/Urss e infine sul modello renano, quello costruito nei Paesi nordici.

Lucida e lungimirante fu l’analisti che fece Enrico Berlinguer dei pericoli che correva il proletariato a livello internazionale e nazionale, grazie a questa politica aggressiva e golpista dell’imperialismo, nelle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile (Rinascita 12 ottobre 1973) contenenti le indicazioni di lotta che il suo partito doveva dare per impedirne la realizzazione: “L’obiettivo di una forza rivoluzionaria, che è quello di trasformare concretamente i dati di una determinata realtà storica e sociale, non è raggiungibile fondandosi sul puro volontarismo e sulle spinte spontanee di classe dei settori più combattivi delle masse lavoratrici, ma muovendo sempre dalla visione del possibile, unendo la combattività e la risolutezza alla prudenza e alla capacità di manovra. Il punto di partenza della strategia e della tattica del movimento rivoluzionario è la esatta individuazione dello stato dei rapporti di forza esistenti in ogni momento e, più in generale, la comprensione del quadro complessivo della situazione internazionale e interna in tutti i suoi aspetti, non isolando mai unilateralmente questo o quello elemento.

La via democratica al socialismo è una trasformazione progressiva – che in Italia si può realizzare nell’ambito della Costituzione antifascista – dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema di potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime. Quello che è certo è che la generale trasformazione per via democratica che noi vogliamo compiere in Italia, ha bisogno, in tutte le sue fasi, e della forza e del consenso.

La forza si deve esprimere nella incessante vigilanza, nella combattività delle masse lavoratrici, nella determinazione a rintuzzare tempestivamente – ci si trovi al governo o all’opposizione – le manovre, i tentativi e gli attacchi alle libertà, ai diritti democratici e alla legalità costituzionale. Consapevoli di questa necessità imprescindibile, noi abbiamo messo sempre in guardia le masse lavoratrici e popolari, e continueremo a farlo, contro ogni forma di illusione o di ingenuità, contro ogni sottovalutazione di propositi aggressivi delle forze di destra. In pari tempo, noi mettiamo in guardia da ogni illusione gli avversari della democrazia. Come ha ribadito il compagno Longo al XIII Congresso, chiunque coltivasse propositi di avventura sappia che il nostro partito saprebbe combattere e vincere su qualunque terreno, chiamando all’unità e alla lotta tutte le forze popolari e democratiche, come abbiamo saputo fare nei momenti più ardui e difficili”.

Una lotta e una resistenza allo stremo delle forze, questo aveva previsto il segretario del PCI. Perché Berlinguer aveva compreso con estrema chiarezza che questo mutamento dei rapporti di forza doveva obbligatoriamente portare alla distruzione del progetto politico del suo partito, della possibilità da parte del proletariato di accedere al governo del Paese per via democratica. Sarebbe stato di fatto il crollo dell’impianto su cui si reggeva la nostra Costituzione, con il suo alto profilo valoriale rappresentato dall’antifascismo e dallo sbocco socialista.

In Italia i passaggi di questo disegno reazionario sarebbero stati: la creazione di un fortissimo debito pubblico che avrebbe legato mani e piedi questo Paese ai grandi gruppi bancari e finanziari e lo smantellamento delle industrie di Stato, che inizia con la privatizzazione di Mediobanca, per arrivare passo dopo passo alla privatizzazione di tutte le industrie di Stato e alla progressiva deindustrializzazione del Paese, per giungere alla disarticolazione della classe lavoratrice e alla conseguente sparizione del Partito comunista e della Dc, i due principali partiti di massa.

Per la sparizione della Dc fondamentale è stata l’eliminazione, da parte delle Brigate Rosse, del suo segretario Aldo Moro. Quella morte ha accelerato quei processi degenerativi di malcostume e corruzione che avevano visto nei periodi dei governi Andreotti-Craxi-Forlani la loro massima espressione.

Per quanto riguarda il PCI, questo lavorìo disgregante era svolto sicuramente da entità interne al partito, legate a quella internazionale capitalista, la massoneria, nemica giurata di ogni formazione comunista da quando i bolscevichi avevano preso il potere nella Russia zarista a scapito del progetto massonico-borghese di mettere al potere Kerenski. Dimostrando quindi che il capitalismo si poteva sconfiggere, a condizione, però, di una completa autonomia ideologica-politica e pratica, ovvero che i proletari prendessero nelle loro mani, come classe maggioritaria, le sorti dell’umanità e facessero della critica al sistema economico, alle sue crisi di sovrapproduzione e alla guerra imperialista, il loro orizzonte strategico.

Il fascismo e il nazismo sono stati, quindi, la risposta criminale dei capitalisti tesa a combattere il Comunismo e la sua capacità di critica e di egemonia con ogni mezzo. Fatto abbondantemente dimostrato dalla ricerca storica che, sino a quando i fascismi reprimevano i comunisti e le formazioni sindacali o si preparavano ad invadere la Russia, nessuno dei Paesi “democratici” ha mosso un dito contro questi regimi e partiti reazionari. L’esempio della Spagna nel periodo dal 1936 al 1939 è la più vistosa dimostrazione della collusione dei governi francesi e britannici con il nazi-fascismo: questi Paesi furono in prima fila nel sabotare gli aiuti sovietici bloccando le navi russe cariche di armi nei loro porti, come a Marsiglia dove fu impedito lo sbarco di 10.000 mitragliatrici, 250 aerei, 500 cannoni e 30 motosiluranti.

Anche nella fase di scontro con i fascisti, durante la Resistenza, per i dirigenti anglo-americani e nostrani il nemico principale era sempre il movimento comunista. Non era ancora terminata la seconda guerra mondiale, infatti, che: «Nel 1945 un folto gruppo di grandi industriali (tra cui Vittorio Valletta, Piero Pirelli, Rocco Armando ed Enrico Piaggio, Angelo Costa e Giovanni Falck) si riunisce a Torino – il 16 e 17 giugno – per decidere i piani per la “lotta al comunismo con qualsiasi mezzo”, sia con la propaganda che con l’organizzazione di gruppi armati, questi ultimi affidati a Tito Zaniboni, un ex deputato socialista vicino alla massoneria e autore di un attentato a Mussolini che aveva provocato dure ritorsioni contro la muratoria. Secondo un rapporto dei servizi segreti americani, “le spese previste sono enormi ma gli industriali sono disposti a finanziare l’avventura”. I primi fondi, 120 milioni, sono stanziati subito e vengono depositati in Vaticano». (Dal libro di Ferruccio Pinotti “Fratelli d’Italia” pagg.359-360. BUR editore, 2007).

Le forze capitaliste potevano realizzare compiutamente questa lotta al Comunismo solo riuscendo ad isolare la componente più coerentemente marxista all’interno del PCI, quella rappresentata dal gruppo togliattiano, che aveva in Enrico Berlinguer il suo ultimo e più significativo rappresentante. L’operazione, guidata dai poteri forti, si sarebbe concretizzata solo favorendo contemporaneamente l’ascesa di due componenti: quella più filocapitalista, legata all’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, membro – con Tremonti, Gianni ed Enrico Letta, Cossiga, Ciampi – dell’Aspen Italia, conosciuto da lunga data, da quando lavorava a Capri durante la seconda guerra mondiale come impiegato nel campo di riposo dell’Aviazione Usa, per la massonica American Red Cross, come lui stesso afferma a pagina 9 della sua autobiografia Dal PCI al socialismo europeo (Editori Laterza, 2005).

E favorendo la nascita a “sinistra” di una componente filo-russa, guidata da Cossutta, legata alla parte peggiore dell’Urss, che congiuntamente avrebbe lavorato per isolare i togliattiani.

Un’operazione che sul medio-lungo periodo doveva, non solo modificare il PCI, ma modificare l’assetto politico-istituzionale del nostro Paese, cambiando in modo sostanziale i rapporti tra le classi, il sistema elettorale, la nostra Costituzione, considerata bolscevica dai gruppi reazionari nostrani e internazionali che hanno operato per impedire che nel processo di unificazione europea certi valori proletari, contenuti nella nostra Carta, come la centralità del lavoro, di autogoverno della produzione e la conseguente democrazia economica, venissero inseriti nel dibattito sulla Costituzione europea.

Purtroppo questo processo è stato favorito dal ritardo nell’analisi, da parte della maggioranza dei militanti del PCI, sul ruolo di queste componenti interne come portatrici di quel disegno disgregante voluto dal capitale, che procedeva di pari passo all’altro attacco portato dal terrorismo e dai “socialisti” di Craxi. Eppure Antonio Tatò in una nota a Berlinguer del 1978 aveva già colto a chi serviva il terrorismo e il craxismo e che si trattava: “di quella zona, non ancora individuata, del potere economico e finanziario, dell’apparato statale, della magistratura, dei servizi segreti, degli alti comandi della Difesa e degli Interni, che, se non manovra e dirige in prima persona le Brigate Rosse, quanto meno le copre e le protegge per evitare che si risalga ‘per li rami’ ”.

Il terrorismo può scomparire (o venir ridotto a fenomeno marginale) attraverso due strade: o perché va decisamente più avanti la situazione politica, nel senso che si impone di più e più stabilmente la nostra linea, […] e allora destabilizzatori, provocatori e terroristi vengono piegati, isolati, emarginati politicamente; […] oppure perché la situazione politica va indietro, ossia è il PCI che viene isolato […] e allora il terrorismo, politicamente, viene riassorbito nel senso che non ha più ragion d’essere, gli uomini e le forze che lo manovrano e se ne avvalgono non ne avrebbero più bisogno, perché la situazione politica si è ‘normalizzata’ (Note e appunti riservati di Antonio Tatò a Enrico Berlinguer. Einaudi, 2003).

Ma questa lungimirante analisi, fatta nel 1978, contiene anche la critica più radicale da parte del gruppo berlingueriano all’azione politica di Craxi. “Craxi è un avventuriero, anzi un avventurista, […] uno dei più micidiali propagatori dei due morbi che stanno invadendo la sinistra italiana – l’irrazionalismo e l’opportunismo”. Il segretario del PSI veniva giustamente inquadrato come: “quel socialdemocratico di destra con venature fascistiche” l’avversario più ostile all’entrata del PCI nel governo, all’eurocomunismo e alla “terza via”.

Evidentemente il PCI e la sua politica di alleanze in Europa rappresentavano un reale pericolo per gli interessi complessivi del capitalismo.

Un anno cruciale: il 1980

Per inquadrare meglio il periodo è giusto ricordare alcuni momenti di quell’anno denso di accadimenti che saranno determinanti per gli assetti geopolitici successivi.

In Italia il primo tragico accadimento si verifica il 6 gennaio con l’uccisione a Palermo, da parte della mafia, di Piersanti Mattarella presidente della Regione Sicilia, politicamente vicino ad Aldo Moro.

Oltre alla mafia anche il terrorismo “rosso” e fascista durante quell’anno si scatenano in una serie di delitti, vere e proprie esecuzioni “selettive” per eliminare uomini che all’interno delle istituzioni ne rappresentano lo spirito più democratico e di apertura al PCI: il 12 febbraio all’Università di Roma le Br uccidono Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, anche lui strettissimo collaboratore di Aldo Moro; il suo posto nel Csm viene preso da Ugo Zilletti, massone coperto, “all’orecchio” del gran maestro Battelli. (pag. 325 Trame atlantiche di Sergio Flamigni, Kaos Edizioni 2005)

Anche lo scacchiere politico internazionale è segnato da eventi che ne ridisegnano gli equilibri: la fallita operazione di liberazione degli ostaggi americani nell’ambasciata di Teheran, rappresenterà la fine di Carter e l’avvento alla presidenza di Ronald Reagan, antesignano della famiglia Bush.

Il 25 marzo in Salvador viene ucciso l’arcivescovo Oscar Romero, un attacco alla componente della Chiesa più vicina ai poveri della Terra.

Muore il maresciallo Tito, fondatore della Repubblica federativa Jugoslava, leader dei Paesi non allineati; con la sua scomparsa cominceranno a prendere il sopravvento nei Balcani movimenti regionalisti, finanziati dai Paesi occidentali e musulmani, che porteranno nel 1989 ai conflitti interetnici che distruggeranno la Jugoslavia.

Lech Walesa, finanziato dalla loggia massonica P2 attraverso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, il 30 agosto in Polonia annuncia la fine degli scioperi della classe operaia a Cracovia, Stettino, Nova Huta e Danzica, e la nascita di Solidarnosc.

L’Iraq di Saddam Hussein, il 22 settembre, su mandato dei Paesi occidentali, varca il confine iraniano, iniziando un conflitto per il controllo del petrolio che porterà alla morte centinaia di migliaia di persone.

In Turchia il 19 luglio viene assassinato il premier Nihat Erim, una vicenda che si concluderà con il colpo di Stato militare del generale Kenan Evren, nel settembre dello stesso anno.

Le stragi dell’estate 1980

Durante l’estate di quel 1980 l’Italia viene sconvolta da due gravissimi fatti: il 27 giugno viene abbattuto il DC-9 Itavia nei cieli di Ustica, provocando 81 vittime e il 2 agosto a Bologna, nella città simbolo dei comunisti, i fascisti Mambro e Fioravanti compiono una strage nella stazione in cui moriranno 86 persone e ne rimarranno ferite oltre 200.

Le grandi svolte della storia non avvengono solo con eventi visibili sulle prime pagine dei giornali. Nel luglio del 1980 Duane Clarridge, un alto funzionario della Cia, stava progettando: “una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il PCI. …La battezzò Operazione soluzione finale, e doveva risolvere una volta per tutte «il problema comunista» in Italia. …L’idea che stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del PCI. …Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti. Il testo qui riportato si trova a pagina 74 del libro-inchiesta di Claudio Gatti e Gail Hammer “Il quinto scenario” (Rizzoli, 1994) centrato sui fatti di Ustica.

È singolare come Duane Clarridge scelga lo stesso termine usato dai nazisti nello sterminio degli Ebrei – Soluzione finale – per realizzare un intervento che porti all’eterodirezione del PCI: l’anomalia italiana di avere un Partito comunista così forte e autonomo dai due blocchi era una preoccupazione centrale per gli Usa. Ma non solo per loro, come vedremo più avanti.

Con la nascita del Pds prima e dei Ds poi, queste preoccupazioni americane si eclisseranno, trovando nella nuova dirigenza un’accogliente sponda. Illuminante il brano scritto da Piero Fassino, nella sua autobiografia “Per passione” (Rizzoli, 2003) a pag 234: “Nella lunga e travagliata transizione italiana, Bartholemew (Reginald Bartholomew, ambasciatore Usa in Italia, ndr) sarà osservatore attento di ogni passaggio, sempre cogliendo con acutezza politica il cuore dei problemi e aiutandoci a capire il punto di vista, le analisi e anche la psicologia che regnano a Washington”.

La sconfitta del PCI passa per Torino

Il 1980 è un anno importantissimo anche per le vertenze sindacali: il 10 settembre dopo la notizia che la Fiat ha effettuato 14.469 licenziamenti, inizia la lotta degli operai di Torino, che ottiene l’appoggio incondizionato del segretario del Partito comunista Enrico Berlinguer. Il 14 ottobre la “marcia dei quarantamila” porta alla resa da parte dei vertici sindacali che non danno uno sbocco politico avanzato alla vertenza e, così facendo, non mettono in discussione la Fiat, gli Agnelli e i loro catastrofici piani economici, ma isolano i lavoratori più combattivi e il segretario del PCI.

Il 16 ottobre muore per ictus Luigi Longo, presidente del PCI ed ex segretario, figura di grande rilievo politico e alleato di Enrico Berlinguer.

L’Unità, organo del Partito comunista, il 15 ottobre proprio tra questi due ultimi fatti, pubblica un articolo non firmato dal titolo: ”«Laburismo»”, parola di Gran Maestro”. Occhiello: “Capo massone parla di lotta al PCI e di fratelli in Parlamento e nei partiti”.

Nell’articolo si leggeva: “…e adesso puntiamo ad aggregare in Italia una forza laburista che spezzi il dominio del PCI sulla classe operaia, e diventi così una vera e propria soluzione di potere”.

L’articolo riprendeva le dichiarazioni di Lino Salvini, craxiano e gran maestro della massoneria, per conto della quale teneva i contatti con la Cia, oltre ad essere in stretti rapporti con Licio Gelli e la P2.

Il laburismo è una teoria antimarxista elaborata dalla Fabian Society, una struttura massonica di stampo anglosassone. Il laburismo ha come orizzonte politico il socialismo imperiale o il capitalismo di Stato; obiettivi molto diversi dalla linea politica del PCI che aveva come indirizzo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo nelle società capitaliste.

Quell’articolo segnava l’uscita allo scoperto di una lotta all’ultimo sangue contro il proletariato e il suo partito, il PCI, che sarebbe stata condotta non solo dall’esterno da entità eversive come quelle legate a Edgardo Sogno, ma anche dall’interno e avrebbe visto più protagonisti: dagli ex sessantottini di matrice operaista e spontaneista, ai filorussi, fino a quelli che avevano fatto il salto verso le teorie laburiste. Tutti uniti contro Berlinguer e in linea con gli obiettivi enunciati dalla massoneria con Salvini e in continuazione dell’Operazione Chaos, elaborata dal generale William Westmoreland nel 1963. Operazione Chaos è il nome in codice di una False Flag (falsa bandiera), un’operazione di guerra psicologica che serviva a creare una situazione di caos sociale in modo tale che l’opinione pubblica chiedesse l’intervento repressivo dei governi. La caratteristica dell’Operazione Chaos era l’infiltrazione dei movimenti rivoluzionari allo scopo di strumentalizzarli spingendoli ad atti estremi di violenza e terrorismo con lo scopo di diminuire il consenso popolare verso i partiti antiamericani.

Per inquadrare meglio questo disegno elaborato dalla massoneria e adottato dalla Cia – suo braccio operativo – si può ricordare che pochi giorni prima dell’investitura a gran maestro di Salvini, avvenuta il 18 marzo 1970, il generale americano William Westmoreland apponeva la sua firma al Field Manual, un’estensione dell’operazione Chaos, contenente la direttiva top-secret “Operazioni di stabilità e servizi segreti-sezioni speciali” dove si dava indicazione di come ricorrere a operazioni coperte per impedire l’accesso al governo del Partito comunista, utilizzando “azioni violente o non violente, a seconda del caso”.

Dell’intervento dei poteri forti per dividere il proletariato di questo Paese attraverso un’azione sul PCI, abbiamo traccia anche nel testo della sentenza emessa il 29 luglio 1985 dalla 5ª Corte D’Assise di Roma contro Francesco Pazienza (l’agente del servizio segreto “parallelo” giornalisticamente chiamato Supersismi), Pietro Musumeci (P2 tessera 1604), Giuseppe Belmonte (massone all’orecchio del gran maestro) relativa a fatti riguardanti la strage di Bologna e per altri reati.

In quella sentenza pubblicata integralmente il 18 marzo 1986 dall’Associazione familiari delle vittime della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, si trova un capitolo dal titolo: “Progetto di scissione del P.C.I.” e vi si legge: “Pazienza informò Dell’Amico che se fosse andato avanti un suo progetto ci sarebbero stati presto in Italia due partiti comunisti. Infatti stava cercando i mezzi, ed accennò a fondi americani, per sostenere un movimento filosovietico all’interno del P.C.I. «Si trattava di cosa molto grossa, superiore al livello di influenza italiano».

Nel contesto del discorso, l’imputato fece il nome dell’on. Cossutta come persona a lui vicina.

Dell’Amico colloca temporalmente la conversazione «forse» nel 1982, perché l’interlocutore aveva già rapporti con Calvi; ma in ogni caso l’iniziativa rimonta all’anno precedente. Come scrive Pazienza, il «Superesse» teneva rapporti con i politici italiani… al minimo indispensabile»; «per il Partito Liberale e il Partito Repubblicano se ne occupava Magrì (Ferrari, Zanone, Necci), per la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista il sottoscritto (Piccoli e Cossutta)»”.

Un’intervista della trasmissione “Linea diretta” di Enzo Biagi (15 maggio 1985, Rai 1) aveva anticipato la notizia di questi incontri tra Pazienza e Cossutta.

Il progetto di cui parla Pazienza, così come quello di Salvini, è stato superato nella realtà: partendo dall’introduzione delle idee laburiste si è arrivati a spaccare il PCI in una miriade di partiti di sinistra, compreso un partito democratico all’americana, in barba all’esortazione con cui Karl Marx concludeva il Manifesto del Partito comunista: “Proletari di tutto il mondo unitevi”.

La testimonianza di Pazienza apre molti interrogativi: come mai gli americani avevano interesse a sostenere un movimento filosovietico, che avrebbe poi avuto contatti con l’Urss? Lo volevano usare per infiltrare l’Urss, oppure l’Urss era già controllata?

Ma se l’Urss non era più un problema, rimanevano come antagonisti sulla scena internazionale solo il PCI e il Partito comunista cinese.

Un partito scomodo per gli Usa e per l’Urss

Abbiamo visto che nei confronti dei comunisti italiani gli Stati Uniti pensano di intervenire con “l’Operazione soluzione finale” e che, come dice Westmoreland nel “Field Manual”, pur di tenerli lontani dal governo erano disposti ad azioni anche violente.

La forte autonomia del PCI dai due blocchi era da sempre una realtà scomoda sia per gli Usa che per l’Urss: la nascita dell’Eurocomunismo, una terza possibilità per i popoli del mondo, rappresentava una politica che metteva in seria difficoltà le due superpotenze che tendevano a controllare in modo autoritario i Paesi sotto la loro sfera di influenza.

Tant’è che i vertici del PCI subiscono attentati sia da parte di forze occidentali, che provenienti dall’Est: nel 1948 l’allora segretario del PCI Togliatti viene ferito da Pallante, un estremista di destra manovrato dalla mafia e da gruppi anticomunisti legati agli americani, la stessa compagine che aveva compiuto la strage di Portella della Ginestra.

Due anni dopo, nel 1950, Palmiro Togliatti ebbe uno strano incidente stradale da cui uscì miracolosamente vivo, a Quincinetto, località al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, la sua auto venne investita da un camion. Appena superati i postumi dell’operazione al cervello, Togliatti incaricò Secchia di aprire un inchiesta “su tutti, nessuno escluso”. Come mai? Perché, cosa sospettava Palmiro Togliatti e di chi sospettava? Sospettava proprio dei russi e dei loro uomini nel PCI.

E infatti Togliatti poco dopo rimosse dai vertici del partito il filorusso Pietro Secchia, colui che nei calcoli di chi aveva organizzato l’attentato l’avrebbe dovuto sostituire alla guida del PCI.

Enrico Berlinguer, in partenza dopo una burrascosa visita ufficiale in Bulgaria nel 1973, era sopravvissuto miracolosamente ad un incidente stradale, in cui la sua macchina era stata investita da un camion e, se non fosse stata casualmente fermata da un palo di cemento, sarebbe precipitata in una scarpata. Nel libro “Sofia 1973: Berlinguer deve morire” di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti (Fazi Editore, 2005) si legge: “Se Berlinguer fosse morto nell’incidente stradale di Sofia o ne fosse uscito gravemente menomato, chi lo avrebbe sostituito al timone del partito? Il potente Cossutta?… Certo è che, quando il segretario tornò dalla Bulgaria, nel primo congresso utile lo destituì. Proprio come aveva fatto Togliatti con Secchia qualche tempo dopo l’incidente in Val d’Aosta”.

Dopo la morte di Berlinguer il filorusso Cossutta, candida alla successione il più filoanglosassone del PCI: Giorgio Napolitano (Espresso, 11/12/1997).

Negli atti della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro (volume 5, pag. 379) è riportato un colloquio del 24 marzo 1978 quando, durante il rapimento Moro, su invito della moglie del presidente della Dc, Berlinguer si reca a casa loro. In quell’incontro la signora Eleonora esprime la convinzione che l’incolumità fisica del segretario comunista corra seri pericoli e lo invita a vigilare.

Fasanella e Giovanni Pellegrino nel libro La guerra civile (Rizzoli, 2000) evidenziano come i due statisti fossero nel mirino dei “burattinai” che in Italia manovravano gruppi filoamericani, come quello di Edgardo Sogno, che si era detto disposto a sparare sui politici che avrebbero stretto alleanze con i comunisti.

Gianni Agnelli non ha mai nascosto la sua avversione nei confronti dei comunisti: riprendiamo alcune sue dichiarazioni contenute nell’articolo scritto da Massimo Giannini su La Repubblica del 25 gennaio 2003, in cui riporta le valutazioni che il padrone della Fiat dava della situazione politica nel 1976 all’ennesima tornata elettorale, con il PCI in forte ascesa: “Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti….”. E negli anni Ottanta, in pieno craxismo, ripeteva spesso, impaziente: “Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il PCI scompaia?”. Nello stesso articolo Giannini diceva: “Ma il suo vero cruccio è stato Enrico Berlinguer. Lo conobbe alla Federazione giovanile. «Si capisce subito che è un leader: come in un film, lo vedi scorrere insieme a tanta gente, la sua faccia spicca, ti rimane impressa, e ti dici: questo non passerà via così». Infatti non è passato via così. In un tetro settembre dell´80 si fermò alla Porta 5 di Mirafiori, a portare la solidarietà agli operai durante la terribile vertenza dei 14 mila licenziamenti alla Fiat. Per l´Avvocato fu una ferita mai rimarginata”.

Ulteriori conferme del ruolo degli Agnelli e della Fiat nella lotta contro il PCI e nell’interferire nelle vicende di questo nostro martoriato Paese appaiono con estrema chiarezza nelle pagine 340 e 341 del libro di Ferruccio Pinotti Fratelli d’Italia: “Ma più di un analista ha parlato dei finanziamenti degli Agnelli al Gran Maestro Salvini e a esponenti della P2 di Gelli. Su denuncia dell’ingegner Siniscalchi, il procuratore della Repubblica di Firenze, Giulio Catelani, aprì un’inchiesta sulla destinazione di 3.000 assegni emessi dall’azienda torinese fra il 1971 e il 1976 per un valore di 15 miliardi. Maria Cantamessa, cassiera generale della Fiat, e Luciano Macchia, funzionario dell’Ifi (la finanziaria attraverso la quale gli Agnelli controllano la Fiat) – entrambi collegati a Edgardo Sogno – ammisero che i finanziamenti andarono alla massoneria, al fine di impedire l’unità sindacale”.

Dall’autobiografia di Fassino Per passione (Rizzoli, 2003) si ricava anche il punto di vista dell’attuale gruppo dirigente sulle lotte alla Fiat dell’80 e sulla strategia del PCI di quegli anni (pag. 161): “Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore; sta giungendo alle battute finali e guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”.

Una presa di distanza cinica che vuole chiudere con la storia rappresentata dal PCI e da Berlinguer, segno anche di una vera mutazione genetica di quel partito e degli uomini che lo dirigono, tutti politicamente alla destra di Berlinguer.

Il già citato Duane Clarridge, e il suo piano elaborato per la Cia, prevedono tre fasi prima di giungere ad un mutamento sostanziale nei rapporti tra gli Usa e il PCI. Vediamo di percorrere i fatti più rilevanti accaduti all’interno del Partito comunista dopo la stesura di quel progetto. Primo: morte di Enrico Berlinguer. Due: Dimissioni forzate di Alessandro Natta. Tre: Segreteria ad Achille Occhetto che con la Bolognina fa nascere il Pds e Rifondazione.

Con un ruolo preminente alla guida degli avvenimenti dall’interno del PCI, ci sono Napolitano e la sua corrente, i miglioristi. Sono loro che lanciano la campagna contro Natta per arrivare alla sua estromissione, usando anche Tango, l’inserto satirico del giornale del PCI ideato dal vignettista Sergio Staino e uscito dal 1986 al 1988. A prova di ciò riportiamo la polemica tra Staino, contro Napolitano e i miglioristi, uscita su La Repubblica dell’11 gennaio 2003. Intervistato da Massimo Vanni, che gli chiede: ‘Staino sorpreso?’ “Moltissimo, mi mette in crisi perché non capisco più dove sta andando il mondo. Sono all’Unità da più di venti anni, sono il più vecchio che c’è là dentro e il bello è che sono lì perché Napolitano e Macaluso mi hanno voluto. Quando l’ala migliorista prese il giornale Macaluso mi chiamò, nonostante i miei sentimenti di sinistra, nonostante i miei miti fossero Ingrao, Pintor e Pajetta. Dissi loro che volevo continuare nella mia opera di dissacrazione dei gruppi dirigenti: «È quello che vogliamo», mi dissero”. ‘E fu così?’ ”Furono i miglioristi i garanti del mio lavoro, mi difesero anche quando mettemmo nel mirino Natta, al tempo segretario”.

Fatto fuori Natta, ultimo dei berlingueriani, diventa segretario Achille Occhetto, il politico che durante la sua direzione del PCI siciliano propose “larghe intese” anche con settori politici compromessi con la mafia, come la corrente dell’andreottiano Salvo Lima e con quella Sicilia produttiva a cui non si doveva fare l’analisi del sangue. Dando così una deviata interpretazione del compromesso storico.

Quelle aperture evidenziavano un punto di debolezza del Partito comunista in Sicilia, al quale Enrico Berlinguer tentò di porre rimedio, negli anni successivi, inviandovi un migliorista “atipico” di indiscussa onestà come Pio La Torre.

Pio La Torre viene assassinato il 30 aprile 1982 nel tentativo di aggiustare la situazione. La Torre era in prima fila nelle lotte contro le installazioni di missili USA a Comiso. Aveva voluto fortemente che a Palermo arrivasse come prefetto antimafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Fu il protagonista nella denuncia del ruolo del gran maestro della massoneria Giuseppe Mandalari e dei suoi legami con Cosa Nostra. Affrontò a muso duro Salvo Lima e Vito Ciancimino, i due politici della Democrazia cristiana che erano legati al capomafia Bernardo Provenzano. Indagava sul rapporto esistente tra il traffico di droga fra Sicilia e Stati Uniti, ed il conseguente riciclaggio di centinaia di miliardi di lire dell’epoca con le banche siciliane. Fu promotore in Parlamento della legge per la confisca dei beni dei mafiosi. Una legge che fu votata solo dopo la sua morte.

Le ragioni della morte di Pio La Torre si cominciano ad intravedere, come ben descritto nel libro di Lirio Abbate e Peter Gomez I complici – tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento (pagg. 105 – 110. Fazi Editore, 2007): “…nel 2001 quando i PM aprono il processo contro i killer del segretario generale del PCI, usando parole pesanti. Come pietre. Dice la Procura: «Mentre l’onorevole La Torre in maniera estremamente efficace e concreta spendeva il suo impegno politico, prima da parlamentare nazionale e componente della Commissione Parlamentare Antimafia, poi a partire dal settembre 1981 quale segretario regionale del PCI, altri numerosi e importanti esponenti politici colludevano con Cosa Nostra oppure con la loro inerzia, anche all’interno dello stesso Partito Comunista, finivano per accettare più o meno consapevolmente il progressivo infiltrarsi del sistema mafioso nei meccanismi della politica e della pubblica amministrazione».

Dice proprio così la Procura. Parla dei dirigenti del PCI inerti di fronte all’avanzare del sistema mafioso. E ha ragione.

Nel 1981-82 la questione pulizia interna al partito è in cima ai pensieri di La Torre. Il segretario sa di dover affrontare molte questioni scottanti. Vuole capire cosa sta accadendo e far chiarezza. Non solo a Palermo ma anche nei comuni vicini: Villabate, Bagheria, Termini Imerese, le terre dove Fontana, Castello e i loro amici la fanno da padroni.

Racconta Maria Fais, famiglia di solida tradizione comunista, protagonista del coordinamento antimafia e amica di La Torre: «Pio poneva con forza il problema di fare pulizia negli ambienti delle cooperative agrumicole di Villabate, Ficarazzi e Bagheria appartenenti all’area del PCI che operavano assieme a cooperative di altre aree politiche (democristiane e socialiste) in ordine all’accesso ai contributi AIMA per la distruzione degli agrumi in eccedenza. Alcuni compagni di base del PCI di Ficarazzi, compreso forse il segretario della sezione, gli avevano documentato che una delle suddette cooperative era di Ciaculli ed era formata da uomini del capomafia Michele Greco. Gli stessi compagni di Ficarazzi gli avevano riferito che le cooperative in argomento facevano truffe in danno della CEE mediante il rigonfiamento artificioso dei quantitativi di agrumi distrutti e che uno di coloro che dirigeva tale traffico era Antonino Fontana. Nel suo discorso al congresso dell’area metropolitana di Palermo, La Torre aveva duramente attaccato queste realtà. Poi aveva incaricato la commissione provinciale di controllo del partito di sottoporre a inchiesta disciplinare e, se del caso, espellere i dirigenti cooperativistici, oltre a Fontana, Carapezza e Mercante. Dopo la sua morte ho saputo che le misure disciplinari proposte non sono state attuate».

Anche altri testimoni, tutti iscritti nel PCI, confermano il suo racconto. Ferdinando Calaciura, il 22 aprile 1989, dice: «In quel periodo – e cioè nel giugno 1981 – il segretario della sezione di Ficarazzi del PCI, tale Ceruso, inviò un memoriale alla federazione provinciale, e a quella regionale e alla commissione nazionale di controllo del partito, accusando di gravi irregolarità alcuni rappresentanti della Lega delle Cooperative (che erano anche funzionari del partito ed esercitavano cariche in seno alle istituzioni) lamentando che la federazione provinciale del PCI avesse prestato copertura a tali irregolarità. I personaggi accusati dal Ceruso erano tali Fontana di Villabate e dintorni, cui il predetto Ceruso faceva carico di una spregiudicatezza nella commercializzazione degli agrumi, con particolare riferimento all’ammasso del prodotto per la sua distruzione e al mancato utilizzo, per la raccolta degli agrumi, dei braccianti che solitamente, nel passato, erano stati adibiti a tale attività […]. Nell’ottobre o novembre 1981, si tenne a Palermo il convegno per la costituzione della zona metropolitana del PCI e a detto convegno partecipò anche Pio La Torre, che ancora non era stato formalmente designato dall’Assemblea regionale del PCI segretario del partito in Sicilia, ma del quale già si sapeva che avrebbe assunto l’incarico. In tale occasione, il La Torre riprese con toni vivaci il problema sollevato dal Ceruso in precedenza, dato che in quell’assemblea, in diversi, avevano affrontato l’argomento. Anch’io ero presente a quell’assemblea. Il La Torre, indicando nominativamente i personaggi nei cui confronti erano stati avanzati sospetti di irregolarità (il Fontana era noto come Mister Miliardo), sollecitò una incisiva indagine da parte degli organi di controllo del partito e promise che le risultanze di tali indagini sarebbero state rese note e discusse nelle competenti assemblee di partito. Per quel che ne so, il risultato delle indagini della commissione provinciale di controllo fu che i suddetti quattro aderenti al PCI, anziché essere espulsi dalla Lega delle Cooperative e dal partito, furono spostati dal settore agrumicolo ad altro incarico e credo anche in posti di maggior prestigio».

Su ordine di Giovanni Falcone i carabinieri si mettono alla ricerca degli atti del convegno in cui La Torre aveva affrontato di petto la questione Fontana. Ma è fatica sprecata: il testo del discorso del segretario assassinato dalla mafia è inspiegabilmente scomparso dall’archivio del PCI siciliano.

Eppure anche il segretario della sezione di Ficarazzi, Vincenzo Ceruso, conferma di aver inviato delle denunce: «Il mio intento era quello di sensibilizzare gli organi centrali e regionali del partito per una esigenza di “pulizia” nell’ambito di tutte le cooperative e al fine di accertare se in effetti i malumori dei braccianti agricoli avessero un fondamento o meno; in altri termini, chiedevo un intervento degli organi competenti del partito al fine di accertare se anche nell’ambito delle nostre cooperative fossero state commesse delle irregolarità e, in caso affermativo, di adottare i consequenziali provvedimenti nei confronti dei responsabili. Nell’esposto inviato a Pietro Ingrao e alla direzione regionale del PCI, materialmente predisposto da mio figlio, ma da me elaborato (si era alla fine del 1981 e ai primi del 1982 e io ero cieco), venivano fatti i nomi del Fontana, del Mercante, del Carapezza e dello Spatafora perchè costoro erano, all’epoca, i dirigenti delle cooperative facenti capo al nostro partito…».

Ma nonostante gli esposti, le indagini interne, le lamentele, non accadde nulla. Anzi, dopo la morte di La Torre, molti militanti che si sono opposti a Fontana e al suo clan lasciano il partito. A volte ne vengono addirittura espulsi. Antonino Fontana continua invece a far carriera. Nel 1984 il nucleo operativo dei carabinieri lo denuncia «per associazione per delinquere finalizzata al conseguimento di illeciti profitti ai danni della CEE e per truffa aggravata e continuata». Parte un procedimento penale dal quale Fontana, nel 1989, non uscirà con un’assoluzione, ma solo grazie all’applicazione dell’amnistia.

Nemmeno le indagini della magistratura ne arrestano però l’ascesa. Nel 1985 Fontana viene candidato dal PCI alle elezioni per il consiglio comunale di Villabate, ottiene 3.113 preferenze, diventa vicesindaco e assessore ai Lavori Pubblici. La sua forza elettorale e i suoi agganci con i vertici regionali del partito sono tali che, nel 1987, in molti pensano seriamente di presentarlo alle elezioni nazionali. Ricorda l’avvocato Alfredo Galasso, ex dirigente del PCI e poi tra i fondatori della Rete di Leoluca Orlando: «Anche se nel partito non mi sono mai occupato della gestione di società o di altre strutture economiche, tuttavia mi ero reso conto – almeno a partire dai primi anni Ottanta – che la pratica consociativa si era spinta sino al punto da non contestare i rapporti di affari che alcune strutture economiche, cooperative e non (basti pensare a Tele L’ Ora) del partito avevano stretto con personaggi molto vicini al blocco politico-mafioso all’epoca dominante. Chi per primo aveva posto il problema dell’impossibilità di perpetuare questo sistema era stato sicuramente Pio La Torre, il quale aveva denunziato il pericolo – quantomeno a livello politico – di questa situazione e aveva, per questa ragione, promosso anche una inchiesta interna al partito nei confronti di Fontana, Mercante, Carapezza e di tale Spatafora. Questa inchiesta – svoltasi tra il 1981 e l’aprile 1982 – si era conclusa senza che fossero stati adottati provvedimenti disciplinari contro gli incolpati. I quali, peraltro, dopo la morte di La Torre erano tornati a svolgere ruoli di primo piano all’interno delle strutture economiche del Partito, senza che nessuno ne mettesse più in discussione l’operato. Ricordo, anzi, che nel 1987 – in occasione della preparazione delle liste per le elezioni politiche del 1987 – la segreteria siciliana del partito aveva proposto anche la candidatura di Fontana, la quale venne esclusa soltanto perchè io e Claudio Riolo avevamo proposto ad alcuni dirigenti nazionali, quali l’on. Violante e l’on. La Torre, la opportunità di escluderlo anche in considerazione del fatto che nei suoi confronti era stato instaurato un procedimento penale per truffa alla CEE. In effetti la nostra proposta venne accolta e Fontana non fu candidato».

Ma se a Roma, a Botteghe Oscure, si fiuta il pericolo lo stesso non accade in Sicilia. Qui gli uomini delle cooperative agricole hanno più di un estimatore. Continua Alfredo Galasso: «All’interno del partito lo schieramento che dava le maggiori garanzie di copertura politica all’operato di queste persone è senz’altro quello al quale facevano capo, tra i più i noti, il sen. Emanuele Macaluso, il sen. Michelangelo Russo, il sen. Domenico Bacchi, l’on. Lino Motta. Un avallo alla politica consociativa perseguita in Sicilia, dopo l’assassinio di La Torre, venne anche dal c.d. “patto dei produttori”, un’operazione politica decisa dalla direzione regionale del partito, della quale facevano parte alcuni dei personaggi ora menzionati, che aveva determinato l’apertura del partito alle imprese dei c.d. “cavalieri del lavoro catanesi” e conseguentemente la loro legittimazione alla partecipazione ad alcuni tra gli appalti di opere pubbliche più importanti di quegli anni».

Il fatto è che il PCI vive una fortissima contraddizione interna. Da una parte è il partito dell’antimafia, del sostegno ai magistrati e alle forze dell’ordine. Dall’altra aspira a tutti i costi a governare. Ha bisogno di una sponda politica nella Democrazia Cristiana e in Sicilia l’ha trovata negli amici di Giulio Andreotti, ovvero in Salvo Lima, Nino Drago e in una serie di uomini un tempo legati al principale protagonista del sacco di Palermo, l’ex sindaco Visto Ciancimino, nato a Corleone e soprattutto in ottimi rapporti con Provenzano. E non è tutto. I comunisti siciliani, o meglio una parte dei loro dirigenti, sono anche vittime di una grande illusione. Pensano sia possibile ottenere finanziamenti da cooperative e imprese e, al tempo stesso, non subire condizionamenti.

Spiegherà nel 2000 Napoleone Colajanni, personaggio storico del PCI, dal 1960 al 1988 membro del comitato centrale: «I soldi degli appaltatori li ho presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. C’erano tre regole: primo, non mettersi una lira in tasca, secondo, non dare nulla in cambio, terzo, non farsi pescare. Gli imprenditori palermitani ci davano solo gli avanzi per cautelarsi a sinistra: se poi trattavano con la mafia erano affari loro».

Il denaro ricevuto dagli imprenditori, continua Colajanni, serviva a pagare gli stipendi ai compagni, l’affitto della sede e parte dell’attività del partito. La forma era la sottoscrizione per il “Mese della stampa comunista”: «Ci davano i soldi per una sorta di assicurazione a sinistra. E in verità erano molto pochi in confronto a quelli che davano alla DC. Erano proprio avanzi. Robetta. Ma nessuna compromissione, perchè non davamo nulla in cambio».

In realtà, visto che la pratica oltre che politicamente imbarazzante era anche fuorilegge, rendeva il partito ricattabile e lo esponeva al rischio infiltrazione da parte di Cosa Nostra. E questo è proprio quello che sarebbe accaduto”.

L’avanzare della corruzione nel PCI siciliano e non solo, preoccupava fortemente Antonio Tatò, la persona che aveva la massima fiducia di Berlinguer, che in una relazione del 21/26 ottobre 1981, tratta dal già citato libro Caro Berlinguer, gli scrive: “Ma ti segnalo anche la necessità di considerare che i comportamenti politici di coloro, come noi comunisti, che vogliono risolvere la questione morale – intesa come corretto rapporto tra distinti ruoli dei partiti, dello Stato, delle istituzioni e delle organizzazioni di massa – non sono coerenti, troppo spesso, con la tua impostazione e con gli obiettivi che vogliamo conseguire. Può sembrare paradossale, ma una questione morale in questo preciso senso politico (e non una questione di moralità) è aperta anche dentro il nostro partito. Troppi compagni, specie nelle amministrazioni locali e nell’affrontare i problemi di queste istituzioni, finiscono per scadere nelle peggiori pratiche tipiche dei partiti governativi, ignorano il metodo democratico e la verifica di massa di certe proposte o scelte, prevaricano con intese fra partiti (leggi: spartizioni) l’autonomia dei Consigli, delle giunte, delle USL, delle aziende pubbliche, degli enti comunali, provinciali, regionali. E quando scendono o si lasciano trascinare su questo terreno commettono ingiustizie politiche, mortificano professionalità, deludono compagni ed elettori, diventano “uguali agli altri” e, di necessità, restano disarmati di fronte ai ricatti degli altri partiti e vi cadono. Ti dirò a voce ciò che accade qua e là: ma a proposito di autonomia di funzioni e di ruoli, e di ripristino di un pieno e corretto funzionamento della democrazia nella vita politica e sociale, un capitolo doloroso e preoccupante è quello della situazione sindacale. Io non so se riceverai un’informazione “degli organi competenti”, ma in vista del congresso ormai imminente della CGIL, questa informazione chiedila ed estendila con una riunione di comunisti autorevoli che lavorano nei sindacati, ma destando anche l’attenzione dei congressi regionali su un problema che sta investendo il corpo e l’orientamento della classe operaia e dei lavoratori in forme e con conseguenze, ripeto, preoccupanti”.

Sapendo quale forza si stava muovendo contro il PCI subito dopo prosegue: “P2: che fine ha fatto la legge approvata al Senato che mette la loggia eversiva fuori legge e che giace alla Camera, finita chissà dove, mentre i piduisti vengono allegramente perdonati dalle rispettive amministrazioni e rientrano ai loro posti boriosi e arroganti? Sulla P2 c’è stata una crisi di governo: sta avviandosi a una conclusione che è una burla, una beffa. Bisogna reinsorgere prontamente e a tappeto”.

Di fronte al sommarsi delle emergenze la risposta politica, invece, cominciava a farsi frammentaria, con alcune figure che cominciavano ad emergere come vere e proprie correnti interne, che facevano ostruzionismo e non seguivano le indicazioni della maggioranza del Partito. A proposito dei tagli imposti dalla legge Finanziaria di quell’anno, Tatò così stigmatizzava: “…c’è un orientamento assolutamente non univoco nel partito. I Colajanni, i Peggio, i Borghini, i Chiaromonte criticano a parole ma poi riesumano il vecchio e stracco discorso che «noi comunisti non possiamo essere gli affossatori del bilancio dello Stato» […] e dall’altra parte chi sta a contatto con la gente nelle fabbriche e nei quartieri, i Sindaci, gli amministratori, non sopporta questa linea falsamente responsabile e falsamente realistica e chiede una nostra contro-linea, che consenta di fare quelle spese che servono a cambiare e a migliorare la qualità della vita, chiede delle controproposte, delle contromisure. Il bla-bla-bla demagogico non corregge la condotta pratica ed opportunistica: ma il rischio del Partito è che si spacchi, si areni e si paralizzi proprio lungo queste due linee contrapposte ma entrambe insufficienti e disorientatrici: in una parola, non egemoniche, non di governo, non risolutrici dei problemi reali. […] Costo del lavoro: anche qui non si capisce bene dove stanno andando i sindacati, quale linea perseguono, a quale risultato puntano, che rispondenza ha questo disegno che hanno in pectore con lo stato d’animo e la volontà delle masse lavoratrici”.

Che nel PCI e nei sindacati ci fosse in corso un’eterodirezione era evidente per chi osservava con strumenti politici adeguati, quelle forme del potere politico, quello sostanziale, che è conosciuto coi nomi di poteri occulti, poteri forti, massoneria.

Ci sono esempi di come agirono questi poteri all’interno del Partito comunista, fregandosene delle norme statutarie e della democrazia interna: il primo riguarda il famoso “patto del garage” quando subito dopo il funerale di Berlinguer, Occhetto e D’Alema nel garage di Botteghe Oscure delinearono la transizione indicando in Alessandro Natta l’inevitabile passaggio, per giungere in seguito a D’Alema come naturale conclusione. Passaggio descritto da Fasanella e Martini nel libro D’Alema (Longanesi-Il Cammeo 1995)e da Emanuele Macaluso in 50 anni nel Pci (Rubbettino, 2003) pag.137.

Ne sono prova i finanziamenti che il Moderno, giornale dei “miglioristi”, riceveva da Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Informazioni emerse quando i giudici hanno indagato sulla corrente di Napolitano, in relazione allo scandalo delle tangenti della Metropolitana milanese.

Ulteriore prova di ingerenze esterne è il viaggio fatto nel maggio 1989 a New York e a Washington da Occhetto e Napolitano – che era già stato negli Usa in precedenti occasioni e che aveva con quel Paese una fitta rete di relazioni. Nella Grande Mela i due si sono incontrati con il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman, capo della potente lobby ebraica americana. L’incontro fu ripreso in un interessante articolo da Andrea Purgatori sul Corriere della Sera del 17 maggio, in cui Occhetto disse che era stato: “…superiore alle attese”. E il portavoce di Bronfman disse che era stato: “Un dialogo amichevole, costruttivo e caloroso con mutui benefici”.

Ma chi sono questi Bronfman? Ne fa un “autorevole” ritratto Stephen Fox nel suo libro Potere e sangue il crimine organizzato nell’America del XX Secolo (EST Marco Tropea Editore, 1996) pagg. 23-24: “Pur senza avere legami culturali significativi con l’alcool, alcuni ebrei colsero ugualmente al volo le occasioni finanziarie offerte dal proibizionismo. Il grande contrabbando ebraico cominciò in Canada con i fratelli Bronfman. La loro famiglia era emigrata nel 1889 dalla Bessarabia, in Russia, trasferendosi nel Saskatchewan. Dei quattro figli maschi, Sam e Harry erano i più energici. Dapprima i Bronfman gestirono degli alberghi nel Saskatchewan e nel Manitoba – alberghi noti ad alcuni come bordelli. («Se lo erano» osservò Sam in seguito «erano i migliori del West!»). In parte per rifornire quegli alberghi, i Bronfman divennero importatori, e poi produttori di liquori. Quando l’America scelse il proibizionismo, i loro prodotti finirono al sud. «Di solito viaggiavamo a nord e a sud con liquori che non avremmo dovuto avere» rievocò anni dopo un dipendente. «I Bronfman compilavano per noi i certificati indicando la qualità di liquore…I permessi erano firmati da Harry ed erano tutti perfettamente legali. Il liquore era discreto, ma usciva tutto dallo stesso barile, anche se aveva cinque o sei etichette diverse».

Il contrabbando dal Canada comportava la sua parte di corruzione e di rischi. Un cognato dei Bronfman restò ucciso nel 1922. Un altro cognato fu accusato di aver venduto del whisky a un agente del proibizionismo; per toglierlo dai guai, Harry a sua volta si attirò l’accusa di aver influenzato la giuria, ma se la cavò in appello. L’attività familiare, in compenso, continuava a prosperare. I Bronfman si trasferirono a Montreal nel 1924 e aprirono la loro prima distilleria. Mentre Harry seguiva la produzione, Sam agiva negli Stati Uniti, concludendo accordi con i contrabbandieri. «Preparavamo un carico di merce, prendevamo i contanti e lo trasportavamo» spiegò Sam. «Naturalmente, sapevamo dove andava a finire, ma non c’era nessuna prova legale».

Nel 1928 i Bronfman avevano fatta tanta strada da acquistare la Joseph E. Seagram & Sons, un’antica distilleria canadese. Da allora in poi i prodotti Bronfman furono venduti sotto quel nome rispettato. Come quartier generale della società, i Bronfman costruirono un bizzarro castello feudale in miniatura al numero 1430 di Peel Street, a Montreal. Là venivano ricevuti i contrabbandieri americani, con un ufficio speciale tutto loro per sbrogliare gli affari”.

Ma i nomi dei contrabbandieri con cui trattavano i Bronfman, come si legge nelle pagine 27, 30-31, 42, 53-54, 58 sono: Meyer Lansky, Joe Reinfeld, Charlie Solomon, Frank Costello, il fior fiore della criminalità organizzata.

Possibile che Occhetto e Napolitano non sapessero chi fossero i Bronfman?

Sei mesi dopo il viaggio negli Usa, con la scusa della caduta del Muro di Berlino, Occhetto compie un vero “golpe” nel PCI con la “svolta della Bolognina”.

Magri ricorda così i fatti nel suo libro Il sarto di Ulm (Il Saggiatore. 2009) pag. 393: “La mattina del 12 novembre del 1989 Occhetto si presentò quindi inatteso a una piccola assemblea di reduci della Resistenza in un quartiere di Bologna. Prese la parola senza accennare al nome, ma ribadendo che, ormai, la caduta del muro mostrava quanto il mondo cambiasse velocemente e quanto il Pci dovesse cambiarsi per non restare in coda. Era però presente, gradito ospite, un giovane redattore dell’Unità che alla fine della riunione, non innocentemente, gli chiese: «Rinunciamo anche al nome comunista?». E lo sciagurato rispose: «Tutto è possibile». In poche ore i giornali furono informati e non faticarono a decifrare la frase; la mattina dopo uscirono con grossi titoli, con o senza interrogativo: «Il Pci cambia nome». Io trasecolai, ed entrando a Montecitorio incontrai Natta e gli chiesi: «Ma tu lo sapevi?». Lui, alzando le braccia tristemente mi rispose: «Niente affatto».

Vent’anni dopo, malgrado ripetuti interrogatori, non sono riuscito a sapere chi tra gli altri sapesse qualcosa, e quanto sapesse. Mi sono fatto così quest’idea: pienamente al corrente dell’iniziativa erano i più fidati amici del segretario (Petruccioli, Mussi, la famiglia Rodano), alcuni altri erano stati consultati in via di ipotesi ma la maggioranza, anche tra i dirigenti più importanti, ne sapeva quanto me, cioè nulla.

Possiamo dire che il PCI è morto di morte violenta, e che Occhetto ne è stato il killer che prima, però, per realizzare il suo intento ha dovuto uccidere il centralismo democratico. Racconta Magri a pag. 392:

Il modo. Se quella proposta avesse seguito l’iter normale, cioè legittimo (discussione in Direzione, poi nel Comitato centrale, poi inevitabilmente nelle sezioni), non solo i tempi si sarebbero allungati, ma rischiava di non passare. Occorreva dunque mettere il partito di fronte a un fatto compiuto e non reversibile, se non al prezzo di liquidare chi l’aveva avanzata”. Cioè il segretario killer.

I tre segretari del PCI

Non sempre la violenza si estrinseca in modo appariscente: dove gli attentati clamorosi non riescono si possono seguire altre strade.

Diversi autori fanno notare la coincidenza delle morti per ictus dei tre più autorevoli segretari del PCI: Togliatti, Longo, Berlinguer.

Il giornalista Aldo Rizzo nel suo libro Chi è di scena, volti e immagini del potere nel mondo (Laterza, 1989) rileva la tragica coincidenza che portò alla morte, colpiti dallo stesso male, i tre segretari.

Più esplicito in questo senso è Ettore Bernabei nel suo libro-intervista L’uomo di fiducia (Mondadori, 1999) che, parlando dell’ictus che aveva portato alla morte Luigi Longo dice: “…Non era certo persona che facesse vita sregolata. Così, noto che tre segretari del PCI sono morti allo stesso modo, tutti e tre per un ictus” e alla domanda dell’intervistatore “Ha dubbi su Togliatti?” risponde: “I sovietici non amavano Togliatti e quell’anno, quando arrivò a Yalta per curarsi, mandarono all’aeroporto per riceverlo personaggi di quart’ordine, una procedura inequivocabile sotto i sovietici: significava che eri caduto in disgrazia. Lui si mise nelle mani dei loro medici e chi sa che i loro medici non siano stati troppo bravi?”.

Le morti dei tre segretari avvengono in coincidenza di eventi che li vedevano protagonisti, in quanto propositori di analisi e di azioni politiche che avrebbero modificato profondamente gli equilibri geopolitici in questa parte del mondo.

Palmiro Togliatti

Togliatti muore nel 1964 mentre sta scrivendo, a Yalta in Crimea, il famoso Memoriale (pubblicato immediatamente dal suo successore Luigi Longo) dove analizzava criticamente i limiti della politica della corsa al riarmo da parte dei due blocchi e considerava fondamentale l’azione dei comunisti all’interno di una strategia di pace, cogliendo appieno le sensibilità che le nuove generazioni stavano maturando su questo problema e che, pochi anni dopo, avrebbero dato vita a quel fenomeno mondiale che fu il Sessantotto. Togliatti rifletteva su possibili alleanze con parti del mondo cattolico e democratico, sensibili a queste tematiche.

Luigi Longo

Luigi Longo muore nel 1980, dopo aver lavorato durante gli anni della sua segreteria per creare le condizioni, in accordo con l’analisi del Memoriale, per una politica di apertura e di dialogo con le nuove generazioni e dopo aver sviluppato, durante la segreteria di Berlinguer, quella politica delle alleanze che si chiamerà Compromesso storico. Si deve a Longo il primo serio tentativo di sbloccare la situazione politica italiana, ingessata dagli accordi di Yalta, dai veti americani e russi e dai dirigenti dei partiti italiani loro alleati.

Negli anni della sua segreteria, dal 1964 al 1972, il PCI aveva saputo togliere dalle mani degli avversari politici la questione democratica: i comunisti si erano dimostrati in Emilia Romagna, Toscana e Umbria, dove avevano governato, rispettosi delle regole democratiche, non in modo formale ma sostanziale, ottimi amministratori immuni da politiche di stampo mafioso e clientelare. Inoltre garantivano una maggior trasparenza perché non disposti a coprire eventuali abusi fatti da loro dirigenti e amministratori. Grazie a questa coerente scelta politica il PCI otteneva una vastissima egemonia tra i proletari e disarticolava il centro, sottraendo elettori in aree tradizionalmente conservatrici.

Longo, quindi, grazie al consenso acquisito stava per realizzare una serie di azioni politiche che avrebbero prodotto interessanti aperture al suo Partito, avendo trovato interlocutori importanti all’interno del mondo cattolico; uomini politici, Moro in particolare, che si rendevano conto che la continua ascesa elettorale del partito dei lavoratori poneva la questione comunista al centro dell’agenda politica come un problema non più eludibile.

Con Longo muore una figura autorevole del Partito comunista che non ne avrebbe mai permesso lo scioglimento, perché riteneva che la storia e l’azione politica del PCI non fosse paragonabile con quella dei Paesi dell’Est: Longo è stato il comunista che ha fatto criticare l’Urss quando invase la Cecoslovacchia nel ‘68, dalle colonne de l’Unità, dando mandato ad Ingrao per un articolo che è stato il primo “strappo” visibile con quel Paese e con quel modo di intendere il comunismo.

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer muore durante un comizio a Padova nel 1984, parlando della P2 e del pericolo per la democrazia rappresentato dal craxismo e dal sistema di corruzione introdotto da quella politica.

In Italia era in atto uno scontro durissimo, dove il bersaglio, dopo l’uccisione di Moro, erano il proletariato e il PCI.

Berlinguer è stato il continuatore delle elaborazioni dei segretari precedenti, dando forza alle intuizioni di Togliatti e Longo: aveva raccolto la sfida lanciata dai poteri forti nazionali e internazionali che si manifestavano nel nostro Paese anche tramite il fenomeno dell’eversione governata, che mirava ad impedire l’entrata dei comunisti nel governo di una nazione che era la quinta potenza economica mondiale, con una forte industria di Stato e collocata nel Mediterraneo, un’area fondamentale per gli equilibri strategici, sbocco naturale verso l’Africa e il Medio Oriente.

Ed è in questo quadro, nazionale e internazionale, che si inseriscono il golpe in Cile contro Salvador Allende e gli omicidi politici di figure come Aldo Moro e Olof Palme: fare terra bruciata attorno ai sostenitori di politiche che modificassero gli assetti di potere determinatisi con la seconda guerra mondiale. Ma l’immobilismo politico, sia a livello nazionale che a livello internazionale, era per Berlinguer, il grimaldello che avrebbe aiutato alla lunga il sistema capitalistico a ristrutturarsi, facendo pagare sia i prezzi politici che quelli economici alle classi subalterne, accelerando nel contempo la crisi dei Paesi dell’Est per riassorbirli nel suo sistema economico.

Il segretario del PCI aveva così chiaro lo stato di difficoltà e la prossima degenerazione dell’Est europeo che nel 1981 afferma in modo inequivocabile la fine della loro azione propulsiva e il Pcus di rimando gli impedisce di parlare al suo congresso.

Nel contempo Berlinguer aveva cercato di creare le basi per una politica internazionale dei comunisti più rispondente alle esigenze delle nuove generazioni, aveva visto nel processo di unificazione europeo la possibilità di esercitare una battaglia tesa a far recepire i valori della nostra Carta costituzionale, dall’Antifascismo, ai diritti dei lavoratori, all’egualitarismo.

Questo processo doveva avviare la discussione su come ristrutturare tutto il sistema delle relazioni internazionali e dei loro organi di rappresentanza, per dare pari dignità ad ogni Stato membro, modificando in questo modo i rapporti di forza a favore dei Paesi più poveri.

Un altro contributo apportato da Enrico Berlinguer è quello di aver emarginato nella società italiana il fenomeno del terrorismo, individuando in quell’azione il tentativo da parte del capitalismo di isolare il proletariato dai suoi alleati, accusandolo di contiguità, per poi arrivare, in seguito, alla distruzione dell’avanguardia politica della classe, come prevedeva tra i suoi obiettivi strategici il Piano di rinascita democratica della P2.

Berlinguer sapeva bene che non era possibile passare dalla prima alla seconda Repubblica senza distruggere nella società l’egemonia del PCI come forza organizzata. Anche sul cambio del nome del partito, di cui si era discusso nei primi anni ‘80, Berlinguer sarebbe stato un ostacolo insormontabile, non ritenendolo un fatto meramente formale, ma che implicava la revisione della propria identità e storia. Berlinguer vivo sarebbe stato un serio impedimento a questa strategia antidemocratica, quindi ecco che il grande capitale finanziario si attiva con tutte le sue strutture per realizzare il progetto di cambiamento del PCI, anche in modo violento.

Vogliamo infine ricordare un fatto di cronaca poco noto, pubblicato in una breve sul Corriere della Sera del 20 giugno 1984: durante il ricovero di Enrico Berlinguer nell’ospedale di Padova, un austriaco, Alfred Michlbauer, armato di un coltello era stato arrestato davanti alla camera di rianimazione del segretario del PCI il giorno 11 giugno. Come se qualcuno non volesse lasciare a metà il lavoro.

La tragica fine di Enrico Berlinguer era stata annunciata sotto forma di romanzo da Leonardo Sciascia nel libro il Contesto che fu lo spunto per il film di Francesco Rosi Cadaveri eccellenti.

Come spesso accade gli artisti sanno comprendere con molto anticipo i percorsi della storia.

Questo articolo vuole essere un momento di riflessione, per valutare se queste morti, in particolare quella di Enrico Berlinguer, non siano state sottovalutate e troppo presto liquidate come frutto del naturale percorso della vita o se, invece, non siano state accuratamente preparate per arrivare alla situazione attuale.

Le difficoltà che abbiamo oggi nel ricostruire una formazione politica comunista, in grado di esercitare egemonia nella società, derivano dall’indebolimento teorico e dalla perdita di capacità di analisi della realtà sociale nei compagni, frutto di un’azione a tenaglia determinatasi con l’aver abbracciato teorie politiche antimarxiste di derivazione operaista-spontaneista.

Idee veicolate “a sinistra” dal gruppo economico legato a Repubblica, Micromega, il Manifesto e ora da il Fatto Quotidiano, che hanno introdotto da un lato elementi di quel radicalismo reazionario – sviluppati da Nietzsche, Junger, Schmitt, – e attualizzati da Toni Negri, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Asor Rosa, Marco Revelli Edward Goldsmith, Serge Latouche Aldo Bonomi e Fausto Bertinotti. Lo stesso gruppo economico, con l’altra ganascia della tenaglia, ha ridotto il pensiero comunista nei limiti della cultura individualista e liberale dei vari Bobbio, Scalfari, Pannella e Bonino, mettendo le basi della politica così come enunciato nel mai abbastanza conosciuto Piano di rinascita democratica della P2.

Questo gruppo di potere governava il nostro Paese con i suoi partiti la Dc, Psi, Psdi, Pli, Pri e Radicali con l’appoggio esterno del Msi e nel periodo 1992-93 si ristruttura, su input atlantico, dopo aver raggiunto il massimo dell’impopolarità per continuare in peggio il saccheggio della nazione, tentando di lasciar fuori dal gioco una parte di sé, Cosa Nostra.

Ma la mafia grazie ai proventi della droga, ai traffici di ogni genere e alla speculazione edilizia non può più essere lasciata fuori dal gioco. E lo dimostra con la stagione delle bombe e delle stragi. Vuole che il gruppo di potere “egemone” venga ad una trattativa, come sta ricordando in questi giorni il giovane Ciancimino. La trattativa si fa con il governo Amato che è stato in carica dal 28 giugno 1992 al 28 aprile 1993, mentre la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, è del 23 maggio 1992. La strage di via d’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e tutta la scorta è del 19 luglio 1992. Il governo Ciampi è stato in carica dal 28 aprile 1993 al 10 maggio 1994. Il 14 maggio 1993, esplode un’autobomba a Roma in via Fauro di fronte a un palazzo sede di società di copertura dei servizi segreti. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 avviene la strage di via dei Georgofili a Firenze. Il 27 luglio altri attentati mafiosi vengono compiuti a Roma alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro e a Milano, in via Palestro. Tutte stragi perpetrate per eliminare persone ostili alla trattativa, mentre i governi di centrosinistra trattano con la mafia.

Con il PCI di Enrico Berlinguer questa trattativa non sarebbe stata possibile e per il nostro Paese probabilmente ci sarebbe stata una vera speranza di cambiamento, la mafia sarebbe stata sconfitta e non avrebbe potuto entrare direttamente in politica, cosicché il berlusconismo non sarebbe mai esistito.

E’ straordinario vedere che coloro i quali hanno svenduto il patrimonio di storia e di lotte del PCI hanno percorso assieme al loro codazzo di ruffiani straordinarie carriere, sino a giungere ai massimi vertici dello Stato, come Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti. Come del resto chi ha diretto movimenti estremisti: Mambro e Fioravanti, Gianni Alemanno, Toni Negri, Toni Capuozzo, Paolo Liguori, Paolo Mieli, Adriano Sofri e famiglia, Lucia Annunziata e Gianni Riotta.

Un po’ a Mediaset un po’ in Rai, un po’ al Corriere della Sera, un po’ alla Stampa e al Sole24Ore.

Poi negano che ci sia stata la trattativa.

Fondamentale quindi ricostruire una capacità critica verso queste forme del pensiero borghese e verso questi figuri, che sono state la causa dei fallimenti politici dei vari movimenti che si sono succeduti dagli anni Settanta in poi e che erano speculari come obiettivi politici a quelle componenti interne al PCI, miglioristi e cossuttiani, che avevano lo scopo di distruggere l’egemonia comunista nel nostro Paese, come affermato dalla massoneria già dal 1980 e denunciato dalle pagine de l’Unità il 15 Ottobre 1980.

La crisi con suoi pericoli ci impone di bloccare questa deriva a cui gli attuali gruppi dirigenti delle varie formazioni di sinistra non sono in grado di fare argine in quanto sono il prodotto di quella operazione anti-PCI che abbiamo prima descritto nelle sue articolazioni.

Occorre richiedere a tutti i compagni più coscienti l’immediata stesura del programma, strutturato sulla Costituzione del 1948 e la contemporanea stesura dello statuto comunista, per la nascita in tempi brevissimi del Partito Comunista d’Italia di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer.

Non dobbiamo rifondare… ma solo riprenderci la nostra storia.