Manifesto Politico Circolo PRC A. Tognetti Pisa

Documento politico programmatico per un nuovo Prc

La fase

La clamorosa sconfitta alla politiche del 2008 e le prestazioni elettorale delle europee e poi delle amministrative, hanno confermato che sono saltati i rapporti tra i partiti della sinistra e il loro blocco sociale di riferimento. Ci sembra ormai chiaro come in questi due anni non siano stati analizzati a fondo i segnali di estraniamento e rottura che venivamo dai settori popolari e dai lavoratori, ma neanche quelli che venivano dal “popolo della sinistra”. Il primo segnale era venuto dalla manifestazione del 9 giugno 2007 in cui questa rottura si è manifestata nettamente sulla politica estera del governo Prodi in occasione della visita di Bush a Roma. Il secondo segnale fu la grande manifestazione popolare dell’ottobre 2007, quando un milione di comunisti scesero in piazza per chiedere una decisa inversione delle politiche economiche e di impegno militare del governo Prodi, che per tutta risposta propose la riforma dello stato sociale, come richiesto dai potentati economici.

Come conseguenza, alle successive politiche l’Arcobaleno è stato spazzato via; con i comunisti fuori dal Parlamento per la prima volta dalla fine della guerra.

Ma nonostante queste avvisaglie nel PRC non c’è stato alcun tentativo di analisi degli errori. Quello che si è cercati, invece, è stato di sminuire tutto con “non siamo stati capiti” – parossistica espressione di protervia da parte dei nostri dirigenti -. Questo atteggiamento trovava la risposta nella volontà di proseguire a tutti i costi una linea che aveva come capisaldi la liquidazione del progetto del partito comunista e la conseguente formazione dio un partito “£piccolo borghese”, genericamente di sinistra, utile al PD come stampella per governare.

Tutti questi passaggi sono stati vissuti dalle realtà di base del PRC con un senso di alienazione politica: le decisioni, infatti, sono state sempre prese da un gruppo ristretto supportato dai dirigenti anche a livello locale.

Poco dopo si è aperta la fase congressuale, dominata dalla paura di una scissione e di una liquidazione della storia dei comunisti: con la paura non si costruisce nulla. E infatti la prospettiva politica su chi e cosa dovessero fare i comunisti nella situazione data è stata completamente disattesa.

Dal congresso 2008 si è messa in moto quella che qualcuno – a ragione – ha definito “una marcia sul posto”, cioè l’illusione di essere in movimento rimanendo invece sostanzialmente fermi. A parole si è proclamata la svolta a sinistra, ma a conti fatti è rimasta lettera morta. Anche perché chi se ne doveva fare portatore nei metodi non era altro che un’espressione del “bertinottismo”, una politica che ci ha fortemente danneggiato.

Ne è seguiti quindi un anno di confusione dove si è cercato di costruire un partito sociale (distribuzione del pane, Gap, Casse di resistenza, Brigate della solidarietà) di tipo volontaristico, senza una base però di attivismo politico. Infatti non si discute l’importanza di queste pratiche, che ridanno al PRC un ruolo di utilità e di visibilità sociale, usando metodi già proficuamente utilizzati a inizio Novecento dal PSI e PCI. Ma bisogna tenere presente che sono degli strumenti di transizione di resistenza, ma che non intervengono nella trasformazione reale dei rapporti di classe nella società. Per questo vanno considerati strumenti ausiliari e complementari della lotta. Se ci si dedicasse, infatti, solo a questo si arriverebbe inevitabilmente al paradosso in base al quale l’azione di volontariato sociale diventa strumento di conservazione piuttosto che di cambiamento.

Si tratta quindi di attività che indicano il problema, ma non la soluzione.

 

Analisi del voto

Il risultato delle europee di giugno ci fa trarre alcune conclusioni utili all’analisi sul nostro futuro:

sul piano europeo emerge clamorosamente il crollo della socialdemocrazia, l’avanzata di forze di destra e di estrema destra, un avanzamento non disprezzabile della sinistra comunista e di alternativa in diversi Paesi (Francia, Germania, Portogallo, Grecia, Repubblica Ceca, Olanda, Danimarca). Si è anche registrato un elevatissimo astensionismo che non deriva solo da una protesta generica, ma anche da un certo sentimento di ostilità verso l’Unione europea, sempre più caratterizzata da provvedimenti antipopolari, fatti di privatizzazioni, precarizzazione, politiche monetarie restrittive, ecc. A questo sentimento non solo non risponde la socialdemocrazia, che del processo di integrazione capitalistica della Ue è uno dei protagonisti più convinti, ma neppure un europeismo di sinistra ancora tutto da costruire.

 

Il dato negativo della nostra lista va ascritto sia alla pesante eredità dell’esperienza di governo, sia al permanere di nodi politici tutt’ora irrisolti (come ad esempio una visione proletaria della giustizia), sia alla debolezza del nostro partito in termini di radicamento e credibilità dispersa lungo gli anni (nonostante l’impegno profuso dai nostri militanti).

Il mancato raggiungimento del quorum non può essere semplicisticamente ascritto (come è stato fatto “piagnucolosamente” all’indomani del voto) alla divisione, pur essendo evidenti le gravi responsabilità di chi ha promosso nei mesi scorsi la scissione nel nostro partito. Il vero punto di fondo non è stata una errata “composizione” delle forze in campo, bensì il fatto che non è ancora risolto il nodo cruciale che abbiamo davanti, ossia la costruzione di una forza di sinistra capace di essere strategicamente esterna al bipolarismo e capace di tradurre e far vivere questa prospettiva in programmi, iniziativa politica e rapporti di massa sufficienti a generare anche un positivo riscontro elettorale.

In questo senso la battaglia condotta a Chianciano per la sopravvivenza del Prc non è ancora né conclusa né vinta. L’aver salvaguardato l’esistenza del partito è stato un risultato fondamentale, che tuttavia può assumere pieno significato solo se viene investito in una nuova stagione di conflitto sociale nelle difficili condizioni determinate dalla crisi.

Il nostro lavoro deve articolarsi in varie direzioni, tanto nei conflitti quotidiani quanto nella battaglia politica e teorica, in un contesto in cui la sinistra è segnata da una vera e propria babele di linguaggi e analisi. La crisi capitalistica, oltre a porre in termini urgenti la necessità di riarticolare piattaforme programmatiche, metodi di lavoro, forme di lotta e di organizzazione, offre anche la necessità di una forte ripresa teorica del marxismo, che può e deve misurarsi a tutto campo contro altre letture della crisi che tendono a negarne il carattere strutturale e sistemico (crisi del liberismo, crisi finanziaria, crisi delle “regole del mercato”, ecc.) e a fornire quindi risposte errate e subalterne a questo o quel settore del capitalismo italiano o internazionale, fenomeno di cui la dilagante “obamamania” è la manifestazione più eclatante, ma non certo l’unica.

L’attualizzazione del marxismo passa attraverso una lettura concreta della crisi, non solo nella sua dinamica economica ma anche nelle sue ricadute sul piano dei rapporti internazionali, della struttura sociale, del movimento operaio, della morfologia delle classi e del conflitto, ecc. Si tratta di un terreno decisivo per dare a Rifondazione comunista una capacità egemonica all’altezza della sfida.

Il voto a sinistra (due milioni di voti in queste europee) non deve essere fagocitato dal Pd; il risultato elettorale di Sinistra e Libertà fornisce al Pd lo strumento necessario per garantire che il voto di sinistra possa essere mantenuto nell’orbita di un centrosinistra riveduto e corretto. Su questo punto il conflitto fra noi e quanti, a partire da SeL, intendono inserirsi in questa prospettiva rimane aperto e non può essere aggirato. La questione delle alleanze anche a sinistra si subordina quindi all’assunzione di una prospettiva strategicamente alternativa al Pd, e non di semplice “autonomia”, al di fuori della quale ci possono essere solo equivoci e una subalternità di fondo.

Che fare?

I problemi della democrazia interna nel PRC sono problemi di classe. Non si può essere comunisti senza pratica comunista. La situazione politica del nostro partito è caratterizzata da un’evidente sfasatura tra analisi, costruzione di programmi e risultati politici, ed è sotto gli occhi di tutti l’enorme difficoltà “ strutturale” in cui ci troviamo, caratterizzata da:

  • Incapacità di direzione pratico-politica delle lotte

  • Frammentazione in correnti

  • Leaderismo piccolo-borghese

  • Inamovibilità dei gruppi dirigenti nonostante gli errori palesi di linea e conseguente burocratizzazione degli stessi

  • Scarsa vigilanza ideologica e politica sui militanti a tutti i livelli del partito

  • Mancanza di democrazia interna

Questa situazione, certo, non è il frutto avvelenato del caso ma il portato della mancata analisi della nostra storia che possiamo circoscrivere nella seconda metà degli anniI Settanta, sono alla nascita del nostro partito. Un partito che ha una caratteristica fondamentale: non pratica il centralismo democratico. Questa mancanza di democrazia interna evidenzia un altro aspetto molto grave: il corpo del partito non conosce come è strutturata la classe al potere. E se non si conosce come è strutturata la borghesia vuol dire che non si sanno riconoscere i nostri possibili alleati.

Quindi non capiamo bene il ruolo delle formazioni sociali e politiche che di volta in volta ci troviamo a fronteggiare.

Va da sè che le proposte che noi facciamo di Federazione della sinistra, di alleanze con il PD vengono prese di volta in volta alla cieca dai compagni di base. Dobbiamo sapere che la borghesia attua la sua dittatura nelle varie formazioni politiche tramite una forma di “centralismo dall’alto” o “centralismo burocratico” a lei utile per governare i vari partiti che ha creato e per il controllo dello Stato, metodo più conosciuto con il nome di eterodirezione. Questo metodo è l’esatta trasposizione nella società del “cetralismo massonico di loggia”, luogo occulto, deputato da parte del capitalismo, alla sperimentazione e all’elaborazione del modello sociale a lui più funzionale.

I lavoratori, classe maggioritaria, a differenza dei capitalisti hanno bisogno di una democrazia non formale ma sostanziale, che si estrinseca, prima all’interno del partito – con il centralismo democratico – e poi nella società e nelle istituzioni con lo scopo di rovesciare il vertice del comando a favore dei lavoratori. Va da sé che un partito comunista che esprime una reale democrazia al proprio interno tenderà a farla esprimere anche in tutto il corpo della società rendendola sempre più egualitaria. Oggi è proprio l’egualitarismo che viene messo in discussione nella nostra società e in piccolo nel nostro partito e nei partiti che si rifanno al comunismo. È dirimente, per chi vuole costruire una formazione comunista, l’obbligo di definirsi rispetto ad un concetto di democrazia contenuto anche in un metodo.

Il centralismo democratico è quel metodo che distingue il Partito comunista da tutte le formazioni borghesi e che meglio sa esprimere il rapporto tra base e vertice, a netto favore della base e quindi della maggioranza, impedendo quel corto circuito con la società reale che è anche causa della nostra parziale emarginazione. Il partito di funzionari, parassitario e slegato dalla società non regge senza la dimensione istituzionale e questa dimensione ha trasformato il partito in un apparato elettorale (in cui i gruppi parlamentari contano più delle strutture di direzione) e limita l’attivismo dei militanti alla sola propaganda.

L’idea dominante secondo cui l’esistenza in vita nella politica e nel conflitto sociale è certificata solo dalla dimensione istituzionale, oggi viene demolita dal fatto che questa dimensione parlamentare non esiste più ed è possibile non esista più per molto tempo ancora. Dunque le abitudini su cui si sono formati (e deformati) migliaia di compagne e compagni negli ultimi quaranta anni non hanno più le basi materiali. Agire politicamente in un’obbligata condizione extraparlamentare impone dunque una rivoluzione culturale anche nella concezione dell’organizzazione e della militanza. Il terreno elettorale non va affatto liquidato come terreno della lotta politica, ma riteniamo che la prevalenza dell’elettoralismo sia una malformazione genetica che va rimossa dalla cultura politica dei comunisti nel nostro Paese. La fine della dimensione istituzionale non può essere vista come la “fine della storia” e, dunque, come buon motivo per andarsene a casa. Forse chi ha fatto della politica il suo mestiere può cercare di riciclarsi in altri apparati (spesso anche indipendentemente da qualsiasi ragionamento o adesione politica), ma chi vive una condizione materiale precisa, chi fa il ferroviere, l’insegnante, l’operaio o lo studente, chi è precario o ha perso o rischia di perdere il lavoro, sta dentro una condizione materiale di esistenza, di esigenze e bisogni che non consente di ritirarsi perché la crisi economica ti stana anche dentro casa, e in quel caso è meglio affrontare la crisi collettivamente piuttosto che individualmente.

Altro punto dirimente, quindi, di quella che riteniamo una necessaria rivoluzione culturale è l’indipendenza di classe, politica e organizzativa che si ottiene solo con la gestione in prima persona del partito da parte dei lavoratori, che possono in questo modo rompere e sottrarsi apertamente al bipartitismo coatto che agisce in modo ancora più forte sul piano delle amministrazioni locali come Regioni, Comuni e Province.

Su questo aspetto fondamentale va anche rivisto il rapporto con il sindacato e in particolare con il sindacalismo di base. I sindacati di base sono diventati uno strumento dell’organizzazione del blocco sociale antagonista perché la Cgil non accetta e non accetterà mai questa funzione e l’influenza della sinistra anticapitalista e dei comunisti sulla Cgil è irrilevante. Noi dobbiamo lavorare per aumentare la nostra presenza nei sindacati affinché diventino strumento di difesa e soprattutto di attacco per il miglioramento delle condizioni lavorative a tutti i livelli lotta. Quindi portare le battaglie dei sindacati a unirsi in nome di un unico obiettivo: l’interesse dei lavoratori. È obiettivo strategico quello di costruire, come PRC, una politica di unificazione sindacale, limitando l’oltranzismo dei sindacati di base da un lato, che porta ad un atteggiamento settario, limitante per l’allargamento delle lotte, e il burocratismo della Cgil dall’altro, che agisce come freno al vero interesse dei lavoratori limitandosi soprattutto al lavoro di ufficio e assistenza individuale.

Il PRC nei conflitti sociali

Della valutazione del nostro risultato negativo deve far parte anche un bilancio dei conflitti che hanno attraversato il nostro Paese a partire dallo scorso autunno.

Il governo è riuscito finora ad imporsi sia contro l’Onda che contro le mobilitazioni della Cgil, della Fiom e del sindacalismo di base. Questo perché all’attacco perentorio del governo e di Confindustria si è risposto inadeguatamente tanto sul piano programmatico che delle forme di lotta. Questo si rispecchia anche nell’opposizione condotta dalla Cgil, che ha scontato in primo luogo la completa inadeguatezza dell’impostazione programmatica. Inoltre si è dimostrata inadeguata la pratica conflittuale basata su alcune scadenze, come lo sciopero generale di dicembre e la manifestazione di aprile, completamente scollegate da una strategia di costruzione del conflitto dal basso. Questi limiti sono resi ancora più drammatici dalla profonda crisi di riferimenti politici di fondo generata nella Cgil dalla nascita del Pd e dal suo ruolo frenante nel sindacato.

È sempre presente il rischio di un ripiegamento ulteriore della Cgil. Il nuovo attacco all’articolo 18 targato Pd (le proposte di “contratto unico” di Boeri e Ichino) hanno trovato aperture nel vertice confederale con gravi ripercussioni sull’avvio del dibattito congressuale. Sarà quindi inevitabilmente un congresso di contrapposizione, nel quale anche le posizione critiche, dalla Fiom alle aree di sinistra, verranno messe di fronte a una prova assai severa.

Ciò che avverrà nei sindacati è un passaggio decisivo per le sorti del conflitto di classe nel nostro Paese, al quale il Prc deve guardare molto da vicino e sul quale va organizzato uno specifico dibattito nel partito e fra tutti i lavoratori a noi vicini, che va inserito nell’elaborazione di una più complessiva strategia di intervento sindacale del nostro partito, in tutti i sindacati.

Le elezioni hanno dimostrato una drammatica assenza di rappresentanza politica del mondo del lavoro, evidenziata dalla capacità di insediamento fra i lavoratori della Lega e, in misura minore dell’Italia dei Valori, a ulteriore conferma delle nostre debolezze su questo terreno decisivo.

I prossimi mesi saranno cruciali. Di fronte a situazioni di autentica disperazione sociale che si andranno a creare non si potrà tergiversare, anzi bisognerà impostare forme di lotta radicali, di vera e propria resistenza di popolo attorno a quelle aziende e settori che rischiano di chiudere. L’iniziativa del partito deve inserirsi in quest’ambito, lavorando sistematicamente e con pazienza alla costruzione di quei legami politici e sociali che rendano possibile portare a dei risultati positivi il conflitto, per non far pagare ai lavoratori il costo della crisi capitalistica.

 

La riorganizzazione del partito

Il partito necessita di una profonda riorganizzazione. La pessima situazione finanziaria non ci permette di mantenere gran parte degli assetti interni, che troppo spesso vanificano e disperdono lo sforzo generoso dei nostri militanti anche da un punto di vista economico. E’conseguente che c’è bisogno di una struttura più snella con meno dipartimenti, che molto spesso non producono risultati concreti e tolgono fondi ad altre attività (come la produzione di materiale informativo) e a volte hanno solo lo scopo di dare un titolo a qualche burocrate.

Riorganizzazione che deve partire da un profondo studio del Nord del Paese dove registriamo grosse difficoltà per la mancanza di radicamento nei luoghi di lavoro nei quali ha maggiore egemonia la Lega. Questo deve far riflettere e reagire riportando l’egemonia a nostro favore, impedendo che il populismo dilaghi tra i lavoratori. Va da sé che l’importanza strategica di ciò sta nella maggiore concentrazione industriale e quindi esistono maggiori possibilità di un incremento del conflitto tra capitale e lavoro. La setssa cura deve andare all’analisi del Sud, dove le contraddizioni capitale/lavoro sono peggiori, figlie di una questione meridionale mai risolta, ed esacerbate da una maggiore presenza nel mondo del lavoro delle “mafie” che hanno molti capitali da investire dovuti ad una attività criminale sempre più redditizia e collusa con le istituzioni.

Sulla crisi economica, oltre alle campagne nazionali già avviate (salario sociale, ammortizzatori sociali, intervento pubblico, nazionalizzazione del credito, petizione, ecc.) è necessario individuare localmente le manifestazioni di crisi agendo con presenza quotidiana nelle aziende in “ristrutturazione”, cercando di elaborare piattaforme e proposte specifiche, momenti di unificazione (coordinamenti di aziende in crisi, comitati territoriali di sostegno alle vertenze occupazionali, ecc.) tutto ciò con l’obiettivo di dislocare il partito attorno ad almeno un centinaio di queste realtà su tutto il territorio nazionale, intrecciando circoli, federazioni, livello nazionale, gruppi di intervento specifici, ecc.

Su questi punti chiamiamo i circoli a confrontarsi sia internamente al partito, sia esternamente, con tutte le forze disponibili, a partire da quelle che hanno condiviso con noi l’esperienza della lista comunista.

 

Rappresentanza politica. Su quali contenuti colpire uniti?

Riteniamo sia arrivato il momento di abbandonare il tatticismo che ha come orizzonte obbligato l’alleanza con il PD, occorre una strategia diretta e chiara per il nostro blocco sociale. Si tratta di elaborare un programma minimo che renda i contenuti stessi il “soggetto politico” su cui coordinare l’iniziativa comune delle forze della sinistra anticapitalista e dei comunisti. Oggi riteniamo di dover mantenere un confronto aperto a tutto campo tra le forze della sinistra e tra i comunisti che entri nel merito di un progetto di fondo (su cui permangono divergenze) e di proposte di azione politica comune da sperimentare concretamente. Le prime questioni attengono alla riaffermazione dell’indipendenza politica dal PD (anche sul piano locale) e alla consapevolezza che il sociale oggi stia prevalendo sul politico a causa dell’arretratezza e della perdita di credibilità di quest’ultimo. E’ questa una consapevolezza decisiva per approcciare la questione della rappresentanza politica di un blocco sociale antagonista che riteniamo centrale. Il sostegno ai lavoratori, alle loro strutture e l’indipendenza dal PD sono opzioni rilevanti ai fini della ricomposizione di un blocco sociale anticapitalista, e restano per noi una scelta strategica che sappiamo però non coincidere con quella di altri soggetti della sinistra e del movimento comunista con cui ci stiamo confrontando. Diversamente, su altri terreni, che pure definiscono un’identità e una funzione politica per la sinistra anticapitalista, riteniamo fattibile proporre un piano di azione politica comune:

  • La questione democratica sulle forme della rappresentanza (il sistema proporzionale come unico modello della rappresentanza democratica).

  • la difesa e l’estensione delle libertà e la fine delle discriminazioni antisindacali.

  • l’opposizione allo stato repressivo e la messa al bando della legislazione d’emergenza (che ci trasciniamo come “normalità” dagli anni Settanta).

  • la lotta alla guerra e al ruolo imperialista dell’Italia (Afghanistan, Libano, l’alleanza strategica con la NATO e con Israele);

  • la resistenza attiva all’egemonia reazionaria sulla politica, la società e la scienza;

  • la dimensione sociale e anticapitalista della questione ambientale.

-l’indipendenza del potere giudiziario da quello politico

-l’eliminazione delle leggi ad personam

– l’eliminazione del lavoro precario

– la concessione del credito senza interesse per la prima casa e per le imprese che investono nello sviluppo dell’occupazione e della ricerca

– nazionalizzazione della Banca d’Italia

– il rilancio degli investimenti nei settori dell’educazione, della formazione e della ricerca pubblici

La federazione sarà un’opportunità politica se dentro di essa si riuscirà a portare avanti un’elaborazione politica avanzata, che superi i limiti e gli ostacoli che hanno portato a circa trent’anni di scissioni che hanno polverizzato la presenza dei comunisti in Italia. La formazione della federazione con il Pdci e Socialismo 2000 deve andare in questo senso con maggiore vigore e con l’intento di creare un fronte unico anticapitalista, forte e “partigiano” che sia da argine alla deriva liberista e alla crisi economica da essa generata. Certo siamo consapevoli che questa federazione avrà senso se si riuscirà a trovare un’unità di intenti: con la costruzione di una piattaforma di lotta comune a sinistra del Pd, necessaria per arrivare alla formazione di un unico partito di classe organizzato e utile al miglioramento della società, che trovi il giusto collante intorno ai temi imprescindibili quali il lavoro, la difesa dello Stato sociale e dei diritti civili, recuperando anche la storia del Partito comunista di cui il PD non può dirsi erede.

Cercando di lavorare, nella trasparenza delle scelte, affinché possa essere base per processi di ulteriore riaggregazione a sinistra senza che questi cadano nella logica dell’autoconservazione dei gruppi dirigenti e del moderatismo politico.

Dentro questo processo di re-insediamento sociale e di ricostruzione di un blocco sociale anticapitalista riteniamo di dovere e potere collocare la ricerca, il confronto teorico e la rielaborazione di un punto di vista comunista della realtà in cui ad esempio le riviste, le associazioni culturali, i centri studi possono unitariamente essere un ambito dinamico e socializzante.

Sull’unità dei comunisti

Non v’è dubbio che l’unità a sinistra sia qualcosa da perseguire, ma questo non deve portare a soluzioni frettolose. Non devono essere i tempi a dettare l’impostazione quanto i modi. La domanda che dobbiamo porci – a cui va data una risposta non congiunturale – è quali siano oggi i fini dell’unità dei comunisti in un solo partito. Il partito in sé non è un fine ma uno strumento per raggiungere il fine che si è deciso di perseguire. Che nella fattispecie deve essere il miglioramento delle condizioni materiali dei lavoratori nel presente e il socialismo per il futuro. Alla luce dell’esperienza storica italiana e di quello che sono diventati oggi i partiti comunisti nel nostro Paese, dobbiamo valutare cosa vogliamo essere: se una testimonianza residuale di un passato glorioso, oppure la realtà più avanzata della trasformazione sociale e quindi protagonisti della attuale fase storica. E quindi capire quali siano gli obiettivi strategici. Valutando, con una attenta analisi di fase politico-economica, cosa bisogna fare ponendoci degli interrogativi stringenti: ritornare alla programmazione economica neokeynesiana o riaprire la prospettiva del Socialismo nel XXI° Secolo, come vera alternativa alla crisi del capitalismo, come ci indica il processo in corso in America Latina? Inserirsi in un progetto riformista o un progetto di alternativa politica? Ritornare alla condizione prima del 13 aprile 2008 o quella di una nuova sfida strategica da ingaggiare dentro la crisi del capitalismo? Per i comunisti nel nostro Paese si tratta dunque di mettere in campo un punto di vista complessivo che faccia i conti con la storia di questi due decenni di “rifondazione mancata” e attualizzi l’opzione comunista sulla base di una credibilità oggi da riconquistare dentro la realtà sociale. Rifondazione comunista deve cercare di investire le sue energie soprattutto sulla propria capacità di inserirsi nel conflitto sociale, dando dei punti di riferimento che possano contribuire all’organizzazione politica, sindacale, sociale dei lavoratori e di tutti i soggetti colpiti dalla crisi e dall’offensiva reazionaria in atto. Non ha alcun senso formare federazioni e poli se le componenti che dovrebbero crearla (PRC e Pdci soprattutto) sono deboli e avvinti ormai da una confusione endemica; con il Pdci che deve sciogliere, tra l’altro, molti nodi intorno al suo segretario Diliberto dopo la polemica con Marco Rizzo, costata a quest’ultimo l’espulsione immediata, riguardo a eventuali rapporti di Diliberto con la massoneria, ipotesi non peregrina considerando che questi è stato per anni il delfino di Cossutta, i cui rapporti con la massoneria sono stati ben accertati e documentati, e la cui eventualità oltre ad essere sconvolgente è pericolosissima per i grossi rischi di “eterodirezione” che ne potrebbero conseguire. Prima, quindi, dovremmo chiarire a noi, come partito, cosa bisogna fare e in che modo. Ne consegue che il rapporto con le altre forze della sinistra di alternativa va impostato nei termini trasparenti di un patto di unità d’azione, sia su singole battaglie, sia su campagne di carattere generale. Fuori da questo c’è solo una riedizione di percorsi già sperimentati e falliti in anni recenti in Italia e non solo, dalla Sinistra europea in Italia a Izquierda Unida.

La situazione provinciale

A un anno dal congresso che avrebbe dovuto sancire il rilancio politico organizzativo dei due maggiori partiti comunisti, poco e male è stato fatto, il tutto nella logica di una marcia sul posto. Di fatto i comunisti sono stati assenti nelle realtà in cui gli effetti sostanziali della fase di crisi si fa maggiormente sentire, tra il precariato della Scuola e dell’Università, tra i lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro, alla Piaggio, si assiste al lavoro e all’attivismo portato avanti da singoli/e compagne ma non ad un lavoro politico strutturato ed organizzato. L’attuale fase richiede invece un lavoro strategico strutturato in cui i comunisti sono in grado di rimettere in campo tutti gli strumenti analitici e di prassi che la storia del Novecento ci ha consegnato: è la lotta di classe il terreno su cui possiamo crescere e far crescere una nuova generazione di quadri politici.

Come Circolo Tognetti riteniamo che vada avviato un confronto politico sia all’interno del PRC che nella federazione di sinistra, un confronto politico che abbia come obiettivo quello di strutturare un impegno strategico calato sul territorio su come realmente i comunisti dovrebbero muoversi senza mediazioni e senza compromessi, mettendo al centro gli interessi di classe.

Non crediamo che l’attuale gruppo dirigente della federazione siano in grado di svolgere adeguatamente questo lavoro. Ad un anno dal congresso, l’impressione è aver perso tempo e questo è un lusso che i comunisti non possono permettersi.

Per queste ragioni il Circolo Tognetti ha deciso di aprire un dibattito nel partito e nella società, con una serie di iniziative: seminari, cineforum, incontri con autori di libri e con varie realtà sociali, con lo scopo di isolare i virus culturali del capitale che hanno inquinato il nostro modo di concepire i compiti e il ruolo di un Partito comunista e ricreare le condizioni per permettere ai proletari, nostra classe di riferimento e alle altre classi subalterne, la pratica della democrazia e della decisione partecipata, con lo scopo preciso di definire correttamente il percorso per la creazione del Partito comunista nel nostro Paese come massima espressione della democrazia politica e prefigurazione dell’unica speranza possibile, quella della società degli eguali, la società comunista.

 

 

Il Circolo A. Tognetti,

Pisa , 30 Ottobre 2009

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