Salute umana e cambiamenti climatici

Preoccupati e disoccupati

di Paola Baiocchi

Gli scienziati sono preoccupati per le conseguenze dei cambiamenti climatici sulla salute umana. L’Associazione Medici per l’Ambiente, che fa parte dell’International Society Doctors for Environment (ISDE) ha preparato un appello invitando i medici, i ricercatori e gli scienziati italiani a sottoscriverlo per inoltrarlo poi ai governi europei e mondiali (climaesalute@libero.it). L’appello non si ferma a chiedere di «limitare i cambiamenti climatici dovuti alle emissioni carboniche di origine antropica» ma afferma che «per promuovere la salute, la giustizia sociale e la sopravvivenza delle generazioni attuali e future, dei poveri e dei ricchi, a livello locale e mondiale» bisogna «avviare una profonda revisione dei modelli economici dominanti».

Non sappiamo se l’invito dei medici sarà accolto in sede negoziale a Copenhagen, perché revisionare profondamente i modelli economici dominanti vuol dire chiedere a chi ha finora danneggiato il pianeta di farsi da parte. E questo non sembra in discussione, anche perché alcune recenti esperienze dimostrano che la grande occasione di riconvertire l’industria per arrivare a produzioni più rispettose delle risorse naturali, non fa altro che riconsegnare il Pianeta a quelli che l’hanno già precedentemente danneggiato. Come nel caso della sostituzione dei gas refrigeranti responsabili del buco nell’ozono con altri prodotti meno nocivi, che non ha messo nell’angolo i produttori precedenti, ma ha riconfermato il vantaggio del leader mondiale.

Che era DuPont quando si trattava di CFC, ed è DuPont anche per i refrigeranti sostitutivi.

Qualche sospetto che si voglia gattopardescamente “cambiare tutto per non cambiare niente” gli europei lo covano: nell’ultima indagine dell’Eurobarometro sulla “percezione del cambiamento climatico”, pubblicata lo scorso luglio, in cima alle preoccupazione degli abitanti del Vecchio Continente c’è la disoccupazione, la crescita economica che rallenta, l’inflazione e la diminuzione del potere d’acquisto. Interrogati all’inizio del 2009 a tale riguardo, il 50% degli europei continua a pensare che il cambiamento climatico rappresenti un’importante sfida del nostro tempo. Ma un anno fa erano il 62%. Questa riduzione va di pari passo con il sensibilissimo aumento registrato nell’attenzione alla recessione dell’economia mondiale, che si riscontra nel 52% degli intervistati rispetto al precedente 24%. Un anno fa, il cambiamento climatico era un problema considerato “gravissimo” da 3 europei su 4 (75%). Oggi, non sono più del 67% a considerarlo tale.

Per contro, la consapevolezza del profitto economico che si può trarre dalla lotta contro il cambiamento climatico è in aumento: è registrata dal 62% degli intervistati di oggi contro il 56% di un anno fa. Insomma non sono i tempi che stanno cambiando, coma cantava Bob Dylan, ma il tempo.

Valori, numero 73 – ottobre 2009

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