giovani e cocaina

l’Espresso
29 ottobre 2009
Ore 10, lezione di cocaina
di Tommaso Cerno
I liceali di Treviso si erano organizzati per spacciare. Ragazzi che tiravano prima di entrare in classe: “Così mi concentro e faccio meglio i compiti”. Uno spaccato della diffusione degli stupefacenti tra gli studenti minorenni di tutta Italia

Liceo classico Canova, scuola dei rampolli della Treviso bene
. Giuseppe è alla lavagna. “Disegna un triangolo”, chiede il prof di matematica. Ma il ragazzo non lo fa. Anzi, si schiarisce la voce e risponde cantando a squarciagola il refrain di Renato Zero: “Il triangolo no, non l’avevo considerato… d’accordo ci proverò, la geometria non è un reato”. La scolaresca applaude. Volano foglietti di carta, qualcuno fischia: “Beppe è su di giri!”. In effetti, è rosso in faccia. Prima di entrare in aula s’è chiuso in un gabinetto e ha tirato cocaina. L’ha fatto altre volte per il compito in classe o l’interrogazione. “Con la coca mi concentro, ascolto, sto anche due ore senza fare casino… e mi vengono le parafrasi perfette”. Questa non è solo la storia di Giuseppe, però. Ci sono anche Matteo, Francesco, Valentina. Nomi di fantasia, perché molti sono ancora minorenni. Una dozzina di studenti annoiati, nella cittadina veneta più ricca e laboriosa del Nord- Est. Le fabbriche le hanno cambiato il volto, gli “schei” fai-da-te il carattere: invocano ronde e dialetto. In giro vedi auto di lusso, ville e benessere. È qui che a un gruppo di liceali viene un’idea: “Perché non facciamo anche noi gli imprenditori?”. Con una differenza rispetto ai capannoni attorno: loro commerciavano droga. E sono finiti a deporre in un processo, dove hanno raccontato al giudice che a Treviso sniffare a quell’età è normale.

Il meccanismo che avevano studiato ricalca il modello azienda: ogni studente versa una quota (si partiva da 30 euro a testa per arrivare anche a 200), si fa l’investimento, cioè si comprano le sostanze, poi si divide. A procurarsela ci pensava il boss del gruppo, liceale anche lui. L’accordo era che guadagnasse il 10 per cento in più per “il fattore rischio”. Una parte della droga veniva rivenduta con un sovrapprezzo e l’incasso ripartito in quote proporzionali ai soldi versati. Proprio come fra i soci delle Spa.

Dai serial televisivi avevano imparato un’altra cosa: mai parlare al cellulare, gli sbirri ascoltano. E per ridurre il rischio al minimo, usavano un codice anche sulle chat: la coca era la “bamba”, l’ecstasy si abbreviava “b”, “snift” o “half” era l’hashish, il “ceppo” lo spinello, “ganza” la marjuana. L’unità di misura era il “cd”, acronimo di compact disc, che sta per un grammo. Girava anche la ketamina, abbreviata “k”, la droga del momento. È un anestetico per cavalli, dà la sensazione di uscire dal corpo e può causare la lesione di Olney, cioè mangiarti il cervello. Ti senti invincibile, quello che se le porta a letto tutte, che non gli basta mai. Per loro “è un’esperienza normalissima, che tutti fanno alla nostra età, anzi anche prima ormai “, racconta uno del gruppo, maglietta col teschio, al giudice che lo interroga come testimone. Scarpe di Gucci, giaccone da 2 mila euro addosso, Rolex a 16 anni: gli appuntamenti per spartirsi droga e denaro li prendevano a ricreazione, via sms, oppure da casa, sempre sulla chat di Messanger.

Lo scambio di solito avveniva nei locali del centro, all’ora dell’aperitivo, mimetizzati fra la folla di trevigiani con lo spritz in mano, la bevanda simbolo della movida veneta. “Chi è ricco lo fa per sentirsi grande. Chi ha meno soldi per potersi permettere le stesse cose dei ricchi”, spiega Nicola. Lavora in un’osteria piuttosto battuta e ne conosce di gente. “I nostri genitori sono cresciuti facendosi il mazzo, e ci hanno regalato molto: Treviso è bella, pulita, tutto funziona, la gente sta bene. Poi è ovvio che se hai tutto, arrivino anche gli eccessi. Ma mica siamo tutti così…”. Vero. Anche se l’ultima ricerca della Società di psicologia delle dipendenze assegna proprio a Treviso il record nazionale di psicofarmaci e droghe diffusi fra i giovanissimi. Ne fa uso il 6,3 per cento degli adolescenti fra i 15 e i 19 anni, il doppio del resto d’Italia. E fra queste sostanze c’è anche la cocaina: quattro adolescenti trevigiani su cento l’hanno provata almeno una volta. I medici studiano da tempo il fenomeno: “In questa città si è diffusa una cultura del commercio e del profitto che i giovani assorbono in maniera distorta: la regola è dare dieci per avere cento. Prima valeva solo per il lavoro, adesso vale per tutto, addirittura per la droga. Quei ragazzi la vendevano con questo stesso spirito, come se si trattasse di un affare, un guadagno facile e degno di rispetto”, spiega lo psicologo Germano Zanusso, direttore del Dipartimento dipendenze dell’Asl trevigiana: “Il fenomeno si allarga. E anche l’assunzione è smodata.

Manca la consapevolezza del pericolo, la droga è vista come un gioco, un’esperienza ricreativa, un aiuto a scuola. Prendono diverse sostanze, magari mescolate all’alcol, ignari dei rischi legali e medici che corrono”. A procurargliele, quelle sostanze, ci pensavano gli studenti più grandi, quelli dell’università. Un gruppo di bad girls, imputate al processo. Eppure a stupirle di più non sono state le manette. No, sono ancora una volta quegli sbarbatelli delle scuole superiori: “Il mondo dei quindicenni trevigiani è allucinante”, racconta una di loro, 23 anni, iscritta a Bologna: “Si calano di tutto, a seconda della sensazione che vogliono ricreare: coca per andare su di giri, canne per riflettere, pasticche per sballare. Quando ho saputo come si procuravano i soldi, poi, mi sono detta: questi sono usciti di testa”. Già, per farsi il gruzzolo sufficiente a partecipare al business studentesco, rubavano. E dove meglio che in casa propria, visto che i soldi li hanno? Una tizia si è venduta i gioielli di mamma per una canna. L’altra faceva sesso a pagamento nei bagni. Il bullo del gruppo, invece, investiva la paghetta che gli passava papà ogni mese: 500 euro per le piccole spese da adolescente. Quando in Italia, con quella pensione, c’è chi ci campa.

Il fondocassa aumentava di mese in mese: “Ho 700 euro di crediti in giro, quando arriva lo stock di paste guadagnerò un macellissimo…”, scrivevano in chat. E il capo annotava tutto, comprava e divideva. Un giro di migliaia di euro, che serviva a pagarsi gli sfizi: vestiti, ma anche cene e seratine in discoteca a 200 euro al colpo fra coca e cocktail. Altro capriccio, l’appartamento a Jesolo per tutta l’estate. Nottate in discoteca sul litorale veneto a mille euro a settimana solo di affitto, per poi vantarsene con gli amichetti. Come la volta che, drogati, sono entrati nella scuola e hanno sfasciato aule e palestre, svuotando gli estintori sui pavimenti: “Avete visto che bel disastro abbiamo fatto? Staranno giorni e giorni a ripulire”. Sì, perché se togliamo la droga e lo sballo, non restava molto da fare. “La scuola? Fa schifo. I libri? Noiosi. La politica? Roma ladrona. La fidanzata? Sesso e via. I genitori? Pallosi. E poi non mi capiscono”, dice una di loro. Una mamma più attenta c’è, invece. Guarda caso fa l’insegnante di liceo. Una sera, mentre sistema la stanza del figlio più piccolo, s’accorge che qualcosa non va. È da un po’ che fa discorsi strani. Parla di collette in classe, soldi e roba del genere. Proprio come adesso trova scritto sulla chat, rimasta aperta per errore. Legge e corre alla polizia. Ecco che all’improvviso tante piccole stranezze trovano una spiegazione. Le canzoni in classe, i telefonini all’ultima moda, l’abbigliamento costoso, i ritardi inspiegabili, le assenze strategiche. Addirittura per la padella svanita nel nulla c’è un perché: se l’erano portata via per scaldarci sopra la ketamina. In giro la trovi in polvere o in cristalli, ma se la scaldi torna liquida ed è facile nasconderla. “Serve una superficie antiaderente, però, altrimenti bruci tutto. Poi si mette la droga in una bottiglia d’acqua minerale e scompare nel nulla. Anche se ti fermano, non la troveranno mai”. L’hanno letto su Internet e subito messo in pratica.

Alla Squadra Mobile servono settimane per ricostruire il giro e decifrare il codice dei liceali da “Zero in condotta”, come battezzano l’operazione. Setacciano Internet, mettono sotto controllo i telefoni, pedinano il capo del gruppo fuori da scuola. Manca solo la prova: trovargli la roba addosso. La trappola scatta un sabato sera, prima della notte di sballo. Tutto fa pensare a un normale controllo delle Volanti sulla Noalese, la statale che porta alla “Fonderia”, dove ci sono le discoteche più trendy del trevigiano. È là che sono diretti i ragazzi dopo gli aperitivi e le cene. Ed è sempre là che la polizia li aspetta. “Sono puliti”, riferisce però il posto di blocco. In auto non hanno trovato nulla, solo un paio di bottiglie d’acqua minerale. Niente di strano. “E chissà quanto ci avremmo messo, se il trucco non ce l’avessero svelato loro, vantandosi in chat di avere fregato la polizia”, racconta il capo della Mobile, Riccardo Tuminia. “Dicevano: “Siamo strabravi”. E noi abbiamo affinato i controlli”. L’acqua drogata se la bevevano in pista, davanti a tutti, per ballare una notte intera. Ma quella è stata l’ultima volta. Il sabato successivo le bottiglie sono finite in questura. Seguite dai liceali annoiati della Treviso bene. “La scuola non c’entra”, ripete la preside del Canova, Alfea Faion: “La maggioranza dei ragazzi studia e non si droga. Ho sentito genitori con tenore di vita buono lamentarsi perché i figli si vergognano di loro. Questo anche fuori dal nostro liceo. La ragione è sempre la stessa: non hanno il tenore di vita di altre famiglie”. Famiglie che alla polizia hanno risposto sempre allo stesso modo: “Ma noi abbiamo dato tutto ai nostri figli…”

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