SUMMIT DI CHICAGO La svolta nella crisi: una Nato «intelligente»

Manlio Dinucci Tommaso Di Francesco

Si tiene il 20-21 maggio a Chicago il Summit dei capi di stato e di governo della Nato. Tra le diverse questioni all’ordine del giorno, dall’Afghanistan allo «scudo anti-missili», ce n’è una nodale: la capacità dell’Alleanza di mantenere, in una fase di profonda crisi economica, una «spesa per la difesa» che continui ad assicurarle una netta superiorità militare.

Con incosciente ottimismo, il socialista del Pasok Yiannis Ragoussis, che fa le veci di ministro greco della difesa, ha scritto sulla Nato Review, alla vigilia del Summit, che la partecipazione all’Alleanza ha dato alla Grecia «la necessaria stabilità e sicurezza per lo sviluppo nel settore politico, finanziario e civile». Se ne vedono i risultati. Non nasconde invece la sua preoccupazione sull’impatto della crisi il segretario generale dell’Alleanza, Anders Rasmussen. In preparazione del Summit, ha avvertito che, se i membri europei della Nato taglieranno troppo le spese militari, «non saremo in grado di difendere la sicurezza da cui dipendono le nostre società democratiche e le nostre prospere economie».

Quanto spende la Nato? Secondo i dati ufficiali aggiornati al 2011, le «spese per la difesa» dei 28 stati membri ammontano a 1.038 miliardi di dollari annui. Una cifra equivalente a circa il 60% della spesa militare mondiale. Aggiungendo altre voci di carattere militare, essa sale a circa i due terzi della spesa militare mondiale. Il tutto pagato con denaro pubblico, sottratto alle spese sociali.
C’è però un crescente squilibrio, all’interno della Nato, tra la spesa statunitense, salita in dieci anni dal 50% a oltre il 70% della spesa complessiva, e quella europea che è proporzionalmente calata. Rasmussen preme quindi perché gli alleati europei si impegnino di più: se il divario di capacità militari tra le due sponde dell’Atlantico continuerà a crescere, «rischiamo di avere, a oltre vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un’Europa debole e divisa».

Tace però sul fatto che sulle spalle dei paesi europei gravano altre spese, derivanti dalla partecipazione alla Nato. C’è il «Budget civile della Nato» per il mantenimento del quartier generale di Bruxelles e dello staff civile: ammonta a circa mezzo miliardo di dollari annui, di cui l’80% pagato dagli alleati europei. C’è il «Budget militare della Nato» per il mantenimento dei quartieri generali subordinati e del personale militare internazionale: ammonta a quasi 2 miliardi annui, per il 75% pagati dagli europei. C’è il «Programma d’investimento per la sicurezza della Nato», destinato al mantenimento di basi militari e altre infrastrutture per la «mobilità e flessibilità delle forze di spiegamento rapido della Nato»: ammonta a circa un miliardo e mezzo di dollari annui, il 78% dei quali pagati dagli europei. Come specifica un rapporto sui fondi comuni Nato, presentato al Congresso Usa lo scorso febbraio, dal 1993 sono stati eliminati i contributi per le basi militari degli alleati europei, mentre sono stati mantenuti quelli per le basi militari Usa in Europa. Ciò significa, ad esempio, che la Nato non ha sborsato un centesimo per l’uso delle sette basi italiane messe a disposizione per la guerra alla Libia, mentre l’Italia contribuisce alle spese per il mantenimento delle basi Usa in Italia.

Ulteriori spese, che si aggiungono ai bilanci della difesa degli alleati europei, sono quelle relative all’allargamento della Nato ad est, stimate tra 10 e oltre 100 miliardi di dollari. Vi sono quelle per l’estensione all’Europa dello «scudo anti-missili» Usa, che Rasmussen quantifica in 260 milioni di dollari, ben sapendo che la spesa reale sarà molto più alta, e che vi si aggiunge quella per il potenziamento dell’attuale sistema Altbmd, il cui costo è previsto in circa un miliardo di dollari. Vi sono le spese per il sistema Ags che, integrato dai droni Global Hawk made in Usa, permetterà alla Nato di «sorvegliare» da Sigonella i territori da attaccare: l’Italia si è accollata il 12% del costo del programma, stimato in almeno 3,5 miliardi di dollari, pagando inoltre 300 milioni per le infrastrutture. Vi sono le spese per le «missioni internazionali», tra cui almeno 4 miliardi di dollari annui per addestrare e armare le «forze di sicurezza» afghane.

Come possono i governi europei, pressati dalla crisi, affrontare queste e altre spese? Il segretario generale della Nato ha la formula magica: poiché gli alleati europei «non possono permettersi di uscire dal business della sicurezza», devono «rivitalizzare il loro ruolo» adottando, secondo l’esempio degli Stati uniti, la «difesa intelligente». Essa «fornirà più sicurezza, per meno denaro, lavorando insieme». La formula, inventata a Washington, prevede una serie di programmi comuni per le esercitazioni, la logistica, l’acquisto di armamenti (a partire dal caccia Usa F-35). Strutturati in modo da rafforzare la leadership statunitense sugli alleati europei. Una sorta di «gruppi di acquisto solidale», almeno per dare l’impressione di risparmiare sulla spesa della guerra.

(il manifesto, 20 maggio 2012) _______________________________________________
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COMUNISTI, INSIEME PER L’OPPOSIZIONE DI CLASSE E L’ALTERNATIVA DI SISTEMA

Recidere il nodo gordiano. Per un polo autonomo delle classi subalterne.

Nessuna alleanza coi partiti che sostengono Monti e la macelleria sociale dell’Unione Europea

Le recenti elezioni politiche in Francia e in Grecia, e quelle amministrative in Italia ed in Germania, ci mostrano la fotografia di differenti reazioni sociali alle politiche di austerity della UE, ma forniscono delle indicazioni politiche comuni. Questi risultati non segnano un’alternativa al modello capitalistico in crisi (sicuramente non l’appoggio ad Hollande e ad eventuali governi della SPD nei länder tedeschi, forse diversa è la situazione in Grecia dove si aprono scenari tanto complessi quanto interessanti), ma dimostrano comunque chiaramente che le classi lavoratrici dei paesi europei sono nettamente contro il massacro sociale imposto da UE-BCE-FMI.

In Italia tutti i partiti che sostengono Monti perdono terreno pesantemente, con il PdL e la Lega che tracollano, lo spauracchio del terzo polo che si dimostra inesistente ed il PD che cede fette significative di consenso anche se nel disastro generale il sistema elettorale gli consegna la maggioranza delle amministrazioni.
A sinistra i partiti che non hanno un profilo alternativo chiaro e credibile rispetto al PD, che è il principale sostenitore del golpe Monti-Napolitano, vengono trascinati anche loro dal crollo dei consensi dell’ABC (Alfano, Bersani, Casini).
SEL, nonostante i sondaggi e le spinte mediatiche, resta al palo e presenta delle crepe significative con la comparsa di nuovi progetti che, anche dal suo interno, cercano di smarcarsi dalla linea strutturalmente subalterna di Vendola.

Al di là dei bizantinismi sui numeri, bisogna dire onestamente che anche la FdS mostra di essere inconsistente nel paese. I risultati negativi quasi ovunque dimostrano che per essere credibili non basta nemmeno andare da soli, se lo si fa solo quando “costretti” e non per scelta politica determinata da una chiara indicazione nazionale. La FdS, infatti, si è alleata con il PD (e talvolta anche con l’UDC) nella stragrande maggioranza dei Comuni e, tranne rare eccezioni (come quella lodevole del PRC a Gaeta), dove questo non è accaduto è perché non è stata accettata e non per un profilo anticapitalista. Solo l’IDV (forse grazie all’opposizione a Monti in Parlamento) tiene minimamente botta pur con numeri lontani dalle aspettative.

Questo andamento vale pure a destra dove il lepenismo in salsa italiota del fascismo storaciano per fortuna non sfonda, perché troppo legato alle gonnelline del PDL che lo trascina in basso nella credibilità.

Gli unici grandi vincitori sono stati dunque l’astensione (arrivata ormai quasi al 40%) e il voto di protesta (col boom del Movimento 5 Stelle). Il successo indubbio dei grillini è determinato dal fatto che sono stati gli unici ad apparire come uno spazio politico “altro” e non assimilabile per ora a nessuno dei poli governisti. Per questo viene premiato aldilà della credibilità o meno delle sue presunte soluzioni.

Va registrato l’ennesimo risultato da prefissi telefonici delle liste comuniste minori che, pur lodevolmente fuori dalle alleanze e con piattaforme molto radicali, sono invisibili a dimostrazione del fatto che la credibilità e il radicamento dei comunisti non passano semplicemente per proclami più o meno rivoluzionari e probabilmente nemmeno per la via elettorale. Quella del rilancio del ruolo dei comunisti come cuore dell’opposizione di classe e dell’alternativa di sistema è una strada tanto necessaria quanto lunga e richiede pazienza, spirito unitario e poche fughe in avanti.

Il governo Monti sta procedendo spedito nel suo programma di smantellamento dei diritti e del welfare, di attacco ai salari, concessione ai padroni della mano libera sulla manodopera salariata e di limitazione della democrazia alla funzione di servizio alle esigenze del grande capitale. Con il ricatto del debito sta procedendo a un ulteriore gigantesco spostamento coatto di ricchezza dal lavoro al capitale per tamponare la crisi di sovrapproduzione.
Questo non è, quindi, un governo meramente “tecnico” né provvisorio, ma è un esecutivo apertamente “politico” a favore degli interessi del capitalismo finanziario nostrano ed internazionale. Sta ponendo le basi costituenti quindi di una nuova fase, dettando la linea (anticipata dalla lettera Draghi-Trichet dell’agosto scorso) per i governi futuri e di cui il PD è uno dei puntelli strutturali e non accidentali.

Per questo lottare per la caduta del governo Monti è necessario ma non sufficiente. Per provare a cambiare il quadro politico, e affrontare la questione dei rapporti di forza nei confronti del padronato, bisogna lottare contro tutte le forze politiche che lo sostengono e costruire un polo di classe alternativo ad esse che sostenga la ricomposizione un blocco sociale antagonista agli interessi del capitalismo.

La linea di demarcazione per la costruzione di un polo politico di questo tipo, per essere realmente anticapitalista, deve partire da una rottura dei vincoli imposti dalla UE coi Trattati di Maastricht e Lisbona. L’Unione Europea dimostra ancora una volta la sua vera natura di mera integrazione monetaria tra le potenze capitaliste dell’area funzionale solo agli interessi dei maggiori gruppi monopolisti. Un’istituzione antidemocratica necessaria per tentare di limitare la concorrenza interna (a favore dei paesi più forti come la Germania) ed essere competitivi nei confronti delle altre potenze mondiali, sostenendo nuovi mercati di espansione, un accesso al lavoro e alle risorse a basso costo, la liberalizzazione dei servizi in favore dei privati. Sostanzialmente un’alleanza traballante tra imperialismi e sub-imperialismi per i quali una vera confederazione sovra-statuale risulta oggi “impossibile”, perché non possono unirsi del tutto politicamente, perlomeno senza l’imposizione di un dominio delle potenze più forti, ma anche “reazionaria”, perché le uniche due cose su cui riescono a trovare sintonia è nell’attacco alle masse salariate al proprio interno e nel sostegno alle politiche di ingerenza e guerrafondaie verso l’esterno.

La manifestazione nazionale del No Debito del marzo scorso a Milano e quella più recente della FdS a Roma sono stati due segnali importanti da cui ripartire per il rilancio di un vasto movimento anticapitalista nel paese.

Ma mentre la prima ha dato un segnale sulla necessità di un’opposizione indipendente dal PD, quella del 12 maggio non ha ancora sciolto questo nodo fondamentale ed ha avuto due facce.
Da un lato ha dimostrato una base ancora vasta che si riconosce nella necessità di avere un qualche Partito comunista forte e che si augura una svolta di lotta e di opposizione rispetto al recente passato governista e subalterno.
Dall’altro i propri dirigenti nella FDS che si sono dichiarati tutti giustamente per la caduta di Monti, ma – pur con accenti diversi tra loro – si sono auspicati un ritorno alle urne per “trattare” nuove alleanze col centrosinistra. Il problema-Monti, quindi, viene visto solo come ostacolo alle elezioni e non come strumento strutturale delle politiche del capitalismo in crisi in nome della troika UE-BCE-FMI e col puntello decisivo del PD.

Ma non c’è più molto tempo. I primi segnali della trasformazione della geografia politica che prefiguravamo all’avvento di questo governo sono già cominciati. I partiti filo-UE e filo-Monti annusano la crisi e tentano già di ricollocarsi con nuove aggregazioni e alleanze.

L’unico progetto che manca all’appello è quello di un polo anticapitalista alternativo basato su un programma minimo di fase per far pagare la crisi ed il debito ai padroni.

Su questo i comunisti debbono impegnarsi per ricostruire le basi dell’autonomia di classe e della propria unità. E su questo si misurano quali alleanze sono utili agli interessi di classe.

Recidere il nodo gordiano della subalternità è le sfida per la ricostruzione di un Partito comunista degno di questo nome e all’altezza dello scontro di classe oggi. Per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema.

comunistinsieme@inventati.org

http://www.documento3prc.it
http://www.comunistiuniti.it

*“comunisti insieme per l’opposizione di classe e l’alternativa di sistema”, non un’ennesima corrente né una nuova organizzazione ma un laboratorio politico animato dai sostenitori della terza mozione del PRC, dai Comunisti Uniti e da quei compagni del PdCI e della diaspora interessati a costruire un’area di dibattito e iniziativa politica trasversale alle attuali appartenenze organizzative…”

Luciano Gallino: Una riforma a favore del più forte

da La Repubblica, 24 aprile 2012

Le bugie e le cattiverie della “riforma del lavoro” in un’accurata analisi del testo della legge.

Le facoltà fondamentali del giudice del lavoro, di contemperamento dei poteri della parte più debole (il lavoratore) e di quella più forte (il datore di lavoro), fatte salve le ragioni di entrambi, vengono drasticamente limitate dal disegno di legge di riforma del lavoro, a partire da quelle che gli assegnava l´articolo 18. In tal modo i licenziamenti individuali e collettivi saranno resi ancora più facili. Sono questi gli esiti più negativi del ddl che il Parlamento dovrebbe cercare di attutire – sempre che non prevalga nella maggioranza la volontà di peggiorarli.

Prendere in esame le limitazioni delle facoltà del giudice a tutela del più debole apportate dal ddl è un efficace filo conduttore per non perdersi nelle 79 pagine di questo, per di più irte di dozzine di intricati rimandi a leggi preesistenti. A volte sembra che dette facoltà siano accresciute, ma a ben vedere quasi ovunque sono ridotte. Si prenda l´articolo 18, travestito in modo da apparire un parente della versione originale, ma in realtà radicalmente mutato. Il primo comma dei dieci che nel ddl sostituiscono i commi dal primo al sesto dell´articolo in questione attribuisce al giudice la facoltà di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, in caso di licenziamento discriminatorio, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. Sulle prime questa parrebbe una novità meritoria, poiché da ogni parte si è sempre detto che l´articolo 18 si applica solo alle aziende con più di 15 dipendenti. E qualche voce del governo si è pure levata per far notare questa straordinaria innovazione a favore dei lavoratori. In verità si tratta di un dispositivo che ha più di vent´anni. La legge numero 108 del 1990 stabilisce infatti, all´articolo 3, che nel caso di licenziamento determinato da ragioni discriminatorie si applicano le conseguenze dell´articolo 18, cioè il reintegro nel posto di lavoro, quale che sia il numero dei dipendenti.

A una facoltà di vecchia data presentata come nuova si affianca, sempre nell´articolo 18 ristrutturato, la drastica riduzione della facoltà del giudice di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Nella precedente formulazione il giudice, a fronte di licenziamento intimato senza giustificato motivo, ordinava al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore. Il comma 7 del nuovo articolo stabilisce anzitutto che il giudice può, non deve, applicare la predetta disciplina. Stabilire che un giudice non già deve, ma – se crede – può applicare una certa disciplina, in questo caso il reintegro del lavoratore, significa palesemente indebolirlo. Se ha il dovere di prendere una certa decisione è difficile sottoporlo a pressioni perché non lo faccia. Mentre se la sua facoltà è solamente facoltativa – non è un gioco di parole – è possibile che prima venga sollecitato da ogni parte affinché la eserciti nel modo più favorevole all´una o all´altra parte, e poi sia oggetto di valutazioni negative quale che sia la decisione presa.

Tuttavia ciò che ancor più riduce la facoltà del giudice di decidere il reintegro è che esso può effettuarsi soltanto nell´ipotesi in cui egli accerti la “manifesta insussistenza” del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ovvero per ragioni economiche. Che sono quelle inerenti all´attività produttiva, all´organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, come dice la legge 604 sui licenziamenti individuali del lontano 1966. Qui il giudice che volesse procedere in senso favorevole al lavoratore si trova dinanzi a due ostacoli monumentali. Il primo è costituito dalle infinite ragioni di ordine produttivo, organizzativo e funzionale che un datore di lavoro può addurre per sostenere che quel tale licenziamento è giustificato. Il secondo ostacolo è la giurisprudenza. Un flusso ininterrotto di essa, consistente soprattutto in sentenze della Cassazione, ha infatti stabilito che le ragioni economiche addotte per un licenziamento sono insindacabili, in forza dell´articolo 41 della Costituzione per il quale l´iniziativa economica privata è libera. Un giudice ha facoltà di andare contro di esse soltanto nel caso remoto in cui, ad esempio, scopra nella motivazione o nei documenti esibiti come prova dall´impresa un falso clamoroso. Pertanto sapeva bene quanto si diceva il presidente del Consiglio allorché ha assicurato le imprese, subito dopo la presentazione del ddl, che “la permanenza in esso della parola reintegro è riferita a fattispecie estreme e improbabili”.

La facoltà del giudice del lavoro di andare a fondo allo scopo di stabilire se le ragioni del licenziamento sono valide è altresì indebolita dall´articolo 15 del ddl, con l´aggravante che in questo caso si tratta di licenziamenti collettivi. Esso aggiunge all´articolo 4 di una legge del 1991 in materia di integrazione salariale, la 223, un periodo apparentemente innocuo: “Gli eventuali vizi della comunicazione [per l´avvio di procedure di mobilità perché l´impresa non è in grado di garantire il reimpiego a tutti i lavoratori sospesi] possono essere sanati, ad ogni effetto di legge, nell´ambito di un accordo sindacale concluso nel corso della procedura di licenziamento collettivo.” Diversi giuslavoristi hanno già commentato negativamente tale aggiunta. In effetti i vizi di una simile comunicazione possono riguardare innumerevoli e rilevanti aspetti di essa: i tempi, i contenuti, i documenti allegati, i riferimenti a date, luoghi e persone, l´interpretazione di leggi vigenti ecc. Che detti vizi possano venire sanati in anticipo da un mero accordo sindacale, piuttosto che sottoposti all´esame di un giudice che a fronte di essi ha la facoltà di invalidare eventualmente il licenziamento stesso, dovrebbe apparire inaudito anche a un non giurista.

Qualsiasi legge si compendia, alla fine, nelle facoltà che essa assegna al giudice di valutare le ragioni delle parti in causa e di decidere quale di esse debba prevalere. Nel caso della legislazione sul lavoro, questa deve certo badare a che la libertà di iniziativa dell´impresa sia salvaguardata, ma deve pure circoscrivere il rischio che la parte più debole sul piano economico, il lavoratore, non si trovi collocato automaticamente nella posizione più debole anche sul piano giuridico, al caso quando si trova davanti a un giudice. È quello che ha fatto per più di quarant´anni la legge 300 del 1970, lo Statuto dei lavoratori. Il ddl di riforma del mercato del lavoro, salvo modifiche in Parlamento, azzera i dispositivi più progrediti di tale legge, e nel limitare le facoltà giudicanti del giudice appare palesemente squilibrata a favore della parte più forte, l´impresa.

MEDITERRANEO MARE DI GUERRA: CRISI E MILITARIZZAZIONE IN UN’ITALIA PORTAEREI DELLA NATO, DI ISRAELE E DELLE INDUSTRIE DI ARMI

MARTEDÌ 8 MAGGIO ‘12 – ORE 21.15

SALA CONFERENZE STAZIONE LEOPOLDA

P.zza Guerrazzi, Pisa

MEDITERRANEO MARE DI GUERRA

CRISI E MILITARIZZAZIONE IN UN’ITALIA PORTAEREI DELLA NATO, DI ISRAELE

E DELLE INDUSTRIE DI ARMI

All’incontro / dibattito parteciperanno:

MANLIO DINUCCI
Giornalista de “il Manifesto”, gruppo di lavoro del coordinamento No Hub

ANGELO BARACCA – Docente di Fisica c/o Università di Firenze

ORESTE STRANO – Assemblea No F35 Novara/Cameri

ROBERTO BATTIGLIA – Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

Introduce e coordina
VALTER LORENZI – Rete dei Comunisti – Pisa

PROMUOVE L’INIZIATIVA LA RETE DEI COMUNISTI

http://www.retedeicomunisti.org

contropiano.pisa@virgilio.it – 3357698321

L’iniziativa rientra all’interno della campagna promossa dalla Commissione internazionale della Rete dei Comunisti sulla base del documento “Sviluppi della crisi e del conflitto di classe in Europa”, di seguito esposto:

Introduzione

Nella lettura della fase attuale, due fattori già presi in esame sembrano essere pienamente confermati: l’aggravamento generalizzato della crisi sistemica del capitalismo e i cambiamenti nelle relazioni e nei rapporti di forza a livello mondiale.

Lo sviluppo delle tecnologie, l’internazionalizzazione della produzione flessibile attraverso la delocalizzazione sono state una parte delle armi messe in campo per tentare di rilanciare un processo di accumulazione e valorizzazione del capitale dei centri imperialisti.

Armi che ora devono fare i conti con il protagonismo economico delle principali periferie produttive (BRICS) che, dopo una fase iniziale di sudditanza alla forza dei capitali riversati dalle multinazionali, stanno assumendo un peso crescente nell’economia internazionale e nella competizione globale con i poli imperialisti.

L’analisi che stiamo portando avanti sul carattere sistemico oltre che strutturale della crisi dell’attuale assetto del capitalismo, ci ha portato a chiarire che non pensiamo che sia possibile una via d’uscita basata sul solo sviluppo delle tecnologie e su un maggior sfruttamento senza andare inevitabilmente verso una distruzione generalizzata di capitale attraverso possibile inflazione, disoccupazione e fino all’aumento degli scenari di guerra.

Il carattere sistemico della crisi rilancia la speranza e la possibilità che la storia dell’umanità non si chiuda con il capitalismo, e che proprio perché le capacità di accumulazione reale del sistema sembrano aver raggiunto il loro limite, possa questa fase rappresentare l’inizio della fase terminale del sistema capitalista stesso.

Questo non significa però che siamo al crollo del capitalismo, ma che siamo probabilmente alla fine di un ciclo politico in cui gli USA non avranno più una posizione dominante rispetto ad altri centri di potere come l’Europa, la Cina, la Russia, l’India e il Brasile. E’ probabile che questa crisi porterà alla realizzazione di un sistema multipolare nel quale gli Stati Uniti dovranno dividere il potere con altri blocchi politico-economici rendendo la competizione globale sempre più aspra a danno come sempre della classe lavoratrice.

Questo spiega perché in questi ultimi anni è in corso una vera e propria guerra economica, sociale, valutaria e finanziaria dentro l’Europa e nella competizione globale con gli USA e i paesi emergenti, che nel vecchio continente ha già disegnato nuove gerarchie, declassando l’intera area mediterranea e non solo, in funzione degli interessi della direzione politico-economica del polo imperialista europeo.

La trazione “Carolingia” dell’Europolo non significa che la Germania in asse privilegiato con la Francia e alcuni altri paesi nord-Europei, possa decidere tutto, ma che la forte borghesia tedesca rappresenta il nucleo duro attorno al quale si va costituendo una classe borghese continentale.

La formazione di una borghesia europea a egemonia franco-tedesca non nasce tanto dalla politica, ma dalla solidità dei rispettivi sistemi produttivi, dal ruolo ancora centrale dello Stato e nel caso della Francia dalla presenza di un apparato militare aggressivo (vedi la vicenda libica).

Questi fattori sembrano spingere verso la costruzione di un’area economica e monetaria incentrata principalmente sull’esigenza esportatrice del modello tedesco, per cercare un’ipotetica soluzione ai problemi della concorrenza internazionale.

Siamo nella fase del conflitto aperto fra blocchi politico-economici e come abbiamo visto da ultimo in Libia questo significherà che dalle guerre economiche, commerciali e finanziarie, si potrà passare alla vera e propria guerra guerreggiata per la supremazia su aree internazionali ritenute strategiche.

Uno dei teatri dove i due poli principali (USA e UE) combattono la propria guerra economica e non solo, per il controllo globale è certamente l’area Mediterranea allargata (est-Europa – Africa mediterranea – vicino e medio-oriente), che vogliamo prendere in esame per comprendere meglio l’evoluzione e i possibili scenari.

UE: la crisi e il ricatto del debito sovrano

L’evoluzione dei processi in corso potrebbe cambiare anche in modo sostanziale gli attuali assetti e alleanze politiche; per far questo non bastano però le cessioni di sovranità già in atto in Italia ed in Grecia, dove i tecnocrati della Troika (UE, BCE, FMI) hanno preso il posto dei precedenti Governi giudicati non più utili alla “causa”, ma serve la costruzione di un’entità politica sovrannazionale che sia in grado di assumere il comando e senza mediazioni.

E’ in atto una “stretta” economica supportata da una campagna mediatica che punta a occultare la natura della crisi, lanciando l’allarme sul fatto che gli Stati sono sull’orlo del fallimento per colpa del debito pubblico, rinominato, per sottolinearne il carattere esiziale, debito “sovrano” (si tenga presente che il 60% del debito nell’Europolo è di natura privata). Il ricatto del debito sovrano è usato per imporre misure di massacro sociale ai danni dei lavoratori dei paesi sottoposti al diktat dei potentati economico-finanziari dell’Europolo.

L’inizio del XXI secolo in Europa sta delineando una durissima lotta di classe “dall’alto” condotta dai potentati economico-finanziari che scaricano i costi della crisi prodotta dai grandi agglomerati bancari, industriali e finanziari sul versante pubblico, colpendo il potere d’acquisto dei lavoratori e costringendoli a condizioni di vita sempre più dure. Per procedere in questa direzione, e per ridurre al minimo i contraccolpi, si stanno cambiando le regole del gioco anche nei rapporti tra gli Stati, modificando anche alcuni principi basilari della “democrazia borghese”.

Una forte accelerazione a questa direzione di marcia è stata impressa dal nuovo trattato di stabilità economica e monetaria, il Patto Fiscale Europeo, varato il 30 gennaio a Bruxelles da 25 capi di Stato e di governo ad esclusione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Il Patto prevede l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio di bilancio’ e determina il superamento dei parametri di Maastricht con un rapporto deficit/PIL che non potrà registrare un disavanzo superiore allo 0,5% annuale, e l’introduzione di sanzioni in caso di sforamento.

A questo va aggiunto l’obbligo di abbattimento del debito pubblico per la quota che eccede il 60% del PIL e l’introduzione di ‘riforme strutturali’ a partire dalla destrutturazione delle regole del mercato del lavoro, con l’introduzione della flessibilità in uscita (mano libera ai licenziamenti), i tagli alla previdenza e un piano generalizzato di liberalizzazioni e privatizzazioni dei servizi pubblici.

Per poter realizzare questo programma i vertici dell’Europolo lavorano ad una progressiva cancellazione delle regole della democrazia rappresentativa, anche imponendo modifiche costituzionali, per spostare il centro di comando dalle rappresentanze elette (i Parlamenti) ai governi con la supervisione – e dove questi ultimi non fossero affidabili – con la gestione diretta dei tecnocrati del sistema bancario-finanziario.

Nel marzo dello scorso anno, nel primo dei due convegni svolti su “La mala Europa”, abbiamo preso in esame lo sviluppo del conflitto sociale e di classe nell’Europa centrale e mediterranea e nelle aree più vicine della delocalizzazione produttiva che abbiamo definito IV e V Europa, l’EST Europa e l’Africa mediterranea.

Le rivolte popolari che hanno infiammato il nord-Africa nella scorsa primavera (con diversità anche profonde fra i diversi paesi), hanno realizzato la caduta dei regimi dittatoriali in Tunisia ed Egitto, ma al momento, in particolare nelle prime verifiche di carattere elettorale, non sono le istanze economico-sociali di classe ad averne beneficiato, ma le forze islamiche un tempo nemiche e oggi ridefinite moderate (“i fratelli mussulmani”), in alleanza con gli interessi del capitalismo occidentale.

Dove non è stato possibile realizzare questa alleanza, la guerra economica e sociale ha lasciato il posto alla guerra militare vera e propria, come ha dimostrato l’aggressione imperialista e colonialista contro la Libia di Gheddafi, e il susseguirsi di provocazioni armate contro Siria e Iran.

Est Europa

Diversa, ma altrettanto complessa è la realtà di quella che può essere definita una colonia interna all’Europa stessa, dove dopo l’89 si sono riversati gli interessi del capitalismo occidentale.

Multinazionali e potentati economico-finanziari, con un ruolo primario di Stati Uniti e Germania, si sono gettati sul patrimonio di industrie, terre, forza lavoro a basso costo dell’ex blocco socialista, determinando condizioni generalizzate di sfruttamento dei lavoratori e di rapina delle risorse locali.

Oggi l’incalzare della crisi, con l’imposizione da parte della Troika (UE, BCE, FMI) di un massiccio piano di privatizzazioni, di tagli a salari, pensioni e assistenza sociale per poter accedere, come nel caso di Grecia, Italia e dell’area dei PIIGS, ai prestiti di valuta concessi secondo le consuete regole di strozzinaggio, sta portando a galla le contraddizioni economico-sociali fino ad oggi inespresse, producendo lotte e conflitti che potrebbero dare vita nel breve e medio periodo all’esplosione di vere e proprie rivolte.

E’ il caso della Romania dove le misure imposte stanno precipitando la popolazione in un livello di povertà e disperazione mai raggiunto e dove il mese scorso (Gennaio 2012) il paese è stato scosso da violente proteste popolari contro il Governo, con durissimi e prolungati scontri che hanno messo a ferro e fuoco la capitale Bucarest.

Il dato nuovo che sta emergendo e comincia ad estendersi a diversi paesi dell’Europa dell’Est di recente o prossimo ingresso nell’UE, è che tanto l’Unione Europea e ancora più l’Eurozona non siano affatto una garanzia di avanzamento economico e sociale.

E’ il caso dell’Ungheria dove secondo la stampa occidentale il primo ministro conservatore Viktor Orbán, considerato un autocrate, sta allontanando il paese dall’Europa. La situazione, come informa un documento del Partito Comunista dei Lavoratori Ungherese, è evidentemente più complessa e vede il corso attuale in Ungheria, segnato da un lato da una lotta comune della classe capitalista contro le masse lavoratrici e, contemporaneamente, una lotta tra i due settori della classe capitalista. Ma ancor di più si tratta di una lotta tra le potenze capitalistiche, gli Stati Uniti e la Germania per la dominazione europea.

“La classe capitalista ungherese (afferma il documento) ha partiti differenti con i quali esprime i propri interessi. Da un lato c’è il Fidesz – Unione Civica Ungherese – di Viktor Orbán, che esprime gli interessi dei conservatori, orientamento nazionalista della classe capitalista. È tradizionalmente legato alla Germania.

Dall’altra parte ci sono il Partito Socialista Ungherese e il Partito “La politica può essere diversa”, che rappresentano la parte liberale e socialdemocratica della classe capitalista. Essi sono più vicini agli Stati Uniti e Israele”.

Ma il punto centrale per il Partito Comunista Ungherese è che il passaggio dal socialismo al capitalismo ha portato all’impoverimento generale del popolo ungherese. L’Ungheria ha una popolazione di 10 milioni di abitanti. Un milione e mezzo di ungheresi vive sotto la soglia di povertà il che significa che vive di un reddito inferiore ai 200 euro al mese. Quasi 4 milioni vivono di un reddito di 250 euro al mese. Il numero ufficiale dei disoccupati è pari a mezzo milione, in realtà ci sono circa 1 milione di persone senza alcuna possibilità di trovare un lavoro.

Il capitalismo ungherese è in crisi, prosegue il documento, la crisi generale del capitalismo in Europa e la possibile rottura del sistema euro porterà a esplosioni sociali ancora più drammatiche che in Grecia.

Ma per inquadrare meglio gli avvenimenti recenti e le possibili evoluzioni è utile prendere in esame alcuni dati che aiutano a comprendere le condizioni attuali del versante europeo dell’ex blocco socialista.

Esistono certamente diversità fra paese e paese, ma molti sono anche gli elementi in comune di cui “Bruxelles” si fa garante: appropriazione delle strutture produttive, schiavismo, traffico di persone migranti, assenza di controlli fiscali, impossibilità anche solo di menzionare un’azione sindacale in difesa dei lavoratori.

A Katowice, Tychy e Bielsko Biala, nord della Polonia, la Fiat ha insediato i suoi stabilimenti. Come tutte le aziende che investono in Polonia, la Fiat non paga le tasse, misura adottata dal Governo per favorire gli investimenti, paga solo l’occupazione del suolo risparmiando annualmente circa 150 milioni di zloty, pari a circa 40 milioni di euro. In cambio esporta oltre il 90% delle auto prodotte che la maggior parte dei polacchi non può permettersi. Può però permettersi la Fiat di far lavorare gli operai anche il sabato, nonostante la legge lo vieti tranne che per condizioni straordinarie. In caso di controllo la Fiat rischia una multa di 5.000 zloty (1.250 euro), nell’ultimo anno si è verificato un solo caso di controllo e quindi per i manager italiani le condizioni straordinarie possono valere per ogni periodo dell’anno. 1

Il salario medio di un operaio in Polonia è di 600 euro nonostante la presenza, al contrario di altri paesi dell’est, di un sindacato, Solidarnosc, che ai tempi della lotta anticomunista, finanziato, sponsorizzato e sorretto con appoggi che andavano dagli Stati Uniti al Vaticano, contava quasi 10 milioni di iscritti e oggi circa 700 mila.

In Ungheria i sindacati sono deboli o inesistenti, nel settore commerciale circa 500.000 lavoratori sono nella condizione di dover trattare da soli con le grandi catene europee e più del 60% percepisce una paga base di 300 euro lordi, 200 al netto. L’Ungheria è anche il paese nel quale, a differenza della Polonia esentasse, attraverso un complicato meccanismo di agevolazioni fiscali, più grandi sono le aziende, meno pagano le tasse. La pressione fiscale in teoria è al 19%, ma la Coca Cola ad esempio paga lo 0,1%. Una delle agevolazioni che viene concessa, consiste in forti sgravi fiscali per i primi 5 anni, passati i quali basta cambiare nome all’azienda o modificare in parte la ragione sociale per ottenere nuove agevolazioni.

In Romania l’affare principale è stato quello dei terreni agricoli, oltre 400.000 ettari sono oggi in possesso di proprietari occidentali, italiani in testa, che dopo averli praticamente requisiti per pochi spiccioli, non essendo soggetti a tasse li tengono incolti in attesa di venderli o sfruttarli per progetti europei. Nel 2000 un ettaro costava 200 marchi, oggi vale 3.000 euro, l’equivalente di 6.000 marchi quando ancora l’euro non era entrato in circolazione. Oggi il 75 % del fabbisogno agricolo della Romania viene importato.

A Galati, ai confini con la Moldavia, si erge la più grande fabbrica di acciaio di tutto il sud-est dell’Europa, un tempo Rumena, la Arcelor-Mitall a capitale francese, belga e indiano ha prodotto nel secondo trimestre del 2010 un profitto di oltre 20 milioni di euro. La prima condizione per la privatizzazione, avvenuta anche grazie all’interessamento di Tony Blair, era il mantenimento dei posti di lavoro. In otto anni grazie ai prepensionamenti la Arcelor-Mitall ne ha tagliati 9.000. Il salario medio è di 700 Lei, meno di 200 euro, con lo straordinario si arriva a 1.000 Lei, 250 euro.

Lo straordinario, che è necessario fare se si vuole mantenere il posto di lavoro, è pagato con latte in polvere, pollo congelato, barre di sapone e salviette per le mani, ma la direzione dell’acciaieria ha spiegato che il latte in polvere in caso di contaminazioni per chi lavora nel reparto chimico aiuta a depurarsi.

La lettura di questi dati – pur fornendo un quadro parziale, andrebbe ad esempio preso in esame l’enorme peso esercitato dall’economia criminale (mafia, ndrangheta e camorra in testa), che nei territori dell’est con la connivenza di un sistema politico e bancario corrotto, “ripulisce” i proventi del traffico clandestino di merci, droga, esseri umani, prostituzione – fa capire a che livello sia l’occupazione neo-coloniale che il capitalismo europeo ed occidentale ha intrapreso ad Est come nel Nord-Africa.

Nonostante la fortissima crisi economica e sociale prodotta dall’introduzione del modello capitalista, parzialmente e solo di recente si stanno esprimendo istanze di lotta e di cambiamento. Un peso rilevante nel bloccare sul nascere il conflitto di classe, è quello esercitato dagli apparati di sicurezza, polizia, servizi segreti (in Romania ad esempio ne operano sette, come ai tempi di Ceaucescu), che si pongono con i mezzi a loro disposizione a protezione della borghesia locale e dei regimi corrotti per far applicare le “nuove regole” imposte dal capitalismo europeo.

Un’ultima considerazione riguardo a quella che chiamiamo la IV Europa (l’Europa dell’est), che vale anche per la V Europa (il nord-Africa e il vicino Medio Oriente), è quella relativa ai flussi migratori. Lo sviluppo della crisi e la sua ricaduta in entrambe le aree, ci porta a ritenere che il fenomeno dell’emigrazione in cerca di un lavoro da sfruttati, ma almeno non da schiavi, non potrà che estendersi già nel breve-medio termine.

La crescita dell’esercito dei lavoratori di riserva e la modifica della composizione di classe nel mondo del lavoro, comportano quindi in Italia e in Europa la necessità di fare un salto di qualità e di adeguare le strutture organizzative sindacali e politiche anticapitaliste, alle nuove soggettività in campo, per poter incidere sui processi in atto e per dare impulso alle lotte sociali.

1 Per i dati citati relativi alla Polonia e agli altri paesi presi in esame, vedi “Ai confini dell’Impero” di Giuseppe Ciulla – Jaca Book edizioni – Marzo 2011.

Africa mediterranea e vicino Oriente

Il 2011 è stato caratterizzato dalle rivolte e dalle guerre civili che hanno attraversato l’area del mediterraneo, un’area da sempre centrale per gli interessi del capitalismo, zona di saldatura tra Europa, Africa, Asia e strategica per il capitalismo Europeo per i commerci, per le materie prime e perché rappresenta un importante bacino di manodopera qualificata che di fatto la rende a tutti gli effetti periferia industriale dell’Unione Europea.

Sicuramente, la crisi in corso che sta facendo tremare il capitalismo globalizzato è stata tra gli elementi che ha messo a nudo i limiti delle strutture politiche e dei rapporti sociali imposti e si e’ trasformata in crisi politica quando queste società modificate dalla crescita demografica, dall’emigrazione e dallo sviluppo industriale, impoverite dalle politiche economiche imposte dal FMI, hanno visto scendere in piazza un esteso movimento di protesta popolare, per lo più composto da giovani proletari, che rivendicava “lavoro, dignità e democrazia”.

Il mainstream occidentale con punto di vista interessato ha promosso con la definizione “primavera araba” una convenzione semplificata che accumuna le rivolte tunisine, egiziane, alle guerre civili apertamente sostenute dall’occidente in Libia e Siria.

Si tratta invece di processi tra loro molto differenti, per direzione politica e obiettivi, lungi dal sostenere la tesi che le rivolte arabe siano frutto di complotti internazionali, crediamo piuttosto che sia necessario comprendere il ruolo che giocano le forze di classe e come queste si rappresentano all’interno di questi movimenti, chi ne ha la direzione politica, quali sono le alleanze e qual è il loro obiettivo o programma politico, e non da ultimo se si pongono nel campo dell’anti imperialismo o se si alleano con le forze reazionarie.

Questi movimenti di protesta con rivendicazioni sociali e politiche che hanno investito Egitto, Tunisia, Giordania, Yemen, Barhein, hanno posto le potenze occidentali ed i regimi arabi reazionari nella condizione di dover gestire e contenere il malcontento popolare cercando di utilizzare a proprio vantaggio lo spazio aperto dalla crisi economica e politica. Una coalizione conflittuale composta da UE, USA, Turchia, e dai sei regimi più reazionari della penisola arabica riuniti nel Gulf Cooperation Council (GCC) sta lavorando per arginare e mettere sotto tutela le “primavere arabe”, utilizzando come forza di cambiamento “compatibile” l’islam politico sunnita, diviso in due principali filoni quello dei Fratelli Musulmani che ha uno sponsor nel Qatar e quello Salafita più legato all’Arabia Saudita.

Gli USA, al contrario dei paesi UE, per bocca di Obama hanno velocemente auspicato un cambio “democratico”, ”evolution but not revolution” cioè indirizzare un cambiamento di dirigenza politica utilizzando la spinta del malcontento popolare senza compromettere gli interessi delle multinazionali ed al tempo stesso ridisegnare equilibri ed alleanze.

E’ illuminante l’approccio suggerito alle “primavere arabe” dal Think Thank statunitense, Rand Corporation (nata nel 1946 con il sostegno del Dipartimento della Difesa) : “ Gli arabi hanno sottolineato l’importanza della “dignità”, ed il rifiuto delle “umiliazioni” imposto dai regimi autoritari. Il solo pensiero dell’autodeterminazione è rivoluzionario” e ancora “ il cambiamento democratico offre l’opportunità di un “reboot” (ripartenza ) delle relazioni con gli Stati Uniti che possono aiutare questi nuovi regimi a incontrare (gestendo il potere) le aspirazioni delle loro popolazioni”.

Cosa diversa per l’UE che non ha espresso una politica unitaria nell’approccio alle crisi dell’area a causa degli interessi diversi delle rispettive borghesie nazionali. Così la Francia e l’Italia si sono dimostrate più attente nel difendere i propri spazi rispetto a una Germania rivolta a imporre le proprie attenzioni sull’Europa dell’Est che rappresenta la sua principale “periferia produttiva”.

Il successo delle forze che si rifanno all’islam politico si basa su un’ideologia religiosa “comune ed identitaria” al momento “vincente” che viaggia attraverso un forte radicamento sociale rappresentato dalla rete delle moschee presenti anche all’estero tra le comunità, una forza che all’interno dei rispettivi paesi viene amplificata dalla struttura economica e sociale, tanto che lo scarto con le forze progressiste è più forte nelle zone rurali e tra i sottoproletari urbanizzati.

I partiti islamici possono vantare più di un riferimento statuale come modello riproducibile ed al relativo sostegno internazionale. Prendendo a riferimento la Turchia di Racyp Erdogan, i partiti islamici si propongono come forza di cambiamento perfettamente compatibile con un modello islamico parlamentare basato sul libero mercato, in perfetta continuità con l’ordinamento sociale capitalista preesistente, magari aggiornando le relazioni regionali e internazionali in base ad un accresciuto peso del network islamico moderato.

Non c’è nessuna rivoluzione nei rapporti sociali, nessun interesse di classe riconosciuto anzi le contraddizioni di classe vengono mediate dalla religione. L’elemento certo è che le istanze sociali e le rivendicazioni di apertura democratica e di agibilità sindacale, presenti e nelle manifestazioni popolari ora dovranno confrontarsi con il potere gestito dalle borghesie islamiche nazionali.

I movimenti di protesta arabi hanno evidenziato quanto anche in questo scenario, il sociale sia più avanzato rispetto al politico. Le organizzazioni sindacali, i movimenti sociali e le organizzazioni della sinistra di classe sono state ben presenti nei movimenti di protesta ma non sono riuscite a sintetizzare e capitalizzare il risultato politico della loro azione (vedi Il PCOT in Tunisia) . La difficoltà della sinistra di classe è legata a fattori sociali e politici. La repressione che ha colpito duramente con arresti, torture e uccisioni, soprattutto i Partiti Comunisti. La composizione sociale e la debolezza delle organizzazioni di classe hanno contribuito a produrre un approccio “elementare “ alla politica. Questo però non ha impedito che milioni di persone partecipassero alle mobilitazioni, ma le ha però di fatto consegnate alle strutture più organizzate come le forze islamiche anche se nelle rivolte, in molti casi, hanno avuto un atteggiamento attendista e mai di primo piano.

Il nuovo polo dei paesi del GCC e della Turchia

In questo contesto di competizione globale si sono affacciate le petro-monarchie del GCC e la Turchia, che in questa area giocano in casa. La Turchia è da tempo una potenza economica e militare nella regione. Lo status di democrazia blindata, ha consentito alla borghesia nazionale turca di offrire ai mercati internazionali, forza lavoro specializzata in grande quantità e merci a basso costo. La posizione di paese cerniera tra Asia ed Europa la pone poi nella condizione di essere il passaggio per i corridoi energetici e per gli equilibri internazionali su cui mette il peso di forza militare NATO. Questi elementi hanno fatto si che la Turchia bloccata nel suo ingresso nell’UE abbia riscoperto il ruolo storico della “Sublime Porta” aggiornandolo al XXI ° secolo.

Nel caso dei paesi del Golfo, si tratta di un pezzo di borghesia con un peso sovranazionale con un surplus finanziario considerevole, che ha investito nella guerra alla Libia e per sedare le rivolte in Bahrein, avventure militari di cui “legittimamente” pretenderà contropartite economiche e politiche. La borghesia petrolifera e finanziaria della penisola arabica da tempo reclama un adeguamento di posizione nella gerarchia internazionale. E’ all’interno di questo settore di borghesia internazionale, in un costante equilibrio conflittuale con gli interessi imperialisti statunitensi ed europei, che nel recente passato si sono sviluppate le opzioni quaediste “islamiche” che hanno dato vita a forme di conflitto non convenzionali. Sono proprio queste opzioni jhadiste e qaediste ad essere in parte “sacrificate” per avviare una stagione di dialogo tra petro-monarchie e NATO, esemplificabili nella consegna di Osama Bin Laden e nell’apertura di uffici diplomatici Talebani in Qatar. Questa tendenza tuttavia, non significa che l’opzione jhadista non possa essere utilizzata come supporto armato così come è stato per la guerra in Libia e come sta accadendo in Siria dove jihadisti infiltrati operano spalla a spalla con il cosiddetto Esercito siriano libero (Esl).

Questo network di borghesia islamica centrata nei paesi del Golfo, cresciuto in contrapposizione alle formazioni statali nate dal movimento pan-arabista, si è dimostrato capace di sviluppare un’egemonia culturale con una presa che va oltre la mezzaluna araba. Il GCC nato nel 1981 ad Abu Dabi (su spinta USA) ambisce ad avere un influenza oltre i propri confini e si è dotato di una forza di intervento militare comune (Peninsula Defense Shield). Le rivalità tra Arabia Saudita e Qatar non impediscono ai paesi del GCC di contrapporsi al Fronte della Resistenza (Iran, Siria ed Hezbollah) per il controllo dell’area e per l’egemonia politica sulle popolazioni arabo-musulmane. Il progetto di base è la versione islamica del Grande Medio Oriente pacificato secondo i dettami delle petro – monarchie, su cui gli Emiri hanno investito ben 120 miliardi dollari in forniture militari USA. Uno scenario che costringe Israele a ripensare la sua strategia e i rapporti con i suoi vicini con cui condivide un nemico (il Fronte della Resistenza) e molti affari.

La Libia è la porta dell’Africa

Quanto sta accadendo alla Libia e alla Siria non è paragonabile alle “rivolte arabe “. Nel caso della Libia è più simile a un golpe che basandosi su contraddizioni interne è riuscito a mettere insieme una compagine libica variegata (Salafiti, Liberali, Quadeisti, Fratelli Musulmani) sostenuta economicamente e militarmente da un alleanza internazionale altrettanto variegata Francia, USA, Italia, e GCC. All’origine dell’aggressione alla Libia ci sono diverse ragioni che hanno spinto le forze esterne a premere sulle contraddizioni interne allo Stato libico sino al varo della campagna militare a sostegno del CNT, determinandone la vittoria.

Malgrado la sua politica ondivaga nei confronti del’imperialismo USA e UE, dettata sia dalla natura inter-classista e nazionalista del progetto statale libico e sia dalla oggettiva disparità delle forze in campo, il governo di Gheddafi ha oggettivamente contrastato i progetti imperialisti nel mediterraneo ed in Africa. La politica Pan Africana di Gheddafi ha visto il governo libico finanziare diversi movimenti di liberazione africani ed in particolare l’African National Congress durante il regime dell’apartheid sudafricano boero. La Libia è stata tra i paesi fondatori dell’Unione Africana e lavorava all’ integrazione africana sul modello della UE. Un progetto antitetico rispetto alla secolare subalternità all’imperialismo che prevedeva un proprio esercito e una moneta comune.

La costruzione su iniziativa libica della Banca Africana e del Fondo Monetario Africano di fatto miravano a rendere le nazioni africane, indipendenti dalle politiche di rapina imposte dalla BCM e dall’FMI. Con la caduta del Governo Gheddafi l’Unione Africana tornerà a dipendere economicamente dall’UE e dal FMI che così potranno condizionare la politica africana. La costruzione della Banca Africana avrebbe rappresentato un ostacolo alle privatizzazioni e al saccheggio delle ricchezze di questa terra ricca d’idrocarburi, terre rare e risorse naturali e beni comuni, quali l’acqua, le foreste e le terre coltivabili, riducendo quindi i pericoli di guerre e carestie. La recente aggressione alla Libia conferma che le guerre imperialiste sono volte a smantellare quegli Stati nazione che anche in maniera spuria si oppongono agli appetiti del mercato globalizzato, rifiutandosi o ostacolando la messa a profitto delle ricchezze nazionali

L’attacco al Fronte della Resistenza

La prima vittima della primavera araba è stato proprio il Fronte della Resistenza costituito da Siria, Iran, Hamas e Hezbollah, un fronte che si è contrapposto al progetto del Grande Medio Oriente sostenuto dagli imperialismi U.S.A e UE e da Israele, raccogliendo consensi in tutto il mondo arabo a detrimento dell’influenza delle petro- monarchie. Il Fronte di Resistenza si è diviso sul giudizio e l’appoggio alle rivolte arabe e alle guerre civili in Libia e in Siria.

Le contraddizioni sociali e politiche in Siria

Negli ultimi anni nella Siria governata dal Fronte Nazionale Progressista, una compagine di forze di ispirazione socialista in cui sono presenti anche i due Partiti Comunisti, guidata dal Baas si è aperto uno scontro durissimo sul tema delle privatizzazioni e sulle linee di indirizzo di politica economica. Da una parte oltre alla maggioranza del Baas, la borghesia mercantile, i costruttori edili e i ceti “professionali”, dall’altra i Partiti Comunisti ed una parte del Baas. Il cuore dello scontro è la privatizzazione dei settori bancario ed energetico fonte di forti introiti per le casse dello stato e la politica di controllo dei prezzi di prima necessità. A spingere per le privatizzazioni ci sono le compagnie straniere, soprattutto turche, i paesi del Golfo che mirano soprattutto all’acquisizione delle industrie energetiche che costituiscono il 68% dell’export ed il FMI .

La crisi economica si è aggravata alimentando il malcontento sociale che si è saldato alle ferite generate dalla politica di privatizzazioni e apertura alle banche private, dalla farraginosità della macchina statale, dalla differenza tra le città e le campagne e dall’ossificazione del quadro politico. Le contraddizioni sociali e politiche in Siria non sono ignorabili né sintetizzabili nell’infelice dicotomia “da una parte il popolo, dall’altra la dittatura”. Anche nella “guerra civile” siriana gli interessi di classe in campo non sono uguali.

Quanto sta avvenendo in Siria, deve essere letto come un conflitto sociale e politico in cui intervengono soggetti politici con specifici interessi di classe.

E’ più verosimile che il modello sociale ed economico che questo network (islam politico, petromonarchie e democrazie capitaliste) ha in mente per il popolo siriano sia quello che già adotta in diversi paesi che recepiscono le linee guida del FMI.

La Siria negli ultimi decenni ha rappresentato un ostacolo ai progetti egemonici dell’imperialismo e delle petromonarchie, ed è stata in grado di mantenere uno scontro di bassa intensità con Israele attraverso il sostegno ai movimenti come Hamas, Hezbollah e l’alleanza con l’Iran.

La questione palestinese nel contesto delle rivolte arabe

Il contesto generale che vede il mondo arabo attraversato dai movimenti di protesta, dalle guerre civili e su cui pesa il disegno di un nuovo Medio oriente sotto l’egida dell’islam politico coinvolge anche il movimento di liberazione palestinese. Il rischio che la Palestina venga schiacciata all’interno di una rivendicazione arabo islamica e messa sotto tutela dai sostenitori del nuovo Grande Medio Oriente è molto forte. In questo senso si possono leggere l’apertura tra Fatah e Hamas, e la rottura verso il fronte della resistenza. Il processo di normalizzazione tracciato dalle petro-monarchie sembra investire anche la Palestina, stretta tra l’occupazione israeliana e il circolo delle Iene USA, UE e GCC. In questo senso l’attacco in corso contro la Siria e le minacce di guerra all’Iran stanno già depotenziando fortemente i movimenti di resistenza tra cui quello palestinese.

La guerra alla Siria e all’Iran, la tendenza alla guerra

La spinta all’accaparrarsi risorse e aree strategiche, ossia la tendenza alla guerra è uno degli elementi che informa anche quanto sta avvenendo in Siria. Una tendenza alla guerra in cui l’UE svolge un ruolo sempre più protagonista e dove l’Italia con le sue basi NATO e con la collaborazione con Israele rappresenta una portaerei strategica, come hanno tragicamente dimostrato le aggressioni imperialistiche degli ultimi decenni, Libia compresa.

Sullo sfondo resta il progetto del grande Medio Oriente normalizzato che passa attraverso lo scontro con il Fronte della Resistenza e prevede l’ipotesi del conflitto armato contro la Siria e soprattutto contro l’Iran. Israele è tra le forze che maggiormente spingono verso l’intervento militare e la pressione economica e diplomatica contro l’Iran. Non passano settimane senza che Generali o Ministri israeliani annuncino come imminente ed inevitabile un attacco armato contro l’Iran. In questo senso la politica bellicista di Tel Aviv ha il duplice scopo di mantenere l’egemonia nell’area e costringere gli alleati NATO ad assecondarla.

Contro l’Iran è cominciata una guerra sporca fatta di sabotaggi e omicidi mirati di scienziati, militari e diplomatici. Azioni molto complesse che hanno visto sicuramente all’opera una joint venture tra Mossad, servizi del Quatar e Arabia Saudita oltre quelli occidentali. L’Iran oltre ad essere il paese chiave del Fronte della resistenza è un paese determinante per gli equilibri internazionali. Non solo è tra i primi produttori di gas, ma si affaccia sullo stretto di Ormuz. E’ in possesso di una tecnologia che gli consente di produrre satelliti, lanciatori, missili balistici, sistemi d’arma complessi e di guerra elettronica. Se l’Iran si dotasse di un arma nucleare sarebbe in grado di mettere in campo anche la deterrenza militare.

Non si tratta di diventare filo iraniani per comprendere che l’Iran rappresenta un ostacolo per gli interessi dell’imperialismo statunitense, europeo ed una minaccia per Israele e i paesi del GCC. Per questo il nostro impegno è volto a rilanciare l’iniziativa antimperialista contro la guerra alla Siria e all’Iran che potrebbe aprire un conflitto di vasta portata dalle conseguenze imprevedibili, con la possibilità concreta di accendere uno scontro armato a livello mondiale.

Come comunisti che agiscono all’interno del polo imperialista europeo dobbiamo quindi dare forza di analisi e agitazione politica a un punto di vista di classe ed antimperialista riuscendo a proporre strumenti di intervento a quanti all’interno dei movimenti di massa si battono contro le politiche di guerra e di aggressione imperialista.

Nella guerra civile in Libia e in Siria abbiamo potuto riscontrare per l’ennesima volta, che buona parte della sinistra continua a sostenere un punto di vista eurocentrico, falsamente umanitario e di fatto subalterno agli apparati ideologici dell’imperialismo. Questa lettura della realtà sta creando disorientamento nel cosiddetto “popolo della sinistra” e sta rendendo molto difficile una ripresa della mobilitazione di massa contro la guerra.

Non si può contrabbandare la tattica con la strategia, quello dell’opposizione siriana armata come per il CNT libico non è un sostegno “di fase”, ma una collaborazione ad un progetto che vuole ridisegnare il medio oriente rendendolo omogeneo ai disegni imperialisti. Un meccanismo quello dell’intervento di polizia internazionale che oggi è utilizzato per la Siria, ma che in futuro può essere applicato per il Venezuela e Cuba e contro qualsiasi paese che intraprende la via dell’indipendenza dai poli imperialisti.

In maniera dolorosa e non priva di tensioni, si evidenzia quindi il tentativo di riportare l’ordine nelle aree della delocalizzazione e dello sfruttamento a basso costo di energia e manodopera. Una prospettiva che in questa cornice di crisi sistemica è destinata ad acuire le contraddizioni sociali ed è in questo spazio che si gioca il ruolo delle organizzazioni di classe anche sulla sponda Sud del Mediterraneo.

Il conflitto di classe in Europa

Tutta la nostra analisi sulla nuova fase determinata dalla crisi sistemica in atto e sulle modificazioni qualitative oltre che quantitative che essa sta producendo nella composizione di classe nel mondo del lavoro ci portano alla necessità strategica di fare i conti con i nodi strutturali che sono alla base della ripresa del conflitto di classe.

E’ necessario ad esempio ridefinire il ruolo e il peso della classe operaia nel nostro paese e nei diversi paesi europei dopo la destrutturazione industriale avviata con la delocalizzazione della produzione.

Così come fondamentale sarà la capacità del sindacalismo conflittuale e di classe di coordinare le lotte dei lavoratori, a livello generale, contro le privatizzazioni, i licenziamenti e le politiche di massacro sociale dettate dal capitalismo in crisi.

Un passo in avanti in questo senso ci sembra si sia realizzato con l’entrata dell’USB con importanti compiti operativi nell’FSM europeo. La strada intrapresa punta a realizzare un maggiore coordinamento nelle lotte e la programmazione di scadenze comuni per dare forza alle rivendicazioni dei popoli europei contro la miseria e lo sfruttamento imposti dal sistema capitalistico e imperialista.

Abbiamo infine, avanzato di recente una proposta che prende le distanze da una cogestione keynesiana della crisi, e punta invece ad inceppare i meccanismi di potere dell’Europolo.

L’idea forte, che non può non passare da una vigorosa ripresa del conflitto sociale e di classe che determini un cambiamento nei rapporti di forze tra capitale e lavoro, è la fuoriuscita dei PIIGS dall’area Euro.

La concreta realizzazione di questo progetto, non potrà avvenire a prescindere dalla presenza organizzata di una soggettività di classe e rivoluzionaria, che oggi non è ancora pienamente in campo, e che sia in grado di costruire le necessarie condizioni politiche e sociali.

E’ nostra convinzione che il capitalismo non finirà per implosione, né che siamo alla vigilia del suo crollo, ma siamo altrettanto convinti della non linearità della storia che avanza invece per salti e rotture e apre proprio dove potrebbero sembrare inaspettate, come sta avvenendo nel continente latino-americano con l’esperienza dell’ALBA, prospettive di riscatto che superano i propri confini e scrivono nuove pagine della lunga lotta per “abbattere e superare lo stato attuale delle cose”.

Scopo della Campagna e linee di studio

Questo documento che riprende l’analisi avviata con i due convegni sulla mala-Europa, è una traccia per il lavoro dei prossimi mesi sullo sviluppo del conflitto in Europa che mettiamo al centro di una campagna sul “Mediterraneo mare di guerra”, che si svolgerà tra marzo e giugno 2012.

Lo scopo della Campagna è di dare continuità al lavoro di carattere internazionale nel contesto nel quale operiamo, indicando come metodo di lavoro nostro e nel confronto con altre realtà politiche e sociali, la necessità di avviare ulteriori linee di studio e di approfondimento su alcune tematiche che riteniamo possano avere un ruolo centrale:

– le nuove dimensioni economico-produttive dell’area mediterranea allargata

– la strutturazione di classe nell’area

– i soggetti politici e sociali in campo

– lo sviluppo delle relazioni con le forze e le soggettività di classe

– lo sviluppo delle relazioni e delle attività sul fronte antimperialista

Commissione internazionale della Rete dei Comunisti

IL 25 APRILE DELLE VERGOGNE

di Angelo Ruggeri

Tra sovversione della Costituzione e la incultura di “società civile”, sindacati, gruppi e movimenti vari che fingono che i “beni comuni” siano senza “proprietà”, mentre sono proprietà mobiliare anziché proprietà immobiliare del capitale e dei servizi gestiti dal potere d’impresa: IN CUI QUELLA CHE ENTRA IN CAMPO è LA CULTURA DEL DIRITTO COMMERCIALE E NON DEL DIRITTO CIVILE .

L’ANPI ha escluso Alemanno e la Polverini, e va bene; ma coerentemente, dovrebbe escludere anche il PD e tutti gli “antiberlusconiani” e l’ANPI stessa che sostengono l’antipolitica del non-partito PD che con antipolitico attacco al più importante fatto politico quale è la Costituzione nata dalla Resistenza, la sovverte nei sui principi fondativi della democrazia.

L’atto di puro “sovversivismo dall’alto”, dell’anticostituzionale modifica dell’articolo 81 C. (che riguarda tutto il sociale e quindi anche il lavoro), approvata proprio in vista del 25 aprile, è un “lutto” tra i più gravi di quelli che hanno colpito la democrazia e la Costituzione nata dalla Resistenza, che rende “greve” il 25 aprile confermando la “grave” veritiera denuncia (anche lo scorso denunciammo, vedi “Il 25 aprile degli ipocriti difensori della Costituzione che l’affossano) del fatto che da anni il 25 aprile è una data ormai usata “come unica occasione annuale delle forze politiche e culturali del ‘centrosinistra’ e della ‘sinistracentro’ per lanciare gli ipocriti slogan “giù le mani dalla Costituzione” e “difendiamo la Costituzione” che da pure nome al Comitato dei “sinistri” politici e giuristi “democratici” ( che hanno belato e nulla hanno detto sull’81),

VERGOGNA per ANPI ed “ex esistenzialisti antifascisti” che sembrano PARTIGIANI BADOGLIANI, come dei rinascimentali garibaldini romantici di un 25 aprile da Risorgimento liberale: tanto che dopo anni di mistificatori embrasson nous nell’enfatico segno “antiberlusconiano” ma non “anticapitalistico”, partecipano e sostengono il PD che dimostra che il capovolgimento in corso da anni della Costituzione nata dalla Resistenza, ben più che l’avvento al governo di stati e istituzioni sovranazionali delle forze di destra, riguarda il riaffermarsi di valori contrastanti con quelli della Resistenza antifascista che sono la base della fondazione della democrazia, PROPRIO a causa del capovolgimento teorico, storico, politico dei Pds-DS-PD sostenuti degli “ANPI” camuffati da “badogliani” per nascondere che sono stati comunisti per la Rivoluzione (e magari credono di esserlo ancora).

VERGOGNA per una antipolitica dall’alto e dal basso che contro il fatto politico più importante della democrazia quale è la Carta del 48, credono che ci possa essere o si possa fare un nuovo soggetto politico senza partito: molto peggio dell’epoca del “qualunquismo” di Giannini che almeno aveva una cultura e sapeva scrivere, aveva idee e le scriveva, al contrario di un Grillo che non lo sa fare e sostituisce cultura, idee e la politica con le battute del comico, un “vuoto” sul “vuoto”: un vuoto che parla e per cui si parla del “vuoto”, da parte della stampa e dei non-partiti dell’antipolitica dall’alto, dai vertice del governo “tecnico” di Ms. Bilderberg Monti e del Quirinale che con “presidenzialismo” anticostituzionale lo ha insediato ai vertici delle lobby che si arrogano di essere “politici” e di dire di essere “partiti” così screditando la politica, in quanto dall’abolizione del proporzionale sono solo kombinat di gruppi di potere economco-politico e corporazioni di interessi privati, a favore del privato d’impresa. Favoriti dalla scelta di una politica “americana” del PCI che dopo la morte di Berlinguer DECISE CHE NON SI DOVEVANO PIU FARE I COMIZI E di ABBANDONARE LA FORMA PARTITO DI IDENTITA E INSEDIAMENTO TERRIOTRIALE-SOCIALE, REGALANDO COSI IL SOCIALE-TERRITORIALE ALLA LEGA ASSIEME AI COMIZI CHE ORA FANNO ANCHE I GRILLINI.

VERGOGNA per la torinese FIOM di destra di Giorgio Airaudo (forse in cerca di qualche sgabello “politico”) tanto istupidita quanto stupido si è rivelato l’invito fatto alla ricca “parlatrice” borghese del capitalismo burocratico, di “spiegare agli operai dell’Alenia”, le modifiche padronali e autoritarie dei rapporti di lavoro, fatte nel nome del “Patto per l’Euro”, vera e propria scure sui salari, sul sociale e sulla democrazia costituzionalizzato assieme al Fiscal compact e al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) con la modifica dell’art. 81 della Costituzione nata dalla Resistenza. Dalle sole sue dichiarazioni sul 18, non abbiamo allora sbagliato nel valutare il tale Airaudo (mail “Imbroglio e cedimento”) appaiandolo alla Camusso e prendendolo ad esempio dell’inintelligenza e dell’incapacità di certi sindacalisti di “capire” l’uso politico del diritto e gli abili aggiramenti giuridici della borghesia e dei suoi azzeccagarbugli.

VERGOGNA, tripilice vergogna, per i pseudo democratici cattolici e “sinistri” antiberlusconiani del PD, sostenuto anche da ANPI e sindacati, che dopo anni di 25 aprile segnati dall’ ipocrita scaricabarile delle antidemocratiche “revisioni costituzionali” su Berlusconi e di mistificatori slogan “giù le mani dalla Costituzione”, con l’anticostituzionale modifica dell’articolo 81 hanno inserito “il mercato” come base fondativa della Costituzione nata dalla Resistenza fondata “sul lavoro” e sul “sociale”, vincolando la politica di bilancio della Repubblica democratica e antifascista ai mercati finanziari del capitalismo industriale e bancario, per di più nel momento in cui il dispositivo della istituzionalizzazione accorda a tali mercati un potere illimitato

VERGOGNA per aver attuato tale sovvertimento con trasversalismo bipartisan di PD e “antiberlusconiani”, alleati con i “berlusconiani” PDL (e i suoi neo-fascisti), e Casini (ex CAF ed apostata forlaniano-cattolico sostenuto, con Monti, dai vertici tradizionalisti ed anticonciliari della CEI: contraria ai cattolici sociali co-fondatori della Carte del 48), che a sua volta si allea con i neo fascisti (finiani) nel “centro” del grande capitale, per raggiungere una maggioranza di 2/3 in parlamento ed evitare così il “referendum istituzionale” ed evitare così la verifica della volontà del popolo che già nel 2006 disse NO alle smanie neoautoritarie, di “modificazioni della costituzione” del centrodestra e del centro sinistra.

IL TUTTO non senza l’aiuto gruppi, movimenti e della c.d. “società civile”: che in antitesi anche linguistica e concettuale alla “democrazia sociale” della Costituzione e del tutto silenti sulla sovversione antidemocratica dell’art.81 C., per rifuggire dalla questione del potere chiamano “beni comuni” quelli che fingono che siano “beni” senza “proprietà”: mentre è proprietà mobiliare anziché immobiliare di servizi gestiti dal potere d’impresa IN CUI QUELLA CHE ENTRA IN CAMPO è LA CULTURA DEL DIRITTO COMMERCIALE E NON DEL DIRITTO CIVILE .

In tale subalternità culturale alle deviazioni concettuali della anticostituzionale antipolitica dall’alto e dal basso, tali gruppi e movimenti non si battono nemmeno per il ripristino di proporzionale senza correttivi;

ovvero, non si battono contro le leggi elettorali manipolatorie a favore dei gruppi di potere delle imprese e dei “partiti” dell’antipolitica dall’alto messa in opera dalla abolizione del proporzionale puro su cui si è fondata e si è sorretta la “Repubblica democratica” fondata “sul lavoro” e “sul sociale” nata dalla RESISTENZA.

Il 25 aprile degli ipocriti difensori della Costituzione che affossano

MA DI CHE “DIFESA DELLA COSTITUZIONE” PARLIAMO?

L’IPOCRITA “DIFESA DELLA COSTITUZIONE” DELLA BOGHESIA DI SINISTRA, CORPORATIVA E DI SISTEMA CHE IN NOME DELLA MODIFICA DELLA SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE HA SEMPRE SOSTENUTO ED E’ INTERESSATA ALLE FORME DI GOVERNO DI TIPO AUTORITARIO – premierato, presidenzialismo policentralista delle regioni federaliste, senato federale, bipolarismo, separazione tra giudici e PM da controllare con l’esecutivo, ecc – ELABORATE DALLE C.D. “SINISTRE” E CHE SONO LA CONDIZIONE OPERATIVA DELLA STRATEGIA DI CONSOLIDAMENTO DELLA CAPITALISMO E DELLA CLASSE DOMINANTE

Da anni si fanno ipocrite manifestazioni “Per difendere la Costituzione” ad opera di “forze di sistema” della pseudo-sinistra e della corporazioni della c.d. società civile sempre piu irretita nella irresponsabilità della logica bipolare, sospinta dal PD e dall’assenso convinto o supino dei suoi passati e futuri alleati elettorali della “sinistra di sistema”, sull’onda della c.d. modernizzazione istituzionale e costituzionale. a cui ognuna di tali forze politiche e della sempre più corporativa società civile “di sistema” ha portato mattoni, mattoncini o anche pilastri e intere pareti per edificare un edificio del tutto nuovo e diverso di quello edificato dalla Costituente del 1948, finalizzato ad una forma di governo di tipo autoritario che è la condizione operativa di una strategia di consolidamento del capitalismo e della classe dominante a cui è interessata anche e tutta la borghesia di sinistra e corporativa della c.d. “società civile” e dell’estabilschment non solo televisivo. Una strategia idonea a portare alle estreme conseguenze antidemocratiche quella concezione di “modernizzazione” che a suo tempo ha concorso all’instaurazione dello stesso regime fascista come regime del “capo del governo” e del carattere nazionale dell’iniziativa economica privata.

Insomma tutta una borghesia di “sinistra di sistema”, corporativa e dell’estabilschment non solo televisivo, tra cui e con che faccia: il Giulietti che ha sostenuto tutti i progetti PD di modifica della C., l’attrice e moglie attrice dell’ex presidente e privatizzatore della Rai-TV Zaccaria, o l’attrice socialcraxiana che cita i “padri costituenti” dimenticandosi Togliatti principale padre assieme a Dossetti o il solito attore che recita il solito elogio della Costituzione di Calamandrei, DI CUI SI DIMENTICA CHE E’ STATO IL GRANDE SCONFITTO DELLA COSTITUENTE la quale ha respinto la proposta di Calamandrei di inserire il Presidenzialismo e il federalismo bollandoli come “fratelli gemelli dell’autoritarismo”, sostenuti allora, oltre che dal Partito d’Azione borghese-liberale di Calamandrei, soltanto dal MSI erede del fascismo mussoliniano, poi dal Piano P2 ed oggi da Berlusconi e Bossi e dalla pseudo “sinistra” federalista favorevole al premierato-presidenzialismo (respinto dal no del popolo nel 2006), e ha intaccato – Lei “sinistra” non la destra – per la prima volta la Carta del 48 modificando il Titolo V della C. in senso opposto alla “Repubblica delle autonomie”, inserendo la privatizzazione delle funzioni pubbliche sia economiche (cosa che neanche il fascismo aveva osato fare) sia sociali, con la sussidiarietà federalista del privato rispetto allo stato repubblicano delle autonomie locali: dove per COSTITUZIONE l’Italia non è uno “stato” inteso come “governo centrale” e centralista e verticista, perché le autonomie locali sono Stato esse stesse.

Tutti i giornali della “sinistra”, che per “prima” ed ora ancora in “ultimo” manomessso la Costituzione (sul titolo V e sull’articolo 81) che ha affermato l’inutilità di cambiare l’art.41 “perchè tanto non lo si applica e nessuno vuole applicarlo”(sic) e che il ben piu consapevole Monti lo ha annullato con l’articolo 1 del decreto sulle liberalizzazioni, per il 25 aprile del 2011, hanno titolato

“Difendiamo la Costituzione”

ovvero

L’IPOCRITA SCARICABARILE DELLA BORGHESIA DI SINISTRA E DELLE CORPORAZIONI DELLA “SOCIETA’ CIVILE” e dell’ ETABLISSEMENT DEL SISTEMA DI POTERE MASSMEDIATICO, ECONOMICO-FINANZIARIO E POLITICO DEL PD E DEI SUI ALLEATI (passati e futuri) DI PSEUDO SINISTRA “FEDERATA” (Pdci, RC, ecc.) E VENDOLIANA PAROLAIA

Per opporci – tra i pochi – al “referendum per la responsabilità civile dei giudici” promosso dai radicali, avevamo costituito un apposito “Comitato” ed in particolare la Bonfanti, L’Espresso e la Repubblica mi telefonavano in CGIL regionale lombardia e riportavano su di noi articoli (che ancora abbiamo) positivamente sorpresi della nostra iniziativa. Circa 10 anni dopo, Marco Boato ( di Lotta continua antiparlamentare ed anticomunista) per conto della Bicamerale D’Alema (“la madre di tutte le revisioni cosoituzionali autoritarie” del centro destra e del centrosinistra) elaborava un progetto sovversivo dell’ordinamente costituzionale in materia di giustizia che in modo persino peggiorativo comprendeva praticamente quanto oggi Berlusconi e Alfano presentano come la “Grande riforma” della giustizia della Costituzione. Tale “Grande riforma” viene presentata avvalendosi dei progetti del centrosinistra di cui Berlusconi si avvalse anche per presentare la Revisione costituzionale che sottoposta a referendum permise al popolo con un gigantesco No di respingere in blocco tutte le smanie neo-autoritarie del centrodestra e del centrosinistra a favore del premierato già istituito nel 1925 dall’arrembante fascismo mussoliniano.

Orbene, nei giorni si presenta una c.d. grande riformai della giustizia forse e pezzi corporativi della società civile di tutta la “sinistra” che non puo dire “LA COSTITUZIONE NON SI TOCCA” – essendo stata per prima sia a teorizzare che a realizzare il revisionismo costituzionale leghista/federalista del Titolo V – si presenta con lo slogan “TUTTI IN PIAZZA A DIFENDERE LA COSTITUZIONE”. Ciò perchè nel momento stesso in cui si denuncia il revisionismo costituzionale del centro destra, si mira artatamente a nascondere (ad un elettorato sempre più irretito nell’irresponsabilità della logica “bipolare”, sospinta dal PD e da una pseudo sinistra sull’onda della c.d. modernizzazione), quanto aberrante sia stato e continui ad essere l’impulso verso la deriva costituzionale imputabile in modo irrefutabile proprio a quel centrosinistra e pseudo-sinistra che da ben più di un decennio ha puntato e punta a SPEZZARE QUELLA ORGANICA CONTINUITA’/INTERDIPENDENZA tra la PRIMA PARTE e la SECONDA PARTE DELLA COSTITUZIONE.

Con essa i partiti democratici e antifascisti (Dc, Pci, Psi, Psdi, Pri) sancirono la strategia sociale e politica dell’antifascismo vittorioso con la Resistenza e la Liberazione, rompendo con l’autoritarismo liberale pre-fascista e con il modello monarchico/liberale dello Statuto Albertino su cui aveva potuto innestarsi il regime fascista, per aprire una nuova fase storica, politica, sociale e istituzionale, mediante un inedito modello di “democrazia politica, economica e sociale” repubblicana e autonomista, contro cui hanno complottato e complottano le forze conservatrici della borghesia di destra e di sinistra, che hanno delegittimato e mirano ad affossare definitivamente – nonostante il NO popolare che ha superato il quorum per altro non richiesto nel referendum dl 2006 – un modello che si è posto all’avanguardia delle costituzioni post-fasciste, in quanto legittimante quel processo di trasformazione della società e dello stato capitalistico perseguibile con il concorso pluralistico di forze di sinistra, sociali e politiche, di ascendenza non solo marxista, ma anche cattolico-sociale.

“I FATTI I FATTI, NON PAROLE”, grida il protagonista de Il Tallone di ferro (che anticipò l’avvento del capitalismo nazi-fascista) Quel che, infatti, (dimostrano i fatti) che quel che è stato alla base della convergenza – alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 – tra le forze del defunto “pentapartito” (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) e le formazioni politiche sopravissute a quella che si è convenuto di definire come “crisi tangentopoli” per la revisione della Seconda Parte della Costituzione, ha avuto come motivazione (risultata ambiguamente pericolosa) l’esigenza del c.d. “adeguamento” dell’ordinamento della Repubblica ai c.d. “mutamenti” della realtà sociale – o della c.d. globalizzazione finanziaria fallita e scoppiata nella crisi economica mondiale – fingendosi di non vedere che tale convergenza concretava l’adesione di forze eredi del costituzionalismo democratico-sociale e antifascista alla strategia perseguita, esplicitamente e insistentemente, almeno a partire dal 1964, da gruppi di potere occulti e/o collegati con correnti di alcuni partiti dell’arco costituzionale (Pri, Psdi, Psi, Pli): nella consapevolezza che le forze anticomuniste avevano in ordine allo stretto nesso che i partiti di massa (Dc, Pci, Psiup) avevano saputo istituire tra la Prima Parte sui “rapporti” civili, etico/sociali, economici e politici, e la Seconda Parte sull’”ordinamento della Repubblica”, per garantire una convergenza coerente tra forma di stato e forma di governo nella strategia di trasformazione della società e dello stato che ha segnato di sé specialmente gli anni ’60 e ’70, ad onta della “conventio ad excludendum” dei comunisti dalla maggioranza governativa e quindi dal potere esecutivo.

Se si vuol dare un senso obiettivo, allora, all’affermazione mistificante di “cambiare” (sic) “ma non stravolgere la Costituzione”, lanciata dal comitato di pseuod-difesa della Costituzione e da Napolitano ancora una volta in linea con l’ipocrita scaricabarile di tutti coloro che usano fingere di voler “difendere la costituzione” da altri ma non anche da sé medesimi, occorre che tali cosidetti fautori della difesa della Costituzione e specialmente i Ds-Ppi-PD, pervengano a quella maturazione autocritica che sono emersi in alcuni componenti dei “comitati per la difesa della Costituzione” nel corso della campagna per il “no” al referendum del 2006, solo per respingere il progetto di revisione che il centrodestra aveva innervato sulle posizioni già affiorate in seno ai partiti del centrosinistra, prima ancora dell’avvento del berlusconismo: quando cioè si è aperto un vulnus nei rapporti tra la Prima e la Seconda parte della Costituzione del 1948, tramite non già – come ci si è adagiati a dire – il c.d. “superamento” dei partiti, bensì per effetto del loro snaturamento “ideologico”. Uno snaturamento intrinseco all’abbandono dell’anticapitalismo in funzione della visione dell’impresa privata come “istituzione” nella quale le forze “produttive” collaborano, sì che il primato del lucro sul salario è venuto a sancire la delegittimazione del ruolo del lavoro, quale ambito di autonomia sociale e politica che peculiarmente i Principi Fondamentali della Costituzione hanno assunto a criterio di qualificazione del nesso tra Prima e Seconda Parte della Carta del 1948.

Orbene, per ottenere che il popolo ritorni sovrano dopo aver respinto nel segno della “Repubblica fondata sul lavoro” un progetto di revisione della Seconda Parte che era inaccettabile (non tanto perché, come dicono con un neologismo mistificatorio i “giuristi democratici” corrivi alla strategia dell’”Ulivo”, contrastante con la c.d. “democrazia costituzionale”, ma ben più provocatoriamente perché in antitesi con l’ideologia stessa della Costituzione e quindi anzitutto con i suoi Principi Fondamentali), è indispensabile che si avvii un tipo di discussione che è stato rimosso sin da quando una parte – la destra napolitaniana – dello stesso Pci negli anni ’80 (soprattutto dopo la morte di Enrico Berlinguer) ha convenuto sulla necessità – in cui le stesse forze della destra sociale e politica (“golpiste”, e sinanco annidate nei partiti, specialmente socialisti) si sono trovate – di aprirsi un varco per il rivolgimento antidemocratico già squadernato dalla maggioranza “berlusconiana” che oggi, con capo in testa oggi il il neo-proto fascista Fini, si avvale della c.d. bozza Violante – volta ad interrompere capziosamente il nesso tra Prima e Seconda Parte della Costituzione -, nella chiara consapevolezza che, in carenza di uno scontro frontale, una forma di governo di tipo “autoritario” è la condizione operativa di una strategia di consolidamento del capitalismo e della classe dominante. Trattasi, ATTENZIONE!!! di una strategia idonea a portare alle estreme conseguenze antidemocratiche quella concezione di “modernizzazione” che a suo tempo ha concorso all’instaurazione dello stesso regime fascista come regime del “capo del governo” e del carattere nazionale dell’iniziativa economica privata.

Tale rimozione ha avuto come precondizione di un disorientamento di massa, difficilmente recuperabile e tuttavia assolutamente indispensabile – per evitare che i partiti dell’”Ulivo”, tornando maggioranza, riprendano quel discorso avviato con la Commissione De Mita-Jotti (1993) e con la Commissione D’Alema (1997) ora estremizzato dalla “casa delle libertà” – l’abbandono dei due pilastri della “democrazia politica, economica e sociale” assunta nel modello del 1948: sul terreno sociale, il dispiegarsi pieno dell’autonomia sociale dei lavoratori, con un sindacato di classe rivendicativo di un nuovo assetto dell’organizzazione della produzione e delle istituzioni centrali e decentrate (regioni, province, comuni); sul terreno politico, un’autonomia del parlamento dal governo, come portato di un pluralismo imperniato sul sistema elettorale proporzionale (che nel 1993 risultava applicato a tutti i tipi di elezione, escluse quelle riguardanti i piccoli comuni), dato che la estensione dell’uso del proporzionale come principio generale dell’ordinamento si innestava sull’ordine del giorno votato all’Assemblea Costituente, per ovviare al fatto che il sistema proporzionale è stato formalmente assunto solo nell’art. 39 concernente il pluralismo sindacale.

Assunta la concertazione come metodo compartecipativo delle forze rappresentative di capitale e lavoro nei rapporti di classe, e il “primato dell’esecutivo” come principio antitetico alla forma di governo fondata sulla “centralità del Parlamento”, si è così pervenuti ad uno snaturamento costituzionale. Uno snaturamento consistente nell’allineamento dell’esperienza italiana (dagli anni ’90 ad oggi) alle esperienze britannica e nordamericana che – mediante le due distinte “tecniche” di “ingegneria istituzionale” del “bipartitismo”, quella del premier e quella del presidente, rispettivamente a monarchia accentrata e a repubblica federale accentrata – attuano, nelle mentite spoglie di una c.d. “democrazia classica”, un tradizionalismo autoritario consacrato dalla “stabilità di legislatura” di un esecutivo a dominanza “monocratica”.

In questo quadro l’opposizione è istituzionalmente esclusa dal potere di indirizzo politico, rimanendo solo titolare di un controllo-verifica, utile eventualmente a predisporre l’applicazione del principio di “alternanza” al governo, nel contesto di una situazione socio-politica di “passività organizzata” di un elettorato consapevole dell’adesione delle contrapposte forze politiche ad una medesima ideologia di “stabilità economico-sociale”.

Il “kanzlerprinzi erede del “fuhrerprinzip”. L’anticostituzionale verticismo statale e regionale, federal-centrale o federal-decentrato

In tale contesto, la gravità delle elaborazioni istituzionali dell’Ulivo (ex e post), coonestate dalla prevalente dottrina costituzionalistica, consiste nella assunzione sempre più mirata del paradigma teorico-politico con cui la cultura liberal-democratica aveva bollato come “anomalo” il caso italiano, con ciò occultando dietro il diffuso anticomunismo (via via affermatosi in Germania e nella stessa Francia grazie al gollismo) una “rilettura” del modello costituzionale italiano del 1948, come se la revisione della forma di governo implicasse, già prima di entrare in vigore, l’abbandono dei principi più qualificanti della Prima Parte, e cioè quella sui “rapporti economico-sociali”, per una concezione di “stato sociale” che la stessa costituzione tedesca di Bonn presenta ben più arretrata di quella, perciò tanto più famosa, di Weimer, e che in quanto tale era destinata ad essere facilmente aggredita dalle concezioni neo-liberiste. Concezioni che – auspice il progressivo consolidarsi del potere del “mercato” ai danni dei valori “sociali”, in virtù dei Trattati europei sfociati nel conato della c.d. “costituzione europea” – sono divenute il terreno di incontro “bipolare”, quando non “bipartitico”, delle forze di governo dell’Europa continentale.

L’abbandono della posizione ideologica – che è intrinseca alla dissolvenza per cause distinte di Dc, Pci e Psi – è stato canonizzato non a caso nel 1992 (alle soglie dei lavori delle Commissioni “bicamerali” De Mita-Jotti e D’Alema della riforma federalista imposta dal centrosinistra, e del progetto di revisione contrastato dal centrosinistra solo per i suoi “eccessi”, e non per le sue matrici neo-verticistiche e autoritarie) da un costituzionalista di ascendenza socialista con una prospettazione del diritto “mite”, e come tale contrastante con il pluralismo dialettico dei Principi Fondamentali della Costituzione del 1948, mediante un’operazione ideologica di sovrapposizione formalmente arbitraria dei principi propri del processo di europeizzazione, fondato sul primato del mercato, sui principi di una costituzione democratica nazionale, nella quale l’uso degli istituti di “controllo sociale” dovrebbe artatamente svilirsi in una logica di mera “coesistenza e compromesso”, con la tradizionale immunità dei poteri economici: e ciò in nome di una anodina “convivenza mite” contrastante nei fatti con la atavica pretesa, come tale “dura”, della formazione sociale del capitalismo a imporsi, avvalendosi di istituzioni politiche “strumentali” alle sue aspirazioni al dominio permanente e incontrollabile (vedasi l’omonimo saggio di Gustavo Zagrebelsky).

Ecco perché ci troviamo già dislocati fuori dall’orbita dei Principi Fondamentali come asse portante dell’intera Prima Parte della Costituzione, nel combinato ordito di un federalismo emerso come forma di “neo-centralismo”, espressivo di “solidarietà” tra gruppi di classe dirigente “statale” e “regionale” (o federal-centrale o federal-decentrato), e di un “premierato” di cui (oltre al presidenzialismo nordamericano) sono alternative del tutto fungibili sia il semi presidenzialismo alla francese, sia il cancellierato germanico: quest’ultimo accarezzato anche da correnti di sinistra c.d. “alternativa”, sotto le mentite spoglie di una concezione c.d. “neo-parlamentare” che comporta la subordinazione dell’elezione del cancelliere all’iniziativa di vertice del presidente della repubblica, in un contesto che perciò viene riassunto in nome di un dominante “kanzlerprinzip”, succeduto al “fuhrerprinzip”.

Per dire “Difendiamo la Costituzione” a testa alta, si deve allora fare atto di sottomissione autocritica, rinunciare al Francisco “PRONUNCIAMENTO” delle c.d. “bozze” da quella “Amato” a quella “Violante” con cui si rimarrebbe bensì fedeli all’allineamento ideologico con le forma di governo britannica e statunitense, ma si affosserebbe il modello di democrazia fondato sull’onda della Resistenza (salvo che nel campo dei rapporti civili, con residuali e verbose invocazioni dei rapporti “etico-sociali”).

Un modello di democrazia che del resto è già stato attaccato dal centrosinistra con la legge di revisione del 2001 che attribuisce potestà di efficacia pubblica a soggetti privati, e che una volta coniugato il federalismo anti-autonomistico e neo-centralista con il premierato (sia pure c.d. “relativo”, per distinguerlo da quello c.d. “assoluto” proposto dal centrodestra), troverebbe spalancata la strada ad una più smaccata omologazione ai modelli neo-conservatori imperanti in Europa, per l’ulteriore legittimazione che il dominio degli esecutivi va ricevendo da una cultura univoca nel privilegiare il mercato, facendo del “solidarismo” l’espediente necessario ad un minimo di consenso della parte debole della società, alla faccia di chi anche in questi giorni ha affermato che dalla crisi si dovrebbe uscire con più regole e più giustizia sociale, nel mentre stesso che la crisi che in Italia ha base ancor più nell’economia reale che in quella della finanza gonfiata” del resto d’Europa, viene usata da Confindustria, Governo e sindacati in combutta come occasione per un massacro sociale senza precedenti, per concentrarsi sul lavoro ma al fine di massacrarlo disarticolando e frantumando come negli USA la contrattazione sindacale sinanche a livello individuale in parallelo e in simbiosi col federalismo americanista.

Ustica, torna l’ipotesi del depistaggio che porta all’incidente di Ramstein

dal Corriere della Sera online
1 Febbraio 2012 ore 22.34

MILANO – Nel giorno in cui si apre il processo d’appello continua a tenere banco l’ipotesi di un clamoroso depistaggio che legherebbe la strage di Ustica all’incidente aereo del 1988 a Ramstein, in Germania, durante l’esibizione delle Frecce Tricolori. La circostanza è emersa grazie alle indagini difensive condotte dall’avvocato Daniele Osnato che assiste i familiari di alcune vittime del disastro del Dc9 e secondo il quale una perizia disposta dall’Aeronautica militare tedesca dopo l’incidente nei cieli di Ramstein proverebbe che il velivolo solista, schiantatosi contro quelli dei due colleghi sarebbe stato sabotato. L’ipotesi del legale è che l’incidente di Ramstein, costato la vita ai militari Ivo Nutarelli, Mario Naldini e Giorgio Alessio, non fu determinato da un errore del pilota «solista» (Nutarelli) ma che il velivolo venne sabotato per impedire al tenente colonnello di testimoniare davanti al giudice istruttore Rosario Priore sulla strage di Ustica.

TESTIMONE SCOMODO – Il militare, alzatosi in volo con Naldini la notte dell’incidente del Dc9, per un’esercitazione, lanciò due volte l’allarme generale in prossimità della rotta del velivolo dell’Itavia, prima di atterrare a Grosseto. Su questo anomalo comportamento il giudice avrebbe dovuto interrogare il pilota due settimane dopo la tragedia di Raimstein. Nutarelli, dice il legale, durante l’esibizione nei cieli tedeschi accortosi che qualcosa non andava nella strumentazione di bordo, che avrebbe segnalato altimetrie errate, tentò di frenare tirando giù il carrello e il freno aerodinamico. Il tentativo di frenata emergerebbe dalla perizia tedesca, ma sarebbe stato scoperto dal legale. «Ho saputo da fonti di stampa – commenta Osnato – che l’Aeronautica militare avrebbe fatto una sua perizia su Ramstein. Noi non ne abbiamo mai avuto notizia. Se questo è vero la chiederemo e se non ce la daranno, chiederemo alla magistratura di fare un ordine di esibizione di atti all’Aeronautica».

LA SMENTITA – Ma l’Aeronautica militare smentisce. In una nota nega che vi siano nuove indagini sull’incidente aereo di Ramstein come aveva anticipato martedì dal mensile Il Sud. «Le due commissioni di investigazione, una nazionale e l’altra internazionale – ha precisato l’Aeronautica – esclusero la possibilità di avarie o malfunzionamenti dei velivoli coinvolti nella sciagura aerea». Replica l’avvocato Osnato: «Siamo stanchi di avere dettata la verità dall’Aeronautica militare. Il codice di procedura penale ci consente di svolgere attività investigative private e noi le stiamo svolgendo. Che ci sia stata una valutazione da parte dell’Aeronautica stessa sull’incidente di Ramstein è un fatto loro. Ma ciò non ci impedisce di fare indagini difensive autonome. Soprattutto se si considera l’inaffidabilità delle indagini svolte dall’Aeronautica sui fatti di Ustica e le inaffidabilità delle informazioni trasmesse ai magistrati così come verificato nella sentenza del Tribunale».

IL PROCESSO – Intanto nell’udienza d’appello, davanti alla prima sezione civile della Corte d’appello di Palermo, l’avvocatura dello Stato ha chiesto di sospendere l’esecutività della sentenza e dunque di bloccare i pagamenti, a carico dei ministeri dei Trasporti e della Difesa. Il collegio presieduto da Rocco Camerata Scovazzo si è riservato la decisione. Nel processo di primo grado il giudice Paola Proto Pisani aveva stabilito un risarcimento-record di 100 milioni in favore di 86 parenti di una quarantina delle vittime. E non si è fatta attendere la reazione di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage: «È triste che l’Avvocatura dello Stato ancora una volta contrasti le decisioni di un giudice della Repubblica». E ancora: «La sentenza di primo grado è estremamente importante perchè ribadisce la conclusioni a cui era pervenuto il giudice Rosario Priore, sottolineando che l’abbattimento del DC9 è avvenuto all’interno di un episodio di guerra aerea, e condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti ai risarcimenti. Ma quel che è più importante riconosce il danno subito dai parenti delle vittime per la mancata verità. Di questo devono prendere atto l’Avvocatura dello Stato e i ministeri: è mancata la verità per 32 anni. Si vergognino e prendano atto che questa vicenda deve avere una fine».

Massoneria e Opus Dei al Consiglio di Stato?

dal Il Fatto Quotidiano
6 Gennaio 2012

di Alessio Liberati
La mia conoscenza della massoneria e della Chiesa cattolica – a dire il vero non molto approfondita – mi aveva sempre portato ad escludere, sino ad ora, la possibilità di una convivenza tra le due.

Questa “verità” è però oggi sconfessata dalla lettura di un articolo apparso sul sito ufficiale del Grande Oriente democratico, che è una articolazione interna al Grande Oriente d’Italia. Il maestro venerabile Gioele Magaldi, da tempo in contrasto con le posizioni del maestro Gustavo Raffi – posto che le ritiene poco rispondenti alla etica della massoneria universale – afferma infatti che “sussiste una tradizionale contiguità fra personaggi vicini o aderenti all’Opus Dei e gli ambienti più conservatori, elitari e reazionari della massoneria, italiana come ‘internazionale’”. Una lettura interessante, che speriamo si arricchisca di dettagli con l’uscita imminente del libro del maestro Magaldi, di cui egli stesso ci dà notizia.

Ma l’affermazione contenuta nell’articolo che ritengo maggiormente degna di nota e di preoccupazione (e di necessarie verifiche da parte della magistratura) è a mio avviso quella contenuta nel titolo “Pasquale de Lise tra crocifisso e compasso”, con evidente riferimento al simbolo massonico (il compasso, appunto). Vi è poi nell’articolo un riferimento anche ad un altro magistrato del Consiglio di Stato, Antonio Catricalà, attualmente sottosegretario del Governo Monti (lo stesso ruolo che aveva Gianni Letta nel Governo Berlusconi).

Come noto, per i magistrati è vietata l’appartenenza a logge massoniche e la possibile appartenenza del massimo vertice della Giustizia amministrativa (Pasquale de Lise è l’attuale presidente del Consiglio di Stato) a un non meglio specifico sodalizio di matrice massonica e contemporaneamente alla Opus Dei sarebbe una notizia gravissima, di portata epocale.

De Lise, infatti, è stato una persona fortemente valorizzata nella prima, come nella seconda Repubblica, ma anche dal Governo Monti. Pochi giorni fa gli è stata addirittura affidata la nuova Agenzia per le infrastrutture stradali e autostradali, che controllerà tutti i lavori pubblici, i quali come noto rappresentano uno dei settori di maggior peso per la spesa pubblica e sono oggetto da sempre di tentativi di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.

Dopo il coinvolgimento, da non indagato, nelle intercettazioni della cricca, e altre vicende di cui ho già scritto, c’è da chiedersi oggi se le gravi affermazioni del Grande Oriente democratico non meritino una verifica da parte della magistratura (e della politica) per valutare se rispondano al vero ed, eventualmente, ove confermate, determinare un ripensamento sulla opportunità della nomina di de Lise a rivestire cariche così delicate.