Cina e Usa, è dipendenza reciproca?

In questi ultimi giorni, a seguito della visita di Obama in Cina, tra gli analisti geostrategici è prevalsa l’opinione che i due giganti del XXI secolo, sebbene antagonisti, non possano fare a meno l’uno dell’altro. Specialmente tra gli americani c’è la convinzione che la Cina non possa esimersi dal finanziare il debito Usa, sostenendone così l’economia, pena la certezza di essere trascinata nel baratro. Il giornalista del Financial Times John Plender ha scritto che: “In effetti, la Cina è intrappolata nell’equivalente economico della distruzione reciproca assicurata descritta dai teorici della deterrenza nucleare ai tempi della guerra fredda. (…) la Cina non può abbandonare il dollaro senza con ciò far crollare drasticamente il valore delle sue stesse riserve in dollari.” Secondo tale ragionamento, gli Usa possono continuare a vivere a credito, pagando le importazioni con i prestiti sotto forma di acquisti di titoli in dollari da parte del resto del mondo, in primis della Cina, il principale detentore mondiale del debito Usa. Non è detto, però, che il giocattolo debba funzionare ancora a lungo, non necessariamente. Recentemente Xu Shanda, membro della Conferenza Consultiva Politica Popolare Cinese, ha proposto di allocare la massa di liquidità finora detenuta in titoli di Stato Usa in investimenti all’estero, in particolare nei Paesi dell’emisfero meridionale. Per la verità la Cina è già presente in queste aree, specialmente in Africa, dove riceve materie prime in cambio di know how, tecnologie e soprattutto opere infrastrutturali. Il programma di Shanda, però, è qualcosa di diverso, e non è un caso che sia stato definito il nuovo piano Marshall, come il programma di aiuti con cui gli Usa permisero la ricostruzione postbellica dell’Europa, creando un mercato per i propri prodotti e definendo una nuova divisione internazionale del lavoro sotto la loro egemonia. Con il nuovo piano Marshall la Cina legherebbe stabilmente a sé quelle aree, permettendo lo sviluppo dei Paesi arretrati, i cui mercati andrebbero a sostituire (o integrare) i mercati occidentali, specie quello Usa, contrattisi con la crisi. Tale progetto ha implicazioni enormi. In primo luogo, dimostra che lo sviluppo della Cina, bruciando i tempi, è entrato in una fase di sovrapproduzione di merci, che devono trovare mercati di sbocco ad ogni costo. Inoltre, dimostra che anche l’economia cinese comincia ad essere affetta, come quella dei Paesi più avanzati, da una sovraccapacità produttiva, ovvero da un eccesso di capitale accumulato sotto forma di mezzi di produzione. Certo, è vero che la Cina è un paese ancora largamente arretrato e contadino, con margini ampi di sviluppo, ma ciò non impedisce il verificarsi della sovrapproduzione di capitale. In questa fase sembra evidente che l’espansione cinese sia stata poco controllata, determinando importanti squilibri tra settori produttivi e tra produzione e mercato, con possibili ricadute sociali pericolose. L’enorme accumulo di riserve in valuta pregiata potrebbe essere spiegabile non soltanto con la volontà di rendere stabile lo yuan, contrastando le tempeste valutarie. Sarebbe anche la dimostrazione dell’incapacità di trovare collocazione al profitto prodotto allargando l’accumulazione (cioè la produzione) all’interno della Cina. Se veramente fosse così, ci troveremmo davanti a un fatto notevole, perché se l’esportazione di capitale in Cina ha spostato in avanti di parecchi anni la crisi di sovrapproduzione di capitale mondiale e le conseguenze negative delle caduta del saggio di profitto negli Usa e negli altri Paesi avanzati, il verificarsi dello stesso fenomeno anche in Cina renderebbe più fosche le previsioni riguardo ad una uscita dalla crisi, che assumerebbe un carattere sempre più strutturale e generale. In secondo luogo, la struttura economica cinese farebbe in questo modo un vero salto di qualità. La competizione con le vecchie potenze capitalistiche non avviene più soltanto sul terreno dell’esportazione di merci o per la conquista di risorse energetiche ma si allarga alla conquista di mercati di sbocco per i capitali, spostandosi su un livello capitalisticamente più “evoluto”. Non a caso in Cina si sono levate voci critiche sul nuovo piano Marshall. Zhang Yansheng, direttore del Centro di ricerca sullo sviluppo del Consiglio di Stato teme che il piano possa essere dominato dal settore privato, che farebbe prevalere la ricerca di profitto a scapito della condivisione dello sviluppo con il terzo mondo. Ad ogni modo, con la trasformazione delle eccedenze cinesi da riserve valutarie in investimenti destinati all’estero gli Usa verrebbero messi definitivamente alle corde. La Cina uscirebbe dalla gabbia in cui è intrappolata e gli Usa si troverebbero con debiti enormi senza sapere come finanziarli. Inoltre, gli Usa perderebbero il loro ruolo di centro finanziario mondiale, che, raccogliendo liquidità dai Paesi con surplus commerciali, controlla i flussi internazionali degli investimenti di capitale e di portafoglio. Infine, il nuovo piano Marshall cinese implicherebbe l’utilizzazione dello yuan come moneta di finanziamento per i Paesi emergenti e come mezzo di pagamento nelle transazioni internazionali, mettendo ancora più in crisi un dollaro già in caduta libera. Ovviamente tale situazione inasprirebbe le contraddizioni e le tensioni tra Usa e Cina, neanche lontanamente risolte dal recente viaggio di Obama. Anzi, recentemente Sun Bigan, l’ex inviato speciale cinese in Medio Oriente ha parlato di conflitti inevitabili tra Cina e Usa, sostenendo che “La Cina non deve abbassare la guardia in Medio Oriente riguardo ai suoi interessi petroliferi e di sicurezza”. Secondo molti analisti la presenza cinese in termini di investimenti sotto forma di aiuti dovrebbe essere incrementata. È notizia di pochi giorni fa che il gigante cinese Sinopec ha firmato un accordo con l’Iran per il finanziamento (6,5 miliardi di dollari) di sette nuove raffinerie, sfruttando i vuoti lasciati dalle compagnie occidentali a causa delle sanzioni sul nucleare. Ad ogni modo, quello che lega Cina e Usa appare essere sempre di più non un laccio, che immobilizzi reciprocamente i due contendenti, bensì una corda che ad una estremità ha un cappio stretto intorno al collo degli Usa e all’altra il capo nelle mani della Cina. Quel che bisogna vedere è se e quando gli Usa decideranno di tagliare con la spada il nodo che lega il cappio. Pur evitando facili analogie tra periodi storici molto diversi per tanti aspetti, dovrebbe far riflettere che lo scoppio della Prima guerra mondiale ebbe tra le sue cause primarie lo scontro tra l’egemone Gran Bretagna e l’emergente Germania, a causa del progetto tedesco di costruire la ferrovia Costantinopoli-Baghdad. L’impianto di tale linea ferrata doveva essere pagato dal governo turco mediante la concessione di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero in un raggio di dieci chilometri dal percorso. Allora come oggi investimenti di capitale (in infrastrutture) in cambio di materie prime, per di più in un’area mediorientale da sempre fonte di tensioni internazionali.

Domenico Moro

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